La Repubblica di Dan Brown. L’ultimo libro dello scrittore americano è talmente brutto da essere divertente. Luoghi comuni su Firenze, complottismi di seconda mano e parecchio trash, di Edoardo Rialti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /05 /2014 - 14:01 pm | Permalink
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Riprendiamo da il Foglio Quotidiano del 7/6/2013 un articolo scritto da Edoardo Rialti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/5/2014)

Molti critici sono ingiusti verso Dan Brown; lo sappiamo già che le avventure del suo professor Langdon non piaceranno loro e, come notava C. S. Lewis “è molto pericoloso scrivere riguardo a qualcosa che odi. L’odio annulla tutte le distinzioni. Molte recensioni sono inutili perché, mentre si propongono di condannare il libro, rivelano solo l’avversione del recensore per il genere cui esso appartiene”.

E coloro che già non potevano soffrire di vedersi raccontare che Gesù se la intendeva sotto sotto con la Maddalena, e che i conclavi papali sono degli show-down western per regolare vecchi conti e odi sopiti, difficilmente apprezzeranno il nuovo thriller “Inferno” (presentato ieri a Firenze, dove è ambientato, alla Repubblica delle idee con Vittorio Zucconi), dove il professor Langdon deve decrittare una serie di indizi che collegano la “Commedia” a uno scienziato svizzero misteriosamente suicidatosi a Firenze e dove tutti, presunti buoni e presunti cattivi, citano Malthus e l’eccesso di popolazione mondiale ogni tre per due, con la differenza che i cattivi strillano: “Siamo troppi!”, e i buoni: “Beh sì ma via, non ancora così troppi”.

Anche i raffinati sappiamo già che storceranno il naso: “Uh, che volgare e che banale finire con la parola stelle, proprio come Dante!”. Essere in disaccordo non è garanzia di una critica vera del libro, perché i thriller popolari che mescolano occulto, religione e azione, ci hanno dato, ieri come oggi, cocktail davvero gustosi, a patto di premere l’acceleratore fino in fondo. Questa è quindi la recensione di chi, all’idea di un giallo sull’Inferno di Dante, si pregusta già quale torbido adattamento dei gironi. Cannibali? Piogge di fuoco? Ghiotti politici affogati nella mota? Magari Dante era un musulmano, o un cataro, o in contatto con gli alieni e Beatrice il nome in codice di un pianeta lontano? E Virgilio il maestro di un ordine segreto che va dai lama tibetani a Shakespeare? Magari Dante era stato assassinato da quel bacchettone di Petrarca e Laura era la vera cattiva? Fantastico.

Ma se c’è qualcosa che manca all’Inferno di Brown sono proprio le fiamme. Sesso e chiesa? I “Borgia” se la cavano meglio, facendoti pure invidiare quegli splendidi, torbidi abiti damascati, scuri come il peccato. I preti sessuofobi-repressi? Uno si strugge di nostalgia per la grottesca sarabanda di “Notre-Dame” di Hugo e il suo arcidiacono Frollo, e Philip Pullman nella sua trilogia atea “Queste oscure materie” aveva toccato il sublime: un gruppo segreto di sacerdoti che fanno penitenza preventiva per disporre di una “riserva di assoluzione” per compiere dei delitti su commissione vescovile. L’idea di digiunare il giorno prima per poi dare dello stronzo al capo ha del geniale.

Qui invece non occorre neppure più dimostrare che la chiesa cattolica falsifichi la storia o tema la scienza; ci si limita alle battutine, tanto siamo tutti adulti e vaccinati: “Chi meglio di un gruppetto di ottuagenari celibi può spiegare al mondo come si fa sesso?”. Uno rimpiange di cuore la micidiale commistione di tenerezza materna e ferocia inflessibile di fanatiche come la madre di “Carrie” o quella signora Carmody che, sempre in un racconto di Stephen King, propone a suon di citazioni bibliche a un gruppetto di persone prigioniere in un supermarket, di sacrificare i bambini come Abramo. Lo stesso Dan Brown ci aveva regalato il prete albino omicida del suo “Codice da Vinci”, e come Virgilio a Dante uno vorrebbe gridargli “Ricorditi, ricorditi!”. Certo, c’è ancora spazio per il sermone a favore dei cristiani moderni che lottano contro “le imposizioni del Vaticano” che terrorizzano gli africani: “L’unica istituzione in grado di conferire la santità non era riuscita a cogliere la natura profondamente cristiana del loro impegno”. Ora, detto da un gaio pagano come chi scrive, ma ci può essere un’immagine più triste di quella del “preservativo santo”? Ma chi vorrebbe trovare dentro la confezione pure una bolla papale?

