«La pretesa era quella di fornire un resoconto obiettivo della realtà: in realtà l'ideologia dello scrittore necessariamente emergeva dalla scelta stessa degli argomenti e dei particolari trattati; scelta che finiva col privilegiare solo uno o più aspetti della realtà». Appunti sul Naturalismo francese, il Verismo e le loro connessioni, di Maria Vittoria Pinna

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /03 /2014 - 14:03 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito CulturaCattolica.it un articolo scritto da Maria Vittoria Pinna il 20/8/2004. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (9/3/2014)

1/ Appunti sul Naturalismo francese, il Verismo e le loro connessioni, di Maria Vittoria Pinna

Nel composito panorama europeo della seconda metà dell'800, caratterizzato da grandi cambiamenti e da forti contraddizioni, l'Italia si trova a dover fronteggiare la situazione tutta nuova e impegnativa dell'unificazione politica della Penisola finalmente realizzata, almeno sulla carta.

In tale contesto sociale, politico, economico, anche l'aspetto culturale ha le sue ripercussioni: è il momento del progressivo diffondersi in tutta la letteratura europea del Realismo, che ha la sua espressione più significativa nel romanzo, come strumento capace di rappresentare adeguatamente le tensioni sociali del tempo e i problemi morali connessi.

Esso ha in Francia il suo autorevole iniziatore in Balzac e poi si sviluppa nel Naturalismo di Zola; in Italia si esprime nel Verismo di Verga e in Russia nei grandi romanzi di Tolstoj e Dostoevskij.

Naturalismo francese e Verismo italiano in particolare sono caratterizzati dall'intendimento di rinnovare i modi di approccio alla realtà, alla luce del Positivismo, imperante nella filosofia di quegli anni, con la sua pretesa di fondare la conoscenza unicamente su dei fatti scientifici e di fondere nella filosofia tutte le scienze.

Vi è conseguentemente da parte dei vari autori, in nome della fedeltà ai fatti, un impegno mirante alla rappresentazione delle condizioni di quelle categorie sociali che fino ad allora erano state trascurate e che in qualche modo potevano considerarsi emergenti (operai, contadini, povera gente).

E mentre in Francia Zola ama descrivere le situazioni dei derelitti dei bassifondi, Verga in Italia con la sua poetica dei "vinti", porta uno sguardo doloroso sulle vicende dei suoi umili personaggi.

La pretesa di questa nuova corrente letteraria, che attraversa con fisionomie differenziate tutta l'Europa, era quella di fornire un resoconto obiettivo della realtà, senza interventi o commenti dell'autore: in realtà il punto di vista, o meglio l'ideologia, dello scrittore necessariamente emergeva dalla scelta stessa degli argomenti e dei particolari trattati; scelta che finiva col privilegiare solo uno o più aspetti della realtà; quelli appunto che più interessavano all'autore, che forniva così della realtà una visione personale e parziale.

In Francia, l'antecedente più illustre del Naturalismo è il romanzo Madame Bovary di Flaubert, che era perfettamente riuscito nel tentativo di dare un resoconto efficace ed obiettivo dei fatti, senza interventi o commenti di sorta; ma c'erano stati anche i fratelli Goncourt con i loro numerosi romanzi, dei quali Germinie Lacerteux è lo studio "scientifico" delle ossessioni sessuali di una giovane cameriera.

Zola è senz'altro il rappresentante più significativo del Naturalismo francese, non solo per l'indubbia maestria come scrittore, ma anche per la sua convinta partecipazione alle vicende politiche del suo Paese in cui irrompe con il peso della sua personalità appassionata. Nei suoi romanzi egli ci offre una documentazione "fotografica" di ambienti e tipi umani, condotta secondo le teorie scientifiche della biologia e dell'antropologia, esaltate dal Positivismo; per cui ad esempio il delitto è spesso da lui considerato come conseguenza di tare ereditarie; e, comunque, Zola non esita ad affrontare anche le situazioni più impietose del suo tempo. Il suo primo romanzo importante è Teresa Raquin del 1867; seguono Il ventre di Parigi, Germinale, La bestia umana e numerosi altri.

In Italia si comincia a parlare di Naturalismo, o meglio di Verismo in un saggio di L. Capuana del 1872, in cui lo scrittore catanese polemizzava contro la retorica del teatro del tempo in nome di una realtà più semplice e obiettiva, che cercò poi di raggiungere nel suo romanzo Giacinta del 1879.

Contemporaneamente esprimeva analoghi concetti Verga nel suo scritto Fantasticheria, in una lettera di premessa al racconto L'amante di Gramigna e soprattutto nella prefazione a I Malavoglia, scritta intorno al 1880; ma già in Nedda, racconto scritto nel '74, manifestava la sua aderenza alla nuova corrente.

La sua è una reazione soprattutto ideologica alla narrativa romantica, o almeno a quella deteriore: in realtà Verga è in polemica con le deformazioni sentimentali e lacrimose del tardo romanticismo, in nome di una visione realistica non scevra da una profonda pietà per le misere condizioni del Sud della Penisola, che emergevano, dopo l'unità di Italia, in tutta la loro drammaticità.

