Il kerygma non è solo l’annuncio della resurrezione, ma anche la rivelazione piena del “mistero” di Israele e del senso della vita umana. Appunti di Andrea Lonardo su di un articolo di padre Francesco Rossi de Gasperis

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /04 /2014 - 14:08 pm | Permalink
- Tag usati: , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo scritti a commento di Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, in “Rassegna di teologia”, 54 (2013) pp. 5-29.

Il Centro culturale Gli scritti (27/4/2014)

«Mi colpisce […] molto più di quanto non si osservi comunemente, il fatto che l"'evento" metastorico della "visione" di lui si presenti, nei credenti neotestamentari, "costantemente intessuto con un'intelligenza esplosiva, subitanea o progressiva, di un senso sorprendentemente nuovo e più alto delle Scritture e della tradizione d'Israele"; un'intelligenza scaturita dalla comprensione di Gesù di Nazaret proprio come "il Messia" (il Cristo), previsto e preannunciato dalla Torah, dai Profeti e dai Salmi, e "prelibato" dalla speranza d'Israele. Si pensi alla testimonianza di Filippo: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret» (Gv 1,45); e a quella di Paolo:

E ora sto qui sotto processo a morivo della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. A motivo di questa speranza, o re, sono ora accusato dai Giudei! Perché fra voi è considerato incredibile che Dio risusciti i morti?” (At 26,6-8)»[1].

Padre Rossi de Gasperis, nell’interessantissimo articolo «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, in “Rassegna di teologia”, 54 (2013) pp. 5-29, sottolinea così che non si dà vera accoglienza dell’annuncio della resurrezione senza comprendere che questo evento è il compimento della promessa fatta ad Israele.

Certo questa comprensione dell’antico Testamento non avrebbe alcun senso, per gli autori del Nuovo Testamento e quindi per noi, senza l’evento totalmente “nuovo” della resurrezione di Gesù:

«Coloro che affermano che esisterebbero due inizi del cristianesimo, il primo che nascerebbe dalla predicazione iniziale di un "Gesù storico", in Galilea ("un cristianesimo del messaggio evangelico"), e un altro nato dalle cristofanie postpasquali, non sembrano tenere sufficiente conto del fatto che "nulla conosceremmo del messaggio evangelico, senza le cristofanie postpasquali". I connotati che alcuni critici, soggettivamente e ipoteticamente, ritengono attribuibili a un "prefabbricato Gesù storico" - liberato dalle "scorie" della fede nella risurrezione! - ci sono "tutti trasmessi dai testimoni credenti del Risorto"! Chi, infatti, avrebbe "cominciato" a scrivere un vangelo e a prenderlo sul serio, prima e senza la risurrezione di Gesù? Tutto intero il Nuovo Testamento - con le Chiese neotestamentarie e i loro vari "cristianesimi" - si regge sulla testimonianza di coloro che "hanno veduto il Signore vivente per sempre nel suo corpo glorioso, dopo la sua risurrezione dai morti".

Nessuno, infatti al di fuori delle fonti neotestamentarie, che sono quasi le uniche che ci parlano di lui, avrebbe custodito e tramandato la memoria storica, e persino il nome di Gesù, con i famosi "valori cristiani", proclamati, senza troppo pudore, da coloro che non lo riconoscono vivente»[2].

Ma, lo stesso, l’evento della resurrezione è inseparabile dalla storia di salvezza che lo ha preceduto. Gesù Cristo mostra la grandezza e la bellezza di questa preparazione, portandola a compimento:

«È pieno di senso il fatto che Gesù abbia affermato, nella storia-parabola del ricco egoista e del povero Lazzaro, che persino la risurrezione di qualcuno dai morti non riuscirebbe a persuadere e a convertire chi non ascolti Mosè e i Profeti (cf Lc 16,19-31).

