1/ Iraq, i jihadisti cacciano 100mila cristiani. L’Isis occupa Qaraqosh. Rimosse le croci. «Obama pronto ai raid», di Camille Eid 2/ Una presenza millenaria. La comunità vi risiede fin dai primi secoli, di Camille Eid 3/ Basta sangue, il mio Iraq ritorni un mosaico di popoli concordi. Tawfik: i cristiani devono poter rientrare nella loro terra. Lo scrittore esule da Mosul rilegge la storia del suo paese, di Younis Tawfik 4/ «Da tempo raccontavo, inascoltata, il dramma dei cristiani. Ho incontrato rifugiati cristiani scappati da Mosul soltanto all’annuncio dell’avanzata degli uomini del Califfato. Il solo nome del Daash annunciava una serie di orrori tali da indurre alla fuga immediata», di Alessandro Beltrami

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /08 /2014 - 19:17 pm | Permalink
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Per approfondimenti sull'Islam e sulla storia del cristianesimo in oriente e nell'Iraq, vedi la sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni.

1/ Iraq, i jihadisti cacciano 100mila cristiani. L’Isis occupa Qaraqosh. Rimosse le croci. «Obama pronto ai raid», di Camille Eid

Riprendiamo da Avvenire dell’8/8/2014 un articolo di Camille Eid. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/8/2014)

È una catastrofe da tutti i punti di vista: umanitaria, culturale, ma anche politica. Dopo la cacciata da Mosul, è toccato nuovamente ai cristiani pagare il prezzo dei “giochi incrociati” dei tre grandi attori iracheni (sunniti, sciiti e curdi). E così l’agognata “zona sicura” nelle pianure di Ninive è sparita ancor prima di nascere. Spazzata via da una fulminea offensiva sferrata dai miliziani del Califfato contro i centri storici della cristianità locale: Qaraqosh, Bartella, Karamlesh.

I jihadisti hanno lanciato la loro offensiva nella notte tra mercoledì e giovedì, poche ore dopo l’improvviso ritiro dei peshmerga curdi dalle stesse località, in uno scenario che ricorda molto quello avvenuto domenica scorsa a Sinjar. La spiegazione offerta dalle autorità curde? Impossibilità di reggere l’attacco dei miliziani islamici. Nella notte si è vuotata anche Tal Kayf, che ospita una numerosa comunità cristiana, come pure membri della minoranza sciita Shabak. «Tal Kayf è ora nelle mani dello Stato islamico», ha raccontato un residente, Boutros Sargon, anche lui fuggito a Erbil. «Ho sentito alcuni spari e quando mi sono affacciato, ho visto un convoglio militare dello Stato Islamico. Gridavano Allah akbar».

Il risultato è una fuga di massa della popolazione cristiana verso Erbil e Ankawa, oppure verso zone più remote, come Dohuk. «Ci sono 100mila cristiani sfollati, fuggiti magari con solo i vestiti e a piedi per raggiungere le regioni del Kurdistan», ha detto il patriarca caldeo Louis Raphael Sako. «È un disastro umanitario: le chiese sono state occupate e tolte le croci», ha aggiunto Sako che ha parlato anche di oltre 1500 manoscritti bruciati dai jihadisti.

La Storia si ripete. La nuova invasione dell’Isis è coincisa con la Giornata del martire, celebrata dai cristiani assiri il 7 agosto per ricordare il massacro di Simmel del 1933 in cui l’esercito iracheno, insieme a bande irregolari di curdi e arabi, ha annientato la presenza cristiana in una vasta zona del nord Iraq. Allora, un deputato iracheno si era riferito agli assiri come «popolo corrotto» e una «pianta velenosa » da estirpare.

La reazione internazionale non si è fatta attendere. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha convocato una riunione d’emergenza sull’Iraq (per le ore 23.30 di ieri, ora italiana) per una consultazione a porte chiuse. Citando fonti dell’Amministrazione statunitense, il New York Times ha riferito che il presidente Barack Obama «sta valutando l’ipotesi di bombardamenti aerei sui jihadisti». Il portavoce della Casa Bianca ha però affermato al suo briefing che «non ci saranno truppe Usa in Iraq» e che «ogni eventuale azione militare sarà limitata nei suoi obiettivi », ribadendo la posizione di Obama secondo cui «non c’è una soluzione militare alla crisi dell’Iraq, ma quella che serve è una soluzione politica».

Josh Earnest ha tuttavia ammesso che in Iraq «siamo vicini a una catastrofe umanitaria», aggiungendo che «la situazione delle minoranze religiose è allarmante e gli Stati Uniti sono molto preoccupati e pronti ad aiutare il governo iracheno nell’affrontare questa emergenza».