I maggiori scrittori del Verismo sono tutti meridionali: oltre a Verga e Capuana che ebbero un notevole successo anche di pubblico, scrissero anche i meno noti F. De Roberto, S. Di Giacomo, M. Serao; e i loro temi non sono quelli dei bassifondi delle metropoli, ma quelli delle assolate regioni del Meridione d'Italia.

Tra i seguaci del Verismo si può annoverare in Sardegna anche Grazia Deledda, che nel 1926 ebbe il premio Nobel per il romanzo Canne al vento.

Un discorso a parte merita la Russia in cui vede la luce, nel 1868, Guerra e pace di L. Tolstoj, che ci offre una sorta di grande affresco storico ispirato all'ambiente russo dell'inizio del secolo, al tempo della potenza napoleonica. Famoso è anche Anna Karenina del 1872, in cui emerge il suo profondo amore per la terra, verso i contadini, verso il duro lavoro dei campi.

Contemporaneo a lui è F. Dostoevskij che rappresenta un fenomeno originale e unico nel clima culturale europeo di quegli anni. Il suo interesse si rivolge infatti soprattutto all'individuo e ai suoi conflitti e drammi spirituali. In lui all'umanitarismo un po' generico subentra un'ansia di verità e di analisi dell'animo umano e delle sue tenebre e una tensione religiosa che lo portano ad affrontare i problemi del male e della sua redenzione. Nella sofferenza degli emarginati non si ferma alla impietosa denuncia, ma vede la possibilità di cogliere il senso della vita, il dolore e le speranze del popolo russo. I suoi romanzi della maturità (Umiliati e offesi, Delitto e castigo, L'idiota, I demoni, I fratelli Karamazov) fanno di lui uno scrittore di fama universale.

2/ Giovanni Verga, I Malavoglia (1881), Prefazione

Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.

Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi, e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali. Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro-don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella Duchessa di Leyra; e ambizione nell’Onorevole Scipioni, per arrivare all’Uomo di lusso, il quale riunisce tutte coteste bramosie, tutte coteste vanità, tutte coteste ambizioni, per comprenderle e soffrirne, se le sente nel sangue, e ne è consunto. A misura che la sfera dell’azione umana si allarga, il congegno delle passioni va complicandosi; i tipi si disegnano certamente meno originali, ma più curiosi, per la sottile influenza che esercita sui caratteri l’educazione, ed anche tutto quello che ci può essere di artificiale nella civiltà. Persino il linguaggio tende ad individualizzarsi, ad arricchirsi di tutte le mezze tinte dei mezzi sentimenti, di tutti gli artifici della parola onde dar rilievo all’idea, in un’epoca che impone come regola di buon gusto un eguale formalismo per mascherare un’uniformità di sentimenti e d’idee. Perché la riproduzione artistica di cotesti quadri sia esatta, bisogna seguire scrupolosamente le norme di questa analisi; esser sinceri per dimostrare la verità, giacché la forma è così inerente al soggetto, quanto ogni parte del soggetto stesso è necessaria alla spiegazione dell’argomento generale.

Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano. Nella luce gloriosa che l’accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l’egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l’immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari che lo producono; li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti. Ogni movente di cotesto lavorio universale, dalla ricerca del benessere materiale, alle più elevate ambizioni, è legittimato dal solo fatto della sua opportunità a raggiungere lo scopo del movimento incessante; e quando si conosce dove vada questa immensa corrente dell’attività umana, non si domanda al certo come ci va. Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.

I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l’Onorevole Scipioni, l’Uomo di lusso sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù. Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua parte nella lotta per l’esistenza, pel benessere, per l’ambizione - dall’umile pescatore al nuovo arricchito - alla intrusa nelle alte classi - all’uomo dall’ingegno e dalle volontà robuste, il quale si sente la forza di dominare gli altri uomini; di prendersi da sé quella parte di considerazione pubblica che il pregiudizio sociale gli nega per la sua nascita illegale; di fare la legge, lui nato fuori della legge - all’artista che crede di seguire il suo ideale seguendo un’altra forma dell’ambizione. Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere.

Milano, 19 gennaio1881

3/ Da Wikipedia

Il Ciclo dei Vinti avrebbe dovuto essere, sul modello zoliano, trasportato in Sicilia, anche una saga familiare, con l'esclusione dei Malavoglia, che tuttavia sono anch'essi la storia di una famiglia, anche se separata dallo svolgimento degli altri romanzi. La famiglia è quella dei Motta-Trao-Leyra. Don Gesualdo Motta, muratore arricchito e divenuto proprietario terriero, sposa la nobile Bianca Trao e ha la figlia Isabella, la quale a sua volta sposa il duca di Leyra, generando l'onorevole Scipioni. Non è chiaro se anche il protagonista de L'uomo di lusso sarebbe stato legato a questo ramo familiare. In realtà Verga, come detto, scrisse solo la storia di Gesualdo e una piccola parte della Duchessa di Leyra.