1/ Il Santo Padre ordina... Gli ebrei nascosti nei monasteri, di Pina Baglioni 2/ Il testo del Memoriale del monastero dei Santi Quattro Coronati 3/ Quelle nostre consorelle quiete nella tempesta. Il ricordo dell’attuale comunità monastica dei Santi Quattro Coronati 4/ Tornando in quei luoghi, spinti dalla riconoscenza, di Pina Baglioni 5/ Con gli occhi di una bambina. Gli ebrei nascosti nei monasteri, di Amalia Viterbo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /03 /2014 - 15:30 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo dalla rivista 30giorni alcuni articoli pubblicati sul numero 07-08/2006. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/3/2014)

1/ Il Santo Padre ordina... Gli ebrei nascosti nei monasteri, di Pina Baglioni

«La nostra vuole essere solo una piccola testimonianza su papa Pio XII. Senza nessuna pretesa, per carità. Certo, la mole di scritti sulla presunta indifferenza del Pontefice e sui suoi “silenzi” nei confronti degli ebrei negli anni del nazifascismo, ci addolorano profondamente. E allora c’è sembrato utile far conoscere quanto accadde qui da noi oltre sessant’anni fa».

Qui da noi” è il monastero di clausura delle agostiniane annesso alla millenaria Basilica dei Santi Quattro Coronati, sulle pendici del Celio a Roma. A prendere la parola è suor Rita Mancini, la madre superiora alla guida della comunità monastica agostiniana dal 1977.

Pio XII in piazza San Giovanni, il 13 agosto 1943, 
dopo i bombardamenti sul quartiere San Giovanni di Roma

Sollecitate e incoraggiate dal convegno internazionale “Pio XII. Testimonianze, studi e nuove acquisizioni”, organizzato da 30Giorni il 27 aprile scorso presso la Pontificia Università Lateranense, le claustrali dei Santi Quattro si sono messe in contatto col nostro giornale per offrire il loro contributo: alcune preziosissime pagine del Memoriale delle religiose agostiniane del venerabile monastero dei Santi Quattro Coronati. Vale a dire una parte del diario ufficiale della comunità che raccoglie dal 1548 – anno in cui le agostiniane si insediarono ai Santi Quattro – le cronache della vita monastica.

Grazie alle agostiniane dei Santi Quattro c’è la possibilità di aprire una finestra su quel microcosmo separato dal mondo e improvvisamente chiamato da papa Pio XII ad aprire le porte, alzare le grate e lasciarsi coinvolgere, rischiando gravi conseguenze, dai destini di tanta gente in pericolo di vita.

Suor Emilia Umeblo

«Quando arrivai qui, nel 1977, conobbi suor Emilia Umeblo» racconta la madre superiora dei Santi Quattro. «Ai tempi dell’occupazione lei era la suora “esterna”, cioè la persona autorizzata, per motivi pratici, a uscire dalla clausura. Mi parlò a lungo di quei mesi e degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti. Tra l’altro suor Emilia era in contatto costante con Antonello Trombadori, dirigente del Partito comunista e capo dei Gruppi armati partigiani di Roma, e con tanti altri oppositori al nazifascismo. Ho pregato suor Emilia più volte di scrivere tutto quello che mi andava raccontando. Purtroppo non l’ha mai voluto fare. Non c’è più e i suoi ricordi se li è portati via con sé».

Per fortuna restano le pagine che suor Rita Mancini ha messo a disposizione di 30Giorni. Esse riguardano un lasso di tempo che va dalla fine del 1942 al 6 giugno 1944 e che comprende quindi il periodo dell’occupazione nazista a Roma fino alla liberazione della città avvenuta il 4 giugno del ’44.

«Arrivate in questo mese di novembre dobbiamo essere pronte a rendere servigi di carità in maniera del tutto inaspettata» scrive l’anonima cronista alla fine del 1943. «Il Santo Padre vuol salvare i suoi figli, anche gli ebrei, e ordina che nei monasteri si dia ospitalità a questi perseguitati, e anche le clausure debbono aderire al desiderio del Sommo Pontefice». Scorrono i nomi degli ospiti segnalati dall’elenco del memoriale: Viterbo, Sermoneta, Ravenna, De Benedetti, Caracciolo, Talarico… «A tutte le persone su elencate, oltre l’alloggio, si dava anche il vitto facendo miracoli per il momento che si traversava»; leggiamo che «tutto era tesserato.La Provvidenza è sempre intervenuta… Perla Quaresima anche gli ebrei venivano ad ascoltare le prediche, e il signor Alberto Sermoneta aiutava in Chiesa. La madre priora gli faceva fare tante cose all’altare del Santissimo preparato per il Giovedì Santo».

E nel bel mezzo della tempesta, mentre il chiostro del XIII secolo si riempie di paglia e fieno dove far riposare tutta quella povera gente, nulla si interrompe: lavoro e celebrazioni liturgiche procedono, sotto la paterna vigilanza di monsignor Carlo Respighi, l’allora rettore della Basilica dei Santi Quattro e prefetto delle cerimonie apostoliche, morto nel 1957. In un grande locale adiacente all’orto le monache nascondono nientemeno che undici automobili, compresa quella del maresciallo Pietro Badoglio, il capo del governo militare italiano, scappato da Roma all’indomani dell’8 settembre. E poi sette cavalle, quattro mucche

Ma da quel che veniamo a sapere dal memoriale, anche dopo la liberazione ai Santi Quattro l’ospitalità proseguì: «Dalla Segreteria di Stato ci è ordinato di ospitare con la più scrupolosa precauzione il generale Carloni che era cercato per essere condannato a morte». Si trattava di Mario Carloni, generale dei bersaglieri che era stato a capo della IV divisione alpina Monte Rosa della Repubblica di Salò.

Che il monastero romano facesse parte del fitto reticolato degli istituti cattolici che ospitarono ebrei e perseguitati politici durante l’occupazione fascista, era cosa nota: è inserito nell’Elenco delle case religiose in Roma che ospitarono ebrei pubblicato nella sezione dei documenti della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice, uscita in prima edizione nel 1961 (Einaudi, Torino 21993, pp. 628-632), dove si legge che le «suore agostiniane dei Santi Quattro Incoronati» avevano ospitato 17 ebrei. L’elenco, che riprende un articolo della Civiltà Cattolica del 1961 firmato da padre Robert Leiber, rimane ancora oggi uno dei documenti-chiave per tutte le indagini successive.

Fino alle più recenti. Come quella, avviata nel 2003 dal Coordinamento storici religiosi, sugli ebrei ospitati presso le strutture cattoliche a Roma tra l’autunno del 1943 e il 4 giugno del 1944. Suor Grazia Loparco, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia FacoltàAuxilium e membro del Coordinamento, nel gennaio del 2005 hareso noti all’agenzia internazionale Zenit i primi risultati dell’indagine: gli ebrei salvati a Roma all’interno degli istituti religiosi furono, secondo una stima per difetto, almeno 4.300.

