1/ Facebook è un acquario nel quale si gira in cerchio? E Google è un motore di ricerca che inganna, nascondendo dati originali e affidabili? Il web è oggettivo? Note di Andrea Lonardo, provocate da Ippolita 2/ Un’intervista al collettivo Ippolita su Il Manifesto

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /09 /2014 - 15:52 pm | Permalink
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1/ Facebook è un acquario nel quale si gira in cerchio? E Google è un motore di ricerca che inganna, nascondendo dati originali e affidabili? Il web è oggettivo? Note di Andrea Lonardo, provocate da Ippolita

Riprendiamo  sul nostro sito alcune note di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Educazione e media nella sezione Catechesi, scuola e famiglia

Il Centro culturale Gli scritti (14/9/2014)

Facebook seleziona le persone che vedi, seleziona le foto che ti sottopone e i post che leggi. È incredibile quanto questa cosa evidente sfugga all’attenzione di tanti. Facebook fa apparire sulla nostra schermata (stream, flusso) solo i post di alcune fra le persone di cui siamo amici e ne nasconde altre. È abbastanza facile intuire qualcosa del meccanismo che governa ciò che noi vediamo: un algoritmo fa sì che compaiano le notizie, i video e le foto delle persone con le quali interagiamo di più. Non potendo mostrare in contemporanea tutti i post dei nostri “amici” che postano migliaia di notizie in brevissimo tempo ne seleziona alcuni.

È come se Facebook intendesse “aiutare” i suoi iscritti: se abbiamo scambi di messaggi con qualcuno, se commentiamo testi di qualcuno o se anche solo semplicemente clicchiamo “mi piace” sui loro post, ecco che Facebook, con il suo algoritmo, giudica che quelle sono le persone che ci interessano. E, con l’“aiutino” del suo algoritmo, ci fa vedere solo i post di quelle persone, perché ritiene che ci interessino di più.

Ma questo “aiutare” è solo apparente. In realtà ci chiude in un acquario, dove ognuno vede sempre e solo i post delle stesse persone.

Se uno apre il Diario di persone con cui, pur non essendo “amico”, non è abituato a scambiarsi commenti, si accorge che quelle persone si sono espresse su Facebook come tanti altri “amici”, ma niente di ciò che volevano far conoscere è mai apparso sulla nostra schermata.

Ma perché Facebook corre il rischio di essere un acquario, dove ognuno vede sempre e soltanto chi corrisponde già abitualmente con lui? Perché Facebook è solo apparentemente gratuito. In realtà, profilando ognuno di noi – venendo cioè a conoscenza dei nostri gusti attraverso i nostri dati personali, età, luogo di residenza, ma anche attraverso i post stessi che pubblichiamo che mostrano i luoghi, i viaggi, gli oggetti, i libri, le idee, le persone, i partiti, le religioni, ecc. che ci interessano - vende poi i nostri dati a persone che intendono proporci oggetti che corrispondono alle nostre passioni.

Ecco perché se pubblichiamo la nostra data di nascita cominciano ad apparire prodotti pubblicitari riferiti a quella fascia di età o se compiamo un viaggio, ci verranno proposte cose che ineriscono a quei luoghi. Ovviamente Facebook incrocia i nostri dati con quelli che forniamo alla rete con le nostre ricerche su Google o sui motori di ricerca ai quali ha accesso. Così se pubblichiamo la foto di un viaggio ecco che la pubblicità di un libro relativo a quel luogo potrà apparire anche quando apriamo la nostra posta elettronica.

Addirittura capiterà di avere nella post spam con il nome della donna o dell’uomo con la quale/il quale avremo corrisposto più frequentemente.

Ovviamente tutto avviene in automatico, poiché non c’è una persona concreta che conosce i nostri gusti, ma li conosce solo l’algoritmo che passa in automatico i dati ai pubblicitari. Ma, certamente, se il proprietario di quella piattaforma volesse indagare su qualcuno di noi in particolare, si troverebbe davanti a sé tutti questi dati in un istante.

In gioco, però, non è solo la privacy. In gioco è il fatto che un utilizzo non intelligente dei social media ci porta a ritrovarci sempre con le stesse persone che la pensano come noi. Un cattolico si troverà dinanzi soprattutto i post di persone cattoliche, un 5stelle vedrà solo i post degli appartenenti al suo movimento, un complottista vedrà solo i post di altri complottisti.

