Vittorio Emanuele II muore da re e da buon cattolico, di Anna Maria Isastia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /03 /2014 - 15:28 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito della rivista 30Giorni dell’anno 2000, n. 10, un articolo di Anna Maria Isastia a commento della relazione che monsignor Anzino, cappellano maggiore di Casa Savoia, scrisse sulla morte del re Vittorio Emanuele II. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (23/3/2014)

1/ Vittorio Emanuele II muore da re e da buon cattolico, di Anna Maria Isastia

Vittorio Emanuele II riceve 
i sacramenti in punto di morte
il 9 gennaio 1878

Due vite intrecciate quelle di Pio IX, l’ultimo Papa Re, e di Vittorio Emanuele II, il primo Re d’Italia.
Pio IX era salito al soglio pontificio nel 1846, in un momento in cui alla Chiesa di Roma si guardava con particolari aspettative. Vittorio Emanuele II era diventato re di Sardegna, nel 1849, in un momento tragico per la dinastia sabauda: il padre Carlo Alberto, sconfitto in guerra dagli austriaci, aveva abdicato per non dover firmare una pace troppo gravosa per il suo Stato.

Morirono nello stesso anno, il 1878, a distanza di pochi giorni: il Re il 9 gennaio, il Papa il 7 febbraio. Particolare curioso: Pio IX era gravemente ammalato da tempo e Vittorio Emanuele II, i primi di gennaio, aveva firmato un decreto, preparato dal capo del governo Agostino Depretis, per le eventuali onoranze funebri del Pontefice.

Il rapporto tra il Papa e il Re si snodò lungo i trenta anni più difficili della storia della penisola italiana nel diciannovesimo secolo. Pio IX, dopo l’esaltazione patriottica del 1846-48, quando molti italiani pensarono che il Papa potesse mettersi alla testa del movimento riformatore, realizzando il progetto di Vincenzo Gioberti, era diventato il baluardo della conservazione.

Vittorio Emanuele II, costretto a misurarsi con il nuovo sistema parlamentare, che aveva accettato di rispettare, ma che confliggeva con la sua cultura, era stato “portato” dal conte Camillo Benso di Cavour, uno dei migliori statisti dell’Europa di quegli anni, a condividere una serie di riforme strutturali del piccolo Regno che governava. Cavour aveva inserito il Piemonte nel contesto della diplomazia e dell’economia europee; aveva avviato una dolorosa ma necessaria opera di secolarizzazione del Regno di Sardegna sopprimendo tutta una serie di privilegi, di origine medievale, di cui ancora godeva la Chiesa all’interno dello Stato. Ne era nato un contenzioso con Roma, destinato a crescere nel corso dei decenni.

Bisogna però aggiungere che, se i rapporti ufficiali tra il Papa ed il Re erano burrascosi, personalmente i due protagonisti della scena politica italiana si stimavano e conservarono sempre un “canale” privato aperto. Sul piano personale, mai venne meno nel Re la più grande venerazione per il Santo Padre.
Basta scorrere le pagine del loro carteggio privato, pubblicato quaranta anni fa dal gesuita Pietro Pirri.

Nel momento forse più tragico della vita del Re quando, tra gennaio e febbraio 1855, perse la madre, la moglie e il fratello, Pio IX gli indirizzò una lettera privata che confortò molto il Sovrano che gli rispose prendendo le distanze dal suo governo. «Sappia la Santità Vostra che sono io che non lascio votare la legge sul matrimonio al Senato, che sono io che ora farò il possibile per non lasciar votare quella sui conventi». Il sovrano sperava di poter sostituire Cavour con un presidente del Consiglio più malleabile. Non fu così.

La seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, sottrasse allo Stato Pontificio la sua regione più florida: la Romagna. L’anno dopo l’esercito italiano occupò le Marche e l’Umbria. Il Papa deplorò vivacemente quella che visse come una spoliazione, chiese alle potenze cattoliche di intervenire in difesa delle terre della Chiesa e non volle riconoscere la nascita del Regno d’Italia nel 1861.

I molteplici tentativi operati dalla diplomazia italiana, per mezzo di intermediari più o meno accreditati, monsignori, vescovi, semplici sacerdoti, di ottenere l’apertura di un colloquio con il Vaticano, furono lasciati sistematicamente cadere.

