1/ Modigliani, Soutine e gli altri pittori di Netter in cerca di una benedizione. Breve nota di Andrea Lonardo 2/ In bicicletta alla ricerca di un po’ di cielo. A Milano [ora a Roma] una mostra su Modigliani e gli artisti scoperti da Jonas Netter nel primo novecento, di Isabella Farinelli

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /02 /2014 - 21:00 pm | Permalink
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1/ Modigliani, Soutine e gli altri pittori di Netter in cerca di una benedizione. Breve nota di Andrea Lonardo

Il Centro culturale Gli scritti (27/2/2014)

Nel 1920 Modigliani disse della Valadon: «È la sola donna che possa scusare persone come me». E qualche giorno prima di morire, quasi intuendo la fine che lo aspettava, Amedeo le posò la testa sulle spalle e intonò il Kaddish, la preghiera ebraica che viene recitata in tante occasioni, ma soprattutto per i defunti.

Anche episodi come questi emergono nella mostra «Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter», modificando l’abituale cliché di autori “maledetti” che viene abitualmente riservato a quei pittori – nella Parigi di allora Modigliani veniva soprannominato Modì ed il suono era identico al ben diverso maudit.

Moïse Kisling, Jonas Netter

Amedeo Modigliani ripeteva, al termine della sua vita, «cara Italia», «cara Italia» - ricorda l’esposizione. Esprimeva così il suo desiderio di abbandonare la vita sregolata che conduceva e di tornare a casa, dove era cresciuto.

Maria Valadon, dal canto suo, dopo essere stata modella e amante di Puvis de Chavannes e Renoir - Henri de Toulouse-Lautrec, geloso, la paragonava alla Susanna biblica – aveva trovato un suo equilibrio dedicandosi anch’essa alla pittura (molte sue tele sono esposte in mostra).

Maurice Utrillo, figlio della Valadon (e forse innamorato della madre che lo ebbe a 19 anni) era stato cresciuto dalla nonna. Fin da bambino aveva avuto crisi epilettiche e la nonna gli aveva dato nel biberon alcoolici per calmarlo. Da adulto era arrivato a bere acqua di colonia e trementina – che usava per sciogliere i colori – pur di avere alcool in corpo. Talvolta veniva legato al tavolo dagli amici pittori, dopo le ubriacature, per evitare i successivi scatti di ira che lo caratterizzavano. I ragazzini lo chiamavano Litrillo e Picasso aveva detto di lui, tanto beveva: «Solo a stare vicino a Utrillo, Modigliani sarà già ubriaco».

Ebbene Utrillo avrà infine un’infatuazione mistica che lo salverà – ricorda la mostra. Divenuto credente, si battezzò tardivamente (nel 1936 ricevette il Battesimo e la prima Comunione).

Chaïm Soutine, invece, era giunto a piedi a Parigi dalla Lituania. Da ragazzo era stato sorpreso a tratteggiare a carboncino su di un quaderno il rabbino del paese, ed era stato, in conseguenza del disegno, picchiato selvaggiamente dal figlio di questi, per il peccato che stava commettendo – l’ambiente ebraico strettamente ortodosso di allora era contrario alla produzione di immagini.

Soutine, che pure era stato aiutato da Modigliani, dirà poi di lui: «Non mi parlate di quell’italiano che mi ha quasi fatto diventare un alcoolizzato». Evidentemente non era contento che Modigliani, dopo la morte, fosse diventato più famoso di lui.

Per Soutine l’esito della sofferenza fu la follia. Chagall aveva detto di lui che faceva schifo. Una delle sue opere più note, oltre ai ritratti di “folli” è il “quarto di bue”, nel quale, sulla scia di Rembrandt, egli volle rappresentare la decomposizione della materia dopo la morte. Modigliani lo aiutò a gettare infine nella spazzatura la carne di bue che gli era servita a modello per l’opera.

Anche la vita di Soutine non si caratterizza così per il gusto della maledizione, bensì piuttosto, come nei suoi compagni pittori, per la fatica della sofferenza.

La tensione fra sofferenza e vita emerge nell’opera di tutti i pittori di Netter. Modigliani, ad esempio, venne umiliato da Picasso che utilizzò un ritratto che Amedeo gli aveva regalato ridipingendovi sopra una propria opera, dopo aver imbiancato quella di Amedeo - tanto poco erano valutate allora le opere di Modì! Ma lo stesso Modigliani disse un giorno a Diego Rivera: «Paesaggi! Ma non farmi ridere, il paesaggio non vive».