Vorrei sottolineare, qui segnatamente, che è questo "un elemento essenziale della fede neotestamentaria", che appare piuttosto emarginato nella consueta analisi della fede, così come la descrivono coloro che credono, e che, ovviamente, è del tutto trascurata dai non credenti. È vero che il Nuovo Testamento sottolinea il fatto che la fede nel Risorto glorioso trascende ogni sperimentale verifica empirica di carattere "oggettivamente scientifico". Esso tuttavia ne afferma e ne mostra sempre una "congruente contestualizzazione e continuità storica", una certa "logicità", variamente discernibile in diversi fenomeni empirici di richiamo della memoria dei credenti. Lungi dall'evidenziare "unicamente" l'irriducibile e singolare emergenza dell'evento pasquale del Messia risorto, ne viene difatti "svelata" anche la "nascosta" preparazione e conferma che esso riceve nella precedente economia d'Israele, velatamente contenuta in tutte le Scritture. Le descrizioni di una tale "continuità" sono molteplici e differenti nei diversi casi personali di accesso alla fede pasquale, sia nei diretti "veggenti" delle manifestazioni del Risorto, sia in coloro che hanno creduto, senza vedere, all'annuncio ricevutone dai primi testimoni, come nel caso dei tremila che si aggiunsero ai credenti a Gerusalemme, dopo il primo discorso di Pietro (At 2,41) o in quello dei familiari del centurione Cornelio a Cesarea (At 10,44-48).

Stando alle narrazioni evangeliche delle cristofanie postpasquali, troviamo per esempio l"'ardore del cuore" dei due discepoli sul cammino di Emmaus (Lc 24,32), o l"'apertura della mente" degli Undici e degli altri che sono con loro nel Cenacolo (Lc 24,44-45), quando, a una lettura sorprendentemente "nuova e inaspettata" di tutte le Scritture d'Israele, spiegata dal viandante misterioso, o apertamente dal Risorto, che si è fatto vedere, essi "scoprono, vedono, capiscono e sono colpiti al cuore" dal fatto che Gesù Messia d'Israele - crocifisso, morto, sepolto, risorto e vivente glorioso per sempre -, proprio "lui" sigilla compiutamente Torah, Profeti e Scritti (il TaNa"Kh ebraico) nella sua persona, conducendoli a una prima pienezza di senso - antecedentemente ignorata -, e annunciandone, in un suo futuro secondo avvento, una finale e strepitosa consumazione di significato universale (At 3,18-26).

Tale esperienza di una superiore continuità con le Scritture d'Israele - "percepita dal più alto punto di vista neotestamentario" - non è una semplice variante tra molte dei vangeli della risurrezione. È, piuttosto, un'illuminazione costante che, nel Nuovo Testamento, accompagna e consegue tutte le cristofanie postpasquali e l'accessione alla fede di tutti i credenti (cf la subitanea apertura della mente e la pienezza di gioia dell'eunuco evangelizzato da Filippo sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza: At 8,26-40)»[3].

Anche in San Paolo - e pure nel Paolo che predica ai pagani – il riferimento all’Antico Testamento è decisivo:

«La conversione di Saulo al proprio Messia risorto è sempre menzionata insieme all'attività missionaria, nella quale agli ascoltatori, specialmente giudei, "sulla base delle Scritture" (apo tôn graphôn), egli mostra che il Messia d'Israele è proprio quel Gesù che doveva soffrire e risorgere dai morti. Così egli fa subito a Damasco (At 9,22) e a Gerusalemme (At 9,26-30); a Tessalonica (At 17,1-5a); a Berea (At 17,10-12). E ancora, a Corinto, ogni sabato Paolo discute nella sinagoga, persuadendo giudei e greci. Quando poi Sila e Timoteo giungono dalla Macedonia, egli si dedica interamente alla Parola, testimoniando davanti ai giudei che Gesù è il Messia (il Cristo) (At 18,4-5). Così continua a fare a Mileto (At 20,21) e a Roma (At 28,20.30-31).