Tutti coloro che avevano partecipato al processo risorgimentale e dunque alla spoliazione della Chiesa di Roma furono colpiti dalla scomunica. Ne seguì il problema di somministrare i sacramenti, in punto di morte, ai politici italiani che volevano morire pacificati con Dio.

Quando invece morì all’improvviso Cavour, nel giugno 1861, il francescano che lo confessò e comunicò senza avergli chiesto una preventiva ritrattazione pubblica, fu sospeso a divinis.

La questione divenne di capitale importanza quando in punto di morte si trovò il Re d’Italia. Vittorio Emanuele II era il simbolo stesso dell’Italia unificata e la sua improvvisa malattia gettò nella costernazione i cittadini, la diplomazia, il governo. Il momento andava gestito con la massima attenzione in modo tale da creare le premesse per un rafforzamento dello Stato e non per un suo temuto indebolimento.

Le istruzioni ufficialmente diramate dalla Santa Sede erano chiare: il Re non avrebbe dovuto ricevere i sacramenti prima di aver formalmente ritrattato per tutti gli atti compiuti dal suo governo contro la Chiesa, durante il suo regno. La ritrattazione doveva essere scritta e controfirmata da testimoni.

Eppure, come possiamo leggere nella relazione del cappellano maggiore Valerio Anzino, il Papa stesso si preoccupò di favorire una morte cattolica per il sovrano. L’Italia era e rimaneva una nazione cattolica e il Re non poteva morire scomunicato e senza sacramenti. Sarebbe stato un trauma per tutti un eventuale mancato perdono papale. Inoltre non si può dimenticare che il Sovrano era un credente, anche se la ragion di Stato lo aveva allontanato dalla Chiesa.

Fu Pio IX a prendere l’iniziativa mandando un suo inviato con l’incarico di incontrare il Re. Superate le legittime paure della Real Casa, preoccupata dalle ricadute politiche di una eventuale ritrattazione scritta del Sovrano, l’ecclesiastico fu ammesso nella stanza del malato che lo ricevette con evidente sollievo.

La relazione stilata dal reverendo Anzino, un ecclesiastico soggetto alla disciplina della Chiesa, ma dipendente dalla Real Casa, delinea il quadro della situazione assai complessa. Superate infatti le iniziali perplessità del Quirinale, fu necessario vincere anche l’opposizione non meno forte del parroco della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi, del vicegerente di Roma, del segretario del cardinale vicario.

Con molta fatica, alla fine, Anzino riuscirà ad ottenere l’autorizzazione verbale da parte del Vaticano a procedere alla somministrazione dei sacramenti al moribondo sulla base non già di una ritrattazione scritta, preparata direttamente dalla Chiesa e firmata dal Re, ma di una semplice dichiarazione successiva sullo svolgimento degli avvenimenti, che sarebbe stata scritta e firmata dal solo cappellano.
Vittorio Emanuele II poté così ricevere i sacramenti e morire in grazia di Dio.

Molti anni prima, appena ricevuta la scomunica, sembra che il Re, rivolto a Cavour, avesse detto che non aveva nessuna intenzione di finire all’inferno per le scelte politiche compiute dal suo governo.
Neanche il governo in carica nel 1878 voleva far morire il Re scomunicato. Francesco Crispi, allora ministro dell’Interno, fu una delle persone che più si impegnò a trovare una soluzione alla delicata situazione che coinvolgeva l’uomo e il Sovrano. Appena morto il Re, Crispi si affrettò a diramare ai prefetti una circolare in cui sottolineava che il Re era morto «con i conforti della religione».

Il comune sentimento religioso per una volta doveva venire prima delle logiche della politica, anche se in quella occasione le due esigenze finivano con il confluire. Sull’altra riva del Tevere non tutti furono soddisfatti per la estrema genericità dell’abiura reale, ma sappiamo che, al contrario, il papa Pio IX se ne rallegrò.

La storiografia risorgimentale tacque intorno alla morte di Vittorio Emanuele II considerato il padre della patria, simbolo unificante della nazione.

La regia politica della sua malattia e della sua morte fu particolarmente attenta. La Gazzetta Ufficiale uscì il 10 gennaio con la descrizione degli avvenimenti impostata secondo alcuni punti fermi che furono poi ripresi dalla stampa e dalla pubblicistica successiva. La morte con i conforti della religione occupava un posto significativo nella ricostruzione dell’iconografia ufficiale del Sovrano.

