Voglio che tu sia, senza fine, di Luigi Giussani

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /08 /2014 - 14:04 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito della rivista Tempi la trascrizione di un dialogo con don Luigi Giussani pubblicato il 30/8/2014. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (24/8/2014)

Nell’immagine, don Luigi Giussani con alcuni ragazzi di Gs
durante un ritiro a Varigotti nei primi anni sessanta.
Foto di Elio Ciol – tutti i diritti riservati

Metti una sera (del 1983) in campagna, a conversazione con un gruppetto di giovani di Monte San Savino, piccolo borgo tra le colline toscane. Dove un uomo che oggi ha quasi ottant’anni (e che, come aveva scritto a vent’anni in una lettera a un amico, ha avuto una sola ossessione, quella del “Io non voglio vivere inutilmente”) era stato invitato a parlare da ragazzi di un mondo ancora contadino, ma già irretito dal potere delle ideologie e delle mode omologanti dell’epoca. La non episodica persuasività in azione di un carisma che ha educato decine di migliaia di ragazzi. Al quietismo religioso? No, alla felicità laica. Da un dialogo con don Luigi Giussani.

Paolo Pecciarini. Una cosa particolare vorremmo che emergesse questa sera: la parola vita. Vorremmo chiedere a don Giussani, cioè ad un amico più grande, come è possibile ritrovare tutto il valore vero della vita nel quotidiano, cosi che si realizzi la nostra felicità.

Don Luigi Giussani. Prima di tutto dobbiamo avere la sincerità di ricordarci l’amore alla vita e il desiderio di soddisfazione di felicità: quando abbiamo cantato prima “ ma l’amaro, I’amaro che c’è in me sarà mutato in allegria”… dobbiamo avere la sincerità, grandi e piccoli, di affermare che questo è il progetto, il programma che non si può eliminare mai. Viviamo per il desiderio di contentezza, di soddisfazione, di felicità.

Che l’amaro si muti in allegria è l’ispirazione, il criterio in tutto quello che facciamo: scegliamo un cinema invece di un altro, scegliamo una compagnia invece che un’altra, ecc. Ci rassegniamo a studiare o a lavorare purché l’amaro ad un certo punto sia mutato in allegria. Questo è giusto. Infatti è ciò che rivela, come diceva il nostro padre Dante, la natura dell’uomo. Dante infatti dice ad un certo punto: “ciascuno confusamente un bene apprende per il qual si queti l’animo e desira…”. Ognuno confusamente intuisce un bene nel quale l’animo si quieti, vale a dire, nel quale raggiunga una soddisfazione intera cioè la parola che solo religiosamente si può pronunciare con serietà: la parola felicità. “… E desira…” desidera e questa è l’arte fondamentale della vita; è come la scintilla che accende il motore per ogni azione e ognuno si sforza, vi tende a fatica. Questa è la natura dell’uomo secondo la tradizione cristiana.

La frase più carica di sfida che abbia detto Cristo è stata quella che pronunciò in certe circostanze, quando disse: “Che importa se tu prendi tutto quello che vuoi e poi smarrisci te stesso?” oppure “Che darà l’uomo in cambio di sé?” Ma che importa se l’uomo …. Ecco, diceva Leopardi: “forse se avessi io l’ale da volar su le nubi e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, più felice sarei, dolce mia greggia….” Leopardi è vissuto 150 anni fa e l’uomo adesso è arrivato a salire oltre le nubi con i jet, numera le stelle ed erra di montagna in montagna; si può dire che dopo 150 anni sia più felice?

Un “io” sorpreso dalla gioia
La domanda resta inesausta perché la natura dell’uomo è in rapporto con qualcosa di infinito e non c’è niente da fare.

Provate a pensare all’astronauta che arrivasse per primo sulla stella Andromeda, poi torna fra gli osanna di tutti va a casa e trova che la moglie lo ha tradito. Se non è un cinico, senza sensibilità e senza umanità e pieno di infelicità, la prima cosa lo tocca – la gloria, il riuscire a fare qualcosa di grande – ma la seconda cosa lo tocca proprio come “io” e il senso di insoddisfazione e di incompletezza che ne deriva distrugge. C’è un nucleo dentro tutta la realtà cosmica, un nucleo che è come un niente ma è un niente che vale più di tutto il cosmo messo assieme, quando uno dice “io”.