Della vita, nonostante il disordine della propria esistenza, Modigliani doveva esser innamorato. A Beatrice Hastings, sua amata, non aveva consentito di posare per Moïse Kisling, temendo ovviamente per lei.

Jeanne Hébuterne

Aveva poi conosciuto al Cafè La Rotonde Jeanne Hébuterne. All’epoca lui aveva 33 anni e lei 19 – si era nel 1917. Amedeo era giunto, ancora bravo borghese, nel 1906 a Parigi, ma da poco, solo nel 1916, aveva trovato un suo stile. Da Jeanne ebbe una figlia, che divenne poi autrice delle memorie del pittore.

La sua esistenza, però, doveva via via peggiorare. Modigliani giunse a girare per strada in camicia d’inverno, mentre gli amici cercavano, senza successo, di mettergli il cappotto addosso, tanto l’alcool lo stava rovinando. Ammalato di meningite tubercolare, venne trovato dagli amici ormai grave nella sua camera con Jeanne inebetita. Per terra vi erano solo scatole di sardine, l’unico suo cibo. Lei era in cinta al nono mese del secondo figlio. Portato all’Hôpital de la Charité non fu possibile salvarlo.

La Hébuterne, riaccolta in via Amyot nella casa paterna da cui era stata cacciata per la relazione con Modigliani, si gettò dalla finestra il giorno successivo disperata per la perdita del suo amore, morendo insieme al bambino che portava nel grembo al nono mese. Riposano insieme nel cimitero di Père-Lachaise.

Jeanne Hébuterne, Peccato originale

La mostra presenta della Hébuterne, che fu pittrice, una straordinaria rappresentazione del peccato originale che reca sul suo retro il dipinto di un interno con pianoforte.

Fra gli altri artisti in mostra figurano Isaac Antcher - che, dopo esserne stato lontano, tornò alla religione diventando un mistico -, Maurice de Vlaminck e André Derain – che dipinse Le grandi bagnanti (1908), quasi contemporaneamente a Les damoiselles d’Avignon di Picasso (1907) e a La Danza (1909/10) e La musica (1910) di Matisse. De Vlaminck e André Derain furono rappresentanti del fauvismo - il primo fu anche fautore della I guerra mondiale. Antcher ebbe una parte nella rottura fra Netter e Zborowski quando quest’ultimo truffò il collezionista.

Di Henri Hayden - ulteriore autore rappresentato dalla mostra - S. Beckett scrisse: «Per tutta la sua vita ha saputo resistere alle due grandi tentazioni, quella del reale e quella della menzogna».

Modigliani, Léopold Zborowski

Tutti gli autori rappresentati sono legati da Jonas Netter, l’amante d’arte che volle collezionare le loro opere, acquistandole prevalentemente da Léopold Zborowski. Netter intuì che quegli artisti erano all’origine di un nuovo modo di dipingere e li amò, prima che divenissero noti al mondo intero. La mostra presenta le opere che egli acquistò e conservò e che sono oggi parte della Fondazione Netter: la collezione era all’origine più ampia, ma lo stesso Netter volle venderne alcune al solo fine di rendere i “suoi” pittori noti in regioni che ancora non possedevano loro opere, come in America Latina.   

2/ In bicicletta alla ricerca di un po’ di cielo. A Milano [ora a Roma] una mostra su Modigliani e gli artisti scoperti da Jonas Netter nel primo novecento, di Isabella Farinelli

Modigliani, Jeanne Hébuterne

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 4/7/2013 un articolo scritto da Isabella Farinelli. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (2/3/2014)

Maledetti perché? È un interrogativo che può sorgere e rafforzarsi nel visitatore, magari occasionale, man mano che percorre i saloni del Palazzo Reale di Milano dove è allestita, fino all’8 settembre, la mostra a cura di Marc Restellini «Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter» [la mostra è stata poi esposta nel2014 a Roma].

Già in parte presentata nel 2012 alla Pinacothèque de Paris (che Restellini ha fondato e dirige) con notevole afflusso di pubblico e accentuazione un po’ diversa («La collection Jonas Netter. Modigliani, Soutine et l’aventure de Montparnasse»), viene riproposta dal Comune di Milano, Arthemisia Group e 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore, che pubblica il catalogo (notevole la ricerca di dati biografici spesso difficili da ricostruire).

