Don Camillo e Peppone: una parabola per il mondo moderno, di Tommaso Spinelli

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /05 /2014 - 17:42 pm | Permalink
- Tag usati: ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione della relazione tenuta dal dott. Tommaso Spinelli il 15 marzo 2013, nel corso dell’incontro “Don Camillo e Peppone: Giovannino Guareschi e gli educatori d’oggi”, organizzato dall’Ufficio catechistico della Diocesi di Roma e dal Centro culturale Gli scritti. La trascrizione è stata curata da Giulia Balzerani che, insieme a Tommaso Spinelli, è stata organizzatrice dell’incontro per Gli scritti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per i file audio delle diverse relazioni, vai al link Don Camillo e Peppone: Giovannino Guareschi e gli educatori d'oggi. File audio degli interventi di Tommaso Spinelli ed Andrea Lonardo. La clip con alcune sequenze dai film è on-line al link su YouTube Scene da Peppone e don Camillo per l'incontro Giovannino Guareschi e gli educatori d'oggi

Il Centro culturale Gli scritti (20/5/2014)

Don Camillo chiese: «Signore, cosa possiamo fare noi?».
Il crocifisso sorrise: «Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile e il seme fruttificherà. Bisogna salvare il seme: la fede».

Andrea Lonardo, Introduzione

Perché l’Ufficio catechistico e il Centro culturale Gli Scritti propongono un incontro su Giovannino Guareschi? Perché vogliono ricordare che l’educazione alla fede non avviene solo tramite i fondamenti della fede, come la Scrittura, ma anche tramite ciò che la fede riesce ad ispirare, a far vibrare nella storia, come risonanza dell’unico Vangelo. C’è un brano meraviglioso di una delle poesie di Karol Wojtyla, in Trittico romano, in cui, riflettendo su Michelangelo e sulla Sistina, scrive: «Ma il Libro aspetta l'immagine.- È giusto. Aspettava un suo Michelangelo». Certo nella Scrittura è già presente tutto, ma in realtà finché Michelangelo non dipingela Creazione di Adamo, che gli dà l’anima sfiorandogli il dito, è come se Genesi non parlasse ancora.

L’anno scorso, in un primo incontro su questa linea abbiamo proposto Lewis, ora vogliamo proporre Guareschi, ma potremmo proporre anche Dante, Matisse, Tolkien, Mozart, per dire con forza che la catechesi non si fa solo con la Bibbia: non perché la Bibbia non sia importante, ma perché la verità della Bibbia è la sua capacità di risuonare, e perché, come ci diceva Papa Francesco all’inizio del suo ministero, “la Parola di Dio precede ed eccede la Scrittura”. Viene prima, cioè, ed è più grande della Scrittura. Nella Scrittura non c’è tutta la Parola di Dio perché la Parola di Dio totale è Cristo. La Parola vivente, fatta carne, si cristallizza poi in maniera stretta, ma non totale, nella Scrittura, e risuona in tutta la tradizione. Potremmo dire che Peppone, don Camillo, Guareschi, sono tradizione della Chiesa. Non sono semplicemente dei personaggi ed un autore, ma sono una risonanza, sono, almeno in parte, la parola di Dio che dà vita e ci parla. Noi possiamo educare sia leggendo un brano dell’Esodo, sia leggendo o vedendo in video il dialogo sul battesimo tra don Camillo e Peppone. Per cui questo incontro vuole essere un invito ad amare Guareschi ed i suoi personaggi perché hanno saputo far parlare e risuonarela Parola di Dio.

Ascolterete due relazioni: la prima è del dott. Tommaso Spinelli. Tommaso è stato il più giovane uditore al Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, dove ha tenuto un intervento molto apprezzato, ha conseguito la laurea in Lettere classiche alla Sapienza di Roma con una tesi su Sisto IV con la Prof.ssa Cosma ed è un grande appassionato della figura di Guareschi.

Tommaso Spinelli, Relazione

Per prima cosa dobbiamo partire da questa folla che si raduna ogni volta che compare, anche senza l’ausilio di grossi mezzi pubblicitari, il nome di Guareschi, un nome che si è voluto cancellare dai libri di letteratura e dagli articoli di giornale e che viene però mantenuto vivo da tutte le persone che continuano ad amarlo. A Brescello mi dicevano che ogni anno circa 45.000 persone si recano in quello che è un paesino dell’Emilia Romagna, solo per vedere i luoghi nei quali sono stati girati i film di don Camillo e Peppone. Credo che anche voi siate venuti oggi in maniera un po’ diversa da quella in cui venite agli altri incontri culturali che organizziamo. Solitamente ad un incontro culturale andiamo attratti da un titolo, ma è un argomento di cui conosciamo qualcosa e sul quale vorremmo conoscere qualcosa di più. Qui siamo venuti invece spinti da qualcosa di più sentimentale, ognuno di voi è venuto qui sperando che io, parlando, ricordi una frase, un’espressione, un volto, una parola detta dal Crocifisso a don Camillo, che voi avete dentro, che avete nel cuore fin dalla prima volta che avete per caso incontrato Guareschi. Il contatto con Guareschi ha fatto nascere qualcosa che ogni volta che se ne sente il nome fa capolino e spinge ad andare ad ascoltare, nella speranza di ritrovarlo.

