«Perché una squadra giochi meglio occorre che il suo allenatore sappia di pallavolo, prima che di psicologia, di metodi e di altro. Occorre quindi il metodo, ma soprattutto la conoscenza specifica. Non possiamo credere di poter avere carisma o ascendente sui giocatori se parliamo bene, se parliamo in generale e non sappiamo molto dello sport che insegniamo. I giocatori ci rispettano prima di tutto quando capiscono che noi sappiamo molto di quello di cui parliamo, che gli possiamo insegnare cose concrete». Questo e molto altro nelle parole di Julio Velasco

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /10 /2014 - 14:43 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito pallavolo.it un’antologia di testi di Julio Velasco curata da Roberto Viscuso per la Rubrica Tecnica da Campioni (e pubblicata il 22/3/2009), cui abbiamo aggiunto noi stessi altro testi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (5/10/2014)

Vi posso parlare di alcune riflessioni che ho fatto in tutti questi anni da giocatore, da allenatore e da dirigente.

Prima di parlare del valore educativo dello sport occorre dire che cos’è lo sport e perché oggi insieme alla musica è l’attività più diffusa tra i giovani in assoluto.

Se noi adulti non capiamo lo sport e la musica non possiamo capire i giovani, perché sono le due attività che più li entusiasmano. Ad alcuni solo la musica, ad altri solo lo sport ed a tanti tutte e due le cose insieme.

Credo che queste due attività siano così diffuse tra i giovani perché sono attività che creano emozioni. Creano l’emozione a livello puro, non mediato dalla razionalità e dalle idee; si sente un goal, si sente un risultato, si sente una vittoria, si sente una sconfitta, si sente il nervosismo prima di una partita. Chi ha dei figli che fanno sport anche a livello bassissimo, vede che non dormono la notte prima, che non mangiano; e si domandano che senso abbia fare sport se porta a farti stare male. Conosco tantissima gente, io non sono tra questi, che fa la fila al Luna Park e paga anche per salire sulle montagne russe; io non credo che nessuno si senta bene sulle montagne russe, nel senso che non è un piacere gradevole come può essere fare un bagno in una vasca calda o stare in un parco; sulle montagne russe uno paga per sentirsi male ed è proprio così, perché quando uno scende velocissimamente si sente male. Tutto questo perché? perché oggi si paga per sentire un’emozione.

Se si capisce questo si capisce perché un bambino, una bambina, nostro figlio può sentirsi male prima di una partita e piacergli sentirsi male. Ma ci sentiamo male anche noi e non è che con gli anni questo passa, perché quando uno perde tre partite e va ad affrontare la quarta, sapendo che deve vincere a tutti i costi, non è che la mattina è rilassato, tranquillo, mangia bene; eppure vogliamo vivere così, vogliamo fare questo tipo di lavoro perché ci piace l’emozione.

La seconda riflessione è che lo sport si è diffuso tanto perché noi viviamo in società opulente, sedentarie, tecnologiche, intellettuali e l’attività fisica è fatta sempre meno, per cui l’unica attività per la maggior parte dei giovani è ballare o fare sport.

Credo che questi due elementi ci debbano guidare per capire i fenomeni dello sport e soprattutto per parlare del valore educativo.

Io non sono di quelli che difendono lo sport a tutti i costi e affermano che lo sport ha un valore educativo. Io penso che lo sport può avere un valore educativo, ma può anche avere un valore diseducativo; come d’altronde tutte le realtà dell’essere umano. Perfino la religione, e questo lo vediamo tutti i giorni sui giornali senza scomodare la storia; in nome di Dio si sono fatte e si fanno tutt’ora delle cose terribili, perché gli esseri umani non sono Dio.

Lo sport può fare di tutto, ha fatto di tutto e continuerà a fare di tutto, per cui credo che per dare un valore educativo allo sport occorre fare una lotta.

La prima lotta è di resistenza. Resistenza all’opinione generale, cioè resistenza all’idea che se lo fanno tutti io non posso essere l’unico fesso che non lo fa. L’andazzo di oggi è così, tanto che il pensiero comune è che chi rispetta le regole non è corretto, ma ingenuo.