Altre testimonianze inedite fornite da persone salvate grazie all’accoglienza negli istituti religiosi sono state rese note nei volumi di Antonio Gaspari, Nascosti in convento (Ancora, Milano 1999), e di Alessia Falifigli, Salvàti dai conventi. L’aiuto della Chiesa agli ebrei di Roma durante l’occupazione nazista (San Paolo, Cinisello Balsamo 2005). Sia in questi ultimi studi che in tutti quelli che da almeno quarant’anni indagano sul ruolo giocato dai cattolici nella salvezza degli ebrei dalle persecuzioni nazifasciste, è presente l’interrogativo se quell’accoglienza ebbe solo carattere spontaneo, o ci furono ordini provenienti dai vertici della Chiesa. La risposta è stata sempre sostanzialmente la stessa. E cioè che la natura dell’ospitalità data dalla Chiesa romana ai perseguitati, soprattutto ebrei, è stata spontanea, non decisa preventivamente dai vertici della Chiesa, ma da essa assecondata e sostenuta moralmente e materialmente.

E nella presentazione al volume della Falifigli, Andrea Riccardi, storico del cristianesimo presso la Terza Università di Roma e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, chiarisce: «Per superare i divieti della clausura, quella stretta dei monasteri ma anche quella più blanda dei conventi, ci voleva una direttiva superiore».

E aggiunge: «Ma tutti, unanimemente, hanno sorriso all’idea che potesse esserci un qualche documento vaticano in proposito. Chi avrebbe fabbricato una prova contro sé stesso per un’attività proibita e clandestina? Eppure tutti i responsabili erano convinti che fosse la volontà del Papa, quella di aprire le porte delle loro case agli ebrei e ai perseguitati». Giudizio già espresso dallo scrittore e giornalista di origine ebrea Enzo Forcella in un volume del 1999: «L’assenso all’asilo era stato dato solo verbalmente, s’intende. Per tutta la durata dell’occupazione le autorità religiose si atterranno alla loro antica regola: è sempre meglio far capire che dire, se qualcosa deve essere detta è bene evitare di lasciarne traccia scritta e, in ogni caso, alle eventuali contestazioni bisognerà rispondere che si era trattato di iniziative personali dei singoli sacerdoti prese all’insaputa delle autorità superiori» (La Resistenza in convento, Einaudi, Torino 1999, p. 61).

Cosa aggiungono allora le pagine del memoriale agostiniano che 30Giorni pubblica? «Basta leggerle, non c’è molto altro da dire: le nostre consorelle non ricevettero un vago invito della Santa Sede ad aprire il convento a chi ne avesse bisogno. Ma un ordine» ribadisce suor Rita Mancini. «L’ordine perentorio del Pontefice di ospitare ebrei e chiunque altro stesse rischiando la vita a causa delle persecuzioni dei nazifascisti. Condividendo con loro tutto, facendoli sentire a casa propria. Con gioia, nonostante il pericolo. Se questa è indifferenza…».

Il memoriale è redatto in uno stile asciutto, sobrio, eppure emozionante, capace di restituire il clima di quei mesi vissuti pericolosamente all’interno delle sacre e invalicabili mura del monastero, dove giunge l’eco di una Roma terrorizzata e sofferente. Che in rapida successione aveva dovuto subire: il bombardamento dal quartiere San Lorenzo il 19 luglio del ’43, con 1.400 morti, 7.000 mila feriti e la distruzione dell’antica Basilica di San Lorenzo; sei giorni dopo, l’arresto di Mussolini per ordine di Vittorio Emanuele III di Savoia e la nomina del maresciallo Pietro Badoglio a capo del governo militare; un secondo bombardamento degli Alleati «ancora più disastroso del primo», scrissero i giornali romani, il 13 agosto: ad essere presi di mira furono allora i quartieri Tiburtino, Appio e Tuscolano; la successiva acquisizione dello status di “città aperta”, cioè zona smilitarizzata; poi l’armistizio dell’8 settembre tra il governo italiano e le Forze alleate; la fuga di Badoglio e dei Savoia verso Brindisi; il disorientamento dei soldati italiani lasciati allo sbaraglio; l’attesa degli angloamericani, sbarcati in Sicilia già dal 10 luglio, e l’arrivo invece dei carri armati tedeschi, che occuparono il cuore della città, dopo aver sopraffatto, presso Porta San Paolo, l’ultima postazione di civili e soldati italiani a difesa di Roma. E poi c’era stato quel sabato del 16 ottobre al Ghetto, quando, alle 5 di mattina, i nazisti avevano strappato 1.023 ebrei dalle loro case con destinazione il campo di sterminio di Auschwitz.

Ma «anche durante il periodo dell’occupazione tedesca, la Chiesasplende su Roma», dirà un grande laico, lo storico Federico Chabod, agli studenti della Sorbona. Splende, continua Chabod, «in modo non molto diverso da come era accaduto nel V secolo. La città si trova, da un giorno all’altro, senza governo; la monarchia è fuggita, il governo pure, e la popolazione volge il suo sguardo a San Pietro. Viene meno un’autorità ma a Roma – città unica sotto questo aspetto – ne esiste un’altra: e quale autorità! Ciò significa che, benché a Roma vi sia il comitato e l’organizzazione militare del Cln, per la popolazione è di gran lunga più importante e acquista un rilievo ogni giorno maggiore l’azione del papato» (Federico Chabod, L’Italia contemporanea 1918-1948, Einaudi, Torino 1993, pp. 125-126).

Pubblichiamo qui di seguito il memoriale relativo al periodo dell’occupazione nazifascista a Roma. Esso comprende anche un brano di un articolo apparso sull’Osservatore Romano.

2/ Il testo del Memoriale del monastero dei Santi Quattro Coronati

Uno scorcio del monastero dei Santi Quattro Coronati 
ed alcune pagine del memoriale delle religiose

VENERABILE MONASTERO DEI SANTI QUATTRO CORONATI
Roma
[Ultime nove righe dell’anno 1942]

Durante l’anno nessuna novità di rilievo. Si va avanti colle ansietà procurateci dalla grande guerra. Spaventi continui per allarmi notturni. Privazioni di cose necessarie. Pane, pasta, olio ecc.
Si celebra lo stesso con la consueta solennità la stazione quaresimale
. Le funzioni della Settimana Santa per mezzo degli studenti irlandesi. Così la solennità del santo padre Agostino, poi dei Santi Quattro e si giunge a chiudere l’anno benedicendo il Signore che ci ha salvato da tanti pericoli, per l’immane guerra, per le privazioni e preoccupazioni di ogni genere. Il Te Deum fu cantato ringraziando Dio che ci ha protette.

Anno Domini 1943
Con la consueta funzioncina della processione col Santo Bambino, pia pratica che per noi ci assicura le benedizioni divine, si inizia questo anno fra gli orrori della guerra, fra le privazioni di ogni genere, e l’incertezza dell’esito della guerra stessa.

La Provvidenza ci assiste, e ci è dato di far fronte a tutte le difficoltà, mediante il lavoro di parati sacri, e il lavaggio di biancheria di chiesa della Pontificia Università Gregoriana, del Pontificio Istituto Biblico, del Collegio Borromeo, e altre chiese. Monsignor Respighi si adopera come al solito perché la liturgia della stazione quaresimale riesca solenne come sempre. La comunità può fare gli esercizi spirituali, e avere le due prediche ogni settimana durantela Quaresima. Intanto ci avviciniamo alla Settimana Santa, e si svolgono le funzioni del Triduo. Il Santo Sepolcro è visitato da molti fedeli. Si procede col medesimo ritmo fino alla solennità di sant’Agostino che viene celebrata con intenso fervore. Ci avviciniamo alla festa titolare dei Santi Quattro che è celebrata coi vespri pontificali e la messa pontificale la mattina del giorno8, in cui sono celebrate parecchie sante messe lette.