Guareschi amava chiamare queste storie, che noi comunemente chiamiamo di Peppone e don Camillo, come storie del Mondo piccolo, perché questo mondo non è troppo grande per l’uomo. Mentre il mondo moderno sta diventando invivibile - noi viviamo a Roma e lo sappiamo bene - anche solo per le difficoltà del traffico, il mondo creato da Guareschi è fatto a misura dell’uomo. Questo mondo non è piccolo perché banale, perché la grandezza di questo mondo la fanno i personaggi che lo abitano: oggi noi tutti possiamo dire che ci sentiamo cittadini di questo mondo piccolo che - Guareschi lo dice nella prima edizione - non appartiene ad un luogo preciso, ma vive per tutto il mondo con i suoi don Camillo e i suoi Peppone.

Ad oggi esistono circa 350 traduzioni delle opere di Guareschi. Un amico della famiglia Guareschi, ingegnere, raccontava che, trovandosi in Islanda, cercava di spiegare da dove venisse: aveva provato a dire nord Italia, a nominare Milano, ma nessuno riusciva a capire, Parma era ancor meno conosciuta, aveva provato a dire che veniva dai luoghi del parmigiano reggiano, dove era nato Giuseppe Verdi senza avere alcuna reazione. Alla fine ha detto: “Vicino al mio paese hanno anche girato i film di don Camillo”, e subito un islandese ha detto: “Ah, don Camillo!” e ha preso una copia di un libro di Guareschi in islandese (è uno degli autori più tradotti in quella lingua). Ultimamente Guareschi è stato tradotto anche in coreano, l’unica lingua in cui non esistono opere di questo autore è il cinese, in Cina i suoi libri sono vietati perché ritenuti di propaganda.

Cosa ci affascina però in profondità di questi film che ormai hanno settant’anni e che, a dispetto di questo, sono tra i pochi a resistere in televisione dove vengono riproposti ogni anno?

Ci affascina innanzitutto la serenità di questi film, il fatto di poter sorridere guardandoli in modo sereno, c’è una sorta di nostalgia. Tanti di noi hanno nostalgia di quel mondo che di fatto non è mai esistito, è un mondo inventato da Guareschi. La prima domanda che vorrei pormi oggi è proprio questa, perché un mondo inventato, inesistente, ci ha lasciato tanta nostalgia nel cuore? Perché a distanza di settant’anni anche ragazzi come me che non hanno mai vissuto niente di anche solo simile a quel mondo, perché sono nati quando già quell’epoca era passata, sono attratti da questo mondo?

Il segreto è proprio, a mio avviso, nella purezza del sorriso che scaturisce dalla visione dei film di Guareschi. Quelli di voi che hanno avuto occasione di leggere Il Candido ai tempi in cui veniva pubblicato e anche i più giovani, quelli che hanno conosciuto Guareschi attraverso i suoi film, si sono subito resi conto, anche senza andare ad un’indagine culturale più approfondita, che lì stava accadendo qualcosa di nuovo, che quel sorriso non era lo stesso che abbiamo quando vediamo un qualsiasi film comico, c’è qualcosa di diverso che scatta, perché quel sorriso ti resta e ti dà il coraggio di vivere.

Tra le 130 tesi di laurea che sono state fatte su Guareschi e che sono raccolte nell’archivio del Club dei ventitré (così chiamato perché Guareschi riteneva che questo è il numero di lettori che si sarebbero ricordati di lui), c’è una tesi di un medico. Lui aveva notato che nelle corsie degli ospedali spesso si trovavano i libri di Guareschi e aveva provato a darli lui stesso da leggere. Aveva notato che questi libri avevano effetti benefici sulle persone. I figli scherzando dicevano che questo medico aveva scoperto la “guareschite” che non si capiva se fosse più una malattia o una medicina, perché le persone che si innamorano della voglia di vivere poi non smettono più.

Sicuramente all’interno di questi film c’è un sorriso diverso, perché come dice Carlotta Guareschi, figlia di Giovannino, non è vero che suo padre fosse una persona ignorante così come lo descrivevano, era un uomo che leggeva tantissimo e si vede dai suoi libri e dai film che ne sono stati tratti. Apparentemente è banale far ridere le persone, ma qui c’è qualcosa di diverso.

È possibile indicare anche un momento di svolta: Guareschi ha vissuto, come militare internato, l’esperienza dei Lager. Guareschi scriveva cose che facevano ridere anche prima dell’esperienza del lager, ma è dopo, dice lui stesso, che si è scoperto simpatico. Dimagrito, perdendo grasso, anche intellettualmente, con i baffi, si accorge di far sorridere le persone, ma in modo diverso, perché aiuta gli altri, attraverso il sorriso, a non arrendersi alla disumanizzazione con cui i nazisti vogliono piegare gli animi.

