Perché il Papa non vende i tesori dei Musei Vaticani?, Un’interista ad Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, di Corrado Paolucci

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /08 /2014 - 00:54 am | Permalink
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Riprendiamo dal sito Aleteia un’interista ad Antonio Paolucci pubblicata l’1/8/2014. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (4/8/2014)

1/ Perché il Papa non vende i tesori dei Musei Vaticani?, Un’interista ad Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, di Corrado Paolucci

Oltre 7 km di estensione. 5.459.000 visitatori solo nel 2013. Dalle 20.000 alle 25.000 presenze giornaliere. Sono i numeri dei Musei Vaticani che con più di 100.000 opere d’arte sono il terzo complesso museale più visitato al mondo. Dinanzi al valore artistico, storico e culturale dei Musei, il 26 novembre 2006, Benedetto XVI aveva scritto che i visitatori dei Musei sono “una rappresentanza assai eterogenea dell'umanità” e che i Musei come istituzione hanno una grande responsabilità nella diffusione del messaggio cristiano.

Per entrare nel merito di queste parole e per approfondire il ruolo dell’arte nella vita della Chiesa e dell’uomo, abbiamo intervistato il Professor Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani dal 2007, esperto internazionale di storia dell’arte, già Ministro per i Beni Culturali tra il 95 e il 96 del Governo Italiano.

Direttore, perché l’arte è così importante nella storia della Chiesa e dell’umanità?

Bisogna conoscere un po’ di storia della Chiesa per capire quello che è accaduto tra il II e il III secolo, quindi nei primi secoli dell’era che noi chiamiamo cristiana. In quest’epoca è successo qualcosa di straordinario e importante: a differenza delle altre religioni del libro, islam ed ebraismo, il cristianesimo ha scelto le figure. Sembra una sciocchezza, ma è stata una scelta carica di futuro perché non ci sarebbe la storia dell’arte: non ci sarebbe la Ronda di notte di Rembrandt, non ci sarebbero i Girasoli di Van Gogh, o il Guernica di Picasso se la Chiesa in quell’epoca non avesse scelto le figure. Era un azzardo, una cosa rischiosissima, perché il cristianesimo veniva dall’ebraismo che era la cultura più ferocemente aniconica del mediterraneo. Tutt’ora sia per ebrei che per l’islam è interdetta la rappresentazione della figura.

Pensiamo a che fatica deve aver fatto Saulo di Tarso, che noi conosciamo come San Paolo, giudeo di legge quando nella Prima Lettera ai Colossesi ha scritto quella frase incredibile: e cioè che Cristo è immagine del Dio vivente. Un ebreo o un musulmano direbbero che è blasfemia. Eppure la Chiesa ha avuto il coraggio di seguire questa linea scegliendo di rappresentare le verità della fede e gli episodi del Vangelo con le figure, utilizzando gli stili dell’epoca: il naturalismo e l’illusionismo ellenistico, l’arte dei greci e dei romani. Utilizzando persino le iconografie degli antichi culti e religioni, per cui, quando nei sarcofagi viene rappresentato Daniele nella fossa dei leoni, ha l’aspetto di Ercole: nudo e vincitore così come lo rappresentavano gli scultori dell’epoca. Pensiamo a Cristo a cui si dà l’immagine di Febo (Apollo). Insomma, utilizzavano i materiali linguistici e iconografici della vecchia cultura inserendo dei significati cristiani: così è cominciata la storia dell’arte che noi chiamiamo cristiana che ha prodotto tutte le forme d’arte successive. Se la Chiesa di Roma avesse fatto la scelta di musulmani ed ebrei, cioè la aniconicità, non ci sarebbe stata la storia dell’arte.

Per quanto riguarda il binomio cultura-spiritualità?

Va precisato che non sono in contraddizione perché la cultura se è tale è sempre spirituale perché tocca quello che non si vede e non si tocca. La cultura, il pensiero, la filosofia coinvolgono l’aspetto dell’uomo che attiene alle cose invisibili e intoccabili: che cos’è l’uomo? Qual è il suo destino? Tutto questo è spirituale. Quindi, non c’è competizione tra cultura e spiritualità. Quella che noi chiamiamo spiritualità non è altro che una modulazione di ciò che chiamiamo cultura.

Come risponde alle persone che dicono che il Papa dovrebbe vendere i tesori come questi dei Musei Vaticani per donare i soldi ai poveri?