E’ giusto che il criterio della vita sia questo: “Che l’amaro sia mutato in allegria”. E non diciamo che questa è una illusione! C’è stato uno, nei primi anni dopo la morte di Cristo, uno che è ben noto storicamente, un uomo formidabile, che ha girato tutto il mondo di allora sostenuto da una forza personale incandescente e comunque raramente incontrabile nella storia: si chiamava Paolo e scrive “Io sono pieno di gioia nella mia tribolazione”. Prima di lui Dio disse la sera in cui l’avrebbero preso per ammazzare: “lo vi ho dato quello che vi ho dato affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. E’ proprio questa la parola con cui il fatto cristiano sfida il mondo e tutte le teorie possibili e immaginabili: la possibilità della gioia è esclusivamente un fenomeno cristiano, perché la possibilità della gioia implica che la vita abbia fatto un incontro nel quale abbia trovato la certezza, nonostante tutta la propria fragilità. La quale, non solo rimane, ma aumenta come consapevolezza: il senso del proprio niente e soprattutto il dolore acuto della propria incoerenza di quello che si chiama peccato.

Nonostante tutto questo, anzi, mentre tutto questo senso del proprio limite fisico e morale, psicologico ed etico permane, aumenta una capacità di certezza, un’esperienza di certezza come un’evidenza, una certezza sulla quale si fonda la vita e il tempo come continuo e sereno e lieto recupero, ripresa. Non per nulla il mistero cristiano principale è la Pasqua, che è il fatto della resurrezione, che vuol dire passaggio dal negativo al positivo: questa stupefacente capacità che il fatto cristiano ha di rendere positivo tutto.

E’ una frase di quell’uomo di cui accennavo prima, Paolo: “tutto – dice ad un certo punto nella sua lettera – coopera al bene per coloro che tendono a Dio”. E Sant’Agostino, che aveva fatto una lunga esperienza a riguardo aggiunge: “ Etiam mala”, anche i nostri mali, anche i nostri peccati, anche i nostri errori. Ecco, questa proposta e questa speranza è ciò che ci fa superare l’impaccio e non ci fa sentire vergognosi ad affrontare chiunque, come io stasera affronto voi che al 99% non conosco ma che avete con me una consanguineità che supera qualsiasi consanguineità di altro ordine, quale desiderio, quale natura di quel desiderio a cui io ho accennato prima, quel destino di felicità cui ho accennato prima; e ancora di più il fatto che tutti ci troviamo dentro quell’alveo benedetto che è la tradizione cristiana, l’annuncio cristiano, vale a dire il grido di sicurezza, la promessa, la promessa di positività alla vita.

Cristo, Uno tra noi, in questo mondo
Perciò nella tua domanda, la prima cosa che vorrei sottolineare è la giustezza della combinazione vita e felicità; non una astrazione giovanilistica, non un sogno adolescenziale ma una proposta reale alla vita reale. Mi dispiace che io, evidentemente, non mi sono organizzato a queste domande, ma avessi portato soltanto un po’ di quelle lettere che metto da parte, basterebbe leggerne tre o quattro di adolescenti, giovani, vecchi, di figli o di genitori, sempre da condizioni eccezionalmente disagiate (ma comunque questo può essere sentito anche come una affermazione gratuita) è esattamente la sfida, per usare il termine messo a tema, che la tradizione cristiana attraverso questa mia voce fessa e questa mia pronuncia che vi deve far orrore, è la sfida che fa alla vita di ognuno di voi, che abbiate i capelli bianchi o siate appena sbucati dall’oscurità dell’infanzia.

Ma la seconda cosa, che ho già toccato senza accorgermene, è che questa sfida non può venire, non viene da sé. Un solo Uomo in tutta la storia del mondo, in tutta la storia del pensiero, della religione, Uno solo ha osato dire: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”. I più grandi nomi hanno detto: “io vi indicherò la strada”, come Buddha, come Mosè, come Maometto, “io vi guiderò per la strada che un Altro mi indicherà”. Un Uomo ha osato dire: “ Io sono la Via, la Verità, la Vita”. Ho chiesto un Vangelo per leggervi questo piccolo brano, Capitolo IV del Vangelo di San Luca. La storia è risaputa almeno negli anziani perché Gesù era stato per trent’anni uno come tutti gli altri, improvvisamente comincia a far parlare di sé, esce dal suo paese e per le strade, per le piazze, comincia a discorrere e la gente si raggruma vicino a lui.