Facendo ridere, Guareschi sta infliggendo un colpo alla Germania nazista che vuole strappare la voglia di essere uomini. Guareschi, dopo il lager, capisce che il suo sorriso è qualcosa di potente. All’interno dei film, poi, è un’operazione che scardina le basi della comicità a partire dal teatro latino o, addirittura, ancor prima, da Aristotele. Sapete che il famoso libro sul riso della Poetica di Aristotele, quello su cui ha scritto Umberto Eco ne Il nome della rosa, non esiste più, è andato perso e ne abbiamo solo alcune citazioni.

In una commedia latina, pensiamo a Plauto, si ride quando compare sulla scena un servo deforme, gobbo, brutto, con i piedoni, lo stesso meccanismo che fa ridere davanti a un clown. Si ride quando il servo fa una marachella e viene frustato davanti a tutti. Questo è il meccanismo della comicità, si ride per le disgrazie capitate ad altri, perché quell’evento è capitato ad un altro e non a me, mi prendo la rivincita sul male che sta toccando qualcun altro e non me.

Pirandello aveva approfondito questa cosa dicendo che il comico ha sempre dietro il tragico:

“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.

Guareschi sovverte tutto questo, rovescia questa visione: noi ridiamo non perché il film ci rende complici del male, perché ci mette dalla parte degli aguzzini. La grandezza di Guareschi è farci ridere rendendoci complici del bene, noi ridiamo non del male che colpisce un altro, ma perché il bene vince il male nella storia di tutte le persone e riporta l’unico ordine che secondo Guareschi è davvero permanente, l’ordine del bene. Guareschi sperimenta nella sua vita le ideologie, nasce nel 1908 e vive da bambino la prima guerra mondiale - vive tutte le ideologie - poi il fascismo e la seconda guerra mondiale. Guareschi dirà, iniziando Il Candido:

 “Noi non apparteniamo a nessun ismo. Abbiamo un’idea, sì, ma non finisce in -ismo. La cosa è molto semplice: per noi esistono al mondo due idee in lotta: l’idea cristiana e l’idea anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana e siamo perciò con tutti coloro che la perseguono e soltanto fino a quando la perseguono. Quando, a nostro modesto avviso, qualcuno si distacca da questo principio, chiunque sia (fosse anche il nostro parroco) noi diventiamo automaticamente suoi avversari. Siamo contro ogni forma di violenza, e perciò non possiamo ammettere nessuna guerra santa. Per noi la guerra è sempre un delitto da qualunque parte venga dichiarata. La nostra strada è dritta e su di essa camminiamo tranquilli. Alla fine, magari, ci troveremo con sei lettori in tutto” (Editoriale del 7 dicembre 1947).

Ecco la virtù, che poi è un po’ scomparsa, del vero umorismo cristiano, quello per cui i padri cappadoci dicevano che non bisogna togliere ai seminaristi, agli studenti, le opere della classicità, perché il diletto dello spirito, se è profondo, se è fatto bene, fa bene. Dobbiamo scegliere le opere fra i classici, ma non eliminarle. La grande lezione di Guareschi, che sconvolge la comicità, è questa di creare un sorriso pulito.

Questo sorriso inevitabilmente ci cattura perché mentre un sorriso basato sulla complicità con il male ci lascia con l’amaro in bocca, un sorriso che riesce a farci complici del bene, complici dell’opera di Dio che si realizza, è un sorriso che, ovviamente, ci dà forza.

In tutto questo c’è, però, un problema, Guareschi ben presto è stato odiato da tutti, dalla destra e dalla sinistra, dai comunisti e dalla Democrazia Cristiana, perché questo sorriso faceva paura. La grande paura è dovuta al fatto che queste non sono storie banali, Guareschi dice che noi, vivendo in un mondo sempre più tecnologico, possiamo ritenere un mondo “piccolo” a forza noioso. Guareschi stesso scelse di andar via da Milano e tornare a Roncole Verdi, un paesino che oggi ha 382 abitanti e dice che un mondo piccolo, se abitato da uomini veramente uomini, diventa un paradiso in terra.

A molti verrà subito in mente l’episodio dell’alluvione nel film Il ritorno di don Camillo, quando il prete decide di celebrare l’Ufficio divino anche nella chiesa allagata, il Po ha rotto gli argini, il paese è completamente allagato e la gente va via per mettersi in salvo. Don Camillo decide di rimanere perché il suo compito, dice, è restare al suo posto ad aspettare di poter annunciare con il suono delle campane, che le acque si ritireranno. Con l’acqua che gli arriva all’ombelico, attraverso un altoparlante, parla ai fedeli che sono sugli argini e dice:

"Fratelli, sono addolorato di non poter celebrare l’ufficio divino, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera verso l’alto dei cieli. Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case; un giorno però le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili, e con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare: perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli, e perché la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere. Così tutto sarà più facile e il nostro paese diventerà un piccolo paradiso in terra. Andate fratelli, io rimango qui per salutare il primo sole e portare a voi lontani con la voce delle vostre campane il lieto annuncio del risveglio. Che Iddio vi accompagni e così sia."