Il Paolo degli Atti degli apostoli rende ragione della "Via" (hê hodos), che sta seguendo e alla quale appartiene in Cristo Gesù, come di un modo di vivere in perfetta sintonia e continuità con la Torah e i Profeti, nutrendo, con una coscienza irreprensibile, la stessa speranza condivisa dai giudei (= i farisei), che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti (At 24,14-15). Una tale speranza d'Israele, nutrita servendo Dio notte e giorno con perseveranza, egli confessa di nuovo davanti al re Agrippa e alla sorella Berenice (At 26,6-8). Egli non afferma se non ciò che i Profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè il Messia (Cristo) avrebbe dovuto soffrire e, primo dei risorti dai morti, avrebbe annunciato la luce al popolo e alla genti (At 26,22-23)»[4].

Il riferimento all’Alleanza con Israele ed alle sue Scritture è elemento decisivo in tutti gli scritti neotestamentari, e non orpello aggiunto successivamente dai Padri. Annunciare il Vangelo vuol dire sempre comprendere insieme il senso pieno dell’Antico Testamento:

«Come non comprendere la grande e solenne genealogia "storica", con cui si apre il Vangelo secondo Matteo "e l'intero Nuovo Testamento" (Mt 1,1-17), come un annuncio esultante della messianità trascendente di Gesù, chiamato Cristo - il figlio di Maria, la sposa di Giuseppe, della casa di Davide? La genealogia si conclude con la luce di una salvezza universale (= il nome di Emmanuele: Mt 1,22-23 = 28,20), attraverso Israele (l'adorazione dei magi), che passa attraverso l'ombra di una croce (= la kenosi di Giuseppe e di Maria e la persecuzione di Erode, con la strage degli innocenti) (Mt 1,18-25; 2,13-23). Luca non è da meno, quando introduce il suo racconto della "storia" di Gesù nel tessuto di una genealogia in parte simile e in parte differente (Lc 3,23-38). La vicenda della vittoria della pace messianica per la discendenza di Abramo e per la casa di Davide, attraverso la vicenda di Gesù, è cantata gioiosamente da Zaccaria (nel Benedictus), il cui bambino preparerà le strade al Signore che sta venendo (Lc 1,67-79). L'intera atmosfera dei Vangeli dell'Infanzia, sia per Luca sia per Matteo, è quella di una canzone che risuona vittoriosa e luminosa nella storia tra le tenebre e l'ombra della passione e della morte dei giusti (cf Lc 1,46-55: il Magnificat; 2,13-14: il Gloria in excelsis; vv. 25-38: il Nunc dimittis).

L'identità tra il Figlio del Padre, nato come uomo dal seme di Davide secondo la carne, e il Figlio di Dio, fatto Kyrios potente secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, è celebrata da Paolo all'inizio della Lettera ai romani, come l'Evangelo di Dio promesso attraverso i profeti nelle Scritture sante (Rm 1,1-4).

Ancora più sintetica è la confessione di una salvezza che si dispiega attraverso tutta la storia, scrutata dai profeti ispirati dallo Spirito di Cristo, nell'Antico Testamento, e oggi annunciata dagli evangelisti, guidati dallo Spirito Santo: una salvezza centrata sulle sofferenze destinate a Cristo e sulle glorie che le avrebbero seguite (1Pt 1,10-12).

Il quadro della permanenza di 40 giorni e 40 notti nel deserto di Giuda, e delle tre tentazioni ivi subite e vinte da Gesù, è una rilettura della storia della peregrinazione di Israele per 40 anni, e delle sue tentazioni, lungo il cammino verso la terra promessa (Mt 3,1-4,11; Mc 1,1-13; Lc 3,1-4,13). Questo tema è ripreso dal grande parallelo tra la figura di Mosè e quella di Gesù, propria del Vangelo secondo Matteo; dal discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, sul pane della vita e la vera manna (Gv 6,22-71); come pure dalla Lettera agli ebrei (Eb 3,1-4,13).

