Le grandi distopie: Huxley e Orwell. Il futuro è già oggi. La letteratura "di anticipazione" fra utopia e immaginazione, di Paolo Gulisano

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /09 /2014 - 15:47 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito Cultura cattolica un testo di Paolo Gulisano, curato da Enrico Leonardi e ripreso dal Centro Culturale Talamoni, di Monza, così come si presentava on-line il 17/9/2014. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (21/9/2014)

Dopo R.H. Benson, il mondo conosce le tragedie della prima guerra mondiale. Ed ecco emergere, dopo questa esperienza, altri scrittori: il più celebre è Aldous Huxley. Anche lui inglese, appartenente ad una famiglia importante dell’Inghilterra di allora, che annoverava personaggi di rilievo nel mondo accademico e scientifico, inizia gli studi scientifici ad Oxford, ma poi non li può proseguire a causa di una malattia agli occhi; deve, quindi, abbandonare l’università e si dedica a quella che è la sua più grande passione: la letteratura.

Negli anni Trenta dà alle stampe un romanzo – “Il mondo nuovo” – che è uno dei più significativi esempi di romanzo utopistico, di fanta-politica. Siamo nel ’32, e dovete immaginare che cos’è l’Europa, o il mondo, che ha visto la prima guerra mondiale, poi l’affermarsi della rivoluzione comunista in Russia ed ora sta assistendo alla crescita delle dittature nazifasciste…

Ebbene, sorprendentemente, genialmente, Huxley non s’immagina, nel suo romanzo, un mondo minato dagli esiti prodotti da queste ideologie, da queste forze in campo, bensì tutt’altro: un mondo dominato da un totalitarismo soft, anche qui caratterizzato da un pensiero unico, così come un governo unico mondiale, che però controlla strettamente l’individuo.

Questo è sicuramente un aspetto che emerge dalla letteratura inglese di anticipazione, anche dagli esempi precedentemente citati: è sempre la libertà dell’individuo ad essere rivendicata, a fronte di taluni tentativi di schiacciarla, di realizzare modelli-mostri, sia individuali che sociali.

Queste mostruosità, però, ora non sono più identificate in singoli mostri (Dracula, Frankenstein…) – e in questo sta la differenza fra la letteratura di anticipazione dell’Ottocento e quella del Novecento - bensì è la società che viene immaginata come qualcosa di mostruoso, contro cui combattere, secondo la migliore tradizione anglosassone.

Dopo quella immaginata da Benson e da Chesterton, ecco infine la terribile mostruosità del mondo nuovo di Huxley, nel quale tutto è programmato: vengono programmate anche le nascite, si vuole estirpare il dolore, la sofferenza del vivere, diffondendo in ogni modo l’uso di droghe. Il dolore, inteso anche come inquietudine, è un nemico sociale che dev’essere combattuto, per cui la società, che esercita un controllo capillare sui singoli, li tiene anestetizzati in vari modi attraverso ogni tipo di divertimento, non ultimo l’uso delle droghe, diffuse, propagandate e promosse attivamente…

Chi è l’eroe che si batte contro questo? Notiamo che Huxley non aveva una visione religiosa (mentre Benson e Chesterton sono dei convertiti, sono dei cattolici militanti): è uno scettico, ma comunque è interessante l’alternativa che oppone a questo mondo ‘nuovo’ che va a nascere. Egli pone come elemento di contestazione un selvaggio, un pellerossa – John – cresciuto in una riserva, dove però si nutre di letture ormai messe al bando dalla cultura dominante, primo fra tutti Shakespeare.

John, nutrendosi di natura (ne è più a contatto) e di cultura allo stesso tempo, è colui che mette in discussione e affronta da solo il sistema che si è venuto a creare, in un impeto eroico un po’ titanico e, alla fine, perdente, anche se capace di dare una testimonianza fortissima e commovente di fronte al mondo.

E’, quindi, molto particolare questo totalitarismo disegnato da Huxley: non è, appunto, un sistema forte, una dittatura militare. Anche qui sta la genialità di questo scrittore che, proprio in quegli anni Trenta in cui invece l’Europa è realmente dominata da dittature fortissime e violentissime come il comunismo e i fascismi, immagina, al contrario, che il mondo futuro non sarà segnato da questo genere di totalitarismi, bensì, appunto, da questo totalitarismo soft, morbido, ma non meno pericoloso e devastante per le coscienze e addirittura per l’umanità dei singoli.