Arrivate a questo mese di novembre dobbiamo essere pronte a rendere servigi di carità in maniera del tutto inaspettata. Il santo padre Pio XII, dal cuore paterno, sente in sé tutte le sofferenze del momento. Purtroppo con l’entrata dei tedeschi in Roma, avvenuta nel mese di settembre, si inizia una guerra spietata contro gli ebrei che si vogliono sterminare mediante atrocità suggerite dalla più nera barbarie. Si rastrellano i giovani italiani, gli uomini politici, per torturarli e farli finire tra tremendi supplizi. In queste dolorose situazioni il Santo Padre vuol salvare i suoi figli, anche gli ebrei, e ordina che nei monasteri si dia ospitalità a questi perseguitati, e anche le clausure debbono aderire al desiderio del Sommo Pontefice, e, col giorno 4 novembre, noi ospitiamo fino al 6 giugno successivo le persone qui elencate:
dal 4 novembre al 14, la signora Bambas moglie di una personalità politica. Il marito era nascosto in altra casa religiosa, e lo volle raggiungere.
Dal 1° dicembre al 27, tutta la famiglia Scazzocchio di 9 persone.
Dal 1° dicembre a tutto il febbraio successivo, la mamma del dottor Scazzocchio. Queste persone furono sistemate nella sala del Capitolo, con l’annessa stanzetta, e l’adiacente corridoio. I pasti li consumano in refettorio.
Dal 7 dicembre al 23 gennaio, il Ravenna ebreo (rabbino) dai paliotti.
Dal 15 dicembre al 18 gennaio, il signor Viterbo col suocero, ebrei, solo dormire.

Anno Domini 1944
Dal 1° gennaio al 21, la signora Dora ebrea – cameretta del salone.
Dal 5 gennaio al 9 maggio il signor Alfredo Sermoneta (ebreo) dai paliotti.
Dal 2 febbraio al 7 maggio, il signor Salvatore Mastrofrancesco (politico) nipote di suor Maria Veronica Del Signore.
Dal 2 febbraio al 5 giugno, il signor Eugenio Sermoneta (ebreo) dai paliotti.
Dal 2 febbraio al 5 giugno, il signor Fernando Pisoli (politico) dai paliotti.
Dal 2 febbraio al 9 maggio, il signor Fernando Talarico (di leva).
Dal 13 dicembre al 6 giugno, il giovane Francesco Caracciolo.
Dal 15 dicembre al 6 giugno, suo fratello Alberto, figli del generale Caracciolo.
Dall’8 marzo al 7 maggio, Piero De Benedetti (patriota).
Nel mese di marzo, per otto giorni, Franco Talarico.

Nel medesimo tempo abbiamo nascosto in refettorio cento tonnellate di carta di Fabriano e abbiamo sostenuto per questo delle rappresaglie dai parenti del proprietario.

In un grande locale adiacente all’orto, abbiamo nascosto undici automobili, compresa quella del generale Badoglio, e del generale Tessari, due camion portati qui da militari subito dopo l’8 settembre ’43.

Un autotreno, una motocicletta del capitano di Trapani, un triciclo, dieci biciclette.
Dell’azienda Gianni abbiamo nascosto sette cavalle, quattro mucche, quattro buoi
, tutte le macchine agricole, e mezzi di trasporto. Il chiostro, chiuso ai visitatori per far passeggiare i rifugiati, era pieno di paglia e fieno. Il mobilio e biancheria di varie famiglie sfollate, oggetti di valore e titoli bancari.

6 giugno. Finalmente si aprirono le porte a questi poveri rifugiati, e restammo di nuovo nella nostra libertà, ma per poco tempo, poiché il giorno 4 ottobre successivo ci fu ordinato di ospitare con la più scrupolosa precauzione il generale Carloni che era cercato per essere condannato a morte. Dalla Segreteria di Stato del Vaticano ci è ordinato di ospitarlo, imponendoci solenne segreto. E fu accomodato alla meglio nella piccola stanza sotto il salone, ma però era costretto a passare nel centro della comunità. Con lui fu ospitata la signorina direttrice di casa sua perché, malato di fegato, aveva bisogni di riguardi per il vitto. Detta signorina cucinava nella nostra cucina. Di questo i superiori erano al corrente. Si sperava che anche questo ospite in pochi mesi si sarebbe liberato. Purtroppo nel mese di marzo successivo fu scoperto che era presso di noi, e con tutta fretta monsignor Respighi con monsignor Centori lo condussero in auto in Vaticano presso le sacre Congregazioni in casa di monsignor Carinci e ivi si trattenne fino al 15 settembre, che dovemmo riceverlo di nuovo. E per ben cinque anni fu nostro ospite.

Carri armati tedeschi per le strade del 
centro di Roma nel settembre 1943

A tutte le persone su elencate, oltre l’alloggio, si dava anche il vitto facendo dei miracoli per il momento che si traversava, che tutto era tesserato. La Provvidenza è sempre intervenuta. Negli ultimi mesi ci davano L. 40... In tal modo proseguimmo l’anno. Per la Quaresima anche gli ebrei venivano ad ascoltare le prediche, e il signor Alfredo Sermoneta aiutava in chiesa. La madre priora, suor Maria Benedetta Rossi, gli faceva fare tante cose all’altare del Santissimo preparato per il Giovedì Santo, sperava che quell’anima ne restasse impressionata. Ma purtroppo non ci fu data questa santa soddisfazione. Abbiamo avuto anche degli spaventi, specialmente un giorno che si presentarono due agenti delle SS, Servizio speciale per rintracciare ebrei e giovani. Uno dei due era italiano e fu maggiore la dolorosa impressione ricevuta. Però non ci lasciammo vincere né dalle minacce né dalle persuasioni, e se ne andarono.

A guerra finita, si parlava della bontà del Santo Padre che aveva aiutato, e fatti salvare tanti, sia ebrei che giovani e intere famiglie. La stampa riempiva le colonne e in un giornale cattolico, L’Osservatore Romano, leggemmo questo articolo del professor Tescari che conosceva bene quanto si era fatto nei monasteri di clausura per la salvezza di tanti perseguitati.

Partigiani pacifici
«Chi scriverà la storia della più recente oppressione tedesco-fascista in Roma dovrà dedicare un capitolo speciale all’opera generosa, vasta, multiforme, spiegata in pro dei perseguitati dai religiosi. Uffici parrocchiali trasformati in veri e propri uffici di collocamento-rifugio (ne frequentavo uno dove, nei pochi minuti in cui mi trattenevo, vedevo affluire una moltitudine di uomini e donne di ogni classe, di ogni età, e il parroco ascoltare, prendere nota, indirizzare, promettere, elargire con generosità), case di sacerdoti diventate alberghi di fuggitivi (odo ancora la governante di uno di questi brontolare che in casa non vi era più niente ecc.): lamenti insolitamente popolati di facce atteggiate a confusione nuova e strana, ma coloro che in cotesto campo della carità si dimostrarono vere eroine, furono le suore che travestirono da consorelle donne ebree (di null’altro colpevoli di essere sangue di Gesù e di Maria), che violarono la secolare clausura per dare ricetto a uomini per ragioni di razza o politica perseguitati, che accolsero bimbi di fuggitivi, che si prestarono a falsificazioni di documenti personali procurando esse stesse o agevolandone il conseguimento: l’opera grandiosa e pericolosa compiendo con semplicità e coraggio e disinteresse indicibile. Il persecutore ne era informato, ma non osò violare i sacri recinti oltre un certo limite: l’ombra grande proiettata da San Pietro salvaguardava anche gli asili più remoti e solitari. O sorelle buone e care, siate benedette insieme con gli altri, da Dio, il Quale del premio destinatovi, vi ha dato anche quaggiù un prezioso saggio, consentendovi di assistere a tante mirabili conversioni di persone da voi beneficate, le quali dopo aver sperimentato che la sostanza della religione nostra è amore, amore senza distinzione, amore senza limiti, non hanno resistito al dolce invito della grazia e sono ridivenuti, o divenuti, anche per fede fratelli nostri»(Onorato Tescari).