Possiede un potere strano per cui gli ammalati sono guariti, tutta la Galilea, tutta la regione ne parla e quelli di Nazareth, suo paese natale, il paese dove svolge i suoi trent’anni di vita, si lamentano: “perché non li ha fatti da noi questi miracoli? Era uno come tutti gli altri! Perché non li ha fatti da noi?” ed erano pieni di risentimento verso di Lui. Un certo giorno, un certo sabato, Gesù ritorna. Siamo ancora agli inizi, ma ritorna nel suo paese come gli era normale perché seguiva la vita di tutti. Perché questa è la cosa colossale dell’annuncio cristiano: è che Dio è diventato una compagnia normale, una realtà umana, si è fatto realtà umana come compagnia alla nostra vita umana, perciò faceva come tutti gli altri e il sabato entrava nella sinagoga. C’era lì il “sacrestano”, l’inserviente e prendeva dal secchione, prendeva un rotolo della Bibbia e chiunque avesse voluto, alzando la mano, poteva uscire, leggere un pezzo e commentarlo. Era questo il primo sistema che Cristo usò per cominciare a dire quello che voleva dire, perché lui leggeva quelle cose e tutti restavano stralunati perché lui le interpretava in un modo assolutamente inusitato ma che faceva restare a bocca aperta, tanto che la gente diceva: “E’ cosi”. “Gesù ritornò in Galilea. Egli insegnava nelle loro sinagoghe. Si recò un sabato a Nazareth dove era stato allevato e secondo il suo costume entrò nella sinagoga e si alzò per leggere. Gli fu presentato il volume del profeta Isaia e svolto che l’ebbe – era un rotolo trovò il passo dove stava scritto: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo Egli mi ha consacrato, mi ha mandato ad annunziare la buona novella ai poveri – il senso della vita! Non una scoperta rischiosa degli intellettuali o dei filosofi, ma una saggezza di ogni persona, anche dell’analfabeta – ad annunziare la liberazione ai prigionieri, il recupero della vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, a proclamare per tutti il momento favorevole del rapporto con Dio”.

Questo brano di Isaia era uno dei pezzi della Bibbia che i Farisei indicavano come profetici, era uno dei pezzi che si riferivano al Messia. Arrotolato quindi il volume lo restituì all’inserviente e si sedette. Gli sguardi di tutti i presenti erano fissi sopra di Lui ed Egli cominciò a dire loro: “oggi si è compiuta questa scrittura in mezzo a voi: Io sono il Messia; questa profezia si è adempiuta”.

Questa è la prima sfida, il primo momento dialettico di Cristo con la società in cui era nato. Il primo gesto della Sua missione in che cosa consisteva? In una promessa: che i ciechi vedano, che il cuore sia liberato, che la gente sia confortata, che gli zoppi camminino. E’ una promessa innanzitutto per questo mondo, di una vita più umana in questo mondo. Anzi, la teologia cattolica spiegherà meglio questo nella morale, dicendo che chi vivrà in modo umano questo mondo potrà godere per l’eternità, felice: è il concetto di merito.

Questa è l’idea centrale di tutti i discorsi del Papa. Questo Papa ha scoperto nella sua vita personale, e adesso lo insegna a tutti, una cosa per cui la tradizione cristiana relegata nella soffitta o chiusa nell’aria misteriosa, strana e incomprensibile dei gesti sacramentali o della pietà, chiusa dentro le mura delle chiese: questo annuncio di Cristo, questa presenza di Cristo, il Papa l’ha come afferrata e riportata al suo posto. Il suo posto è nella nostra carne, nelle nostre ossa, è nella nostra vita di tutti i giorni, è nella nostra esigenza di amore, nella nostra esigenza affettiva, è nel rapporto con i figli e con i genitori, è nei rapporti tra ragazzo e ragazza, è nel rapporto con il libro che si studia, con la curiosità che fa indagare, con la necessità che fa lavorare, col gusto di costruire, con lo sguardo con cui si guarda lo spettacolo di queste vostre colline in un tramonto come quello di stasera.