Un messaggio con cui Guareschi sta dicendo, agli uomini del suo tempo: uscendo da queste lotte che stanno dilaniando l’Italia, se saremo veramente cristiani, ciò che resterà sarà un’Italia stabile. Don Camillo finisce con quello che è un po’ il cuore di Mondo piccolo: Non badate tanto a quest’acqua che sta riempiendo le nostre case e distruggendo tutto il paese, perché questo paese può ancora essere un paradiso in terra, qui il sole può essere più bello che altrove e i fiori più colorati, se quando vi troverete faccia a faccia con la morte riuscirete a sorridere. Guareschi ci sta dicendo che la grandezza di un mondo sta nel modo in cui l’uomo affronta la morte, su come l’uomo si prepara e arriva dinanzi al problema della morte. Se l’uomo riesce ad arrivare con la certezza che si arriva al Padre quel paese, anche il più piccolo, diventa il luogo più interessante del mondo.

Ovviamente questo mondo dà fastidio al mondo grande perché questa risata che si diffonde rapidamente, che prende subito le persone, è la risata di un umorista, di uno che ha letto gli scritti della tradizione degli umoristi francesi e che sa benissimo che l’umorismo è il modo migliore per combattere il regime. Guareschi matura questa idea facendo esperienza del fascismo. Lui si diverte a dirlo all’inizio di Mondo piccolo:

“QUI CON TRE STORIE E UNA CITAZIONE, SI SPIEGA IL MONDO DI MONDO PICCOLO

Io da giovane facevo il cronista in un giornale e andavo in giro tutto il giorno in bicicletta per trovare dei fatti da raccontare. Poi conobbi una ragazza, e allora passavo le giornate pensando a come si sarebbe comportata quella ragazza se io fossi diventato imperatore del Messico o se fossi morto. E, alla sera, riempivo la mia pagina inventando i fatti di cronaca, e questi fatti piacevano parecchio alla gente perché erano molto più verosimili di quelli veri. Io, nel mio vocabolario, avrò sì e no duecento parole, e son le stesse che usavo per raccontare l’avventura del vecchio travolto da un ciclista o quella della massaia che, sbucciando le patate, ci rimetteva un polpastrello. Quindi niente letteratura o altra mercanzia del genere: in questo libro io sono quel cronista di giornale e mi limito a raccontare dei fatti di cronaca. Roba inventata e perciò tanto verosimile che mi è successo un sacco di volte di scrivere una storia e di vederla, dopo un paio di mesi, ripetersi nella realtà”.

Qui troviamo tutta la programmazione letteraria, il discorso introduttivo letterario di Guareschi che ci sta dicendo: “Questa storia che scrivo è diversa dalla letteratura”. Nel momento in cui Guareschi scrive, nel 1950, ci si sta faticosamente scrollando di dosso la letteratura impregnata dal fascismo, lo stile dannunziano pomposo, altisonante - Mussolini addirittura inserirà delle voci create da lui nel grande vocabolario di italiano che Giulio Bertoni era stato chiamato a compilare. Si voleva infatti creare un vocabolario fascista, plasmare il linguaggio.

Guareschi collabora con il Bertoldo, un giornale umoristico che viene pubblicato a partire dal luglio 1936 perché capisce che l’unica arma per combattere il regime è l’ironia, l’uso di allusioni velate per far ridere le persone del regime, rimettere in moto il pensiero, far ragionare le persone e far crollare la retorica del regime con una risata. Un esempio sono le “vedovone”, donne enormi con mariti minuscoli, in contrasto con l’immagine della donna propagandata all’epoca. Guareschi capisce attraverso questa esperienza che il sorriso che lui riesce a creare nelle persone è un sorriso che può essere utilizzato.

Guareschi contemporaneamente fa un’altra esperienza che ci racconta, seppure in maniera un po’ velata, dicendo che lui, dopo aver comprato una bicicletta, se ne andava in giro a cercare notizie di cronaca. Il problema è che in paesini piccoli in provincia di Parma, nel 1936, non è che accadesse granché, non c’erano grossi delitti, al massimo qualcuno rompeva un lampione, o si verificava una lite in famiglia o una massaia si sbucciava un dito in cucina. Guareschi si chiede che senso abbia scrivere di questi argomenti e discute con l’editore che vuole a tutti i costi riempire la pagina di cronaca. Capisce che quello che non gli va è raccontare la vita senza spiegarla o, meglio, ritiene che farlo sia un’operazione intellettualmente scorretta e comincia a scrivere delle storie in cui ci sia un contenuto morale, in cui si spiegano i motivi per cui alcune cose sono successe.