La battaglia in questo nuovo romanzo è tutta e solo tra scienziati e avrà come fulcro un morbo che aumenterà la sterilità, una Coca-Cola light a imitazione buonista di quella Peste Nera che, ci viene detto, riducendo di un terzo la popolazione europea “permise” il Rinascimento. Come se una manciata di intellettuali italiani dovesse attendere la morte di milioni di contadini analfabeti per balzar su come tulipani al sole, e mettersi tutti a ballare estatici gridando: Rinascimento! e anche lo scontro è per modo di dire, visto che sono tutti d’accordo, buoni e cattivi, e che c’è solo una lieve divergenza se imporre questo invisibile preservativo cosmico o no. Quando poi il virus si diffonderà i buoni dell’Organizzazione mondiale della sanità faranno spallucce, come a dire: “Vabbè, visto che ci siamo…”. Ed è ovvio che in un romanzo così plumbeo sulla sessualità di scene erotiche – che richiedono maestria come qualunque altra situazione umana, non ce ne siano praticamente affatto.

L’ultima eco ecclesiastica aleggia sull’inspiegabile latineggiare dell’associazione di servizi deviati “Consortium” – nome che almeno in Italia terrorizza assai poco ed evoca più formaggi e salumi che altro – col suo barcone supertecnologico chiamato sottilmente “Mendacium”.

Perfetto per attraccare con discrezione, no? Il pirata Barbanera avrebbe scelto il nome del proprio galeone in maniera più sottile. Il capo dell’organizzazione ha poi un nome che – sempre in Italia – non sempre evoca una micidiale efficienza: il Rettore. Quando poi a pagina 22 compare una donna in motocicletta e “tuta di pelle nera”, che avanza per le strade del centro di Firenze “con l’intensità di una pantera che punta la preda”, uno può solo dirsi: “Vero, Nolan aveva fatto finire Catwoman a Firenze, questa sì che è una finezza cinefila”, oppure scoppiare a ridere, mentre la tizia “dai capelli cortissimi” – è ovvio – avanza irradiando luci rosse e blu: “Sono una killer in incognito”. Ma i livelli di citazione in questo personaggio forse sono pure più complessi e stratificati: quando l’assassina parcheggia la moto vicino a Palazzo Vecchio e si mette a osservare le statue della Loggia dei Lanzi senza “fare a meno di notare che tutte sembravano manifestare variazioni di uno stesso tema: l’esibizione violenta del dominio maschile sulle donne”, uno si corregge: “Uomini che odiano le donne, ma certo!”.

E così veniamo allo stile, affatto secondario, perché niente chiede più realismo dell’immaginario. Puoi esagerare quanto vuoi, ma la finzione narrativa è una brutta bestia: o la tieni ben salda oppure il rischio di strappare una risatina è facile; il comico deve essere voluto, per non rischiare il ridicolo, e non c’è niente di più fastidioso che leggere un libro che non ti faccia contento di stare al gioco. E per chi scrive la sospensione dell’incredulità è crollata a pagina 13: scopro, da fiorentino, che a Firenze al mattino ci svegliamo e facciamo colazione con “l’alito che sa di lampredotto e olive al forno”. Per una decina di pagine il protagonista vaga per il centro città in cerca di una copia della “Commedia”, permettendo all’autore di trapelare fin troppo nella sua snobistica e pacchiana stilettata da turista sugli orari dei commercianti: “Molti negozianti preferivano spostare il giorno di riposo cristiano dalla domenica al lunedì, per evitare che incidesse troppo negativamente sul bilancio della loro attività”. Per una copia del testo dantesco dovranno chiedere il cellulare a una signora anziana, mentre il lettore fiorentino sta urlando loro: “Le librerie! Ci sono venti librerie in zona aperte il lunedì mattina!”. E a urlare in lui non sono solo Zola o Flaubert, ma anche Grisham e Ken Follet. Ma eccoci  finalmente scoprire una terribile conseguenza del leggere Dante: “A seguito della diffusione del poema, la chiesa cattolica aveva assistito a una gigantesca impennata del numero dei fedeli grazie ai peccatori terrorizzati”. La domanda sorge spontanea:  gli ottuagenari celibi del medioevo, i cardinali, avevano dei grafici nel Medioevo per registrare i trend di conversioni? E conversioni da cosa? Ma c’è anche una dolce, sfumatura romantica, un segreto tormento, visto che Dante ha vissuto sempre ed è pure morto con il viso arcigno delle statue, dei quadri e della maschera funebri non per l’esilio, lo stato dell’Impero, o la semplice compostezza degli ultimi istanti: “Penso che la sua espressione abbia più a che fare con una donna”.