Si consideri il parallelismo trascendente introdotto tra la persona e "il regno di Davide", richiesto a Samuele e preteso, "contro il disegno del Signore", dagli anziani di Israele, desiderosi di "essere un popolo come tutti gli altri popoli" (1Sam 8-10; cf At 1,6-8), e la persona del Re e del Regno di Dio, che non appartengono a questo mondo, ma che qui cominciano a compiersi nella persona e con la predicazione della Chiesa di Gesù, straniera e pellegrina tra le nazioni (Gv 18,33-19,22; 1Pt 1,1.17; 2,11-12; Ap 17,14; 19,11-16; ecc.). Allo stesso modo viene celebrato "il Tempio del Signore" nella sua città di Gerusalemme - non quello "fatto da mani di uomo", voluto da Davide, e non dal Signore (2Sam 7,1-17) - ma quello del corpo di Gesù e del suo mistero pasquale (Gv 2,18-22; Eb 9,1-14; 10,19-22; Ap 21,22).

Si pensi ancora alla "assunzione" (analêmpsis) di Gesù e del suo popolo dalla condizione terrena a quella "celeste", inquadrata tra la scomparsa di Enoc, preso da Dio dopo aver camminato con lui per tutta la sua vita (Gen 5,23-24); alla morte misteriosa di Mosè, sulla bocca del Signore (Dt 34,5), e al rapimento di Elia tra il turbine tempestoso, nel quale egli sale in cielo (2Re 2,11). Cogliamo, finalmente, il senso rivelatore del titolo sibillino ed escatologico di "Figlio dell'uomo", con cui Gesù preferisce designarsi, e che gli è suggerito e ispirato dalle visoni di Dn 7 (cf Ap 1,13; 14,14).

Soprattutto luminosa è "l'icona della Trasfigurazione", specialmente nella versione lucana (Lc 9,28-36), come "l'affresco più maestoso del Nuovo Testamento", volto a illustrare "l'esodo pasquale" di Gesù, verificatosi a Gerusalemme, quale compimento glorioso delle Scritture, tra Mosè (Torah) ed Elia (Profeti) - a loro volta interpretati nel loro pieno senso dalla gloria irradiata su di loro da Gesù risorto, che sta in mezzo, tra loro.

Si potrebbe continuare indefinitamente»[5].

La resurrezione di Gesù è evento assolutamente “nuovo” ed, insieme, in continuità “continua” con la “novità” perenne dell’Antico testamento:

«Il piano del Padre avanza dinamicamente in salita, in perfetta coerenza con la storia di Abele e di Giuseppe, di Giosia, di Geremia e del "Servo di Yhwh" del Secondo libro di Isaia, di Ezechiele, di Zaccaria, ecc. Nessuno dei primi testimoni, una volta convertito, ha esitato un istante nel confessare una simile continuità. Anche i giudeocristiani di oggi sembrano rivolgere discretamente ai loro fratelli non credenti in Gesù la domanda mossa da Paolo al re Agrippa:

"Perché voi considerate incredibile che il nostro Dio faccia, in continuità con le grandi opere (ta megaleîa toû theoû: At 2,11) che egli ha fatto nel passato, delle cose ancora più nuove e meravigliose, come mandare al suo parola e alle genti il suo Servo, manifestatosi come il Figlio del suo amore (Col 1,13-14), per rendere "visibile" il suo Nome tra noi, e convertire la croce impostagli da noi per la redenzione e il perdono dei peccati umani, risuscitandolo dai morti e facendolo Signore del cielo e della terra?" (cf At 26,8)»[6].

