La gloria in un bullone, di Antonio Spadaro

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /04 /2014 - 14:02 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito BombaCarta un articolo scritto da Antonio Spadaro pubblicato il 28/10/2009. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (27/4/2014)

Il 5 febbraio 1852 Henry David Thoreau, scrittore e maestro del «rinascimento americano», registra nel suo diario: «Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non mantiene mai». C’è qui l’indicazione di una conoscenza sorgiva che si nutre di un primo immediato contatto con qualcosa di bello.

Se il fiore può sembrare oggetto fin troppo prezioso, possiamo ricordare la passione che il pensatore gesuita Pierre Teilhard de Chardin da bambino nutriva per gli oggetti di ferro: un bullone d’aratro, la testa metallica esagonale di una colonnetta di rinforzo, schegge di proiettili di un tiro a segno… «Fanciullaggini» le definisce lo stesso Teilhard da adulto, il quale però non può non riconoscere che «in questo gesto istintivo che mi faceva, in senso rigoroso, adorare un pezzo di metallo, erano racchiusi e raccolti un’intensità di tono ed un corteo d’esigenze dei quali l’intera mia vita spirituale è stata solo lo sviluppo».

Come si fa dunque a «vedere» veramente la realtà, che sia essa un fiore o un bullone di ferro? Come mantenere uno sguardo sempre fresco sugli oggetti? Il poeta, premio Nobel, irlandese Seamus Heaney direbbe, citando il titolo di una sua raccolta, che si tratta di imparare a Seeing Things, a «veder cose». L’espressione in inglese significa non solamente «veder cose», ma anche «avere visioni». È in questo duplice senso che è da cercare la risposta. La densità di visione è tipica dell’ispirazione creativa di cui l’uomo ha bisogno per vivere appieno la sua vita.

William Blake ci viene in soccorso con una manciata di versi: Vedere un mondo in un granello di sabbia, / e un cielo in un fiore selvaggio. / Chiudere l’infinito in un palmo di mano / e l’eternità in un’ora.

Questi versi sembrano citare un detto attribuito a sant’Ignazio di Loyola: non coerceri a maximo sed contineri a minimo divinum est, cioè: «è divino non essere ristretti neanche dallo spazio più ampio possibile ed essere capaci di essere contenuti dallo spazio più ristretto possibile».

La frase capovolge una convinzione estetica di Immanuel Kant che distingue nettamente «bello» da «sublime»: il bello si riferisce alla forma dell’oggetto, che consiste nella limitazione; il sublime invece può riferirsi anche a un oggetto informe, in quanto in esso è rappresentata un’illimitatezza. Il sublime è grande, mentre il bello può essere piccolo, scrive il filosofo nelle sue Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime del 1764.

E invece il sentimento del sublime si può sperimentare anche nel piccolo, in ciò che è limitato. Il senso del sublime può cogliere l’uomo non solamente davanti a paesaggi immensi e rocciosi come quelli dipinti dai pittori di metà Ottocento dell’American Scenery, ma anche contemplando la crosta frastagliata di un pane appena sfornato. Questo, in fondo, è il senso di uno sguardo contemplativo: intuire la gloria delle piccole cose.

È lo sguardo di un grande poeta come Gerard Manley Hopkins che compie la «rivoluzione» del sublime. Così, ad esempio in una poesia che Benedetto Croce traduce in prosa: «Gloria sia a Dio per le cose variegate – pei cieli di accoppiati colori come una vacca chiazzata; per le macchie rosee che screziano la trota nuotante; per la cascata di castagne dal colore di carbone appena acceso; per le ali dei fringuelli; per il paesaggio a macchie e a toppe» (Bellezza variegata).

È il neo, la macchia, la chiazza, la toppa che evocano la gloria di Dio. In Hopkins è proprio il piccolo ad essere instabile (fickle) e ricco di contrasti (counter), grazie al fatto che vive in fondo alle cose una «più cara freschezza» (dearest freshness), quella dell’origine.

Questa è la visione delle cose alla quale, a mio avviso, siamo chiamati: una visione che sa perfino contemplare la gloria in qualcosa di piccolo, di semplice; una visione «sacramentale». E ricordiamo le parole evangeliche: «Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Lc 12, 27). È da questa visione che può scaturire la visione della bellezza maestosa delle cose più semplici e strumentali: un vaso, una borsa, un ferro da stiro, una penna, una tazza, una sedia…

In una sua meditazione su Rainer Maria Rilke, Romano Guardini scriveva che non siamo fatti per esperire ed esprimere l’enorme, lo straordinario che sommerge le nostre semplici mani e ammutolisce il cuore e la parola. Siamo fatti, invece, per esperire la realtà quotidiana, che però per la sua intensità può persino superare la grandezza estensiva dello straordinario. Allora aveva ragione il poeta boemo nelle sua nona Elegia duinese a scrivere con candore e immediatezza che siamo fatti per le cose che costituiscono la vita di tutti i giorni: Siamo forse qui per dire solo: casa, / ponte, fontana, porta, mandorlo, brocca, finestra, / o al più: colonna, torre… Ed è a queste cose che siamo chiamati ad educare, alla «gloria» della realtà che la poesia ci aiuta a conoscere.