Restate di nuovo nella nostra pace, si continua la vita di comunità. Preghiera e lavoro. Già dal 1925 si lavora per la ditta Gammarelli di parati sacri, più tardi, nel medesimo anno anche la ditta Romanini domanda che si confezionino i parati sacri. Già dalla venuta delle consorelle agostiniane di Santa Prisca che lavavano la biancheria personale dei padri della Compagnia di Gesù, nella Pontificia Università Gregoriana, si proseguì per alcuni mesi, poi la biancheria personale la lasciammo e cedemmo alle Suore delle sordomute, proseguendo a occuparci della biancheria di sagrestia tanto della Pontificia Università, che dell’Istituto Pontificio Biblico, in seguito del Collegio Borromeo e Sant’Andrea al Quirinale. Per la chiesa della Vittoria, si attendeva già da più di cinquant’anni e così dei padri Trappisti.

Si seguita nella vita ordinaria, si celebra la solennità di padre Agostino con le consuete funzioni. Senza novità, giungiamo alla solennità dei Santi Quattro che monsignor Respighi celebra sempre in maniera grandiosa. Quindi chiudiamo anche quest’anno, così speciale di avvenimenti, ringraziando il Signore di tutte le grazie concesse.

3/ Quelle nostre consorelle quiete nella tempesta. Il ricordo dell’attuale comunità monastica dei Santi Quattro Coronati

Due suore nel chiostro del monastero 
dei Santi Quattro Coronati in una foto
dei primi anni Quaranta

«Si sentono voci dolorose di una Seconda guerra mondiale che purtroppo è alle porte e dalla quale si prevedono le più dolorose conseguenze […]». Così troviamo scritto nelle cronache della nostra comunità monastica agostiniana nel monastero dei Santi Quattro Coronati a Roma. Siamo nell’anno 1940. La guerra bussa prepotentemente anche alle porte del monastero, e le monache appuntano: «Siccome si sente prossimo l’inizio della guerra, si deve pensare a prepararci un luogo di sicurezza ove rifugiarci». E poco tempo dopo «al suono della sirena, svegliate dal lugubre suono ci rechiamo tutte al rifugio e in preghiera attendiamo il segnale di cessato pericolo. […] La tranquillità non è più in alcuno».

Da quel momento è difficile dire cosa e come abbiano vissuto le nostre consorelle che qui hanno trascorso quei terribili anni di guerra. Quello che viene registrato sul nostro Memoriale lascia solo intuire ciò che si viveva all’interno del monastero in quel grave tempo di prova: «Si va avanti con le ansietà procurateci dalla grande guerra. Spaventi continui per allarmi notturni. Privazioni di cose necessarie». «Si manca di tutto». Il mondo era in fiamme, il dolore e la violenza dilagavano e queste donne, come tutti i loro fratelli in quel momento, portavano il peso di una storia molto più grande di loro.

Le monache che hanno vissuto quegli anni non sono più con noi, ma i loro racconti ancora riecheggiano tra queste nostre mura. Nelle loro parole rintracciamo la possibilità di una lettura della storia, quella dei grandi eventi, che passa per l’esperienza piccola, tutta personale, nascosta e silenziosa, che rende ancora più autentico il vissuto comune degli uomini e delle donne di quel tempo.

Per noi che oggi viviamo qui raccogliendo l’eredità umana e spirituale di coloro che ci hanno preceduto, non è un mistero il fatto che tra le mura della nostra clausura abbiano trovato rifugio uomini politici, patrioti, forse disertori e intere famiglie ebree con nonni e bambini. Le nostre cronache registrano nomi e cognomi degli inattesi ospiti e prima di tutto registrano l’ordine del santo padre Pio XII di aprire loro le porte della clausura, per proteggerli, nasconderli, sfamarli salvandoli dalla deportazione e da morte certa.

In quel periodo era madre priora suor Maria Rita Saporetti, donna determinata, intelligente e di spirito, dotata di grande fede e di una simpatia coinvolgente. Lei e la comunità tutta non solo non si sono sottratte al compito delicato che il Papa ela Chiesa affidavano loro, ma sono riuscite a creare un clima di vera accoglienza e familiarità con tutti coloro che varcavano la soglia della clausura per cercare rifugio.

Si condivideva quel poco che c’era da mangiare «facendo miracoli»! Uomini e donne all’occorrenza venivano vestiti con abiti religiosi, velati e condotti nell’orto come fossero vere monache al loro lavoro. Qualcuno collaborava al servizio all’altare e in sacrestia. A molti, con il diretto interessamento dell’intraprendente madre Rita, parente di un impiegato del Comune, vennero forniti documenti d’identità falsi e nomi nuovi per intere famiglie.

Il rischio di venire scoperte era sempre molto alto e i timori si fecero più forti dopo che si diffuse la notizia dell’irruzione delle SS nel convento benedettino della Basilica di San Paolo. In una sala interna al monastero calpestiamo ancora oggi una botola che si apre su uno stretto locale sotterraneo; quasi nessuna di noi ci fa più caso, ma sappiamo che quello era il luogo prescelto come nascondiglio ove condurre i rifugiati in caso di perquisizione della casa.

Quando però si presentarono alla grata della portineria due ufficiali delle SS, la determinazione della madre e delle monache non si fece vincere dai loro prepotenti argomenti di persuasione e la clausura non fu violata. Lo spavento fu grande e le monache, la cui migliore arma, si sa, è la preghiera, raccontavano fieramente di aver avuto la meglio con grande gioia e sollievo per tutti. Quel giorno festeggiarono.

Oggi sorridiamo affettuosamente leggendo l’elenco piuttosto curioso di tutto quello che era stato affidato alla custodia delle monache: macchine, motocicli, camion, cavalli, mucche, carta, biciclette […], mobili, biancheria […]; tutto aveva valore e tutto veniva accuratamente nascosto per salvaguardare questa povera gente perseguitata dalla razzia di ogni loro bene da parte dei tedeschi.

Sono stati anni impegnativi per tutti, non c’è dubbio, il dolore, lo smarrimento e l’incertezza per il futuro sembravano essere gli unici protagonisti della vita quotidiana del tempo.

Eppure qui, tra queste alte mura, per molti la vita riacquistava la sua dignità; storie di fede ritrovata, di amicizia, di fraterna vicinanza e solidarietà si intrecciavano nella semplicità della condivisione di una vita fatta di silenzio e di preghiera in una comunione che ha vinto ogni paura. Questi rimangono i ricordi più belli.