Apprensione anche per decine di migliaia di profughi yazidi, in fuga dalle atrocità dei jihadisti. Aiuti umanitari turchi sono stati paracadutati ieri da elicotteri iracheni sulle montagne della regione di Sinjar. Aiuti turchi sono stati inoltre consegnati alle migliaia di civili turcomanni pure fuggiti dalle loro case a causa dell’avanzata del gruppo armato.

La violenza nel Nord non ha dato tregua agli altri centri urbani iracheni. A Kirkuk, città petrolifera oggi sotto controllo curdo, otto sciiti sono rimasti uccisi e 40 feriti in un duplice attentato che ha preso di mira una moschea in cui famiglie di rifugiati avevano trovato riparo. A Kadhimiya invece, nel nord di Baghdad, un kamikaze si è fatto esplodere con l’autobomba che guidava a un posto di blocco, provocando la morte di 16 persone e il ferimento di altri 40.

Proseguono intanto a Baghdad le manovre politiche sulla scelta di un nuovo premier. L’Alleanza nazionale irachena, un blocco comprendente i maggiori partiti sciiti, sembra vicino a indicare una figura «accettabile a livello nazionale». Lo ha detto il portavoce dell’Alleanza, suggerendo una rinuncia di Nuri al-Maliki a ottenere un terzo mandato.

2/ Una presenza millenaria. La comunità vi risiede fin dai primi secoli, di Camille Eid

Riprendiamo da Avvenire dell’8/8/2014 un articolo di Camille Eid. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/8/2014)

È una presenza cristiana millenaria quella spazzata via ieri dalle orde barbariche dell’Isis. È in questa zona che il cristianesimo mesopotamico è prosperato prima di diffondersi in altre direzioni. Decine di chiese e monasteri, centinaia di illustri personaggi laici e religiosi, migliaia di manoscritti possono forse dare una piccola idea di quello che la Cristianità ha perso in un attimo di furia settaria.

Partiamo da Qaraqosh, la “capitale” dei cristiani iracheni. Al suo nome turco, i locali prediligono quello di Bakhdida, che in aramaico significa “dimora del nibbio”. Yaqut di Hama, un geografo arabo del Trecento, la ricorda come «un paese grande quanto una città» e precisa che «la maggior parte dei suoi abitanti sono cristiani», in particolare siro-cattolici.

Vi sono numerose grandi chiese, come quella del patrono Mar (Santo, in aramaico) Narsay, un teologo del V secolo patrono della città, dell’Immacolata o della Risurrezione, costruita sei anni fa. Altre chiese sono significativamente dedicate a martiri delle diverse epoche: Giacomo, Giovanni Battista, Simona (la madre dei sette fratelli citati nel libro dei Maccabei), Behnam e Sara, Sergio e Bacco.

A pochi chilometri dal paese si trova il monastero siro-ortodosso di Giovanni Dailamita, detto anche Naqortaya, che risale al IX secolo. Abbandonato nel 1261 in seguito a un attacco dei curdi, il monastero è stato restaurato nel 1998 ed è diventato un’importante meta di pellegrinaggio.

La vicina Karemlesh (o Karemlis) è stata per 90 anni (1332-1426) sede patriarcale della Chiesa d’Oriente. Anche questo paese vanta numerosi santuari dedicati a santi martiri, come quello di Santa Barbara, la patrona della località, poi San Giorgio, i Quaranta martiri, Mar Mari e la chiesa parrocchiale di Mar Addai, l’apostolo che ha predicato il cristianesimo in Mesopotamia. È in quest’ultima che è sepolto padre Raghid Kenna, assassinato a Mosul nel giugno 2007 insieme a tre diaconi.

Le testimonianze cristiane a Bartella risalgono al IV secolo. La località, principalmente abitata da siro-ortodossi, conta quattro chiese e in passato è stata sede di una scuola di canti liturgici.

Molto ricca l’eredità cristiana di Tall Kayf, la siriaca Tel Keppe, la Collina di pietre. La città ha dato numerosi prelati, come il precedente patriarca caldeo Emmanuel Delly, oppure l’attuale vescovo caldeo di Teheran, Ramzi Garmou. La parrocchia centrale è dedicata al Sacro Cuore, costruita vicino alla chiesa dei santi Pietro e Paolo. La città è nota per i santuari, almeno sei, molto frequentati. Più a est, sul monte Alfaf, sorge il monastero Mar Matti, famoso per i suoi manoscritti siriaci.