Chi, invece, presenta uno scenario più simile a quello che gli stava intorno, pur proiettandosi nel futuro, è George Orwell. E’ indubbiamente il più famoso fra gli scrittori utopisti del Novecento di cui stiamo parliamo, ma forse, per i motivi che ho detto prima, è il meno originale. Premetto che George Orwell è uno pseudonimo: in realtà il suo vero nome era Eric Blair - altro elemento di ‘anticipazione’ inconsapevole - ma non gli piaceva.

Era stato un funzionario britannico in India, aveva quindi visto le due guerre. Nel 1948, nel suo capolavoro “1984” (è un piccolo espediente letterario l’inversione delle ultime due cifre), egli, forte anche delle esperienze vissute, si immagina lo scenario del mondo di 36 anni dopo, soprattutto a partire dalla ‘sua’ Inghilterra.

Quest’ultima è dominata da un totalitarismo cupo, terribile, molto simile allo stalinismo ma, in qualche modo, anche ai fascismi, una sorta di sintesi di quelli che erano stati i totalitarismi dominanti negli anni Trenta, ideologie che in qualche modo avevano catturato il giovane Blair-Orwell.

Egli, che aveva militato nella sinistra, aveva partecipato come volontario alla guerra di Spagna. Lì vede gli orrori, non solo compiuti da parte di quelli che riteneva i ‘cattivi’, cioè i franchisti, ma anche dai repubblicani, perciò torna in Inghilterra totalmente disincantato.

Orwell, come Huxley, non ha una prospettiva. religiosa, bensì scettica, che parte dal desiderio di libertà dell’uomo. Anche qui il suo eroe è un uomo comune, un piccolo uomo comune che cerca di sopravvivere al peso schiacciante del dominio, del controllo esercitato non solo a livello sociale, ma anche individuale, dal potere, rappresentato da quella espressione – il Grande Fratello – purtroppo diventata celebre, negli ultimi anni, per altri motivi.

Il Grande Fratello è colui che controlla la vita; fra l’altro, in inglese il termine brother è ambiguo nel senso che, negli anni ’30, i militanti di estrema sinistra, tra di loro, si chiamavano ‘brother’=‘fratello’ (non c’è, in Inghilterra, il termine equivalente a ‘compagno’; inizialmente si usava ‘comrade’, che però era troppo simile a ‘camerata’, un termine usato da altri). Il termine ‘brother’ è doppiamente ambiguo perché così si chiamano anche, fra di loro, i massoni.

Qui, però, era stato più preciso Robert Hugh Benson che, appunto, nel suo scenario del mondo futuro che sarebbe venuto secondo i suoi timori, prefigurava questo potere unico mondiale come un governo di chiara ispirazione massonica. Infatti i guai che passò Benson per questo libro, che venne boicottato in Inghilterra e non tradotto all’estero, furono dovuti proprio al fatto che chi si sentiva colpito da questa immaginaria accusa, molto precisa pur se collocata in un mondo immaginario, si era accorto con molta chiarezza di essere stato chiamato in causa: il tipo di umanitarismo che Benson denuncia è un umanitarismo massonico.

Orwell, invece, richiama altri tipi di ideologie: in fondo vi si possono riconoscere e possono essere messe sotto accusa tutte le ideologie - di estrema destra e di estrema sinistra – e questo garantì maggior fortuna a questo libro, considerato, nella letteratura utopistica del Novecento, il classico per eccellenza.

Gli elementi positivi e affascinanti di questo romanzo, però, stanno nell’esaltazione del singolo, che, in questo caso, non è l’eroe clamoroso, come il ‘buon selvaggio’ di Huxley, bensì è un uomo comune che, fra l’altro, si chiama Winston, richiamando in qualche modo Churchill. E’ lui che si erge, con la sua piccola e banale vita, a contestare, a fermare il potere devastante del Grande Fratello. Il successo di Orwell fece sì che ci fosse poco spazio per altri romanzi di questo genere, e “1984” diventò ‘il’ romanzo utopistico per eccellenza.