Il muro sprezzante dell’arcigno viso del poeta si scioglie sotto un’indagine così fine, così penetrante, rivelando una tensione mascellare che adombra una mancata elaborazione del lutto per Beatrice, cui aveva dedicato dei “versi adulatori” – forse per ottenere una raccomandazione – ma che poi era tristemente “andata in sposa a un altro”. Dopo scopriamo che, ah già, era pure morta.  

I richiami colti ai codici segreti e saperi iniziatici o li snoccioli con la snobistica indifferenza di Eco e Battiato – chi legge o ascolta può e deve borbottare “eh?” – oppure rischi di fare, male, quello che il fumetto “Martin Mystere” fa gustosamente bene: un eroe-professore che mentre schiva le pallottole fornisce spiegazioni da guida turistica munita di ombrellino. Che il professor Langdon debba fornire una spiegazione per ogni sasso della città toscana alla sua comprimaria, che a Firenze ci vive – “Stiamo andando nella casa di Dante?” domanda lei – è un altro elemento che rende davvero poco realistico il tutto. Al riguardo va detto che tuttavia anche il Dan Brown di “Inferno” conosce qualche momento d’oro, come l’agente che tranquillizza il protagonista sul colpo che gli ha inferto: “Ci siamo serviti di una delle tecniche shime waza di judo”, e manca poco offra il bigliettino della palestra. Anche gli stereotipi possono funzionare, e un altro grande momento è quello in cui il protagonista si deve nascondere in Palazzo Vecchio e l’amica lo rassicura: “Sono impiegati pubblici. Non gliene importa niente di noi” (non ditelo a Matteo Renzi, cha in Palazzo Vecchio ci lavora e proprio due giorni fa ha ringraziato Dan Brown su Twitter per il set fiorentino, nelle stesse ore in cui lo scrittore diceva che il sindaco “potrebbe rappresentare il futuro dell’Italia”). Poi distrae un addetto “parlandogli freneticamente in italiano, dicendo delle cose sulle sovvenzioni alle imprese agricole e gesticolando animatamente”. La stessa finezza le aveva permesso di ricacciare un intero squadrone d’assalto, drappeggiandosi “la giacca nera sul capo e sulle spalle, come una vecchia con lo scialle”.

Mancano solo le coppole, i mandolini e i vecchi coi fiaschi appoggiati per terra; la Julia Roberts di “Mangia, prega, ama” potrebbe fare una comparsata sullo sfondo. Ma la triste sensazione è che si tratti di picchi involontari. Che una guardia  non abbia una gran voglia di tenere gli occhi fuori del gabbiotto, e quindi tenga incollati gli occhi su una  “replica di una partita Fiorentina-Juventus” al lunedì mattina, fa quasi battere le mani per la bilanciata compostezza dell’inciso. Già che c’era poteva ascoltare Bocelli, e piangere: “Mamma, oh mamma mia”. Giunge tuttavia un momento nel quale tutte le promesse narrative convergono, lasciando intravedere lo splendido, l’irraggiungibile; tanto da chiedersi: possiamo azzardarci a sperare, davvero? Per una manciata di pagine il lettore è portato a credere che il cattivo sia ispirato da un… Beatricio, con tanto di accorata dedica in un video terroristico. Sarebbe stato meraviglioso, ma il volo immaginativo, proprio come Icaro, precipita nuovamente nella disillusione.

A un certo punto viene accennato che il protagonista, l’accademico Langdon si era recato già da giovane nella chiesa dove è sepolta Beatrice “per lasciare un bigliettino in cui implorava la Musa di Dante non di aiutarlo a trovare il vero amore, bensì di concedergli la stessa ispirazione che aveva permesso a Dante di scrivere il suo immenso poema”. Se anche Dan Brown l’ha fatto, allora ha sbagliato richiesta in pieno: poteva limitarsi a chiedere di scrivere un romanzo molto peggiore, ossia molto migliore. Se l’ispirazione è stata concessa qui non si scende al di sotto degli ignavi involontari.
C’è una sola possibilità di riscatto. Che Ron Howard, già regista del “Codice da Vinci” e “Angeli e Demoni”, dia la parte del cattivo che sa “Dante a mente” a Benigni, che tuoni in toscano marcato “E lo diceva i’Malthusse: e siam troppi, troppi!”. Non tutto è perduto.

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