L’evangelizzazione, allora, per essere fedele al Cristo, deve manifestare che egli è il compimento del disegno di salvezza iniziato da Dio fin dalla creazione del mondo:

«Sarebbe ben povera cosa asserire, come facevano solamente alcuni anni fa alcuni manuali di teologia fondamentale, che il cristianesimo è una religione che pretende di essere rivelata; che il rivelatore di esso è Gesù di Nazaret, il quale ha detto di essere il portavoce di Dio e ha garantito di esserlo davvero, risorgendo dai morti. Mancava in questo banale enunciato la comprensione della gloria dell'assunzione al cielo di Gesù; mancava l'illuminazione coinvolgente, nel credente, dell'intelligenza del senso di tutto il disegno e dell'itinerario storico di Dio nelle Scritture d'Israele e nella storia umana. Risorgendo dai morti, infatti, quale primizia della nostra destinazione finale (cf Rm 8; 1Cor 15,20-28), Gesù Cristo rivela nel suo corpo glorioso chi sia l'essere umano (homo = maschio e femmina, da humus = suolo, terreno) nel disegno di Dio: non condannato a consumarsi nella sua condizione carnale di "terrestre", ritornando alla terra da cui è stato tratto (il primo 'Adam è divenuto psychê vivente: Gen 2,7; 3,19), ma destinato a vivere per sempre con il Cristo risorto (l'ultimo 'Adam divenuto pneûma datore di vita: 1Cor 15,42-50), in virtù dello Spirito della santificazione, nella comunione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito. È questo l'evangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio (Mc 1,1)»[7].

Solo così l’annuncio non dimenticherà quella nota senza la quale esso sarebbe sfigurato: il Vangelo rivela non solo il “mistero” di Dio, ma insieme - e indissolubilmente – il “mistero” dell’uomo e della sua storia. Annunziare il Vangelo è sempre parlare del senso della vita umana che scopre se stessa e trova luce dinanzi a Cristo Signore:

«L'Evangelo neotestamentario, tuttavia - lo abbiamo mostrato in queste pagine - non consiste solamente nel ripetere semplicemente che "Gesù, il quale era morto, è risorto e oggi è vivo!". Esso comporta parimenti l'intelligenza e la consapevolezza pratica di uno spostamento decisivo (una vera metanoia) che l'evento della risurrezione di Gesù ha indotto nella conoscenza e nella sensibilità dell'umanità nei confronti della realtà, che stiamo vivendo nella storia sulla terra. "È cambiato radicalmente il senso dell'esistenza umana, presente e avvenire". Dal primato di un'attenzione concentrata prevalentemente sul nostro "presente terreno", il campo ottico e la speranza dei credenti e dei battezzati in Gesù si sono aperti e si estendono ormai sullo sconfinato orizzonte di una condizione umana corporea di "gloria infinita con Lui", oltre la morte (1Ts 4,17). Lungi dall'ottundere la nostra vista sull'oggi, la fede neotestamentaria la libera dalle suggestioni trasmodanti del presente, siano esse angosciose o esaltanti, sostenendole con una speranza incrollabile (cf Rm 8,18-25). Su di un tale campo visivo, squadernato dal principio al suo compimento senza fine, "in virtù della risurrezione gloriosa di Gesù Cristo", il Nuovo Testamento ci indica e ci offre una chiave di lettura e di intelligente discernimento delle Scritture di Israele, comprese nel loro intero dispiegamento storico, quali modulo esemplare e parametro (pattern) di ogni vicenda umana retta e guidata dalla sapienza di Dio creatore e salvatore di tutti gli esseri umani nella storia. Pietro lo rivela apertamente al popolo di Gerusalemme, dopo aver sanato lo storpio pressola Porta Bella del tempio:

«Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: "Uomini d'Israele, perché vi meravigliate di questo e perché continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest'uomo? Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino» (At 3,12-14)»[8].

Note al testo

[1] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) p. 9.

[2] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) p. 8.

[3] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) pp. 10-11.

[4] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) pp. 12-13.

[5] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) pp. 18-20.

[6] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) p. 21.

[7] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) p. 24.

[8] F. Rossi de Gasperis, «Vedere il Signore risorto» per l’Anno della Fede e una nuova evangelizzazione, Rassegna di teologia, 54 (2013) pp. 25-26.