Questa sua decisione lo pone in conflitto con l’editore e allora Guareschi resuscita un genere, che era scomparso, che è quello dell’exemplum medievale. Quando i frati predicatori andavano in giro utilizzavano delle storie per parlare al popolo, a persone che non avevano una grande cultura, ed erano storie che rappresentavano che erano delle breviatio veritatis, delle scorciatoie per raggiungere la verità. Attraverso una storiella si racconta un fatto senza dare grandi spiegazioni e quel fatto fa capire cosa è il male e perché genera il male e cosa è il bene e perché genera il bene.

Guareschi decide di prendere dei fatti e montarli in modo che, senza aggiungere spiegazioni, questi fatti spieghino cosa è il bene. Ovviamente si rivela un’operazione vincente, questi articoli cominciano a piacere e le persone iniziano a leggerle. Il Candido avrà tantissimi lettori e un grandissimo successo pur non avendo grossi appoggi. Guareschi usa a piene mani l’arma di far ridere dei potenti e dopo l’esperienza del lager e in mondo piccolo ci fa ridere di noi stessi.

Noi ridiamo della pretesa assurda che spesso abbiamo, di vivere come se Dio non esistesse. Ugo Grozio aveva detto nel 1625 che il diritto naturale sarebbe valido etsi Deus non daretur. Guareschi sente che noi impostiamo la nostra vita come se Dio non ci fosse. A noi catechisti succede spesso di trovarci davanti a ragazzi che non è che contestino Dio, ma che sono disinteressati, vivono come se Dio non ci fosse. Guareschi non pensa che la soluzione sia ingaggiare una lotta, esortare a convertirsi, perché così si perde, si crea al massimo odio, si inizia una spirale di violenza come è successo anche nel passato della Chiesa. La soluzione è invece un’altra, mostrare alle persone come si vive con Dio, con i fatti.

Papa Francesco cita spesso una frase che sintetizza il mandato di S. Francesco ai suoi frati: “Predicate sempre il Vangelo, se necessario usate le parole”[1]. Guareschi crea delle storie nelle quali non c’è bisogno della spiegazione perché è la vita a spiegare se stessa. Nel momento in cui Peppone sta per tradire la moglie succede un fatto che gli fa capire quanto sarebbe stupido farlo. Guareschi fa capire che il male porta al male, ma facendolo vedere e per farlo crea dei personaggi paradossali che siamo noi, che è lui.

Questa visione ha portato come conseguenza a Guareschi l’essere vittima di ostracismo. Se si apre un’antologia di letteratura non si trova Guareschi. Esistono tre categorie di autori della seconda metà del novecento ben rappresentate nelle antologie. Innanzitutto gli scrittori della memoria, come Italo Calvino che, ne Il sentiero dei nidi di ragno racconta dei partigiani, o coloro che raccontano dei campi di sterminio, come Primo Levi in Se questo è un uomo, oppure quelli che parlano del confino, come Carlo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli.

Guareschi è stato in un lager eppure non compare tra questi autori. Avevamo la fortuna di aver avuto un cronista che poteva raccontarci in modo professionale l’esperienza del campo di concentramento con i suoi reportages, ma non è citato nelle letterature.

Troviamo poi gli autori che hanno aderito al neorealismo, una corrente importante che ha portato avanti una denuncia sociale, ha unito letteratura, cinema e cultura alla vita, ha preso gli autori dalla strada. Bene, l’istitutore di Guareschi al collegio Maria Luigia[2] è Cesare Zavattini, uno dei fondatori del neorealismo italiano. Guareschi respira questa aria, ma non compare nemmeno tra gli autori neorealisti.

Infine troviamo tutti quegli autori che hanno resuscitato i generi antichi, pensiamo a Elsa Morante o Tomasi di Lampedusa che riprendono i romanzi ottocenteschi. Anche Guareschi ha resuscitato un genere, quello della favola, ricordandosi le favole che gli raccontava nonna Giuseppina quando era bambino. Lui nel lager si rende conto che le favole servono a tenerlo in vita. G.K. Chesterton diceva:

“Le favole non insegnano ai bambini che i draghi esistono, i bambini lo sanno già. Le favole insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”.

Questo è quello che le favole, raccontate da nonna Giuseppina, fanno all’interno del lager, lo tengono vivo in qualche modo e Guareschi, uscito dal lager, scriverà:

“Chiunque tolga l’illusione a un bambino per me è il più sudicio miserabile che possa esistere al mondo. Le illusioni delle favole della fanciullezza sono come le fondamenta delle case, nessuno le vede, ma sono quelle che tengono in piedi la baracca.

Guareschi decide di far ridere l’uomo raccontandogli delle favole e mette insieme e usa la sua esperienza di cronista della Gazzetta di Parma per raccontare all’uomo delle favole che siano vere, cioè reinventate dalla realtà per farlo ridere di questa pretesa di poter vivere senza Dio. Descrive quel mondo grande in cui noi viviamo, come un mondo molto più piccolo e banale del mondo piccolo che è quello reinventato da lui.