Facebook illude tutti noi, facendoci credere che tutti i nostri “amici” di FB vedranno i nostri post, mentre li vedranno solo quei pochi con cui ci siamo scambiati recentemente messaggi, spesso quindi quelli con cui condividiamo un certo modo di pensare.

Ecco perché l’immagine dell’acquario, suggerita dal collettivo Ippolita, è pertinente. E pertinente è la domanda: Facebook allarga la conoscenza o la restringe?

Si noti bene che non intendiamo demonizzare Facebook, ma solo mostrarne l’assoluta limitatezza: se noi inviassimo un post tramite una newsletter privata, quel messaggio raggiungerà tutti i nostri “amici”, mentre ciò non avverrà mai attraverso Facebook!

Anche Google sceglie per noi. Se apparteniamo ad un dato partito politico o ad una religione o se siamo atei o anarchici, ecco che Google conosce il nostro pensiero a partire dalle ricerche precedentemente compiute. Può così selezionare per noi testi, immagini o articoli che sono più confacenti al nostro modo di pensare. Esiste un’infinità di altri testi su quell’argomento, un’infinità di altri siti che contengono le parole che noi immettiamo sul motore di ricerca, ma Google, così come gli altri motori di ricerca, ci impedirà di vederli.

Potremo trovarli solo se abbiamo un’idea dei siti specialistici che si occupano di quell’argomento e allora, con una ricerca molto più articolata e complessa, potremo arrivarci: ma dovremo fare ricerche con parole molto più accurate e definite e conoscendo già chi si intende del “mestiere” di ciò che stiamo cercando.

Ad esempio, se vogliamo un commento affidabile ad un determinato testo o fatto, dobbiamo già conoscere qualche sito autorevole che ne parla o qualche studioso che è competente in quella materia per indirizzare la ricerca di Google con parole ulteriori più precise.

Ecco perché, invece, senza queste accortezze, persone di orientamento politico diverso, inserendo gli stessi termini sul motore di ricerca, ottengono risultati diversi.

Il numero di dati presenti sul web è sconfinato, ma la maggior parte di questo mondo è precluso al navigatore, a meno che egli non sia sufficientemente colto e preparato da conoscere il meccanismo stesso e cercare di utilizzarlo a partire dai siti e dai profili veramente affidabili. 

Google non è insomma “oggettivo”, ma tende a mostrare all’utente ciò che l’utente già conosce, ciò che è conforme al suo punto di vista.

Il collettivo di filosofia radicale Ippolita giunge a conclusioni di questo tipo, sottolineandone, soprattutto, il versante economico-politico. Ovviamente, come si è già detto, sia Facebook, sia Google, come qualsiasi altro motore di ricerca o piattaforma informatica, hanno fra i loro intenti quello di “profilare” il navigatore, in maniera da raccogliere dati su di lui e potergli così proporre una pubblicità adeguata che lo possa stimolare all’acquisto di determinati prodotti.

Tale profilazione avviene con la consegna volontaria di dati da parte dell’utente, sia attraverso le domande che piattaforme come Facebook pongono con la scusa di garantire una maggiore sicurezza ed un recupero dei dati in caso di furto informatico, sia semplicemente per il gusto che ognuno di noi ha di fornire liberamente dati proprio perché i social media servono a condividere tutto questo con la rete.

Tutto un meccanismo economico muove i grandi padroni del web. Ippolita ritiene che un determinato pensiero ed un determinato gruppo di potenti, che essa definisce anarco-capitalisti, agisca occultamente dietro il web.

Ma al di là dei risvolti economici e al di là della questione della profilazione per motivi pubblicitari, con la conseguente progressiva violazione della privacy, la questione che deve essere comunque affrontata senza equivoci dal punto di vista educativo è ben più complessa: si tratta di formare le nuove generazioni ad un uso critico del web, perché esse non ritrovino su Internet il mondo che già conoscono, ma imparino veramente a “navigare” verso porti originali ed, al contempo, affidabili.