La comunità monastica agostiniana dei Santi Quattro Coronati in Roma

4/ Tornando in quei luoghi, spinti dalla riconoscenza, di Pina Baglioni

Uno scorcio del chiostro dei 
Santi Quattro Coronati in una foto d’epoca

Qualche giorno prima del nostro incontro con suor Rita Mancini, la madre superiora delle agostiniane, avvenuto a metà di giugno di quest’anno, un signore e una signora s’erano fermati davanti al portone del monastero dei Santi Quattro Coronati. Si trattava di Davide Viterbo, professore di Mineralogia all’Università del Piemonte orientale, e di sua moglie.

Prima di bussare, il professor Viterbo s’era guardato attorno un po’ spaesato. Certo, là c’era stato più di sessant’anni prima, a soli cinque anni. Con tutta la famiglia. Ma i suoi ricordi erano comprensibilmente un po’ confusi. Allora aveva fatto un colpo di telefono a sua sorella Amalia, a Torino, per farsi dare qualche altra informazione.

E una volta arrivata la conferma che quello era proprio il posto che stava cercando, aveva chiesto di essere ricevuto da suor Rita. Voleva rivedere il luogo dove, nel 1943, lui, il padre, la madre, gli altri tre fratelli e i nonni materni avevano trovato rifugio una volta fuggiti da Torino a causa delle persecuzioni razziali. E ringraziare così le “eredi” di quelle monache che con tanto amore e disponibilità li avevano protetti più di sessant’anni prima. Con la speranza, magari, di trovarne qualcuna ancora là, in vita.

Oltre ai ringraziamenti, il professor Viterbo aveva lasciato alle monache una testimonianza scritta dalla sorella, Amalia Rossetto Viterbo, in cui veniva descritta l’odissea della loro famiglia, costretta a lasciare tutto per salvarsi dai nazifascisti.

Ci siamo messi in contatto telefonicamente con la signora Amalia Viterbo per chiederle l’autorizzazione a pubblicarla. Ha accettato. E ci ha raccontato, presa da una profonda commozione, che sua madre, prima di morire, le aveva chiesto di non dimenticare quelle monache. «Ogni anno a Natale mando loro dei doni» ha raccontato la signora Amalia, insegnante di lettere ormai in pensione da qualche anno. «Mia madre s’era tanto raccomandata di non dimenticare quello che avevano fatto per noi sia le monache dei Santi Quattro sia le Figlie di Nostra Signora del Monte Calvario, ubicate a quei tempi anche loro all’interno del grande complesso della Basilica dei Santi Quattro.

Loro si occupavano delle bambine sordomute. In clausura dormivano mio padre e mio nonno. Mentre io e tutto il resto della famiglia stavamo nascosti nel convento di fronte, dalle suore del Monte Calvario appunto. Addirittura la madre superiora di queste ultime, suor Maria Artemia, ci aveva dato la sua stanza. La cosa che mi colpiva di più e che ricordo ancora adesso è la grande dignità di queste donne. Soprattutto di madre Rita Saporetti, la superiora delle claustrali. Che cultura, che spiritualità. Ed era anche simpaticissima! Aveva la capacità di vivere in quei tremendi giorni continuando a lavorare, a pregare, a partecipare alle bellissime solennità liturgiche e a dividere quel poco che c’era con noi».

La testimonianza che qui viene pubblicata prende avvio dal 1938, anno delle leggi antiebraiche e della fuga da Torino alla volta di Roma. E si conclude con l’aprile del ’45, quando finalmente fu possibile per la famiglia Viterbo fare ritorno a casa.

Nel ricordare il “soggiorno” romano, all’indomani della liberazione della città, avvenuta il 4 giugno del ’44, Amalia Viterbo, che intanto era andata ad abitare con la sua famiglia in via Pierluigi da Palestrina, descrive le visite di due parenti d’eccezione: la prozia, Rita Montagnana, sorella di sua nonna, e suo marito, Palmiro Togliatti. Il segretario del Partito comunista italiano e sua moglie, anche lei autorevole esponente del partito, fondatrice del giornale-bandiera dell’emancipazione femminile Noi Donne, «si erano stabiliti a Roma dopo il lungo soggiorno in Unione Sovietica», racconta la signora Amalia. «Palmiro aveva un aspetto molto compassato, a prima vista sembrava freddo e distaccato, invece, soprattutto con noi bambini, era disponibile, ci prendeva in braccio e ci raccontava favole ed episodi della sua vita».

5/ Con gli occhi di una bambina. Gli ebrei nascosti nei monasteri, di Amalia Viterbo

Sono nata il 18 agosto 1935 a Torino: mia madre era maestra elementare e mio padre mediatore in pelli grezze. Mi seguirono altri tre figli: Laura (1938), Davide (1939) e Silvio (1946).
Nonostante le persecuzioni razziali e i pericoli della guerra, la mia infanzia è stata abbastanza serena per l’atmosfera familiare tranquilla e rassicurante che i miei genitori seppero creare attorno a noi figli.

Ricordo bene che nell’autunno 1938 la mamma dovette lasciare la scuola in quanto ebrea; papà, invece, continuò il suo lavoro autonomo, e viaggiava molto, ma quando era a casa ci stava molto vicino e ci faceva giocare. Quando avevo circa tre anni, mi regalò una bicicletta con le ruote posteriori e mi insegnò a pedalare nel corridoio di casa: a me piaceva tanto vederlo salire sulla mia piccola bicicletta e ridevo a crepapelle.

Poco dopo lo scoppio della guerra iniziarono i bombardamenti sulla città; le sirene suonavano nel cuore della notte e tutti dovevamo abbandonare i nostri letti caldi per rifugiarci in cantina: più di una volta papà e mamma, dopo averci avvolti in fretta e furia in una coperta, ci portavano in braccio, addormentati, al rifugio.

C’era l’oscuramento dei vetri delle finestre perché i piloti degli aerei non scorgessero luci; spesso però gli spostamenti d’aria provocati dalle bombe facevano andare in frantumi i vetri, e poiché non si trovava da sostituirli, si ricorreva al legno compensato, che ben presto comparve in tutte le case della città.

Nel 1941 compii i sei anni, ma come ebrea non potevo frequentare la scuola pubblica del mio quartiere. Perciò i miei genitori mi iscrissero alla prima classe della scuola ebraica. Ogni mattina con papà prendevo il tram numero 13, che allora passava in via San Donato, non lontano da casa.

La mia maestra era la signorina Bianca Amar che c’insegnava anche l’ebraico: era molto buona e giusta e anche se con lei sono stata un solo anno scolastico ne ho sempre serbato un ottimo ricordo. Mi fece tanto piacere rivederla dopo la guerra, e in particolare negli ultimi tempi della sua vita quando era ospite della Casa di riposo ebraica.

Nel 1942 i bombardamenti si intensificarono e papà, che si era salvato miracolosamente da un attacco aereo al treno su cui viaggiava (il suo vagone si era fermato sotto una galleria), decise lo sfollamento dalla nostra abitazione torinese verso una piccola località della valle di Lanzo, il Fè. I nonni non vollero muoversi e rimasero a Torino, ma le incursioni aeree erano sempre più numerose e devastanti, dal Fè vedevamo i bagliori delle bombe incendiarie. Mamma era molto preoccupata per la vita dei suoi genitori e un giorno ritornò con me in città e quasi li obbligò a scappare da Torino. Da quel giorno nonna Gemma e nonno Marco vissero con noi fino alla fine della guerra.