3/ Basta sangue, il mio Iraq ritorni un mosaico di popoli concordi. Tawfik: i cristiani devono poter rientrare nella loro terra. Lo scrittore esule da Mosul rilegge la storia del suo paese, di Younis Tawfik

Riprendiamo da Avvenire del 9/8/2014 un articolo di Younis Tawfik. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/8/2014)

Erano i primi giorni di agosto del 2012, quattro anni dall’assassinio di mio fratello Faris ad opera dei miliziani dell’Isis che agiva nell’oscurità del caos politico iracheno, quando decisi di recarmi in Iraq da cui mancavo da più di trent’anni. Faris era avvocato civile e fino ad oggi non si sa ancora perché avevano scelto di ammazzare proprio lui il giorno dopo avere fatto fuori il suo vicino di casa, un medico cristiano appena sposato.

Avevo abbandonato il mio Paese fuggendo dal regime di Saddam Hussein alla ricerca di un mondo altro, della conoscenza e del dialogo, nella segreta speranza che la mia patria, martoriata da conflitti e persecuzioni, venisse liberata e potesse crescere in un sistema democratico che garantisca la libertà personale e religiosa.

L’atmosfera a Mosul, la mia città natale, era cupa, immersa in una calma apparente, ma le anime erano inquiete e la tensione molto alta. Dopo una settimana passata in casa, con mia madre che mi raccontava gli anni del terrore e della lenta morte che affliggeva il nostro Paese, chiesi di essere portato in visita, come un turista, nella città devastata da bombardamenti americani e autobombe dei terroristi.

Credevo di camminare in un luogo colpito da una bomba nucleare, svuotato della sua essenza, triste e demoralizzato. Era come se fossi entrato in una zona terremotata custodita da soldati e poliziotti armati in tutti gli angoli. Era talmente cambiata che non riconobbi neppure il quartiere dove ero nato.

Sollevando lo sguardo a nord dalla mia casa paterna, divenuta un modesto albergo, vidi il minareto della grande moschea Al Nuri, che ancora oggi svetta ricurvo dal 1172, anno della sua costruzione. Non lontano, si innalzava fiera la torre dell’orologio della chiesa latina dei padri domenicani, costruita nel 1873, devastata dagli attentati e oggi completamente abbandonata. Immaginavo i due edifici in dialogo tra loro, eretti verso il cielo come in una sfida contro il tempo.

Girava la voce in tutta la città e nel caffè Al Karam – dove incontrai i miei vecchi maestri e amici: poeti, artisti, scrittori e giornalisti, musulmani e cristiani – che i jihadisti si preparavano per invadere la regione e che un giorno sarebbero arrivati in massa per instaurare 'giustizia e libertà'. Era evidente che la gente soffriva la prepotenza e la tirannia dell’esercito del premier Al Maliki e sperava in un salvatore. Allora non si parlava dell’Isis, ma di patrioti che avevano combattuto contro l’invasione americana, della vera resistenza sunnita.

Sono passati appena due anni e la regione di Ninive ha conosciuto un triste destino, proprio come ai tempi della devastante invasione mongola, quando l’esercito iracheno si era dato alla fuga senza opporre resistenza. Quelli che si erano spacciati come salvatori della patria si sono rivelati dei veri criminali che, sotto la bandiera nera con inciso il sigillo del profeta, impongono comportamenti e leggi disumani che nulla hanno a che fare con l’islam. Nella Valle tra i due fiumi la macchina del tempo inizia a portarci indietro e i primi a pagare un caro prezzo sono i cristiani, gli antichi abitanti della regione di Ninive, costretti a dover scegliere tra la conversione all’islam, il pagamento della jizia, (la tassa di sottomissione) o l’abbandono della terra e dei loro averi. Durante i califfati veniva imposto il pagamento di imposte aggiuntive ai non musulmani in cambio di protezione durante i conflitti, ma in uno stato di diritto, come quello che si voleva, tutti i cittadini sono uguali senza distinzione religiosa o etnica.

Mi chiedo come si possano cacciare dalla loro terra popolazioni intere che l’abitavano ancora prima dell’arrivo dell’islam. Lo dico senza mezzi termini: i cristiani di Mosul hanno più diritti di noi arabi musulmani a stare in quella terra che li aveva conosciuti già dai tempi degli Assiri, e noi abbiamo il dovere di fare l’impossibile per aiutarli a tornare alle loro case.

Purtroppo l’ombra nera del fanatismo discrimina e distrugge non soltanto la comunità cristiana, ma anche altri come gli yazidi, i shabak e i curdi, devastando statue, monumenti storici, chiese, templi e moschee. Una ferita lancinante si è aperta nel mio cuore guardando il video dell’abbattimento della moschea più antica dedicata al profeta Giona, meta di pellegrinaggi sia dei musulmani sia dei cristiani iracheni.