Occorre resistere anche alla frase famosa e diffusissima e che si ripete spesso che “bisogna vincere a tutti i costi”. Non è vero: “bisogna vincere rispettando le regole”, bisogna vincere senza fare doping, bisogna costruire società vincenti senza fare doping amministrativo, perché ha lo stesso valore falsificare con i soldi o con l’organismo; in entrambi i casi si falsificano le possibilità che un organismo o un’organizzazione ha; con il doping si falsifica una prestazione fisica, con false fatture si falsifica una possibilità economica, quando magari un’altra società non lo fa. A quel punto si crea il meccanismo per cui anch’io lo faccio, perché tutti lo fanno, che da origine a quell’altro meccanismo per cui nessuno è colpevole, perché tutti sono colpevoli e questo credo sia il pericolo più grande.

Bisogna resistere all’idea che certe cose siano inevitabili perché lo sport è diventato un business, un affare o un grande spettacolo. Bisogna resistere, perché altrimenti non sapremo resistere a tentazioni più forti; ad esempio trafficare cocaina ci darebbe molti più soldi che vincere un campionato, ma bisogna resistere anche perché non è vero che certe cose succedono solo negli sport professionisti, negli sport che fanno spettacolo e che vanno in televisione. Infatti non è vero che c’è più violenza nei campi di serie A che nei campi dei dilettanti: chi ha giocato a calcio lo sa bene. Non è vero che i giocatori si arrabbiano di più quando giocano in serie A che non gli amici che si riuniscono per giocare nel club. Quando a Modena io giocavo nel club due domeniche su cinque c’era sempre qualcuno che se ne andava arrabbiato, o si doveva separare qualcuno che si picchiava e che giocava per zero lire.

Nel professionismo si gioca per fama, per soldi e succede meno e questo perché? perché c’è più controllo: ci sono gli arbitri, le squalifiche, la televisione che in questo senso svolge un ruolo positivo, nel senso che quando c’è un fallaccio lo trasmettono molte volte in televisione, c’è il giudizio negativo della comunità: io credo che il giudizio della comunità sia una responsabilità enorme.

Infatti se noi pretendiamo che il giudizio negativo su tutti gli illeciti, sia di gioco che più gravi, siano a carico solo degli arbitri o dei giudici non c’è possibilità di cambiare le cose; non si può regolamentare tutto e dire che è solo un problema di arbitri, giudici o di federazioni. Oltre ad una giustizia sportiva è necessario che la comunità esprima la sua condanna morale altrimenti è molto difficile creare un’idea etica nello sport, come in qualsiasi altra cosa.

Credo sia questo il problema più grave di oggi: un atleta colto a fare uso di doping non può essere condannato solo dagli organi istituzionali sportivi, deve essere condannato dalla comunità, che non può trovare giustificazioni magari perché l’atleta è della sua squadra.

Da questo punto di vista ci sono stati dei fenomeni tragici: il pubblico ha difeso l’indifendibile solo perché era il beniamino della propria squadra, il giocatore della propria squadra, il proprio idolo; per cui si reagisce perché si vede rompere il proprio mito di cui si ha il poster in camera quando invece si dovrebbe reagire contro questo mito che mi ha imbrogliato perché ha falsato le sue possibilità.

Questo meccanismo di non condanna della comunità rende difficilissimo il lavoro degli organi competenti, perché, essendo di solito anche organi politici, tengono anche al consenso della gente; rendono difficile il lavoro del giornalismo che, volendo denunciare certe cose, teme la reazione della tifoseria, di una società, di un club. Questi ultimi si sentono perseguitati e la conseguenza è che boicottano il giornale al punto che nessuno più lo compra e viene cambiato il direttore.

Dovremmo assumerci tutti la responsabilità nei confronti dell’etica dello sport e non delegarla solo alle istituzioni che dirigono lo sport proprio perché queste istituzioni sono influenzate dall’opinione pubblica.

Io mi trovo abbastanza in disaccordo con tanti altri educatori non sportivi, in particolare nell’ambito scolastico, che sostengono che non si può portare lo sport agonistico nelle scuole perché l’agonismo non va bene.

Qui se vogliamo c’è una dicotomia tra quello che ha fatto la Chiesa cattolica in Italia con gli oratori e quello che invece vuole l’istituzione scolastica. La Chiesa ha fatto sport negli oratori, ha fatto sport agonistico perché aveva interesse per lo sport e perché le interessava che l’agonismo non fosse eccessivo; mentre la scuola lo vuole lasciare fuori.