Io avrei dovuto frequentare la seconda elementare, ma mi era proibito sedermi con gli altri scolari in quanto ebrea. La maestra locale fu molto gentile e comprensiva e venne appositamente per me tutti i sabati pomeriggio da Precaria, dove abitava, al Fè, distante due chilometri. Mi assegnava i compiti per tutta la settimana e mi spiegava le lezioni; non ricordo il suo nome, ma la sua bontà e la sua pazienza sono ben impresse nella mia mente. Non ricordo neppure in che modo mi fu poi riconosciuta l’ammissione alla terza elementare.

L’inverno di quell’anno fu particolarmente freddo; tutti portavamo scarponi chiodati per non scivolare sulle lastre di ghiaccio che si formavano sui sentieri.

Altri parenti ci raggiunsero al Fè: la mamma della nonna, che chiamavamo “nonna bis”, due giovani suoi nipoti e nostri cugini, Ugo e Franco, una sorella di mio padre, zia Gina, con la figlia Editta e il figlio Bruno, sposato e padre di un piccolo bambino. La bisnonna, nonostante l’età, usciva ogni giorno e per ripararsi le mani dal freddo usava un manicotto di pelliccia. Era una donna dalla tempra fortissima e sapeva imporre la sua personalità. Ricordo che parlava quasi sempre in dialetto e arricchiva i suoi discorsi con vecchi modi di dire, come “sacucin d’Ulanda!” se per caso era irritata. Ma nonna bis, Ugo e Franco rimasero con noi poco tempo e si trasferirono poi a Mattie, in val di Susa.

Nel paese ci conoscevamo tutti e i rapporti erano molto buoni: i figli dei contadini e di altre famiglie torinesi sfollate erano i nostri amici di giochi, eravamo molto affiatati e ci divertivamo con poco. Ad esempio confezionavamo abiti con le grandi foglie dei castagni, disegnavamo sui muri con pezzetti di talco o di mattone che trovavamo sui sentieri. Ci piaceva anche sfregare il talco o il mattone per ottenere quella polvere bianca e rossa che noi utilizzavamo come cipria. Abitando in campagna, anche noi bambini nati in città abbiamo imparato a conoscere molto bene la natura e gli animali domestici e selvatici. Trascorrevamo le giornate serenamente e la guerra non ci insidiava.

Ma nel ’43 tutto cambiò, in particolare dopo l’8 settembre. I soldati tedeschi giravano ovunque, anche l’oasi del Fè divenne pericolosa perché la caccia agli ebrei era durissima. Papà capì che bisognava fuggire il più presto possibile verso il sud d’Italia, dove le truppe angloamericane, sbarcate in Sicilia, stavano risalendo la penisola. La prima idea era di raggiungere Napoli, ma il progetto andò in fumo perché le vie di comunicazione erano impraticabili. Si decise allora di andare a Roma, dove sia mamma che papà conoscevano persone fidate. Essendo in sette, le valigie e i fagotti erano numerosi e ingombranti. Tuttavia il viaggio in treno filò liscio anche se parve interminabile per le numerose soste che talora duravano parecchie ore. Il tratto della linea gotica in Toscana fu molto lungo da superare perché i tedeschi vi avevano concentrato uomini e armamenti e ogni loro treno aveva la precedenza sul nostro. A Firenze sostammo tantissimo, e dal finestrino vedevamo i soldati tedeschi radersi, consumare i pasti, fumare.

La sera del 16 ottobre finalmente raggiungemmo la stazione romana Termini, e anche se stufi del lungo viaggio, i miei genitori decisero di trascorrere ancora quella notte sul treno.
Fu un’idea brillante. Nella città era in pieno svolgimento il rastrellamento degli ebrei. Come è tristemente noto, ne furono deportate in Germania alcune migliaia e di essi pochissimi fecero ritorno.

Il mattino seguente ci recammo all’albergo Massimo D’Azeglio, molto vicino alla stazione. La paura si trasformò in terrore quando la cameriera, chiamata dal portiere perché ci aiutasse a trasportare i bagagli, vista la nonna Gemma, esclamò contenta: «Ciareja, madama Levi, non mi riconosce? Sono stata commessa della salumeria Costa in via Cibrario». La nonna rispose al saluto con un filo di voce e le fece cenno di tacere. Il cognome Levi è uno dei più noti anche ai tedeschi per qualificare una persona come ebrea; quando fummo nella stanza, la nonna spiegò ogni cosa all’ignara cameriera, la quale chiese scusa.

Per ovvi motivi non rimanemmo a lungo nell’albergo; i trasferimenti furono abbastanza numerosi finché venimmo accolti in un convento di suore. Molte persone ci aiutarono, in particolare il professor Onorato Tescari che era introdotto nell’ambiente del Vaticano. Egli ci presentò alla madre superiora del convento dei Santi Quattro Coronati, e una suora, Maria Artemia, ci offrì la sua stanza, dove però papà e nonno non potevano restare per insufficienza di spazio. Essi passarono le loro notti in una cappella attigua al settore del convento dove vivevano le suore di clausura.

Il professor Tescari era un uomo alto di statura, magro di corporatura, con i capelli grigi e gli occhi azzurri. Era un uomo di vasta cultura classica e amava in particolare sant’Agostino, di cui aveva tradotto le opere. Era piuttosto riservato, ma molto affabile. Tramite il professor Tescari, che gentilmente ci aveva procurato il permesso, potei visitare in compagnia della mamma una parte della Città del Vaticano di cui ricordo poco, mentre mi sono rimaste impresse le guardie svizzere con le loro uniformi multicolori e le lance appuntite.

Durante la giornata in convento papà e nonno ci raggiungevano e uscivamo con loro fino all’ora del coprifuoco. Quando pioveva o faceva molto freddo restavamo in convento: potevamo visitare tutti i locali, dalla grande cucina ai laboratori dove le sordomute cucivano, dalla lavanderia alla cappella nella quale una giovane e bella suora insegnava a noi ragazzi le preghiere.

C’era anche un grande giardino coltivato e con piante da frutta; in un lato avevano costruito la porcilaia e ricordo molto bene che a noi piaceva tantissimo guardare i maialini succhiare il latte oppure osservare l’agitazione nei suini adulti quando si avvicinava alla porta la suora con il secchio del mangime.

Nei primi tempi del nostro soggiorno in convento avevamo ancora i documenti di identità sui quali era stampato «di razza ebraica». Quando venimmo a sapere che le SS non rispettavano l’inviolabilità dei monasteri, la madre superiora del settore di clausura, suor Maria Rita, donna dotata di grande intelligenza, si preoccupò della nostra incolumità e, tramite le sue numerose conoscenze, ci fece avere documenti con false identità. I nonni presero il cognome Mancini, noi quello De Sanctis; luogo di nascita Napoli, residenza lungomare Caracciolo. L’autore delle carte false era un semplice, ma coraggioso, brigadiere della polizia, il signor Ampio.