Questo vivaio, in tarda Belle époque, di artisti sfuggenti a una cornice predefinita, diversi per vocazione e ribellione ma uniti da vincoli di amicizia se non d’arte, illumina un’imperdibile fetta di storia.

Destinata presto a mutare e in parte a scomparire a causa della grande guerra, essa rimane tuttavia fissata sulla tela da colori che gridano, dissonanze incluse, un corale desiderio di vita. La maggior parte delle opere esposte rivede la luce dopo settant’anni.

L’etichetta più che altro letteraria del “maledettismo”, afferente all’associazione bohémien-dionisiaco versus apollineo-conformista, può risultare attraente per una parte di pubblico, ma rischia di allontanarne un’altra. Essa si rimodula piuttosto, sin dalle prime tele, nei toni della sofferenza; si stempera nella coinvolgente comédie humaine (più spesso tragedia) che emerge dai dati biografici; vira in un’impressione generale dove la luce, il colore, l’ansia di cielo illumina spigoli decisivi di personaggi e paesaggi (in percentuale equivalente).

È così che quella quotidianità ritratta, ricercata, talora esasperata lascia (quasi loro malgrado) la traccia più persistente. Una sorta di antifrasi, o almeno di understatement, coinvolge pure la figura unificante della mostra: il mecenate e collezionista Jonas Netter, «uno di quei grandi uomini che hanno compiuto un lavoro magistrale senza preoccuparsi minimamente di farsi pubblicità e di diventare famosi, unicamente per amore dell’arte e per il puro piacere di contemplarne le opere». Così Marc Restellini in apertura di catalogo.

Prima della mostra, «che ne presenta finalmente gli elementi biografici, non è stato possibile trovare, su di lui, una sola riga scritta. Scovare una fotografia che lo raffiguri è come cercare il Graal. Non esistono suoi ritratti e, quando alla fine ne salta fuori uno, non è citato come tale». Si tratta del quadro di Moïse Kisling siglato Ritratto di uomo, identificato proprio in questa occasione con Jonas Netter, grazie a una foto, dagli eredi (un ramo della famiglia oggi sostiene una fondazione che si occupa dell’infanzia in difficoltà).

Di origine ebraica come la maggior parte degli artisti in mostra, nato nel 1867, approda a cinque anni assieme al padre, industriale, da Strasburgo a Parigi, dove continuerà a vivere persino durante l’occupazione, in semi-clandestinità (morirà subito dopo la seconda guerra mondiale). Innamorato dell’arte e della musica, non può permettersi gli impressionisti, un tempo scandalosi e ormai famosi; acquista dunque, scoprendoli, artisti che non di rado dipingono per sdebitarsi con osti e gendarmi.

Netter perfeziona così un fiuto notevole e sperimenta una singolare e altalenante complementarità con Léopold Zborowski, «un poeta polacco» poi mercante e collezionista a sua volta, volubile e assai meno scrupoloso di lui.

La guerra segna tutte queste vite; vi è, fra questi artisti, una generazione che attraversa pure la seconda (Aizik Feder, d’origine ucraina, a Parigi nel 1908 per frequentare l’Académie Julian e l’atelier di Matisse, muore ad Auschwitz in una data imprecisata del 1943; Henri Epstein, polacco, vi viene internato nel 1944 e neppure lui farà ritorno).

Vi è differenza di formazione, di tecniche, di ispirazione; molti sono autodidatti per scelta (Isaac Antcher, nonno di Restellini, vanta come maestri «il Louvre e la natura») e quasi tutti alternano percorsi accademici e informali, anche quando la fama li contende tra gallerie ed esibizioni fuori Europa e fuori Parigi - polo di eccellenza nei primi decenni del Novecento per la formazione artistica, come sapeva oltreoceano la bostoniana Mary Haskell quando vi spedì lo sconosciuto adolescente Kahlil Gibran.

Il primo a legarsi contrattualmente a Zborowski e Netter fu Modigliani che, grazie a loro, espose a Parigi con esiti inizialmente incerti, e a Londra. Nato nel 1884 a Livorno, di salute precaria, la sua morte il 24 gennaio 1920 e il suicidio della compagna Jeanne Hébuterne, incinta di nove mesi e già madre, ne accrebbe vertiginosamente le quotazioni e la leggenda.