2/ Dalle carte di monsignor Anzino

Pubblichiamo la relazione di monsignor Anzino, cappellano maggiore di Casa Savoia, che si adoperò (anche su sollecitazione di Pio IX) perché il Re, scomunicato dopo porta Pia, potesse morire con il conforto dei sacramenti, come era suo desiderio. Queste le prime pagine della relazione che comprende le giornate del 7, 8 e 9 gennaio 1878.

7 Gennaio 1878.

Chiamato dal Comm.re Aghemo al Gabinetto particolare, egli mi annunziò come i Dottori considerassero come grave la malattia che ha incolto S. M. il Re, e sebbene non presentasse serio pericolo era necessario che non mi allontanassi mai da casa per essere pronto a ogni chiamata che potesse essermi fatta.
Al dopopranzo verso le 4.30 fui visitato da S. E. Rev.ma Monsignor Marinelli Sacrista di S.S., il quale mi espose come il Santo Padre avendo saputo la grave malattia del Re lo aveva incaricato di venire da me perché lo indirizzassi sul modo di poter penetrare fino all’Augusto Ammalato avendogli S.S. conferito tutte le facoltà occorrenti per mettere il Suo cuore in pace e manifestargli la paterna Sua sollecitudine, desiderando, come Vicario di Gesù Cristo e Padre di tutti i fedeli, di mettere Sua Maestà in pace con Dio e colla Chiesa.

Esposi a S. E. come fossi convinto che un simile messaggio non poteva a meno che tornare graditissimo all’animo del Re che in tutte circostanze espresse sempre la più affettuosa venerazione per Sua Santità; ma prevedevo che non sarebbe tanto facile di penetrare in questo momento in cui la malattia per sé gravissima obbligava i medici a non lasciar penetrare alcuna persona nella stanza dell’Augusto Infermo, e le anticamere erano piene di ministri e personaggi che si erano colà stabiliti in permanenza.

L’unico mezzo, a mio modo di vedere, sarebbe stato quello di indirizzarsi al Comm.re Aghemo, che, come Segretario particolare del Re e depositario de’ suoi segreti era quello che forse avrebbe potuto più facilmente vedere il Re, e certamente conoscendo egli i veri sentimenti di S. M. verso il S. Padre, si sarebbe fatto premura di avvertirla del messaggio speditogli e non avrebbe mancato di ottenergli la desiderata udienza.

Insistendo quindi S. E. perché io lo accompagnassi dal Comm.re Aghemo, giacché, come asserì, egli non doveva tornare al Vaticano senza aver prima compiuta la sua missione, onde evitargli una gita inutile, io gli proposi di andare io stesso al Gabinetto particolare a vedere se si trovava il Commendatore ed esporgli la missione di Monsignor Marinelli. S. E. accettò ed offrendomi di servirmi del suo legno si dispose ad aspettare a casa mia la risposta.

Montato sul legno di S. E. mi feci condurre fino alla chiesa di S. Croce dei Lucchesi e fattolo attendere mi recai a piedi al Palazzo di S. Felice in via della Dataria dove trovai la anticamera del Commendatore piena di gente, fra cui vari ambasciatori ed incaricati d’affari. E fattomi annunziare come latore di urgente commissione fui tosto introdotto.

Accennato che ebbi che Monsignor Sacrista inviato del Papa era a casa mia, non interpose un istante e preso il cappello mi seguitò, e salito nella stessa carrozza venne ad incontrare S. E.

Ripetuto da Monsignor Sacrista lo scopo della sua visita il Comm.re Aghemo gli espose come non dubitava di farsi interprete dei sentimenti del Re dichiarando che quell’atto del Papa sarebbe stato grandemente accetto al Sovrano il quale professava per Sua Santità la più grande venerazione, che tanto lui quanto il Canonico Anzino potevano invocare la testimonianza del Cardinal Franchi dal quale solo dieci giorni prima erano stati per sollecitare un’udienza del S. Padre per l’Aghemo che era incaricato dal Re di esprimergli i voti più sinceri pel nuovo anno, e che specialmente in quest’anno che la salute del S. Padre destava qualche apprensione, il Re era più che mai desideroso di esprimergli la sua devozione e ricevere una parola affettuosa, perché sarebbe stato troppo doloroso per lui se quel Santo e Venerando Vecchio fosse morto senza lasciargli una parola di conforto.