Se il Papa vendesse le opere dei Musei Vaticani il risultato sarebbe che i poveri sarebbero più poveri di quanto non lo siano oggi, perché le masse che entrano nei Musei Vaticani hanno dalla Chiesa la carità della bellezza, che è la forma di carità più bella che ci sia. La Chiesa ha raccolto per loro queste opere attraverso i secoli. La carità della bellezza, questo è il nostro mestiere e il nostro compito. E’ un bene intangibile, che non si consuma ed è per gli uomini e le donne di oggi e che devono ancora nascere.

Lei ha affermato che l’arte aiuta a rendere le persone cittadini…

E’ la funzione civile dell’arte e dei musei: prendete un italiano che vede Raffaello, Michelangelo, Botticelli, acquisisce l’orgoglio di essere italiano. Così come un tedesco quando vede Dürer o uno spagnolo Velazquez. L’arte è l’identità di un popolo, come la lingua che parlo. Il museo, come la scuola, serve a trasformare le plebi in cittadini: serve a dare ai cittadini l’orgoglio dell’appartenenza, la consapevolezza della propria storia. Ecco perché il museo e quindi l’arte antica è un formidabile strumento di educazione e dunque di incivilimento.
 

Qual è invece il ruolo spirituale dell’arte?

La capacità che ha l’arte prima di tutto di rendere felici chi guarda, quindi il privilegio dell’arte di rendere felici: vedendo Raffaello, Botticelli uno è felice di esistere, di avere occhi per guardare, un cervello per ricordare, un cuore per emozionarsi. Ed è grato a Dio di essere lì. Questo è il primo ruolo dell’arte.

Poi tutto quello che è l’emozione di fronte alla bellezza della natura, dell’arte, di fronte alla consapevolezza della vita, alla conoscenza delle altre persone, tutto questo è spirituale. E l’arte è veicolo di queste cose. Se tu guardi un quadro di Caravaggio, di Picasso, di Van Gogh, anche se sono di un’altra epoca parlano di uomini e donne che sono ancora vivi, danno a noi sentimenti ed idee che sono universali. L’arte ci mette in comunicazione con l’umanità e in questo senso è spirituale.

Come ha già detto lei, l’arte ha una funzione di conoscenza per il popolo non istruito. Come mai l’uomo di oggi, invaso dalla cultura dell’immagine, ha una difficoltà a lasciarsi ferire dalla bellezza dell’arte?

Viviamo nell’epoca più iconica della storia. Siamo immersi nelle immagini, non solo la tv, ma anche le pubblicità, i vestiti, la cravatta che portiamo. Tutto è icona. Tutto è immagine nella civiltà moderna. Forse è proprio questo eccesso di iconicità, questa specie di “tzunami” di immagini, così come quello delle informazioni, che ci paralizza in qualche modo, ci “intontisce” se posso usare questo termine, ci sovraccarica. Quindi il compito - e per questo abbiamo un cervello - è di saper scegliere, selezionare immagini, così come selezioniamo informazioni che ci arrivano da ogni parte.

A proposito di scelte, qual è la sua opera preferita dei Musei Vaticani?

Ce n’è più di una, ma se dovessi dirne una per ragioni personali e di studi è la Trasfigurazione di Raffaello: il quadro più bello del mondo, un’iperbole. Un quadro carico di futuro che ci fa capire infinite cose...

Ha incontrato Papa Francesco?

Si, gli ho detto “Santità venga a vedere i Musei Vaticani” e lui mi ha risposto “Direttore sa, ora ho troppo da fare, ma ci verrò”.

La Cappella Sistina accoglie 20.000 visitatori al giorno, con punte di 30.000. Da un punto di vista tecnico come viene preservata?

Il 30 ottobre presenteremo, con un convegno in Vaticano, il nuovo sistema di aerazione, controllo dell’umidità e della temperatura, e insieme il nuovo sistema di illuminazione. Abbiamo intitolato questo convegno “Nuovo respiro e nuova luce nella Cappella Sistina”.

La ragione di questa scelta?

Innanzitutto non vogliamo che ci siano problemi di danneggiamento e poi  perché con un nuovo sistema di illuminazione possiamo offrire al visitatore la migliore fruibilità degli affreschi di Michelangelo e non solo. Perché come sapete nella Cappella non c’è solo Michelangelo… c’è anche Botticelli, Perugino...

Lei ha detto che la Cappella Sistina è la "Summa teologica del cristianesimo"…

Per me la Cappella Sistina è il catechismo della Chiesa Cattolica messo in figure, la sintesi visibile della dottrina cristiana. I Papi hanno voluto dare questa funzione alla Cappella Sistina: essere un grande libro illustrato che racconta per immagini le verità fondamentali, dalla creazione dell’uomo all’Apocalisse, dall’Antico Testamento al Nuovo, Genesi e Profeti, tutto.