Mio padre appena sposato prestava servizio militare nelle vicinanze di quel sepolcro, quando gli giunse la notizia che mia madre era stata ricoverata all’ospedale in attesa che io nascessi. Lui, entusiasta, era corso a pregare e a fare un voto ad Allah e al profeta Giona, sepolto in quell’edificio: 'Se avrò un figlio maschio, gli darò il tuo nome, Younis'.

Sono state distrutte la maggior parte delle moschee che contengono sepolcri, come quella del profeta Seth, del profeta Giargis, la moschea del figlio di Hasan, nipote di Maometto, monumenti che raffigurano poeti del nono secolo come Abu Tammam e compositori come Ishaq al Mausili dell’ottavo, e altri ancora. Il fatto più triste è che il mondo sta a guardare, tra impotenza e indifferenza, la morte della civiltà nella Valle delle civiltà.

In Iraq si muore tutti i giorni e la maggior parte delle vittime sono tra la popolazione civile, proprio quella povera gente che aveva già pagato un caro prezzo per la sciagurata politica di Saddam Hussein, per le frequenti guerre, per l’embargo e per la situazione venutasi a creare in seguito alla caduta del regime.

Il processo verso la democrazia e la libertà passa attraverso un serio e pacifico lavoro di dialogo e di ricostruzione dell’uomo e il risveglio dell’orgoglio della nazione intera che oggi è al limite del collasso. Il cittadino iracheno ha bisogno di rinascere, di sentirsi libero, di essere reinserito nella società internazionale, di riavere la sua dignità, di vivere in pace e soprattutto di godere dei suoi diritti umani e civili.

A cosa giova rapire le persone o sequestrare bambini senza colpa per poi morire con loro, o sgozzarli? La responsabilità di questi delitti ricade sui gruppi di estremisti islamici in azione nella mia terra, su chi definisce kafir, 'miscredente che è lecito uccidere', chi è colpevole di non pensarla come loro.

Questa violenza cieca è anche frutto di fatwe e di infuocati discorsi che certi imam e autorevoli uomini religiosi diffondono attraverso canali satellitari per confondere giovani entusiasti o persone succubi della rabbia e del malcontento che cova nei loro cuori, e fargli credere che combattere gli 'infedeli' non solo è lecito, ma è un dovere religioso e in quel caso morire diventa martirio.

Quanto sta accadendo dovrebbe spingere noi musulmani a meditare sull’enorme danno che sta subendo la nostra fede e la nostra civiltà. Chi vuole il bene dell’Iraq è invitato a portare pace e benessere in un Paese imbottito di armi e di odio e dove la maggioranza della popolazione chiede di poter vivere nella serenità dell’amore e in sicurezza. Nel segno della pace e della concordia tra le genti che per secoli ne hanno fatto un mosaico di popoli.

Chi è Younis Tawfik. Un intellettuale tra due culture

Younis Tawfik è nato nel 1957 a Mosul (Nini­ve), in Iraq. Fin da giovane ha pubblicato poesie sulle maggiori riviste del Paese e nel 1978 ha ottenuto il Premio di Poesia Nazionale conferito dalla Presidenza della Repubblica. Nel 1979 si è trasferito a Torino dove nel 1986 ha conseguito la laurea in lettere. Si dedica soprattutto alla divulgazione della letteratura araba; fra i molti libri tradotti e curati da lui 'Le ali spezzate' di Khalil Gibran (1993, SE, Milano), 'Dante e l’Islam' di M. Asin Palacios (1993, Pratiche, Parma), 'Il bandito delle sabbie' di Shanfara (1994, Book Editore, Bologna), 'Libro del matrimonio islamico' di Gazali (1995, Lindau, Torino), 'Il libro dell’estinzione nella contemplazione' di Ibn ’Arabi (1996, SE). Con l’editore Liana Levi ha pubblicato un libro sulla religione islamica intitolato 'Islam', (1977, Parigi), edito contemporaneamente in italiano da Idea Libri (1997, Rimini), in Germania, Olanda, Spagna e Stati Uniti. La sua opera più conosciuta è il romanzo 'La straniera' edito da Bompiani nel 1999. Il suo secondo romanzo è 'La città di Iram', seguito dal saggio 'L’Iraq di Saddam' 2003. Nel 2008 pubblica 'La sposa ripudiata' con Bompiani e nel 2012 'La ragazza di piazza Tahrir' con Barbera. È stato membro della consulta islamica in Italia, ha insegnato lingua e letteratura araba all’Università di Genova. Dal 2000 è presidente del Centro Culturale Italo-Arabo Dar al Hikma.