Coloro che dicono così sono gli stessi che spesso e volentieri utilizzano elementi profondamente agonistici per stimolare gli allievi; per esempio lui è bravo e tu no, lui ha otto e tu cinque, che sono elementi agonistici di confronto. Tu sei cattivo e lui buono, a volte lo usiamo anche da genitori e lo usiamo tra fratelli e lo usiamo male; questi elementi di agonismo sono molto più dannosi che nello sport perché l’agonismo dello sport è esplicito per cui fa meno danni.

La cosa più negativa è che i giovani l’agonismo lo vivono tutti i giorni, per cui non possiamo non educare all’agonismo nello sport e fuori dallo sport. Se non sono i genitori, se non è la scuola, se non è la Chiesa che educa all’agonismo, i giovani sviluppano la loro idea di agonismo.

La prima regola dell’agonismo è che la persona deve fare tutto il lecito per vincere, ma accetta anche di perdere. Sul fatto di perdere tante volte mi devo soffermare all’infinito, perché nonostante a me sembri una cosa ovvia mi sono trovato in sintesi giornalistiche, o sui giornali o da gente che è venuta ad ascoltarmi e poi ha raccontato, che io ho la cultura della sconfitta.
Io, non ce l’ho per niente la cultura della sconfitta, non la voglio avere; io voglio vincere tutte le volte che posso e a tutto quello a cui gioco, ma accettare vuol dire semplicemente “accettare”.

Faccio tutto, ma se perdo lo accetto quindi non divento isterico, non do la colpa agli altri, non vado a cercare motivi che non siano quelli della partita, compreso l’errore arbitrale; nei corsi che faccio porto sempre l’esempio di una persona di quaranta o cinquanta anni a cui muoiono i genitori: c’è chi non se ne fa mai una ragione e chi invece si fa una ragione perché così è la vita; posso capire la prima reazione se venisse a mancare un figlio, perché è contro la logica della vita, ma che i genitori muoiano prima dei figli è una legge naturale.

Sembrerebbe che chi accetta la morte dei genitori gli voglia meno bene, ma non è assolutamente così: chi non l’accetta non è perché gli vuole più bene, ma perché ha una nevrosi, ha dei problemi da risolvere. Accettare non vuol dire che ti piace, vuol dire che accetti perché è parte della vita.
Insegnare questo è un elemento fondamentale, perché insegnare a vincere e a perdere vuol dire anche insegnare ad accettare i propri limiti.

Uno dei problemi che noi operatori dello sport abbiamo e che peggiora sempre di più è che molti bambini arrivano a giocare e devono accettare certe situazioni: per esempio che giocano meno o che giocano peggio, mentre la mamma gli ha sempre detto che erano i più belli, che erano i migliori. Ci sono genitori che chiamano campione il figlio, ma perché campione se non ha mai giocato a niente, non ha mai vinto niente, che valore ha? Il bambino arriva e scopre che la mamma non aveva ragione perché non è il migliore e ce n’è un altro che merita più di lui. Accettare i propri limiti non significa dire “non valgo”, ma “io valgo comunque” e se non gioco bene a questo sport giocherò meglio ad un altro e se non giocherò a nessuna cosa vuol dire che avrò bisogno solo di divertirmi e che farò qualcosa d’importante in un altro campo o forse farò l’arbitro o il tifoso”.
Invece molte volte la mentalità è che o vinco o sono una porcheria: questi sono concetti che dobbiamo combattere, pur continuando a sforzarci per vincere.

Mi hanno chiesto tante volte: “Come si fa ad avere una mentalità vincente?” Questo è un altro degli slogan che vanno di moda. Io dico sempre che secondo me la mentalità vincente si acquisisce vincendo. Io non conosco una squadra che abbia mentalità vincente e che perda sempre. A volte si sente dire: “Abbiamo dei problemi tecnici per cui non vinciamo, ma abbiamo la mentalità vincente”. Io credo che si confonda mentalità vincente con isterismi.

Ci sono giocatori che sanno bene dove sono le telecamere, per cui mettono le loro facce da grintosi proprio davanti alle telecamera, perché così convincono i tifosi e i giornalisti di avere la grinta poiché si urla, si fa la faccia da cattivo; ma poi bisogna vedere cosa si fa, perché se faccio la faccia da cattivo, ma tiro fuori la palla … la faccia da cattivo la può fare anche un attore del teatro e non saper giocare.