Unica regola: il coraggio di un’amicizia
Questo cambia, e da questo si capisce, capisco che ci sei perché mi cambi, mi cambi la vita, non con un tocco di bacchetta magica, ma come in un cammino. Perché se noi fissiamo un fiore oppure il grano appena spuntato dalla terra, prima di mutare, se noi lo stiamo ad osservare non cresce più, non lo vediamo crescere. Ma dopo un mese, due, tre, la pianta è più grande, dopo un po’ di mesi è quello che è: è il grano che si trebbia. La vita non si vede mai salire, si vede che è già salita. Come quando ero piccolo: c’era una pianta in giardino e mia mamma mi metteva vicino alla pianta e segnava all’inizio dell’anno, con un coltellino dentro la scorza, a che punto ero arrivato; e l’anno dopo mi metteva vicino alla pianta e col coltellino segnava dove ero arrivato due centimetri, quattro, cinque di sviluppo. La vita non si sorprende nel suo moto, la si sorprende nel suo effetto. E cosi la Fede: “questa – dice Giovanni – è la vittoria che vince il mondo, la Fede”. Vince non con le armi, vince nel senso che ne afferra il significato, la gode nel gusto profondo, l’accetta e la porta nella sua “politica di prova”.

Volevo dire che la seconda cosa implicita necessariamente nella risposta alla sua domanda e da esplicitare è che la promessa di felicità è soltanto Dio che la può fare agli uomini e questa promessa Dio è venuto a farla. Si è preso uno di noi per farci questa promessa e c’è un solo modo per capire se è vero o no: seguirlo, vale a dire cercare nonostante le migliaia di interruzioni colpevoli, di distrazioni naturali, di incoerenza e di fragilità che rientrano nella nostra giornata, cercare di vivere con Lui, camminare umilmente con il tuo Dio. E’ questo che noi abbiamo l’ingenuità ed il coraggio di dire al nostro compagno di banco, o alla persona che troviamo per la prima volta in un salone di una festa. Perché come si fa a voler bene ad una persona senza desiderare che questo avvenga per lei, che questa promessa sia a lei tesa e che l’esperienza del suo adempimento riempia la sua vita, come si fa a voler bene? E impossibile! Ecco, insegniamo a voler bene al compagno di banco, al compagno di lavoro, insegniamo a voler bene all’individuo che ci siede vicino in treno o sul pullman che ci porta al lavoro. E’ dunque per una umanità “più umana” una rinnovata fedeltà cristiana. Ma il cristianesimo è la vita, è una vita perché vivere un’amicizia, cioè vivere una compagnia di uno vicino è una vita, il rapporto tra una madre e suo figlio è una vita; non si può ridurre a delle formule o ai momenti in cui dà il bacio. Quando facevo i capricci mia madre mi diceva: “guarda, invece di darmi il bacio fai del bene, ascoltami” e magari quella sera il bacio non lo voleva. Perciò è realmente come un’osmosi, un rovesciare dentro di noi, un lasciare che si rovesci dentro di noi, una sensibilità, una mentalità, un atteggiamento, un sentimento della vita diverso. Il Cristianesimo è questo.

L’avventura di una vita da Uomini
Dicevo che il Papa è il grande annunciatore di questa ripresa. L’anno scorso, quando ci siamo radunati a Rimini e Lui ha osato venire a un Meeting in mezzo a tanta gente, ci lasciò un impegno, l’impegno fu questo: che lavorassimo, ci sacrificassimo e pregassimo perché avvenisse sulla terra la civiltà della verità e dell’amore. Civiltà vuol dire una umanità vissuta, rapporti che creano la vita di un paese e prima ancora la vita di una famiglia, la vita di una compagnia; civiltà e questo, non riguarda l’aldilà, perché all’aldilà noi andremo attraverso il merito di queste cose. Altrimenti la nostra vita non avrà avuto, appunto, merito cioè senso, dignità.