Tutto questo è molto legato alla vita di Guareschi e in particolare all’esperienza del lager e questo è importante anche per dei catechisti, dice una cosa che andrebbe messa come base della catechesi, che lui non potrebbe fare tutto quello che fa se non venisse dalla vita. Scrive a un certo punto:

“Mi fa male tutto - dice - la testa, la bocca, il cuore, lo stomaco, il fegato, ho i capelli spettinati che mi scendono fin sul naso, davanti agli occhi manovrano stormi di palme nere, insomma mi riduco all’ultimo momento e poi scrivo di don Camillo. Ma, quella che dovrebbe essere la mia agonia dopo tre giorni di folle lavoro, è invece una boccata d’ossigeno perché queste storie sono quelle che travaso dalla mia vita, dalla mia famiglia e dalla gente che amo”.

Tutti noi abbiamo visto cosa succede quando al catechismo abbiamo provato a proporre qualcosa che non abbiamo vissuto, l’incontro si spegne immediatamente, perdiamo l’attenzione, i ragazzi si distraggono, sentono che quella cosa non profuma di vita, non ha uno spessore, è aria, non ci crediamo in fondo neanche noi, altrimenti avremmo vissuto così come stiamo raccontando.

Il lager è come un setaccio attraverso il quale passano le esperienze di Guareschi in modo che lui possa selezionare soltanto ciò che è veramente vita e lui lo dice, scrive una frase toccante:

All’ingresso del lager ognuno si trovò improvvisamente nudo; tutto fu lasciato fuori del reticolato: la fama e il grado, bene o male guadagnati. E ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà” (da Diario Clandestino).

Guareschi in questa povertà capisce che la sua vita stava prendendo una direzione sbagliata, perché mancava Dio. Joseph Ratzinger aveva scelto come Papa il motto “Cooperatores veritatis”, e Guareschi è un uomo che nella sua vita difenderà sempre la verità con grande lealtà.

L’8 settembre 1943 viene firmato l’armistizio, Guareschi è in caserma ad Alessandria, richiamato alle armi. I tedeschi diventano nemici e il 9 settembre Guareschi viene catturato e rifiuta la possibilità di entrare a far parte della RSI scegliendo il lager dove passerà due anni. L’esperienza del lager fa nascere in Guareschi l’idea di Mondo piccolo. Si rende conto che nel lager ciò che piega le persone è la disumanizzazione, i tedeschi piegano le persone riducendole a vivere come bestie: non è tanto la fame, ma il fatto che per fame cominci a rubare il cibo al tuo compagno, non è tanto la sporcizia, ma il fatto che tu ridotto allo stato di essere selvaggio cominci a comportarti come una bestia.

I tedeschi dopo tre mesi propongono di nuovo agli internati di passare dalla loro parte e, per convincerli, li portano a fare una gita per mostrare loro i vantaggi di tale scelta. La risposta sarà ancora negativa, ma questa uscita ha per meta il santuario di Czestochowa, della Madonna Nera. Guareschi entrando in questo santuario viene avvolto dal profumo dell’incenso, dai colori dei fiori, dalla musica dell’organo, in sostanza dalla cultura che per secoli ha adornato quel luogo:

Entriamo nella Basilica e ci troviamo in mezzo a una folla di donne e bambini, davanti a un altare che è tutto un racconto fiabesco di ori e di luci, mentre un organo suona. Dopo un mese di vita in ambienti dove ogni cosa trasuda sporcizia e disperazione, dove ogni parola è un urlo, ogni comando è una minaccia, trovarsi d’improvviso in quell’aria serena, in mezzo a quel barbaglio d’oro, a quella calda onda di musica!... Mi arresto perplesso sull’entrata, poi riprendo ad avanzare, e mi sembra d’essermi sfilato dal mio corpo coperto di stracci e d’averlo lasciato lì sulla porta, tanto mi sento leggero. (…) Si leva un canto dalla folla e pare la voce stessa della Polonia: un dolore dignitoso di gente usa da secoli ad essere schiacciata e a risorgere. Di gente che viene uccisa sempre e che non muore mai” (da Diario clandestino).

Risulta evidente il contrasto tra i tre mesi di degrado e sporcizia e disumanità e quello che lui vede in quella chiesa dove, per la prima volta, si sente di nuovo accolto come un uomo. Quando esce gli viene in mente quella frase famosa che fa circolare tra i compagni: “Non muoio neanche se mi ammazzano!”. Guareschi dirà che lui non è morto perché ha deciso di non morire.

Verso la fine del periodo nel lager lui si ritrova in una situazione drammatica, sfinito, non ha visto nascere sua figlia Carlotta, perde sangue per un’ulcera allo stomaco che lo tormenta e scrive una lettera alla Germania per dire che non si è arreso malgrado tutto:

“Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti. Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. È inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.

Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania”.

Anche davanti alla morte l’uomo può restare veramente libero e questa è l’unica vera libertà. Solo l’uomo che ha trovato Dio può guardare con serenità e senza odio l’unica cosa veramente importante:

Io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno (da Diario clandestino).

Si può conservare uno sguardo cristiano sulla storia anche se in questa storia ci sono le guerre, i lager, le carceri, le deportazioni.