Dopo la cattura di alcune famiglie ebree nascoste nel monastero di San Paolo fuori le Mura, anche i miei genitori ebbero paura e, con l’aiuto delle suore, cercarono un nascondiglio sicuro nel caso che anche il monastero dei Santi Quattro Coronati venisse perquisito dalla Gestapo. A mia madre fecero indossare gli abiti di una suora e a noi fu mostrata una botola nascosta da un armadio.
Una sera fummo presi dal panico perché papà e mamma non erano ancora rientrati ed era già scattato il coprifuoco. Per di più la portinaia del convento venne tutta trafelata a dire alla madre superiora che i tedeschi stavano per penetrare. In un attimo abbandonammo la nostra stanza e scendemmo nella botola: il cuore batteva forte e l’angoscia cresceva col passare del tempo. I miei genitori non erano arrivati e pensavamo che li avessero catturati. Dopo circa un’ora sentimmo spostare l’armadio e pensammo di essere stati scoperti; invece erano le suore che venivano a comunicarci lo scampato pericolo e l’arrivo dei miei. I nostri volti si rasserenarono e ci abbracciammo. Per nostra fortuna la portinaia aveva preso un abbaglio perché aveva scambiato per tedeschi dei contrabbandieri di caffè.

Quando eravamo nel convento andavamo spesso nei giardini del Colle Oppio dove giocavamo a rincorrerci, ma guai se calpestavamo le aiuole e i prati! Subito venivamo redarguiti e richiamati dai genitori o dai nonni, i quali temevano che passassero le guardie municipali e ci dessero la multa, o che ci chiedessero i documenti che erano falsi. E proprio a Roma nonna Gemma, sempre paziente e buona, mi diede uno schiaffo – l’unico – perché avevo attraversato di corsa una strada.

Quell’anno naturalmente non frequentai la scuola; cambiammo ancora residenza e ci trasferimmo in un grande appartamento sito in via Pierluigi da Palestrina, vicino a piazza Cavour. L’alloggio apparteneva a una famiglia fascista che si era spostata nell’Italia settentrionale. In una stanza avevano rinchiuso ciò che non potevano trasportare e noi ragazzi eravamo molto curiosi di sapere cosa c’era al di là di quella porta, ma la chiave l’avevano portata via. Rispetto allo spazio limitato della camera del convento, la nuova residenza ci sembrava un paradiso e potevamo correre nel lungo corridoio e fare tanti giochi. Alcuni li inventavamo noi: ne ricordo uno in particolare che si svolgeva nella sala da pranzo. Salivamo uno alla volta su una sedia a capotavola, poi camminavamo sul tavolo e quando arrivavamo al centro, proprio sotto il lampadario, ci chinavamo, incrociavamo le braccia sul petto e dicevamo “da bade, dabù”, poi scendevamo sulla sedia posta all’altra estremità del tavolo e così via finché non eravamo stufi.

Abitando in quella casa eravamo molto più liberi di giocare che nei giardini pubblici, per il timore dei genitori e dei nonni di qualche nostra trasgressione che, come ho già detto, li costringesse a presentare i documenti falsi. Un giorno eravamo sole in casa, la nonna Gemma e io, squillò il campanello e io andai ad aprire. Era la guardia comunale che ci doveva consegnare le tessere annonarie. Chiamai la nonna e la guardia le domandò: «Come si chiama, signora?». La nonna si era momentaneamente dimenticata del cognome falso, ma, sebbene colta dalla paura, ebbe la presenza di spirito di dire alla guardia: «Scusi un attimo, ho lasciato la pentola sul fuoco». Così si allontanò, andò a prendere la carta di identità, lesse il cognome, poi ritornò e disse: «Sono la signora Gemma Mancini». La guardia le consegnò le tessere e se ne andò senza accorgersi di nulla. Richiusa la porta, la nonna dovette sedersi perché le gambe le tremavano, il cuore le batteva forte e le guance erano di fuoco.

I mesi passavano e gli angloamericani avanzavano con molta lentezza. Finalmente sbarcarono ad Anzio, poco distante da Roma, e pensavamo di essere presto liberi. Si sentivano le cannonate, ma la resistenza tedesca fu tenace. I rifornimenti di viveri cominciarono a scarseggiare e i prezzi al mercato nero salivano alle stelle. Papà aveva portato con sé del denaro, ma il protrarsi della guerra aveva ridotto al lumicino le nostre risorse.

Si mangiava poco e male perché tutto scarseggiava e con la tessera si aveva diritto a razioni irrisorie; soltanto al mercato nero si poteva acquistare ogni sorta di cibo, ma i prezzi erano proibitivi per le nostre possibilità. A Tor di Nona c’erano varie persone che vendevano illegalmente; avevano un’organizzazione straordinaria e quasi mai la polizia riusciva a pescarli, perché quando in lontananza giungeva il grido: «Piove, piove!»; significava che un questurino era nei paraggi. Immediatamente tutti i venditori abusivi facevano sparire la mercanzia nelle loro abitazioni e sospendevano gli affari fino a che il pericolo fosse scomparso. Poi, come d’incanto, ricomparivano con i loro prodotti e il commercio riprendeva.

Bisognava escogitare qualche sistema per racimolare un po’ di soldi: mamma andava per strada a vendere rocchetti di filo, aghi, spilli, ma i guadagni erano minimi. Un amico di mio padre venne a sapere che il comando militare tedesco doveva effettuare un trasporto di pellami al nord; il babbo si offrì di accompagnare l’autista e di trovare un acquirente, dimostrando un coraggio non comune per provvedere alla famiglia. L’affare riuscì alla perfezione e papà senza grandi difficoltà fece ritorno con un bel gruzzolo che ci permise di sopravvivere fino alla Liberazione.

Le truppe alleate erano sempre più vicino a Roma e nella città non arrivava più cibo. Si mangiavano carrube, pane duro e nero; mancava la corrente elettrica e si usavano le lampade ad acetilene o ad allume di rocca, che emettevano poca luce e tanto fumo. I mezzi pubblici non circolavano più; la città era come cinta d’assedio.

Le truppe tedesche alla fine di maggio del ’44 ripiegarono verso il nord, molti erano feriti ma non tutti trovavano posto sui camion o sulle auto dell’esercito, perché nei combattimenti molti erano stati distrutti. Per rimpiazzare gli uomini caduti o feriti gravemente, Hitler non aveva esitato a mandare al fronte giovanissimi ragazzi di 16-17 anni ancora imberbi, ma con la stessa tracotanza dei loro compagni adulti. Per fortuna in città non vi furono gravi scontri; solo nelle zone periferiche i tedeschi tentarono, ma invano, di fermare gli angloamericani. I soldati della Wehrmacht erano allo sbando: io li ho visti laceri e stanchi mentre abbandonavano Roma.

Un giorno il nonno fu preso da compassione per quei giovanissimi soldati tedeschi ed esprimendosi nella loro lingua si avvicinò a un gruppetto che si era fermato nel giardino di piazza Cavour per una breve sosta e diede loro dei soldi perché si dissetassero.

Un ricordo di parecchio tempo prima: un giorno mia madre, mia sorella e io eravamo sul tram, nella vettura c’erano alcuni soldati tedeschi e uno di loro, quando vide la piccola Laura con i suoi riccioli biondi, le si avvicinò e l’accarezzò, e disse che gli ricordava la sua bambina che da parecchio tempo non poteva più abbracciare. Anche se il gesto compiuto dal soldato era di tenerezza, mia madre ebbe tanta paura perché i militari germanici incutevano terrore non soltanto per le armi che portavano, ma soprattutto per il loro comportamento rigido e duro e per la loro lingua così metallica e imperiosa. Ancora adesso, quando sento parlare in tedesco mi vengono i brividi e se mi capita che mi vogliano vendere un prodotto tedesco, mi rifiuto di acquistarlo.