Benedetto XVI ha parlato della responsabilità dell’arte nel trasmettere il messaggio cristiano...

Per me è un Papa indimenticabile, perché il 31 ottobre 2012 – nell’anniversario del 31 ottobre 1512 quando Papa Giulio II inaugurò la volta della Sistina che Michelangelo aveva appena terminato – con grande sensibilità di intellettuale oltre che di pastore ha voluto ricordare quell’evento. Ha ripetuto la stessa funzione liturgica celebrata da Giulio II, con i cardinali, i vescovi e il Magnificat cantato dalla Cappella Sistina, facendo un bellissimo discorso da teologo ma anche da storico quale è. Tutto questo poco tempo prima delle sue dimissioni.

[Hanno collaborato Ary Waldir Ramos e Sabrina Fusco]

2/ Dal discorso di Benedetto XVI ai dirigenti e ai dipendenti dei Musei Vaticani, 24 Novembre 2006

[…]

Ogni giorno migliaia di persone visitano i Musei Vaticani. Nell’anno 2005 se ne sono contati oltre 3 milioni e 800 mila, e nel corrente 2006 hanno già superato i 4 milioni. Questo fa pensare! Chi sono infatti questi visitatori? Sono una rappresentanza assai eterogenea dell’umanità. Tra di loro, molti non sono cattolici, tanti non sono cristiani e forse neppure credenti. Buona parte di essi si reca anche nella Basilica di San Pietro, ma parecchi visitano, del Vaticano, soltanto i Musei. Tutto ciò fa riflettere sulla straordinaria responsabilità che investe tale istituzione dal punto di vista del messaggio cristiano. Viene in mente l’iscrizione che il Papa Benedetto XIV, a metà del Settecento, fece porre all’ingresso del cosiddetto Museo Cristiano, per dichiararne la finalità: "Ad augendum Urbis splendorem / et asserendam Religionis veritatem", "Per promuovere lo splendore di Roma e affermare la verità della Religione cristiana". L’approccio alla verità cristiana mediato attraverso l’espressione artistica o storico-culturale ha una chance in più per parlare all’intelligenza e alla sensibilità di persone che non appartengono alla Chiesa cattolica e talvolta possono nutrire verso di essa pregiudizi e diffidenza. Coloro che visitano i Musei Vaticani hanno modo di "immergersi" in un concentrato di "teologia per immagini", sostando in questo santuario di arte e di fede. So quanto impegno costi la tutela, la conservazione e la custodia quotidiana di tali ambienti, e vi ringrazio per lo sforzo che fate affinché essi parlino a tutti e nel migliore dei modi. E’ un lavoro nel quale, cari amici, siete tutti coinvolti e tutti importanti: perché il buon funzionamento del Museo, voi lo sapete bene, dipende dall’apporto di ciascuno.

Permettetemi ora di evidenziare una verità che sta scritta nel "codice genetico" dei Musei Vaticani: che cioè la grande civiltà classica e quella ebraico-cristiana non si oppongono tra loro, ma convergono nell’unico piano di Dio. Lo dimostra il fatto che l’origine remota di questa istituzione risale ad un’opera che ben possiamo qualificare "profana" – il magnifico gruppo scultoreo del Laocoonte -, ma che, in realtà, inserita nel contesto vaticano, acquista la sua piena e più autentica luce. E’ la luce della creatura umana plasmata da Dio, della libertà nel dramma della sua redenzione, protesa tra terra e cielo, tra carne e spirito. E’ la luce di una bellezza che irradia dall’interno dell’opera artistica e conduce lo spirito ad aprirsi al sublime, là dove il Creatore incontra la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Tutto questo possiamo leggere in un capolavoro quale appunto il Laocoonte, ma si tratta di una logica propria all’intero Museo, che in questa prospettiva appare veramente un tutto unitario nella complessa articolazione delle sue sezioni, pur così differenti tra loro. La sintesi tra Vangelo e cultura appare ancor più esplicita in alcuni reparti e quasi "materializzata" in talune opere: penso ai sarcofagi del museo Pio-cristiano, o alle tombe della Necropoli sulla Via Trionfale, che quest’anno ha visto raddoppiare la sua area musealizzata, o all’eccezionale collezione etnologica di provenienza missionaria. Il Museo mostra veramente un intreccio continuo tra Cristianesimo e cultura, tra fede e arte, tra divino e umano. La Cappella Sistina costituisce, al riguardo, un vertice insuperabile.

[…]