Come si arriva a Mondo piccolo? Guareschi torna dal lager con un libro di moltissime pagine, Il grande diario, sconosciuto a tutti. Guareschi aveva scritto un reportage dettagliato del lager per inchiodare alle proprie responsabilità tutti coloro che avevano commesso misfatti. Aveva potuto parlare con i reduci di Cefalonia, con tutti prigionieri di diverse provenienze, tanto da smentire quelli che dicevano di non aver saputo. Lui dice che tutti sapevano, perché esistevano lettere e testimonianze, solo che avevano dimenticato, abbandonato i prigionieri. Sarà anche uno dei pochi a parlare delle foibe.

Succede però che tornato con questo enorme dossier si ritrova nell’Italia del 1945-50, nella quale si comincia a pensare che la soluzione sia entrare nell’area del comunismo. Questo è un punto importante. Spesso anche noi cristiani siamo portati a pensare che “prima si stava meglio”, che “era facile avere fede nel mondo di allora”.

In realtà all’epoca in cui vengono scritte queste storie di Mondo piccolo - le prime sono del 1946 - nelle zone intorno a Cervia c’era il cosiddetto triangolo della morte, migliaia di persone sono state uccise dai partigiani e 108 tra preti e seminaristi tra cui un ragazzo di 14 anni seminarista che viene torturato e ucciso.

Quando Guareschi ci racconta che Peppone minaccia don Camillo con un bastone, non lo dice per scherzo, ma perché i preti venivano bastonati a morte. Quando vediamo nei film don Camillo con in mano il fucile, non dobbiamo pensare a una simpatica invenzione, ma a un prete che in quei luoghi la sera per rincasare al buio doveva girare armato.

È un momento veramente drammatico e Guareschi si rende conto che al di là della lotta politica che lui non disdegna - la famosissima frase “nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no” è sua - pubblicare l’elenco di tante atrocità, sarebbe solo un fomentare l’odio, creerebbe un circolo di morte, non aiuterebbe.

Decide così di distruggere la sua opera, butta il grande diario nella stufa, queste pagine che conosciamo si salvano solo perché i fogli erano stati riutilizzati per scriverci delle storie dietro ed erano finiti in cantina in una cassetta per la frutta. I figli li ritrovano e li pubblicano successivamente. Guareschi pubblica invece solo i testi che a suo avviso possono unire, non dividere. Il Diario clandestino è molto più piccolo del Grande diario.

La grande idea di Guareschi rimane però tutta la serie di Mondo Piccolo, perché in quelle storie l’autore mette insieme tutti i tasselli della sua vita rileggendoli alla luce della fede. Questa vita che lui travasa in queste storie è la ricomposizione della sua vita in un’ottica cristiana.

Siamo negli anni in cui i neorealisti dicono di portare avanti una denuncia sociale profonda, svegliare le coscienze, armare gli operai, combattere. Pasolini arriverà a rendere in chiave sociale il Vangelo secondo Matteo. Ho trovato un articolo che venne pubblicato sull’Osservatore Romano quando uscì il film di Pasolini che definisce questa opera "Fedele al racconto non all'ispirazione del Vangelo". Si dice cioè che la trama del film di Pasolini è uguale alla storia raccontata dal Vangelo, ma l’ispirazione del vangelo non è resa fedelmente. Questa definizione ci serve per capire invece Mondo piccolo. Qui abbiamo l’esatto opposto: in queste storie non troviamo il racconto della vita di Gesù, ma una ispirazione che è quanto di più vicino possiamo trovare al vangelo di Cristo. Questi racconti sono fedeli al vangelo perché Guareschi ha messo le favole di nonna Giuseppina rilette, si potrebbe dire, secondo la logica che un grande scrittore aveva già esplicitato nell’ottocento.

In questi racconti, infatti, troviamo essenzialmente tre cose:

- Un soggetto, che è quello tratto dalla realtà, storie molto semplici di contadini, del sindaco, le storie della sua vita.

- Uno scopo, che è quello dell’edificazione morale, dell’insegnare all’uomo ad essere uomo, facendogli vedere come agisce un uomo.

- Infine il nostro piacere, il fatto che queste storie sopravvivono e le amiamo perché non sono pesanti, sono piacevoli.