La sera tra il 3 e il 4 giugno giunsero dalla strada delle grida. Noi non capivamo. Poi ci sembrò che dicessero: «I ladri, i ladri!». Invece urlavano: «Gli americani, gli americani!». Il mattino dopo vedemmo sfilare i carri armati alleati e tutti eravamo pazzi di gioia. Che differenza tra i soldati tedeschi e gli angloamericani ben pasciuti, ben vestiti e ben armati! Lanciavano alla gente festante tavolette di cioccolata e altre prelibatezze che da tanto più nessuno aveva assaporato.

Poco alla volta in città la vita riprese. Mamma ottenne il posto da maestra nella scuola elementare pubblica e io potei frequentare, con un anno in ritardo, la terza elementare, mentre la mia sorellina Laura iniziava la prima. Ma il ritorno a Torino non era ancora possibile e le preoccupazioni per i parenti rimasti colà erano grandi perché non avevamo loro notizie da molto tempo.

Mamma, utilizzando le sue limitate conoscenze della lingua inglese, fece conversazione con molti militari angloamericani e divenimmo amici di un soldato nero americano che spesso veniva a trovarci e ci portava tante buone cose da mangiare. Si chiamava Johnson, era alto e robusto e sulle sue possenti mani teneva senza alcuno sforzo due di noi bambini e ci faceva girare come se fossimo su una giostra. Gli eravamo molto affezionati; purtroppo lo mandarono in Normandia, dove morì in combattimento.

Papà riprese il suo lavoro con i clienti del sud, non sempre senza pericoli nonostante la Liberazione. Il momento più grave fu quando, in uno dei tanti viaggi per lavoro, venne arrestato dalla M.P. (Militar Police) e messo in prigione per alcuni giorni. Fu un’esperienza traumatica che sconvolse il babbo: i suoi capelli diventarono di colpo bianchi come se fosse invecchiato improvvisamente di dieci anni. I fatti si svolsero così: papà e un amico erano a bordo di un camion e facevano ritorno a Roma. Nei pressi di Terracina dei soldati americani con la jeep bloccarono il camion, imposero a papà e all’amico di scendere e li obbligarono a seguirli con urla, spintoni e schiaffi. Erano ubriachi e sostenevano che il camion viaggiava a velocità troppo elevata e che, nonostante i loro ripetuti segnali di fermarsi, il camion aveva proseguito la sua corsa. Il babbo e l’amico protestarono per i modi con i quali venivano trattati, ma i soldati non sentirono ragioni e li trasferirono al loro comando; furono rinchiusi in una cella e trattenuti per alcuni giorni. Papà non pensava mai più di subire dei maltrattamenti e un’ingiustizia proprio dagli americani che considerava liberatori. Fu per lui un grave colpo che ebbe ripercussioni sia sulla psiche che sul fisico. Diceva che i tedeschi, pur tanto odiati, non l’avevano mai trattato così duramente quanto gli americani, nei quali aveva riposto tante speranze per un mondo migliore.

Tuttavia, avemmo il piacere di rivedere zia Rita Montagnana, sorella della nonna, e suo marito Palmiro Togliatti, che si erano stabiliti a Roma dopo il lungo soggiorno in Unione Sovietica. Rita e Palmiro vennero alcune volte a farci visita e noi andammo a casa loro. Lei era sempre sorridente e attivissima: si occupava in particolare delle donne e della loro emancipazione, e aveva anche fondato il giornale Noi Donne. Palmiro aveva un aspetto molto compassato, a prima vista sembrava freddo e distaccato, invece, soprattutto con noi bambini, era disponibile, ci prendeva in braccio e ci raccontava favole ed episodi della sua vita. Stringemmo amicizia anche con un soldato piemontese di stanza a Roma, Bruno Barbero, che continuammo a frequentare per lunghi anni a Torino, dove si era sposato e aveva aperto una tipografia.

Con la liberazione di Roma, che nel mio ricordo si identificava con l’arrivo degli americani, ripresero le funzioni religiose al Tempio. Vi andammo poche volte e tutti noi torinesi rimanemmo stupiti dei numerosi movimenti, per noi quasi teatrali, delle braccia e delle gambe sia dei fedeli che del rabbino. Il rito a Roma era diverso da quello di Torino. Continuavo a guardare attorno a me meravigliata: quanta differenza fra il comportamento composto della gente del Tempio di Torino e il gesticolare curioso degli ebrei romani!

Quando abitavamo in via Pierluigi da Palestrina, quasi tutti i giorni uscivo con il nonno Marco e percorrevamo la stessa strada lungo il Tevere, Castel Sant’Angelo, piazza San Pietro. Nonno sapeva che c’era un punto del colonnato che circonda piazza San Pietro dal quale si vedono anziché varie colonne, una sola fila, e fu lui a trovarlo. Se per terra c’erano cicche di sigarette le raccoglievamo, poi a casa nonno utilizzava il tabacco per confezionarsi manualmente le sigarette.

Durante la guerra morirono tante persone conosciute e anche miei parenti, alcuni deportati senza ritorno, altri per disagi e malattie. Ma qui desidero ricordare in modo particolare una persona che in quegli anni visse molto vicina a noi bambini: Lena. Aveva forse sedici anni quando cominciò a lavorare a servizio presso la mia famiglia a Torino. Io le ero molto affezionata e la consideravo come una sorella. Aveva pazienza specialmente con mia sorella Laura di soli tre anni che era molto capricciosa e insofferente. Lena era pure assai laboriosa e forte nonostante la sua esile corporatura. Ricordo che per pulire e lucidare bene i parquet usava la cosiddetta galera, una pesante piattaforma di metallo collegata a un manico di legno; a noi bambini piaceva molto salire sulla galera e aggrapparci al manico per farci trasportare da una stanza all’altra da Lena.

Quando sfollammo da Torino al Fè, Lena fedele ci seguì; a lei i miei genitori affidarono la custodia di tutto ciò che non poterono trasferire dal Fè a Roma. Ci separammo da lei nell’ottobre 1943 sicuri di rivederla al termine della guerra. Invece fu uccisa durante un mitragliamento del treno su cui viaggiava per recarsi a visitare la sua famiglia a Saluzzo. Aveva solo vent’anni.

Quando nell’aprile del ’45 tutta l’Italia fu libera, tornammo a Torino in una macchina privata di proprietà di un nobile veneziano, il conte Bragadin. Quel viaggio fu memorabile perché ce ne capitarono di ogni colore. Sui tornanti che portavano a Radicofani dovemmo essere trainati da un carro. Le strade erano spesso disastrate e le gomme più volte si sgonfiavano e bisognava trovare qualcuno che le riparasse. La vettura era piuttosto vecchiotta, e anche se abbastanza ampia, era stracarica di persone e di bagagli; quindi l’andatura era modesta e impiegammo diversi giorni prima di giungere a destinazione. Il conte-pilota, dopo avere lasciato a Bologna la sua amante, voleva puntare direttamente su Venezia, ma papà gli ricordò l’impegno preso a Roma e costrinse Bragadin a portarci a Torino, che rivedemmo con grande emozione anche se era stata fortemente colpita dai bombardamenti.