4/ «Da tempo raccontavo, inascoltata, il dramma dei cristiani. Ho incontrato rifugiati cristiani scappati da Mosul soltanto all’annuncio dell’avanzata degli uomini del Califfato. Il solo nome del Daash annunciava una serie di orrori tali da indurre alla fuga immediata», di Alessandro Beltrami

Riprendiamo da Avvenire del 9/8/2014 un articolo di Alessandro Beltrami. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/8/2014)

Elisabetta Valgiusti è una regista e documentarista che dal 2004, con l’associazione da lei fondata Salvaimonasteri, porta la sua telecamera tra le comunità cristiane in aree di crisi, dal Kosovo al Pakistan, dall’Egitto alla Turchia alla Siria. Raccontare il dramma dei cristiani lì, nelle loro strade, nelle loro case, nelle loro chiese. O in quelle che sono diventate loro dopo essere stati costretti a fuggire da quelle abitate per secoli. In Iraq ha realizzato quattro film, gli ultimi due, Syria’s Christian exodus e Catholic Aid to Syrian Refugees, (girati anche in Libano e Giordania) nello scorso aprile per raccontare la situazione dei profughi cristiani fuggiti proprio dall’area di Aleppo. E finiti da una tragedia in un’altra.

«Trovarli, i rifugiati siriani, non è facile – dice Valgiusti ad Avvenireperché i cristiani non vanno nei campi profughi ma in città e in case, seguendo la traccia di un amico, di un familiare. Mostrarsi per un rifugiato può essere pericoloso, ma c’è grande voglia di raccontare, di far sapere. Ho sempre trovato grande disponibilità, anche nei rischi». Valgiusti stessa si muove tra pericoli e incognite: «Altri occidentali non ne ho mai incontrati. In generale per raccontare queste situazioni preferisco dare voce ai leader religiosi locali, a partire dai patriarchi delle diverse confessioni cristiane e dai responsabili delle Caritas locali. Penso sia il solo modo per riportare qualcosa di utile e vero. Ho sempre favorito coloro che vivono questi drammi sulla loro pelle».

«In Occidente si accende l’attenzione in occasione della strage, poi tutto finisce lì, eppure quello che sta succedendo oggi a Mosul dovrebbe scuotere l’Europa. Ma io penso che qui ci sia molta paura a parlare. Gli estremisti del Daash, del Califfato, sanno come intimorirci. Ha mai pensato che con i nostri media stiamo diffondendo immagini fatte da loro?». In questi giorni il canale satellitare Ewtn, una grande emittente cattolica statunitense, sta mandando in onda i suoi documentari sulla situazione in Siria, accanto al precedente Christians in Turkey. «Grazie a Ewtn e madre Angelica, la fondatrice del canale, sono riuscita a realizzare quattordici documentari. Hanno sostenuto le mie produzioni e le diffondono in tutto il mondo. Ma in dieci anni non sono mai riuscita a mandarne uno in onda in Italia». Molte porte chiuse, nessun interesse: «Nemmeno in una versione ridotta, da un’ora a venti minuti. Ewtn è stata la sola che ha deciso di fare un’operazione metodica su un problema che esiste e non viene documentato». Anche perché la situazione in tutta l’area è in grande movimento: «Ho girato a Mosul pochi giorni prima della conquista da parte del Califfato. La cittadina di Qaraqosh, nella piana di Ninive, esempio di convivenza pacifica e di come una comunità cristiana è riuscita a sopravvivere in un Paese musulmano, proprio l’altra mattina è stata circondata e bombardata da uomini del Daash. Ci sono stati due morti. Ora le case sono senza acqua e senza luce. La verità è che si vogliono cacciare fuori i cristiani dalle loro terre. E sono tutti d’accordo».

Ma Valgiusti è anche molto attenta al patrimonio culturale: «Spesso è grazie agli studiosi che gli appelli di Salvaimonasteri hanno circolato. In Iraq il cenobio siro-cattolico di san Benham, del IV secolo, è finito in mano al Califfato. Si teme per la preziosissima collezione di manoscritti. A Mosul le reliquie di san Tommaso sono state traslate in tempo, ma che fine farà la chiesa dedicata all’apostolo, una delle poche ad avere mantenuto i caratteri dei primi secoli? In Siria sono stati distrutti o incendiati oltre cento tra monasteri e chiese. Qui non si riesce a riconoscere come la ricchezza di quel patrimonio sia anche nostra».