Una ragazza. Io ed alcuni miei compagni di scuola abbiamo un problema con un nostro insegnante. Questo insegnante ha la grandissima capacità di distruggere quello in cui noi, giovani di 18 anni, crediamo: la nostra voglia di vivere, la nostra felicità e quelle poche o tante certezze che abbiamo. Ora Lei ci ha detto che la cosa più importante è far sì che “l’amaro che c’è in me sia mutato in allegria”: come è possibile questo per noi della nostra classe? Come è possibile che quelle cinque ore in classe siano un tempo di costruzione e non di distruzione?

Don Luigi Giussani. Innanzitutto mi permetto di dare un giudizio: un adulto che cerchi di distruggere le certezze dei giovani è un delinquente nel senso letterale del termine e, nel migliore dei casi, un egoista accanito che non ha altro gusto che proiettare se stesso sulla fragile tela di chi non può rispondere. Ma abbiamo mica detto che tutto coopera al bene, anche il male? Allora vorrà dire che tutto ciò che il vostro insegnante opera come tentativo di distruzione delle vostre certezze, vi dovrà aizzare di più a rendere ragione di queste vostre certezze. Ma siccome ognuno da solo è come impotente, e fragile, sentirete la necessità di mettervi insieme. E siccome anche il mettervi insieme può essere impacciato perché la somma di tante debolezze può aggravare la questione invece di risolverla, voi sentirete la necessità che la vostra compagnia sia guidata, aiutata da persone che abbiano fatto il cammino, abbiano vissuto in loro stesse gli interrogativi e le fatiche che voi vi sentite addosso; e perciò sentirete la necessità che la loro esperienza aiuti la vostra inesperienza.

Io dico sempre che la natura le cose più necessarie della vita le ha rese facilissime: infatti fra cento donne un bambino riconosce subito sua madre. Per vivere, la cosa più necessaria è la certezza, senza certezza uno non si muove. Anche sant’Agostino osservava argutamente che l’affermare che tutto è incerto è una contraddizione filosoficamente, razionalmente, perché per affermare che tutto è incerto bisogna affermare con certezza almeno una cosa: che tutto è incerto. Perciò per affermare che tutto è incerto bisogna contraddirsi, non lo si può dire naturalmente, razionalmente, è impossibile dirlo. Allora le certezze che riguardano l’esistenza hanno un accento, hanno un volto che immediatamente si rivela.

Cristiano, ovvero “chi ha ragione”
Supponiamo che entri in classe un professore e vi dica: “Questo qui è un libro” e tutti dite: “già è un libro”. “Ecco, guardate l’equivoco della nostra conoscenza: se uno non s’accorge del libro è come se il libro non ci fosse. Vedete dunque che è la ragione che crea il libro”. E’ un professore, diciamo, idealista. Dopo lui si ammala, viene il supplente e vuol partire dallo stesso punto, dice: “Questo è un libro, tutti abbiamo l’impressione che sia un libro ma dimostratelo, come fate ad essere certi che è un libro e che non sia un vostro pensiero?”. E questo è un professore con posizione scettica, come il tuo insegnante. Poi si ammala anche lui e allora viene il supplente del supplente, magari uno appena sfornato dall’università, entra dentro e domanda: “Cosa vi hanno spiegato?”. “Ci hanno detto del libro”. “E’ chiaro che questo è un libro! E’ evidente o no che questo è un libro?”. “Si, la nostra prima evidenza è che questo è un libro. Ma se uno non s’accorge che c’è è come se non ci fosse. Allora vedete che la conoscenza è l’incontro della nostra ragione con una realtà”. Questa è la filosofia cristiana. Allora amica mia, tu hai per natura un criterio per capire quale dei tre ha ragione: è quello che più si avvicina all’evidenza della tua conoscenza. Perciò l’atteggiamento del tuo insegnante io l’ho chiamato delittuoso, perché è una forzatura psicologica, non è una spiegazione.