Monsignor Sacrista si mostrò persuaso della sincerità delle rette intenzioni dell’Aghemo e mi ringraziò di averlo indirizzato a lui. Si conchiuse che il Comm.re Aghemo avrebbe cercato di penetrare da S. M., giacché assicurò che nessuno, neppur lui da due giorni aveva potuto penetrare nella stanza tranne i medici ed i tre camerieri (neppure il Principe Umberto), e che fatta l’ambasciata al Re, ne avrebbe fatto conoscere la risposta a Monsignor Sacrista per mezzo di me nella stessa sera o all’indomani per tempo. Gli soggiunse che il Re non era conscio della gravità del suo male, che i medici ne erano gravemente allarmati, che la malattia però non presentava imminente pericolo, ma che era nel periodo ascendente, e nella notte seguente si sarebbe potuto pronosticare se vi fosse speranza di guarigione o timore di perderlo qualora non si fosse verificato uno sperato miglioramento.

Monsignor Sacrista se ne partì soddisfatto e mostrossi riconoscente tanto a me che al Comm.re Aghemo, e non poteva essere differentemente perché tanto l’uno che l’altro si mostrarono quali in realtà erano compresi del vivissimo desiderio di far ricevere l’Inviato del Papa persuasi di essere i veri interpreti del desiderio dell’Augusto Sovrano.

8 Gennaio 1878.

Io rimasi a palazzo fino alle 12 di sera e si fu con vero rammarico che seppi inutili gli sforzi fatti dal Comm.re Aghemo per poter penetrare alla presenza del Re. Tornato al mattino il Comm.re sullodato m’incaricò di recarmi al Vaticano da Monsignor Sacrista per esporgli con sincerità come non si fosse ancora potuto compiere il messaggio suo, ma che non appena si sarebbe riuscito lo si sarebbe fatto.

Monsignor Sacrista non si mostrò sorpreso e dichiarò a me, che era convinto che per quanto avrebbe dipeso da me si sarebbe fatta l’ambasciata al Re, e mi congedò in modi propri di chi è convinto della cosa.
Io assicurai Monsignor Sacrista che ad ogni modo l’avrei tenuto al corrente dello stato dell’augusto infermo. La giornata si passò senza interventi ed in quella altalena di buone e di cattive notizie che ora davano ora toglievano le speranze e che ci facevano vivere nella più amara e crudele incertezza.

9 Gennaio 1878.

Il giorno 9, dopo avere celebrato per tempo la S. Messa, mentre mi disponeva a recarmi al Quirinale per sentire le notizie dell’Augusto infermo, incontrai il Cav.re Trombone, che a nome del Ministro Visone veniva a dirmi di recarmi al Quirinale, costituirmi in permanenza nel suo appartamento per essere pronto ad ogni chiamata che mi venisse fatta per parte del Re; ed avendomi detto di prender meco tutto l’occorrente, me ne ritornai a casa e preso il Rituale romano mi recai a Palazzo. Giunto ai piedi della gradinata alla porta del Ministero della Real Casa, trovai il Cav.re Baldini segretario particolare di S. E. che stava attendendomi e sorridendo mi disse che avea l’ordine di mettermi in arresto, ed accompagnatomi in una stanza del secondo piano vicino ad una porta che dava comunicazione agli appartamenti del Re, chiusomi dentro, andò ad avvertirne S. E.

Dopo tre quarti d’ora di aspettativa e di grande incertezza vidi giungere il Comm.re Visone in compagnia del Marchese di Cocconito, e richiedendomi affannosamente se avea portato l’occorrente mi invitava a seguirlo da S. M. il Re. Rispostogli che l’occorrente era il Sacerdote e che io non sapeva quale altra cosa dovessi portare egli con insistenza e con un certo tono di rimprovero soggiunse che mi avea fatto precisamente avvertire di ciò, e che era convinto che avrei meco portato la SS. Eucaristia. Gli risposi che se Sua Maestà stava veramente male e desiderava di vedermi, favorisse di lasciarmi penetrare e lasciasse a me la cura di fare il Sacerdote, che d’altronde l’Eucaristia non si portava in saccoccia a guisa di tabacchiera. Che prima di tutto era necessario vedere il Re e dalle sue disposizioni si sarebbero compiuti i suoi desideri. E se non la volesse? ed io non potessi dargliela?

