Ebrei, la rete turca di Roncalli, di Lorenzo Fazzini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /04 /2014 - 14:32 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 26/4/2014 un articolo di Lorenzo Fazzini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/4/2014)

Roncalli in una foto del 1934
in Turchia dov'era nunzio

«A partire dalle prime notizie delle persecuzioni, ovvero durante gli anni 1940-1941, Roncalli mobilita tutte le sue energie per venire in soccorso degli ebrei in difficoltà in modo da facilitare l’evacuazione del più grande numero di essi. Negli anni 1942-1943 dedica l’essenziale del suo tempo a questa missione che egli si è attribuito da sé e nel corso del quale beneficerà dell’appoggio costante di Chaim Barlas [rappresentante della Jewish Agency in Turchia, ndr] e della mia cara nonna, Maria Bauer, così come anche di aiuti molto più potenti dal momento che egli aveva instaurato dei rapporti eccellenti con lo zar Boris di Bulgaria e con la Chiesa ortodossa bulgara che si opponeva alla persecuzione" nazista contro gli ebrei.
 
La firma di questa affermazione è di quelle che pesano: Alexandre Adler, uno dei giornalisti ed intellettuali francesi attualmente più noti. Ebreo di famiglia, oggi Adler è consigliere della direzione Le Figaro nonché editorialista del medesimo quotidiano per le questioni di politica internazionale, tema sul quale è particolarmente ferrato dopo una lunga carriera che lo ha visto lavorare a Liberation, dirigere Courrier International, scrivere su Le Monde. Insomma, un pedigree tutt’altro che clericale o filo-cattolico quello di Adler, passato dal maoismo giovanile (nato nel 1950, tutta la sua famiglia da parte paterna, eccetto il padre, morì nei campi di sterminio nazista) a posizioni più conservatrici negli ultimi anni (ha appoggiato l’intervento anglo-americano in Iraq e l’elezione di Sarkozy nel suo Paese). 

Si sapeva in qualche modo dell’attività di Angelo Roncalli a favore degli ebrei, ma proprio alla vigilia della canonizzazione, Adler apre uno squarcio totalmente inedito di memorie famigliari sul 'papa buono', grazie alla testimonianza di sua nonna, Maria Bauer, con la quale - stando ad Adler stesso - il futuro Giovanni XXIII, mentre era delegato apostolico ad Ankara (1934-1944), collaborò in maniera molto stretta per mettere in salvo gli ebrei perseguitati in Europa dell’Est e farli pervenire in Turchia, allora neutrale. Tanto che Adler arriva ad affermare - in un libro pubblicato in Francia da pochi giorni, Un affaire de famille. Jean XXIII, les juifs et les chrétiens (Cerf ) - , che «Roncalli fece di Istanbul il quartier generale di un’impresa di salvataggio senza precedenti». Specificando anche i dettagli: «Mia nonna andava ad incontrarlo negli uffici dietro la chiesa cattolica di Pera, la entespri Latin Katedrali».

Adler porta un esempio concreto, grazie alla testimonianza della nonna Bauer, che a quell’epoca era direttrice della sezione turca della Wizo, la Women International Zionist Organization: il caso del famoso pianista ebreo di origini russe Alexis Weissenberg, definito dal celebre direttore d’orchestra Herbert von Karajan «uno dei migliori pianisti del nostro tempo». Ebbene, se Weissenberg «fu l’immenso interprete che conosciamo, lo deve a Angelo Roncalli. E non è il solo caso perché centinaia di ebrei dalla Bulgaria poterono passare la frontiera turca grazie alla tolleranza delle autorità di Ankara che era stata acquisita grazie alla pazienza del delegato apostolico», ovvero il futuro pontefice da domani santo. Ankara era poi solo una tappa verso la Palestina, agognata meta del popolo ebraico: e così, annota il giornalista, il nunzio vaticano «non lesinava la distribuzione di certificati di immigrazione».

Ancora. Adler conferma uno degli indizi di questa attività pro-ebraica di Roncalli: «A Istanbul moltiplicava i falsi certificati di battesimo, organizzava le filiere di passaggio, raccoglieva viveri e vestiti, mobilitava le sezioni della Croce Rossa, scriveva ardenti suppliche ai potenti e circostanziate missive in Vaticano». E c’è di più. Il testo di Cerf riferisce anche un’altra testimonianza, quella del funzionario del Terzo Reich Franz von Papen, cattolico, inizialmente molto favorevole all’ascesa al potere di Hitler, ben presto però in rotta con il Fuhrer, che infatti lo relegò al ruolo marginale di ambasciatore in Turchia. Scrive Adler: «Nella sua testimonianza scritta al processo di Norimberga, Papen precisava che migliaia di ebrei erano stati salvati grazie alle formalità amministrative alle quali aveva finito per piegarsi l’ambasciatore del Terzo Reich in Turchia», ovvero se stesso, proprio grazie alla pressione di Angelo Roncalli, il quale «pensava di utilizzare la professione di buona fede di Papen per i suoi propri fini», ovvero la messa in salvo del maggior numero di ebrei perseguitati. 

Roncalli si muoveva ben conscio che il lavoro di 'passatore di ebrei' non era scevro di rischi: riceveva i suoi sodali Maria Bauer e Chaim Barlas «da soli in nunziatura, senza la presenza di uno dei suoi aggiunti o di qualche segretario. Prendeva appunti da solo per preparare i suoi rapporti in Vaticano, ascoltava in silenzio, sospirava e chiedeva ai suoi interlocutori di dire le cose con precisione». Ma il dramma che si stava svolgendo sotto gli occhi inquietava l’animo cristiano del santo di Bergamo: «Durante uno di quegli incontri - riferisce Adler - quando Barlas evoca la sorte disastrosa dei bimbi ebrei in Slovacchia, Roncalli, improvvisamente pallido, si alza e mettendosi davanti ad un’icona di Cristo, inizia a recitare i primi versetti del libro di Ezechiele sulle ossa inaridite e sul ritorno di Israele alla vita. Un’altra volta, durante un incontro, appena aver finito di leggere i Protocolli di Auschwitz, una testimonianza su quel campo di morte, scoppia in lacrime».
 
E quando nel 1944 Roncalli venne nominato nunzio in Francia, al momento del congedo Maria Bauer si espresse così: «Noi abbiamo una riconoscenza eterna per tutto quello che lei ha fatto». Tanto che Adler ricorda che, all’età di 8 anni, il giorno dell’elezione di Angelo Roncalli al soglio pontificio, esclamò con innocenza fanciullesca: «È il nostro papa», il papa amico degli ebrei schiacciati dalla furia nazista.