Ad ogni modo quello che mi interessa sottolineare sono questi due criteri: 1) le certezze fondamentali; 2) l’amore di chi ti vuol bene.
L’intuito per capire queste due cose la natura te lo dà tranquillamente. Mettendovi insieme, guidati, usate questi due criteri e vedrete come riuscirete a smobilitare anche l’attacco che il vostro insegnante fa alla vostra conoscenza, e così ne uscirà un bene, vale a dire che voi uscirete da quegli anni forti, più consapevoli. Guardate che san Pietro scrivendo ai primi cristiani dice: “Sappiate rendere ragione a chiunque di quello in cui credete”. E’ un invito ad essere razionali, ragionevoli, perché “la fede – diceva San Paolo – è ragionevole ossequio a Dio”. Non per nulla lo ha detto Giovanni Paolo II davanti all’UNESCO: “Senza la fede la ragione è perduta dagli uomini; l’uomo di oggi è smarrito; ha smarrito la certezza della ragione”. Perché se Cristo è Redentore dell’uomo…. Cosa vuol dire che Cristo è Redentore (le prime parole con cui Giovanni Paolo II ha intitolato la sua prima Enciclica)? Redentore vuol dire che dà all’uomo la capacità di essere veramente uomo, di saper amare veramente la donna, di saper amare veramente i figli, di saper amare veramente l’amico, di saper amare veramente l’altro uomo, di saper amare veramente se stesso… amare se stesso, sì perché una delle cose più difficili che io trovo in questo rapporto con decine di migliaia di giovani che ho avuto e che ho in questi anni, la cosa più faticosa è quella di aiutare ad amare se stessi, aiutare i giovani ad amare se stessi. E questa è la prima imitazione che dobbiamo a Dio perché noi non ci siamo fatti da noi, è una sorpresa. E’ una sorpresa che in questo momento io ci sia. Vale a dire è un dono. E’ un dato si direbbe in termini scientifici, ma in termini umani e drammatici è un dono.

L’esercizio della libertà
E se voglio tagliare il rapporto con Dio rimane qualcosa di più grande di me che è solo il potere nel senso materiale del termine. E se aboliamo il rapporto con Cristo ci rendiamo schiavi dell’intellettuale di turno, che è servo del potere e a cui il potere da fama e in base ai cui dettati crea la mentalità della gente, con tutti gli strumenti che ha in mano. Così viviamo in una grande era di schiavi, di alienati mentali. E’ per questo che la caratteristica della gioventù di questi ultimissimi anni, distrutte tutte quante le utopie del ’68 (come ha detto il Papa a Milano), o le utopie delle ideologie, non aspettandosi più nulla da nessuno, la caratteristica della gioventù di questi anni è quella di adottare facilmente, come unico sistema di vita, l’adesione alla propria istintività, la posizione radicale, il suo istinto, la propria reattività.

Perciò l’uomo o dipende da qualcosa di più grande di sé – e qui sta la libertà da ogni uomo, anche da se stesso – oppure è schiavo del potere, di qualunque natura e qualunque esso sia. E quanto più il progresso tecnico si incrementa, tanto più questo è un pericolo definitivo. Su questo il Papa ha messo più volte in allarme il mondo: la perdita dell’umano. Io, quando discuto con i miei ragazzi dico: “Ma capite da dove prendete il vostro concetto di libertà? Lo prendete dall’aria, dalla mentalità comune: il vostro concetto di amore dell’uomo e della donna lo prendete dalla mentalità comune, l’idea del vostro rapporto con i genitori la prendete dalla mentalità comune. Ma come, le cose più importanti per la vostra vita le prendete dalla mentalità comune? Siete alienati! Mentre è dal di dentro di voi stessi, è dalla coscienza di voi stessi che l’illuminazione deve venire, che il criterio per determinare questi valori deve essere scoperto”. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Salonicco, che erano i più disastrati, tutti disoccupati, sottoccupati, (era la comunità più povera di allora, della prima cristianità) proprio in una lettera a loro ho trovato la più bella definizione di critica. In nessun filosofo nella storia della filosofia l’ho trovata più bella di questa, dice: “Vagliate ogni cosa, trattenete il valore, ciò che è vero, ciò che val la pena”. Ma quale è il criterio per discriminare e per trattenere? Dove l’ho pescato il criterio? O lo peschi nella tua natura, oppure sei vittima del potere altrui. Il delitto più grande nella traiettoria educativa della gioventù per noi che abbiamo la responsabilità, a mio avviso, è quello di non aiutare a far passare la fede il cui contenuto è stato dato dal papà, dalla mamma, dai preti, dalle suore, una volta dalle maestre (che adesso insegnano l’inverso). Ma occorre far passare questa tradizione attraverso quello che in greco è indicato con una parola che a noi sembra scettica mentre è una parola bellissima: crisi. Crisi è una parola italiana che deriva dal greco, che vuol dire “vagliare”, vagliare per capire il valore. E’ come se la natura facesse i bambini con una bisaccia dietro, analogamente all’antica favola di Esopo delle due bisacce: quella davanti e quella dietro. Invece noi ne abbiamo una sola dietro e in questa bisaccia papà, mamma, suore, preti, zie, nonni ci mettono dentro quello che a loro sembra più buono per noi e così il bambino cresce fino a sette, otto, nove, dieci anni con il bagaglio di quello che gli è stato dato: “me lo ha detto la mamma” è il criterio fondamentale”, giustamente, perché per natura è cosi. Ma a una certa età la stessa natura dà istinto di prendere questa bisaccia e di portarla davanti per dire “portarla davanti” in greco si usa la parola che in italiano ha dato origine al termine “problema”; deve diventare problema quello che mi è stato dato e rovistando, cioè mettendo in crisi quello che mi e stato dato, io posso capire qualsiasi valore; valore vuol dire “val la pena”, cioè ciò che val la pena per la mia vita. Se uno non fa questo processo, ciò che ha imparato non diventa mai convinzione o deve aspettare le batoste della vita a quaranta, cinquanta, sessanta anni. Ma così si perde la giovinezza, vale a dire si perde la costruttività della propria fede e questa, a mio avviso, è la descrizione della cristianità intera oggi.