Infatti, il meccanismo che la rete mette in opera a fini pubblicitari determina in realtà ogni altro utilizzo a fini conoscitivi, politici, relazionali o anche solamente ludici della rete: se non sappiamo già in anticipo cosa realmente ci interessa, ritroviamo ciò che crediamo di desiderare, propinato come se fosse il pensiero “oggettivo” e la risorsa migliore a disposizione.

Se non abbiamo “amici” intelligenti e aperti su Facebook, vi ritroveremo tante banalità che pretendono di essere scambiate per la vita reale. Se non abbiamo amici di orientamento diverso dal nostro, sentiremo persone che “ce la cantano e ce la suonano” alla nostra maniera. Potrà essere, forse, confortante in apparenza, ma non ci premetterebbe di uscire dal nostro acquario da pesci rossi.

2/ Google senza buoni e cattivi. Un’intervista a Ippolita de Il Manifesto

Riprendiamo da http://www.infoaut.org/index.php/blog/culture/item/12030-google-senza-buoni-e-cattivi un testo pubblicato il 12/6/2014 che riprende un’intervista al collettivo Ippolita apparso su Il Manifesto. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/9/2014)

Attivo fin dal 2005, il gruppo di ricerca Ippolita si è presto affermato come una delle voci più autorevoli nel panorama italiano della teoria critica della rete. A due anni di distanza dal loro ultimo lavoro (Nell’acquario di Facebook, opera in cui veniva decostruito il progetto anarco-capitalista che anima il social network in blu), il collettivo di filosofia radicale torna in questi giorni nelle librerie con il volume La rete è libera e democratica. Falso!. Li abbiamo intervistati.

Glenn Greenwald, il giornalista che ha portato alla luce le rivelazioni di Edward Snowden, in una recente intervista alManifesto ha sostenuto che «le forme di controllo servono a sorvegliare (e punire, proprio come sostiene Michel Foucault) gli elementi “cattivi” della società, all’interno di una divisione tra buoni e cattivi che crea la legittimazione alle forme di controllo». Ippolita però, più chesulla nozione di “società del controllo”, insiste su quella di “società della prestazione”. Quale differenza passa tra i due concetti?

Siamo abituati a pensare che il tema del controllo sociale sia di esclusivo appannaggio politico, mentre ora è diventato anche una prerogativa commerciale. La capacità di stoccaggio dati di una società come Google infatti è senza dubbio superiore rispetto a quella di qualsiasi stato. E questo per il semplice fatto che Big G ha sviluppato ormai da anni un know how specifico in quest’ambito.

E Google non divide in buoni o cattivi: ci siamo semplicemente tutti. La differenza con la Società Disciplinare sta nella scomparsa della dialettica della negatività. Un dispositivo come Facebook per esempio viene elaborato per includere e normalizzare qualsiasi bio-diversità, conflitto politico compreso. I social ovviamente non sono Internet, ma è li che si incardina l’esperienza di massa, è in quel recinto che gli individui sperimentano la presa di parola pubblica: in uno spazio creato a fini commerciali e di controllo.

Si tratta di luoghi dove non esiste un “fuori”, ma solo un grande interno interconnesso in cui le contrapposizioni del soggetto d’obbedienza (amico/nemico, normale/deviante) vengono superate da una nuova prassi: la positività del “poter fare” illimitato. Emerge così quello che il filosofo Byung Chul-Han ha definito, in modo molto simile a noi, il soggetto di prestazione, iper-responsabilizzato all’iniziativa e la cui tensione emotiva è assorbita in uno sforzo di auto-realizzazione che risponde completamente al progetto anarco-capitalista della Trasparenza Radicale.

Settimana scorsa Google ha aperto sul diritto all’oblio in Europa. Pochi giorni prima Facebook ha annunciato l’intenzione di voler investire di più nella tutela della privacy degli utenti. In un editoriale su Repubblica Rodotà si è chiesto se questi avvenimenti non alludano a un processo di costituzionalizzazione di Internet. Il «Far West del Web 2.0», come l’avete definito nel libro, è giunto al capolinea?

È molto ingenuo pensare di limitare l’azione di governo bio-politico che le grandi major sovranazionali esercitano sulle masse globalizzate. Ci pare che questi aggiustamenti siano solo operazioni di facciata: chi si vuole davvero tutelare deve farlo da sé, acquisendo e trasmettendo conoscenza.