Introdotto alla fine presso l’Augusto Infermo fui accolto come un amico desiderato; il Re mi strinse affettuosamente le mani e con un affannoso respiro che appena gli permetteva di farsi capire disse che avea molto male, e che mai anche in altre malattie, non si era sentito così oppresso, che quindi volentieri desiderava di confessarsi e ricevere i Sacramenti di nostra Santa Religione.

La santità del Sacramento e la delicatezza del mio Ministero non permettono di penetrare nel Santuario della coscienza del Re e di ciò che si passò tra me e Lui; ma posso ben dire ad onore del vero, ed a soddisfazione delle anime cristiane ed affezionate al Re che i sentimenti suoi religiosi, l’educazione sua cristiana ed il rispetto che sempre mostrò ai Santi Sacramenti, li dimostrò in questa circostanza e trovai un’eco nel suo cuore che rispondeva ai Sentimenti di una viva fede, di una ferma speranza, di un’ardente carità.

Compiuto l’atto solenne, essendo desideroso il Re di ricevere il Santo Viatico e l’Estrema Unzione, nel lasciarlo, credetti bene di pregarlo a compimento del mio dovere e per tranquillità di sua coscienza «a volermi autorizzare a dichiarare ad ogni evenienza che Ella intendeva di morire da buon Cattolico approvando tutto quanto la Chiesa approva e riprovando quanto la medesima riprova e tutto ciò in che avesse potuto mancare verso la medesima». S. M. rispose affermativamente dichiarando di rimettersi pienamente a quanto io gli diceva. Allora io soggiunsi: «Sta bene, V. M. ha compiuto a tutto ciò che dovea, si raccolga, ringrazi il Signore, ed io vado ad amministrarle i Sacramenti della Chiesa da cui trarrà grande conforto!».

Prima ch’io entrassi da S. M. io avea incaricato un garzone di Camera di recarsi con una mia carta di visita dal R.do Curato di S. Vincenzo a Trevi con preghiera di volergli consegnare la borsa dell’Olio Santo. Non avendolo trovato di ritorno nell’anticamera, corsi difilato alla Parrocchia e lo trovai in sacristia che appena vedutomi mi venne incontro per dirmi che il Curato si era rifiutato e che stava scrivendomi un biglietto.

Entrato nella Parrocchia il Curato si alzò, ed io vista sul tavolo la borsa dell’Olio Santo non feci che prenderla e consegnarla al garzone di Camera ordinandogli di precedermi che io l’avrei tosto seguito. Alle opposizione che il P. Curato mi fece, risposi che assumeva la responsabilità di quanto avea fatto, e preso un foglio di carta che stava sullo scrittoio, gli lasciai una dichiarazione in cui attestava che avendo confessato S. M. il Re, sotto la mia responsabilità avea presa la borsa del l’Olio Santo. Il P. Curato la ritirava e chiudevala a chiave nel suo cassetto.

Ciò fatto soggiunsi che mi era recato alla Parrocchia per pregarlo di voler portare esso stesso a S. M. il Re il S. Viatico o di permettermi di prenderlo e portarglielo io stesso. Il P. Curato mi diede un assoluto rifiuto dicendo che né esso l’avrebbe portato né a me avrebbe permesso di prenderlo dalla Parrocchia se non avessi presentato prima una formale ritrattazione del Re per tutti gli atti che avea fatti il suo Governo durante il suo regno contro la Chiesa, e questa dichiarazione, mi soggiungeva, avrebbe dovuto essere firmata dall’infermo e due testimoni o da me e quattro testimoni, che tali erano gli ordini che avea precedentemente ricevuti dal S. Padre per mezzo di S. Em. il Card. Vicario.