Una questione di soddisfazione
Perciò è urgente che la fede ritorni ad essere l’incontro in cui la ragione trovi la risposta ai suoi inappagabili interrogativi. Ma non sono questioni filosofiche grandiose, anche per chi ne ha necessità; sono le risposte implicite nel canto che abbiamo fatto in principio: “ma l’amaro, l’amaro che c’è in me sarà mutato in allegria”. Questa solitudine tra i miei compagni, questa amarezza di quando sono umiliato in cui non sento l’aiuto di nessuno, questo disagio di quando vedo papà e mamma che si comportano in un certo modo fra loro, quando la casa non è più dimora, quando la realtà sociale tenta di distruggere, come ha detto prima lei, ciò su cui io possa con serenità costruire; ecco, è qui dove deve giungere la risposta della fede; la fede deve dimostrare di essere capace di risposta a questi livelli.

Dalla prima ora di scuola nel mio liceo, mi sono fatto il proposito di ripetere questa frase del Vangelo perché mi sembra il centro di tutta la pedagogia cristiana. La frase è questa: “Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù”. Allora dicevo in scuola: “Ma ragazzi, fin quando ve ne infischiate della vita eterna vi capisco perché non avete ancora sufficiente forza di immaginazione, di serietà; ma se vi infischiate del centuplo quaggiù siete proprio dei fessi”. “Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù” vuol dire che amerete cento volte di più vostra madre, vostro padre, i vostri figli, la vostra donna il vostro uomo, i vostri compagni di banco, la vita. Per questo ho capito quello che dice Cristo: che il giudizio sarà sulla testimonianza che avremo dato. Perché non c’è nessuna cosa più buona per l’uomo, di qualunque stirpe o nazione, che trovare delle persone la cui umanità è stata resa più umana dalla fede, che vuol dire che la vita ha un senso possibile, pertinente i giorni del cammino, pertinente le cose che gremiscono di desideri il nostro cuore quotidianamente, che fanno vibrare i nostri rapporti. E’ venuto a Roma il cristianesimo … il fatto cristiano deve ridire quello che è, ma qui è la domanda con cui concludiamo: duemila anni fa l’hanno trovato là che parlava dal pulpito della Sinagoga, in quella piazza in cui c’era un gruppo di gente a cui ha detto: “chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù”. Era gente che pendeva dalle sue labbra perché, dice il Vangelo: “Nessuno ha mai parlato come questo uomo”. Ecco, duemila anni fa in quella piazza…. E ora come facciamo a trovarlo, come facciamo a incontrarlo? Perdonatemi, ma quando la nostra vita, nel pensiero, nel cuore nella sua modalità esteriore viene mossa, commossa, cambiata dalla sua parola, dal suo annuncio allora noi comprendiamo che Egli è presente.