Quindi bisogna vincere per avere mentalità vincente, perché questo aumenta la nostra autostima, la nostra sicurezza, ci abituiamo a vincere. L’importante è che non crediamo che vincere vuol dire dimostrare che siamo i migliori! Questo è un aspetto molto bello dello sport, perché noi possiamo essere i migliori in una determinata partita, o in un certo campionato, ma la prossima partita e il prossimo campionato iniziano zero a zero.

In altri ambiti non è così: nelle situazioni della vita i punti persi o i punti vinti te li porti dietro per tutta la vita.

Ci sono poche squadre che fanno dei cicli vincenti.

Secondo me accade perché quando si vince si crede di aver trovato la verità, il metodo, il modo di vincere e ci crediamo i migliori. Chi invece ha perso, sta cercando tutti i suoi difetti, tutti i motivi per cui non ha vinto; non è davanti allo specchio a guardare come è bello e a compiacersi di come gli altri gli dicono che sia bello perché ha vinto. Chi ha perso si guarda e dice: “non sono così bello, devo migliorare perché ho perso”. Lì avviene il cambiamento e il vincitore non è più quello dell’anno prima, ma è un altro.

Io sono rimasto colpito a 19 anni, quando sono entrato all’università e studiavo filosofia, perché il professore di greco antico mi ha spiegato che c’è una legge nel linguaggio che si chiama la legge del minore sforzo; questa legge afferma che il modo di pronunciare è sempre quello del minore sforzo tranne che nelle lingue molto colte ed evolute; infatti nei dialetti la pronuncia è più facile che in italiano. Questa legge esiste nel greco antico ed in tutte le lingue del mondo; allora mi viene da pensare che questa legge non vale solo per le lingue, ma per tutto. C’è la tendenza al minore sforzo possibile e noi allenatori dobbiamo combattere questa tendenza; anche il giocatore deve auto combattere questa tendenza, non solo per vincere le partite, ma anche per non cadere, dopo aver avuto un periodo vincente, nel morbo che lo spinge ad applicare quella legge del minore sforzo, che ci fa sentire scelti da Dio per vincere. Non è così. Basta poco per tornare indietro.

Io con i giocatori ed anche con gli allenatori dico sempre che c’è una regola principe che ci deve guidare in tutte le cose ed è molto semplice: la realtà è com’è e non come noi vogliamo che sia! E’ così semplice e vale per le condizioni in cui una squadra deve giocare quando magari le mancano due giocatori perché sono infortunati, per l’arbitraggio che magari ha commesso due errori, ma anche al suo interno.

Perché molte volte l’attaccante schiaccia fuori poiché la palla non era alzata bene e allora cosa dice al palleggiatore? “La voglio un po’ più alta e più vicina a rete”. Il palleggiatore allora si gira verso i ricevitori e dice: “Ragazzi voglio la palla sulla testa, perché se voi non ricevete bene ed io non ho la palla sulla testa, ma devo correre a prenderla, non posso essere preciso”; a quel punto anche il ricevitore cerca di scaricare le colpe, ma non può chiedere all’avversario di battere più facilmente ed allora il cerchio si chiude (oppure dice di avere una luce negli occhi, e quindi non gli serve l’allenatore, gli serve un elettricista). Io ho messo una regola molto semplice: “Gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono”. Non la giudicano in nessun modo. La risolvono! Adesso c’è una nuova battaglia perché gli schiacciatori, che sono furbi, non dicono più: “La voglio più così” perché sanno che io sto pronto con l’ascia in mano, ma cosa fanno?

Se l’alzata è buona dicono al palleggiatore: “Perfetta!” Ma se dicono che adesso è perfetta vuol dire che quella prima non lo era e in definitiva parlano dell’alzata, e io mi innervosisco.

Continuano a parlare dell’alzata, sono esperti dell’alzata … gli schiacciatori, sanno tutto dell’alzata, uno li trova al bar che parlano degli alzatori … gli schiacciatori. Piccolo problema, loro schiacciano, non alzano! Io voglio degli schiacciatori che schiacciano bene i palloni alzati male. Voglio questi, perché questi, poi, quelli alzati bene li schiacciano benissimo, non bene; uno che schiaccia bene i palloni alzati male, quelli alzati bene li schiaccia benissimo! Voglio quelli lì! Quindi non ne parliamo, risolviamo.