Il Web 2.0 ha cominciato da poco a sperimentare. È stato appena scoperto il modo di mettere a valore la capacità umana di produrre senso – il desiderio umano di comunicare è una risorsa illimitata – e il capitalismo digitale non solo è agli esordi, ma è anche completamente legittimato dalla retorica della democrazia elettronica. Perché mai dovrebbe fermarsi? Se pure il diritto all’oblio dovesse avere corso reale.. beh, è poca concessione rispetto a ciò che i nuovi padroni dell’IT espropriano agli utenti.

Ci pare piuttosto che all’orizzonte cominci a delinearsi una divisione in classi economiche-sociali, non soltanto relativamente alla net neutrality, ma anche rispetto all’accesso ai servizi: da una parte quelli di serie A, parzialmente protetti e a pagamento, per le élite che hanno capito che utilizzare Gmail per gestire i propri affari è una pessima idea; da un’altra quelli di serie B per le grandi masse incolte – in stile Facebook per capirci – dove prospererà il marketing della profilazione.

Sabato il New York Times ha rivelato che l’NSA dispone di un sistema di riconoscimento facciale basato su milioni di immagini intercettate quotidianamente su Internet: c’è il sospetto che una delle fonti principali da cui essa attinge sia proprio Facebook. In che cosa consiste a vostro avviso il potere di sorveglianza dell’NSA? Nelle tecnologie a sua disposizione o nel comportamento incauto di miliardi di utenti che rilasciano i loro dati personali in rete?

Come dicevamo prima, il vero controllo è commerciale: per le agenzie di sicurezza è decisamente comodo potersi avvalere delle basi dati delle grandi internet companies. Certo, i dispositivi dell’NSA non sono secondari, così come non lo è l’atteggiamento incauto degli utenti: ma questi elementi non sono sufficienti a spiegare lo “stato di eccezione di massa” in cui versa Internet oggi.

Secondo noi il punto fondamentale è che le deleghe alla tecnocrazia su cui fanno leva le tecnologie commerciali sono forme di dipendenza. Delegare è rassicurante, è piacevole. I servizi 2.0 sono semplici, comodi, potenti. Ci fanno dimenticare quanto sia complicato e faticoso gestire la nostra vita. Il backup dei nostri dati non è più necessario: basta preoccupazioni, tutto sta nella Nuvola! Le società di IT si prendono cura di noi: affidiamo loro i nostri dati, i nostri numeri di telefono, le nostre fotografie, la nostra sicurezza in rete. Siamo rassicurati dal non essere più responsabili di nulla e cediamo la gestione del nostro alter ego digitale a imprese private che lo mettono a disposizione di governi, agenzie di spionaggio e marketing pubblicitario.

Nel vostro ultimo testo operate una disamina spietata della retorica che individua nella rete uno strumento di sviluppo della democrazia. Geert Lovink nel suo ultimo libro ha però sostenuto che «non basta più limitarsi a decostruire il circo dei media». Voi che suggerimenti offrireste ai movimenti che fanno della rete un campo di conflitto?

Non ci sono ricette magiche naturalmente, soprattutto non ci sono soluzioni globali, ma solo percorsi individuali, locali. Che possono diventare collettivi, essere tradotti, traditi e adattati a diverse realtà. Per esempio il rapporto con i social si può inquadrare in molti modi, tutti utili: applicando le regole del social media marketing alla comunicazione politica, con l’hacking, con l’esodo, con la costruzione di social “altri”. A noi piace l’idea di sostituire il concetto di social network con quello di trusted network: non abbiamo bisogno di socializzare di più, ma di costruire reti organizzate, e organizzate meglio. La cosa difficile è l’organizzazione, perché appunto, come dice la parola, è una questione “organica”, tipica degli organismi, e il processo di de-corporeizzazione e delega delle questioni vitali alle macchine è cominciato molto tempo fa. Occorre cominciare a fare formazione dai più piccoli – i cosiddetti nativi-digitali – che non hanno per nascita gli anticorpi all’informatica del dominio. Per iniziare, hanno bisogno di essere formati a non lasciare tracce sul web, non di compilare moduli per accedere all’oblio dalla burocrazia googoliana. Noi siamo disponibili. È un tempo perfetto per la critica radicale, l’azione diretta e la disseminazione degli elementi minimi di auto difesa digitale.