Io gli esposi come conoscessi le disposizioni della S. Sede, che però avendo io confessato S. M. io credeva di aver compiuto il mio dovere e sotto la mia responsabilità credeva che il Re si potesse viaticare. Che d’altronde dovea dichiarargIi che in questa circostanza io avea il diritto di esercitare la mia giurisdizione e che, richiedendo alla Parrocchia il Viatico, lo richiedeva non come un esercizio di sua parrocchialità, ma come un privilegio che le Bolle Pontificie accordavano al Cappellano Maggiore di Casa Savoia di prendere il Viatico da quella Chiesa Viciniore che giudicasse più opportuna.

Il P. Curato mi disse che comprendeva le ragioni ch’io gli adduceva e che, come mi compativa assai nella difficile condizione in cui mi trovava, così lui pure compatissi se in vista degli ordini formali ricevuti il giorno prima egli non poteva aderire alla mia domanda. Insistendo però io sulla responsabilità grave che Egli si assumeva e sulla gravità del caso, che mentre ne discutevamo l’infermo avrebbe potuto morire, mi suggerì di andare dal vicino Monsignor Vicegerente per esporgli le mie ragioni.

Presa adunque una carrozza ci recammo alla casa di Monsignor Lenti, in via dell’Umiltà, ma Egli era assente: corsimo fino al Vicariato, ma il Cardinale Vicario trovavasi al Vaticano. Andammo dal Segretario del Vicariato Monsignor Petacci, il quale sentito lo stato delle cose, si mostrò impassibile e mi rispose che si dovea stare strettamente alle istruzioni; che se il Re correva pericolo di morire senza i Sacramenti della Eucarestia e dell’Olio Santo, la responsabilità era tutta Sua, che non aveva voluto tener conto delle allocuzioni ed encicliche del Papa ecc.

A questo punto risposi che io non avea tempo di ascoltar rimproveri né ricevere lezioni di diritto Canonico, e che mi sarei aggiustato recandomi al Sudario a prendere il SS.mo Viatico. Il Monsignor Petacci ed il P. Curato mi corsero dietro e mi persuasero a recarmi con loro alla vicina Parrocchia dei Santi Celso e Giuliano dove si trovava a pranzo Monsignor Vicegerente. Colà giunto esposi a S. E. lo stato delle cose, ed avendo dichiarato che il Re avea compiuto i suoi doveri di buon Cattolico, egli mi autorizzò a somministrargli il S. Viatico col patto che io avrei fatto la stessa dichiarazione per iscritto.

Abbandonati i miei compagni corsi difilato alla Parrocchia e indossata la cotta e la stola sotto il pastrano presi il SS. Viatico e pel vicolo Scanderbeg mi recai al Quirinale seguito da un sacrestano che mi accompagnava con una lanterna opaca. Giunto al Quirinale deposi il SS.mo Sacramento sopra una mensola e copertolo d’una tovaglia bianca feci accendere i due candelabri lasciando in devoto raccoglimento le LL.AA. il Principe Umberto e la Principessa Margherita.

Ritornato nella camera dell’Augusto Infermo lo trovai alquanto più sollevato di un’ora prima ed eccitatolo a disporsi a ricevere degnamente la S. Comunione in presenza del Cameriere Ansaldi, gli rinnovai la preghiera già prima fattagli di voler dichiarare od autorizzarmi a dichiarare che Egli intendeva di morire da buon Cattolico, riprovando tutto ciò che la Chiesa riprovava. S. M. con voce chiara e ferma mi rispose: «L’autorizzo a dichiarare che intendo di morire da buon Cattolico coi sensi di figliale devozione al Santo Padre. Mi rincresce se ho arrecato qualche disgusto alla sua Persona, ma in tutte le questioni non ho mai avuto intenzione di recar danno alla Religione».

Eccitatolo poi a prepararsi a ricevere N. S. Gesù Cristo col sacrificio della sua vita se così piacesse al Signore di chiamarlo a sé e di unire le sue sofferenze a quelle di Nostro Signore G. C. in espiazione dei suoi peccati, lo invitai a volere in questo solenne momento invocare la benedizione del Cielo sulla Nazione, sulla sua Famiglia e segnatamente sul Principe Umberto, se era volontà di Dio che così inaspettatamente fosse chiamato a succedergli sul trono.

Il Re commosso disse: «Sì, benedica il Signore a tutti ma specialmente al povero Umberto a cui tocca un brutto fardello, oh che brut fardel!».