Se la realtà è com’è e non come voglio che sia, quando la palla è bassa il mio cervello, che è un computer straordinario, deve aprire tutti i file con il titolo “palla alzata bassa”; in questi file ci sono le soluzioni alle palle alzate basse, che sicuramente non sono schiacciare la palla come se fosse alzata alta! Questo è poco, ma sicuro. Ci sono altre soluzioni; usiamo una di quelle. Se invece quando la palla è bassa lo schiacciatore non apre nessun file, oppure apre il file ALZATA, certo che la soluzione non la trova, perché sta spendendo tempo, invece che ad aprire i file giusti, a dire “Questa palla è un po’ bassa secondo me”, ma in tutto quel tempo lì non risolve il problema.

La nostra squadra in passato è diventata famosa a livello internazionale per un fatto che sembra banale, ma non lo è: siamo diventati famosi perché non ci siamo lamentati mai. Sembra poco, ma non è poco. Potete controllare tutti i giornali, non è mai capitato che dopo una sconfitta noi dicessimo: “è stato il fuso orario, avevamo un giocatore con un’indigestione, abbiamo dormito male, l’arbitro…” Mai. Non l’abbiamo detto mai. Perché? Perché anche questo modo di comportarsi fa parte della mentalità vincente. Tutti possono spiegare perché non si è riusciti a fare una cosa, pochi riescono a farla lo stesso.

Non riuscire a vincere le difficoltà porta a quella che chiamo la “cultura degli alibi”, cioè il tentativo di attribuire il motivo di un nostro fallimento a qualcosa che non dipende da noi. Di solito, quando non possiamo scaricare la colpa su chi ci sta intorno, ci si rifà anche a cose molto grandi, strutturali, storiche, del genere caratteristiche dei popoli (“Noi italiani siamo così, lo sono nei cromosomi, e allora non c’è niente da fare”).

Quello che noi in nazionale abbiamo fatto è stato semplicemente cercare di vedere quali fossero i problemi concreti che non ci facevano giocare ad alto livello. Ebbene i problemi che avevamo erano estremamente semplici e nemmeno tanto filosofici come molti pensano. Per esempio non avevamo dei martelli che sapessero schiacciare bene con un muro a due; ed un insieme di altre cose così.

Ma se la mentalità vincente si acquisisce vincendo, come faccio invece se sto perdendo? Per vincere ho bisogno della mentalità vincente, ma se perdo? Io credo che prima di vincere le partite, se vogliamo insegnare la mentalità vincente, dobbiamo insegnare a vincere una sfida o delle sfide molto difficili, difficilissime. Difficilissime per due motivi: il primo è perché ci dobbiamo mettere in discussione, il secondo è perché troppe volte non siamo capaci d’accettare l’avversario.

L’avversario rappresenta i miei limiti e i miei difetti. Se io batto questi due avversari, inizio ad acquisire una mentalità vincente, perché sto vincendo contro di loro.

Un esempio di limite può essere una donna di quarant’anni che per la prima volta prende la macchina, va al supermercato e va tutto bene; ma un giorno deve andare in centro e si preoccupa, ma alla fine decide e va. Torna come dopo una partita sudata, estenuata, distrutta, perché la tensione nervosa le fa sudare le mani, le chiude lo stomaco proprio come per una partita, però ci va e se ne torna indenne: la sensazione è di vittoria perché ha vinto contro un limite.

Io mi ricordo una volta che sono andato in montagna a sciare. Era la prima volta che sciavo, per cui non sono andato che a spazzaneve e chi sapeva sciare mi guardava quasi a chiedersi come potessi divertirmi. Ma quando sono arrivato per la prima volta al traguardo a spazzaneve con le anche che mi facevano un male bestia la sensazione era di vittoria. Si dice che la vittoria è vincere al mondiale ed invece no, arrivare senza cadere era già vincere per me anche se per un altro è una noia mortale.

Non parliamo poi dei difetti tecnici di natura temperamentale, parto di testa al primo errore e gli avversari mi fanno tre punti consecutivi, che sono difetti che devo limare. Questi sono difetti perché subisco invece che soffrire che non è la stessa cosa. Posso soffrire ma non subire: soffro, ma reagisco e faccio il punto dopo; non che ne prendo tre perché sono arrabbiato. Per cui devo combattere questi difetti. Se faccio questo già comincio ad avere mentalità vincente, perché se un giocatore vince un difetto, sente già di essere migliorato, ha più autostima.
Inoltre devo vincere contro le difficoltà che spesso sono viste solo come limitazione a fare quello che voglio, ma nello sport le difficoltà hanno un ruolo fondamentale, perché hanno lo stesso ruolo delle malattie con i bambini piccoli.

