L'abbraccio di Pietro e Paolo sulla via Ostiense, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /05 /2009 - 08:10 am | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Pubblichiamo un articolo scritto da Andrea Lonardo per la rubrica “Paolo a Roma” del sito www.romasette.it il 5 maggio 2009.

Il Centro culturale Gli scritti (22/5/2009)

«In questo luogo si separarono S. Pietro e S. Paulo andando al martirio et disse Paulo a Pietro: la luce sia con teco fundamento de la chiesa et pastore di tutti li agnelli di Christo. Et Pietro a Paulo: va in pace predicator de buoni et guida de la salute de giusti».

Così recita l’antica lapide che era posta nella Cappella del SS. Crocifisso (o dei SS. Pietro e Paolo), poi demolita per permettere l’allargamento della via Ostiense. Il luogo sacro si trovava fuori Porta S. Paolo e l’iscrizione è ora stata trasferita all’interno del Museo della Via Ostiense, ospitato nella Porta Ostiensis, l’attuale Porta San Paolo, attigua alla Piramide di Caio Cestio.

La tradizione dell’abbraccio che si scambiarono in quel luogo Pietro e Paolo è stata fissata dal medioevo nella “Legenda Aura” di Jacopo da Varagine, dalla quale la lapide riprende testualmente le parole dei due santi.

Se l’attestazione del fatto è tardiva, è però vero che Pietro e Paolo dovettero certamente incontrarsi a Roma, negli anni che precedettero il loro martirio e continuare nell’Urbe quel rapporto che avevano intessuto nel corso di tutta la loro vita.

Già il triplice racconto della conversione di Paolo, negli Atti, attesta come Paolo non fosse semplicemente il fondatore di nuove comunità cristiane, ma, prima ancora, come fosse stato accolto nella chiesa ed in essa avesse ricevuto i sacramenti la catechesi dopo l’incontro sulla via di Damasco. Il racconto lucano se, da un lato, manifesta la libera scelta di Cristo che appare all’apostolo, d’altro canto sottolinea parimenti il significativo ruolo di Anania, inviato a Paolo perché sia battezzato. Solo dopo l’incontro con la chiesa rappresentata dallo stesso Anania, l’apostolo, che era stato accecato dalla luce di Cristo, torna a vedere.

Negli Atti, la stessa predicazione ai pagani ed il loro successivo battesimo non ha inizio con le missioni paoline, bensì con Pietro che trasmette la fede al centurione Cornelio: è lui a comprendere per primo la volontà divina che Cristo fosse annunciato a tutte le genti.

Ma è poi lo stesso epistolario paolino a far comprendere il ruolo decisivo di Pietro nell’esperienza cristiana di Paolo. La lettera ai Galati è testimone della parresia, della franchezza di parola, con la quale Paolo, ad Antiochia, rimprovera Pietro per la sua debolezza di comportamento quando per un momento sembra allontanarsi dal rapporto con i pagani, per timore del giudizio dei cristiani provenienti dalla circoncisione. Ma proprio questo fatto indica la centralità del ruolo petrino nella storia di Paolo.

Egli deve procedere in accordo con il primo degli apostoli e la sua critica è un atto di amore e di ricerca della verità. La stessa lettera racconta che già precedentemente Paolo si era recato a Gerusalemme con l’esplicito intento di “consultare Cefa” (Gal 1,18) e, degli altri, non aveva visto nessun altro se non Giacomo, il fratello del Signore. Così, nell’elenco dei testimoni della resurrezione, in 1 Cor 11,5, il primo ad essere nominato è proprio Cefa.

L’epistolario paolino conserva la forma aramaica del soprannome che il Cristo dette a Simone, scegliendolo come roccia sulla quale edificare la sua chiesa: Paolo lo chiama continuamente Cefa. La voce di Paolo si unisce così a quella di tutti gli scritti neotestamentari che conservano unanimemente memoria della centralità della figura di Pietro nel collegio dei Dodici, confermando il valore simbolico del nome attribuitogli da Cristo.

Come scrive il commento italiano della Bibbia di Gerusalemme, ai versetti matteani sul primato: «Né la parola greca petros, e nemmeno, sembra, il suo corrispondente aramaico kefa (“roccia”) erano usati come nomi di persona prima che Gesù avesse chiamato così il capo degli apostoli per simboleggiare il suo compito nella fondazione della chiesa».

Il ruolo di Pietro appare con evidenza anche nel momento decisivo dell’evoluzione della missione paolina, il cosiddetto “concilio di Gerusalemme” o “concilio degli apostoli”, descritto negli Atti, quando Paolo tornò a Gerusalemme per “non correre il rischio di correre o di aver corso invano” (Gal 2,2). La sua predicazione doveva avvenire in piena comunione con Cefa e con gli altri apostoli.

Nell’abbraccio di Pietro e Paolo è così possibile scorgere, come in una splendida immagine sintetica carica di verità, la complementarietà del primato petrino e della collegialità apostolica. Paolo, che afferma con vigore la sua dignità di apostolo chiamato direttamente da Cristo stesso al suo ministero, è però ben consapevole di doverlo esercitarlo in piena comunione con Cefa che ha ricevuto un preciso compito in ordine anche al suo apostolato. Pietro, dal canto suo, evidentemente conscio del suo primato, chiaramente lo vive riconoscendo la vocazione divina di Paolo, sostenendolo ed incoraggiandolo nel suo specifico compito.

Nell’ottica della fede cristiana e dell’amore che unisce i discepoli ciò che, in un’altra logica, non sarebbe assolutamente possibile manifesta invece la sua vitalità e la sua fecondità: il reciproco e continuo richiamarsi del primato e della collegialità.