In filosofia si dice che un essere è presente dove agisce; se si sente un rumore in una stanza silenziosa vuol dire che c’è qualche cosa che è presente, anche se non la si vede che è presente, e infatti lo è. “Io Padre ti prego che siano una cosa sola affinché il mondo si accorga che Tu mi hai mandato” . Lui ha preso dimora fra di noi e rimane fino alla fine dei tempi e il volto di questa sua presenza se duemila anni fa era un corpo, il suo corpo come il nostro, questo corpo si è come dilatato nel mondo, nel tempo, nello spazio, assimilando a sé tutti coloro che hanno cercato di andargli dietro. Egli è presente in coloro e attraverso colore che Gli dicono: “Ti credo, aiutami a seguirti”. Più precisamente Egli è presente attraverso il fenomeno che si avvera immediatamente quando uno cerca di seguirlo che si unisce all’altro che cerca di seguirlo. Questa è l’unità dei credenti.

Il miracolo dell’unità
Stasera, anche nella scempiaggine della banalità una Realtà si muove, una Presenza ci sfida, ci provoca. Nella mia scuola – così concludo e così iniziò la mia esperienza – quando facevano le assemblee erano divisi tra comunisti e monarchico-fascisti, destra e sinistra secondo le parole che ormai non hanno più veramente senso. Stavo andando a casa a mezzogiorno, tutto pensieroso e dicevo: “Ma i cristiani non ci sono?” e ho doppiato quattro ragazzetti che non erano neanche del liceo, erano del ginnasio, e ho detto loro: “Ma voi siete cristiani?”. Loro mi dissero un po’ stralunati: “Si”. Allora io li investii dicendo: “Ma come, siete cristiani? E dove si vede in scuola? Su milleduecento sarete battezzati in millecento, ma il cristianesimo dov’è? Che cristiani siete?”. La volta dopo, nell’assemblea, uno di quei quattro ragazzetti di cui ricordo i nomi, anche se tre sono già morti, uno che si chiamava Franco si alzò e disse: “Noi cattolici …”
presentando una terza mozione. Da quel momento, in quella scuola dove non si parlava mai di cristianesimo e Chiesa, per dodici anni (tanto quanto ci sono stato io che posso testimoniarlo) non c’è stato nessun contenuto più vibrante di diatriba, di dialettica, di attrattiva, di iniziativa che il cristianesimo. Da quando alcuni cristiani si sono mossi insieme. Perché questo è il miracolo attraverso cui Cristo dimostra la sua presenza: l’unità dei cristiani.

Costruttori di un mondo nuovo
Provate a pensare se in un paese, quelli che vanno in chiesa, la cosiddetta Parrocchia, veramente vivessero una unità tra di loro! Vivere l’unità tra di noi vuol dire che ognuno condivide il bisogno dell’altro. San Paolo diceva: “Sapete che siete membra gli uni degli altri”, con quella espressione che tutto l’internazionalismo di questo mondo non ha mai saputo immaginare! “Sapete che siete membra gli uni degli altri”, l’unità dei cristiani, degli uomini, il miracolo assoluto che è impossibile all’uomo. E’ impossibile essere unito all’altro uomo, essere unito al proprio fratello, è impossibile! Tanto è vero che l’uomo saggiamente fa una lotta spietata in tutto il mondo perché si affermi che anche il rapporto tra l’uomo e la donna non è un’unità.

Comunque, almeno alcuni accenti del desiderio profondo che ci anima, e che anima ormai centinaia di migliaia di gruppi, oltre che di persone, sono emersi; il desiderio profondo comunque è quello di collaborare ad una umanità più umana, a una civiltà nuova della verità e dell’amore. “Civiltà” come dice il Papa, e per far questo c’è un’unica strada: quella di rendere finalmente viva, vivente, cioè aderente alla vita, incarnata nella vita, la fede in Cristo.

Perciò possiamo sbagliare un milione di volte, ma questo intendimento è cosi giusto e cosi grande che attraverseremo il milione dei nostri errori. Perciò i grandi aiutino, non ci condannino.