Il Re stava seduto sul letto, ed a sinistra stava preparato un altare improvvisato con una croce e due candelabri. Intanto si erano accesi tutti i lumi che adornavano gli appartamenti nei quali si trovavano adunati i Ministri, le Case Militari e Civili del Re, del P.pe Umberto e della P.ssa Margherita, moltissimi membri del Corpo diplomatico. In mancanza di torcie furono distribuite varie candele di milly al Principe ed alla Principessa ed agli altri personaggi, e passando per la sala dei Corazzieri, l’anticamera degli staffieri, la sala del Consiglio, il salone da ricevere e la biblioteca si pervenne alla Camera da letto. Le Loro Altezze il P.pe e la Principessa si posero in ginocchio ai piedi del letto e data la benedizione e recitato il Confiteor ho viaticato S. M. a cui porsi un bicchiere d’acqua di cui bevette un sorso ringraziando.

Finita la funzione le persone che si erano introdotte nella camera sortirono dalla porta opposta, e così tutte le persone che si trovarono negli appartamenti poterono defilare avanti S. M. che due volte alzando gli occhi fece un saluto colla mano. Dopo alcuni minuti di silenzioso raccoglimento eccitai la M. S. a ringraziar Dio della grazia ricevuta, e trovatolo disposto a ricevere l’Estrema Unzione, invitai le LL. AA. RR. a salutare S. M. ed a lasciarci soli. Il Re baciò in fronte la Principessa Margherita e abbracciato il Principe Umberto commosso esclamò È finita (a l’è finia).

Ritiratisi i Reali Principi mentre stavo preparando l’occorrente per amministrargli l’Estrema Unzione, entrò il prof. Bruno e visto come il Re fosse disceso dal letto per un’occorrenza naturale e si fosse con disinvoltura rimesso in letto trovò che non era il caso di amministrargli la Estrema Unzione. Non valsero le mie insistenze ché Egli rivolgendosi al Re gli disse: «Maestà, sono io che ho assunto la responsabilità di avvertirla della gravità del male e della convenienza di aggiustare le faccende con Dio; anche a S. Rossore nella grave infermità che lo colse fui io che compii a questo dovere e da quel momento che ricevette il Santo Viatico cominciò il miglioramento e la guarigione. Speriamo che sia così anche questa volta. Era un dovere ed un bene il ricevere i Sacramenti sia in omaggio delle Sue convinzioni che pel buon esempio come Re e come Padre, ma, ripeto, non è il caso di ricevere ora la Estrema Unzione e la M. V. si persuada ch’io non la tradirei».

A questo punto vedendo il Re alquanto soprapensiero e taciturno io dissi che non intendeva di imporre i Sacramenti, che credeva meglio di compiere in una sola volta al mio Ministero tutto per la tranquillità di S. M. ed anche per non avere a disturbarla in altro momento in cui il male potesse essere più grave; che era disposto di fare come meglio credeva. Allora S. M. disse: «Giacché la Facoltà medica assicura che non ci è pericolo né premura aspettiamo questa sera». «Allora V. M. mi permetterà, dissi ancora, che oggi io venga ancora a vederla». Ed egli stringendomi la mano mi disse: «Sì caro, venga tanto sovente che crede, che la sua presenza mi è sempre gradita. Tu mi hai sempre voluto bene vieni vieni». Ringraziai il Re della sua benevolenza e nel partire essendo io sulla porta Egli esclamò ancora con voce sonora: Grazie tante, tanto riconoscente…

Aspettai nell’anticamera il prof. Bruno e gli feci le mie rimostranze perché non m’avesse lasciato compiere il mio Ministero. Ma egli mi assicurò che per quanto grave fosse lo stato dell’Augusto infermo, non era in un pericolo imminente. Anzi soggiunse che colla forza che conservava avrebbe potuto durarla ancora alcuni giorni. Mi consigliava però di disporre le cose mie e di ritornare verso sera per passarvi la notte nel caso che nell’accesso della febbre si verificasse il pericolo di una catastrofe.

Partii e mi recai al Sudario ma alla porta fui raggiunto dal Marchese Cocconito che con una carrozza di corte era venuto per riportarmi immediatamente al Quirinale essendosi l’Infermo aggravato. Giungemmo, ma nell’entrar della camera ci si disse: È tardi. Era spirato pochi minuti prima cioè all’una e mezza pom. del giorno 9.