“Mi limiterò ad esporle quello che a me sembra il principio generale a cui si possano ridurre tutti i sentimenti particolari sul positivo romantico. Il principio, di necessità tanto più indeterminato quanto più esteso, mi sembra poter esser questo: Che la poesia, e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo. Debba per conseguenza scegliere gli argomenti, pei quali la massa dei lettori ha, o avrà a misura che diverrà più colta, una disposizione di curiosità e di affezione, nata da rapporti reali, a preferenza degli argomenti, pei quali una classe sola di lettori ha una affezione nata da abitudini scolastiche, e la moltitudine una riverenza non sentita né ragionata, ma ricevuta ciecamente. E che in ogni argomento debba cercare di scoprire, e di esprimere il vero storico, e il vero morale; non solo come fine, ma come più ampia e perpetua sorgente del bello: giacché e nell'uno e nell'altro ordine di cose, il falso può bensì dilettare, ma questo diletto, questo interesse è distrutto dalla cognizione del vero; è quindi temporario e accidentale. Il diletto mentale non è prodotto che dall'assentimento ad una idea; l'interesse, dalla speranza di trovare in quella idea, contemplandola, altri punti di assentimento, e di riposo: ora quando un nuovo e vivo lume ci fa scoprire in quella idea il falso, e quindi l'impossibilità che la mente vi riposi e vi si compiaccia, vi faccia scoperte, il diletto e l'interesse spariscono. Ma il vero storico e il vero morale generano pure un diletto; e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere” (dalla Lettera di Alessandro Manzoni al marchese Cesare D’Azeglio scritta nel 1823).

È la poetica di Manzoni, che Guareschi conosce bene, perché suo padre era un appassionato di Manzoni, glielo ha fatto leggere fin da piccolo. Questa è la copia del libro presente nella biblioteca di Giovannino Guareschi a Roncole Verdi. Sembra che fosse molto affezionato a questo volume.

Questi racconti non ci piacciono perché sono semplici, ignoranti, ma perché dentro c’è la cultura vera, quella cultura ispirata al Manzoni che ha come scopo l’edificazione della persona e che è una cultura di spessore perché trae dalla vita, prende direttamente dalla vita. Mi piace concludere leggendo una frase in cui Guareschi parla di sé e racchiude le nostre nostalgie per quel mondo che lui racconta:

La vita dell’uomo delle caverne era animalesca e ci vollero migliaia di anni per complicarla e renderla degna dell’uomo, del re del creato. In trent’anni il progresso ha distrutto ogni cosa, ha distrutto la cortesia, il pudore, le favole e anche l’onore, ma soprattutto ha distrutto la fanciullezza. Stiamo cercando il minimo comun denominatore nel sesso, sta distruggendo la distanza, la poesia, la musica. La più bella conquista dell’uomo era proprio la fantasia. Adesso il progresso ha fatto diventare colpa la fantasia. Sono un reazionario, postero mio diletto, perché mi oppongo al progresso e voglio far rivivere le cose del passato. Ma un reazionario molto relativo, perché il vero bieco reazionario è chi, in nome del progresso e dell’uguaglianza sociale, vuol farci retrocedere fino alla selvaggia era delle caverne e poter così dominare una massa di bruti progrediti ma incivili (da Lettere al Postero, da Mondo Candido. 1948-1951).

Questo è quanto Guareschi ha da dire sul nostro tempo.

Note al testo

[1] Il riferimento è alla Regola non bollata (1221), precisamente al capitolo XVI (Fonti francescane, 43), dove si indica (ed è la prima volta che si trova in una regola religiosa) uno stile di missione caratterizzato insieme da grande mitezza e forza straordinaria. «I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani» (cfr. Osservatore Romano, 6 ottobre 2013).

[2] Cesare Zavattini che è istitutore al Maria Luigia in 5a ginnasiale scrive le note sulle mie pagelle che firma per il Rettore Cauzzi: “Troppo spiritoso. La sua verve è spesso inopportuna. La sue mancanze sono conseguenza d’irrefrenabili doti umoristiche. Veramente intelligente, ottiene per lo studio, con i minimi mezzi, i massimi risultati”. “È un caposquadra pericoloso. Per fare dello spirito casca facilmente nell’indisciplina. Crede che la sua ottima posizione di scolaro sia il salvacondotto di non rare licenze”. (Pag. 121 ) “Frequento le tre classi di liceo da esterno con la spesa complessiva di due lire al giorno: una lira di caffè e latte e una pagnotta di pane da una lira per passare il mezzogiorno” (p. 126). “Mi iscrivo all’Università e, avendo sempre le tasche vuote, devo armeggiare in qualche modo per riempirle: il 5 dicembre entro come istitutore al M.Luigia (vitto e alloggio assicurati) dove tutti mi prendono sul serio eccettuati i ragazzini a me affidati”. “Rimango come istitutore sino al 1930” (p. 137). “Dal 1927 bazzico la tipografia di Piazza delle Erbe dove ha sede la Gazzetta di Parma: l’amico Cesare Zavattini mi ci trascina per un braccio una bella mattina di maggio… In seguito l’amico Cesare mi convince a diventare correttore di bozze” (p. 147). “ Za è Cesare Zavattini, l’ex istitutore che mi ha tenuto d’occhio al Maria Luigia e che continua a tenermi d’occhio” (p. 161). Zavattini nel 1935, direttore del Cinema Illustrazione, rivista della Rizzoli, pubblica ogni settimana disegni miei. Li pubblica, assieme a mie novelle, un altro settimanale di Rizzoli, Il Secolo Illustrato, diretto da Filippo Piazzi” (p. 174); da G. GUARESCHI, Chi sogna nuovi geraniAutobiografia, Rizzoli.