Il bambino piccolo non è forte perché non è mai entrato a contatto con un virus, [diventa] forte perché ha sviluppato gli anticorpi, per cui riempirlo di tutto quando fa freddo è relativamente utile.

Gli sportivi devono sviluppare gli anticorpi. Per questo io non condivido quando si fanno dei ritiri a 1200 metri, con la temperatura ideale, stando al massimo, per tutto il ritiro. Poi viene la prima partita di campionato in agosto, un caldo bestia, si gioca la partita e si perde; viene fatta l’intervista e la dichiarazione è: “C’era molto caldo”. In agosto è normale che ci sia molto caldo.

Bisogna avvertire gli allenatori che in agosto c’è caldo. Allora se in agosto c’è caldo, perché mi preparo nel fresco? Mi preparo al fresco perché allenare con il caldo è una difficoltà.

Lo sport è una difficoltà con regole ben precise e qua c’è il valore: mi scontro rispettando le regole, non che rispetto le regole perché non c’è scontro. Lo scontro c’è ed è totale, non è solo tecnico, non è solo fisico è psicologico, morale, è uno scontro tra due gruppi di uomini o di donne.
Io per prepararmi a questi scontri devo prepararmi alle difficoltà
, non devo subirle, devo adattarmi e l’allenamento è tutto un adattamento. Se metto un bilanciere sulle spalle che cosa succede? I muscoli si adattano a quei chili. Se mi alleno ad una tecnica? Il sistema nervoso centrale si adatta a risolvere quel problema tecnico. Non posso decidere di non buttarmi perché il pavimento non è pulito; devo abituarmi allo scontro affrontando le difficoltà. Più supero le difficoltà più mi costruisco una mentalità vincente.

Il terzo livello di vittoria è vincere contro gli avversari, e qui viene il problema della qualità, nostra e degli altri, ed il problema di misurarla. In tal senso le statistiche ci servono a non fidarci delle semplici impressioni e anche a misurare in cosa dobbiamo migliorare.

Ricerca della qualità non significa infatti ricerca della perfezione, perché quella della perfezione è un’idea perdente, per il semplice motivo che non è possibile raggiungerla. Se si pretende la perfezione, otteniamo il risultato che un giocatore, vedendo che non ci riesce, comincia a considerarsi in modo negativo, perché non raggiunge l’obiettivo che gli abbiamo dato.

Uno dei compiti di un vero allenatore è saper individuare fra tutti gli elementi da migliorare in una partita quelli che sono decisivi per la vittoria. Questo significa stabilire delle priorità, e credo che sia una delle cose più difficili da fare. Ma stabilire delle priorità è l’unico modo per guidare il processo che porta alla vittoria. Fra tutti i difetti dei giocatori occorre individuarne tre e su quelli bisogna “martellare”, finche non si ottiene il salto di qualità. Mentre gli altri li tocchiamo. Ma non possiamo pretendere per tutti lo stesso livello di applicazione.

Vorrei dire qualcosa anche sul metodo. Un metodo, senza la conoscenza specifica, profonda di quello che uno fa, è una scatola vuota. Noi come squadra abbiamo applicato un metodo, ma la ragione vera per cui abbiamo fatto un salto di qualità è che la squadra gioca meglio, e perché una squadra giochi meglio occorre che il suo allenatore sappia di pallavolo, prima che di psicologia, di metodi e di altro. Occorre quindi il metodo, ma soprattutto la conoscenza specifica.

Non possiamo credere di poter avere carisma o ascendente sui giocatori se parliamo bene, se parliamo in generale e non sappiamo molto dello sport che insegniamo. I giocatori ci rispettano prima di tutto quando capiscono che noi sappiamo molto di quello di cui parliamo, che gli possiamo insegnare cose concrete, e ci rispetteranno anche se abbiamo in mano la gestione del gruppo prima ancora che della squadra.