Ma la stessa figlia e prima biografa Jeanne (che dopo la morte della mamma fu cresciuta dalla zia Margherita, sorella di Amedeo) ammette che il suo mito rischia di eclissarne la vera storia.

Si usa ascrivere Modigliani alla cosiddetta Scuola di Parigi, con il russo Chagall, il bulgaro Pascin, il polacco Kisling, lo slavo Soutine, tutti approdati nella capitale tra 1905 e 1913. L’intera Europa è percorsa da una rivoluzione estetica, preludio a quella dei costumi, e Parigi ne è il cuore (prima Montmartre, poi Montparnasse).

In verità «l’arte loro non è più polacca che bulgara, russa, italiana o francese». Lo stesso simbolismo era apparso come movimento paneuropeo, abbracciando letteratura e arti plastiche. Introducendo un’irrazionalità visiva, si cercava di rivelare “un’altra realtà” nascosta, mentre a Vienna Freud studiava gli effetti dell’ipnosi e degli stupefacenti e il significato dei sogni.

Modigliani arriva a Parigi formato e colto; ama Baudelaire e Dante; fa le sue prime prove tra gli scalpellini italiani al lavoro nella nascente metropolitana e scolpisce teste di donna da grandi blocchi di pietra calcarea. È a quel punto che lo scopre Zborowski.

Netter dal canto suo si appassiona a Utrillo, al quale lo legherà una profonda amicizia, venata di protezione da parte del mecenate alsaziano, come attestano le ricevute delle case di cura che Netter rimborsava.

Maurice Utrillo era nato nel 1883 dalla diciottenne Suzanne Valadon, modella (per De Nittis, Puvis de Chavannes, Toulouse-Lautrec, Renoir). Incoraggiata da Toulouse-Lautrec, Valadon comincia a dipingere, osservando le tecniche dei pittori per i quali posa. È Degas a valorizzare il suo talento.

Daniel Marchesseau scrive che il suo pennello «rivela una complicità sororale con le modelle, talora venata di compassione, e sempre piena di umanità». Mentre il figlio amatissimo entra e esce dall’ospedale, Suzanne dipinge con un colore e un vigore che arriverà a Gauguin e che ricorda Van Gogh, a lei ben noto. Autodidatta, a differenza di altre donne pittrici dell’epoca come Berthe Morisot, lei è chiamata solo Valadon. Anche il figlio aggiungerà la sua iniziale alla propria firma.

Lui, Maurice, precocissimo alcolista, inizia a dipingere per curarsi. Al di là del suo utilizzo di materiali poveri, sorprende subito per chiarità, originalità e freschezza. Intorno al 1907 inizia il suo “periodo bianco”: impiegando un impasto molto spesso, mescola ai colori gesso diluito, colla e bianco di zinco.

Dal 1908, intraprende una delle sue serie più intense, quella delle cattedrali e delle chiese, che ama ritrarre più volte, «anche se sono brutte». E persino quando dipinge viuzze malfamate, scrive Claude Roger-Marx, «il cielo non solo palpita al di sopra di ogni paesaggio, ma illumina i muri, l’asfalto, la terra stessa dei suoi riflessi, dei suoi fremiti, di verde giada, di lilla, di lino o di cenere, ora ricordando, per la sua dolcezza sfumata di confetto, il mantello delle vergini di Saint-Sulpice, ora pesante come una cappa metallica su un silenzio di neve».

Utrillo non fu il solo a lasciare, al di là delle contraddizioni epocali, un simile testamento. Il suo quasi esatto contemporaneo André Derain (1880-1954) partecipò agli ardori fauve e disse che «dobbiamo tendere alla calma, al contrario delle generazioni che ci hanno preceduto»; fece scoprire a Picasso e a Matisse «l’espressività sconvolgente» di una maschera africana e si espresse, secondo Apollinaire, «senza passione conformemente alle sue passioni»; partecipò alla guerra per reagire alla banalità e, durante le licenze, concepì una scenografia per L’annuncio a Maria di Claudel.

Poco prima di morire, l’8 settembre 1954 dopo essere stato investito in luglio da un’automobile, a Edmonde Charles-Roux che era andata a trovarlo e gli chiedeva cosa gli avrebbe fatto piacere, Derain rispose: «Un pezzetto di cielo azzurro e una bicicletta».