Poi tra un allenatore che conosce 100 e che ai suoi giocatori fa apprendere solo 50 ed un allenatore che sa solo 60, ma che lo trasmette interamente, è meglio il secondo. Il primo potrà tenere corsi all’ISEF, conferenze, etc., ma per allenare preferisco quello che pur sapendo solo 60 lo fa imparare tutto ai suoi giocatori, e non quegli allenatori che sanno tanto ma che passano la giornata parlando di quanto siano scarsi i propri giocatori che non assimilano più di tanto le loro grandi conoscenze, discutendo inoltre su tutte le teorie che spiegano come mai ciò accada.

Tuttavia assimilare più di 40 o magari assimilare 80 su 100, non vuol dire vincere lo scudetto o giocare in Nazionale, perché questo assimilare deve comunque essere inteso in base al proprio livello. Se io propongo concetti estranei al livello dei miei giocatori, il problema non è loro, piuttosto sono io che sbaglio. Se, ad esempio, un professore universitario insegnando alle elementari pretende che i bambini imparino e lavorino con gli stessi sistemi di apprendimento degli studenti universitari, e poi, per giunta, li critica se non ci riescono, non sono i bambini delle elementari a sbagliare, ma è lui che non è bravo.

La stessa cosa accade, tale e quale, nei vari livelli tecnici di gioco degli atleti, indipendentemente dalla loro età, quando a dei giocatori di serie B vengono date come punti di riferimento situazioni che si verificano in serie A1 ed in Nazionale, o se si pretende di introdurre nel settore giovanile dei concetti propri delle squadre di A2.

Inoltre noi allenatori dobbiamo convincere i nostri giocatori, oltre a dover sapere come farli giocare, che se non correggono anche solo un difetto tecnico non migliorano. Il primo atteggiamento di un giocatore, anche se non lo dice poiché l’allenatore è il suo capo, è pensare perché anche se gioca bene l’allenatore lo tiene sotto pressione tutto il giorno proprio su quello che non sa fare bene. Proprio perché è l’unica possibilità che abbiamo come squadra per migliorare. Io utilizzo spesso l’esempio dei grandissimi musicisti che passano le ore a provare un suono diverso, anche se non hanno concorrenza; non è che perdono le partite, ma vogliono suonare ancora meglio. Noi dobbiamo convincerli di questo, con paragoni, con esempi, con tutto dobbiamo convincerli di dover migliorarci continuamente per poter vincere.

Però dobbiamo anche convincerli che è possibile vincere, e qui c’è qualcosa che io ho verificato negli anni con i gruppi: i giocatori sono come i figli. Noi possiamo raccontare quello che vogliamo, ma loro sanno quello che noi sentiamo dentro. Se noi non sentiamo dentro, e non solo pensiamo, che è possibile vincere, possiamo fare anche l’arringa che si fa prima della battaglia, quella dei film, dire che vinceremo noi, ma è tutto inutile. Loro sentono che noi non ci crediamo, indipendentemente da quello che diciamo. Allora bisogna crederci. Molte volte mi hanno chiesto dove trovo quella forza, quella convinzione. Forse è il contrario, non è che io la trovo, ma può darsi anche che chi diventa allenatore quella dote ce l’ha già. Per quello fa l’allenatore. Non è che prima fa l’allenatore e poi cerca di avere quella dote, che è quella di vedere l’erba propria più verde di quella del vicino. Se un allenatore non vede il suo giardino meglio di quello del vicino non farà strada, anche se è bravissimo e capisce di pallavolo, di calcio e di pallacanestro. perché non potrà convincere i giocatori che ce la possiamo fare e credere che l’avversario è sempre meglio: avrei voluto quel giocatore che però gioca contro; i russi sono più alti di noi, ma sono russi e non sono italiani; io devo vedere le virtù dei miei, mi devo innamorare dei miei giocatori, mi devono piacere loro. Se ci crediamo convinciamo anche gli altri.

Dobbiamo inoltre mettere al primo posto il valore dell’unità del gruppo, il gruppo di giocatori dev’essere sempre e a qualunque costo unito; unito a qualsiasi costo vuol dire anche che il gruppo può essere unito contro di me, ma tra di loro non devono mai essere contro. Questo implica un tipo di gestione di cui esprimo solo un concetto: il concetto di giustizia, che non sempre è quello più utile in quel momento, ma è il più utile a lunga scadenza.

Per spiegare il concetto di giustizia faccio un esempio per farmi comprendere: quando un ragazzo va a scuola può capitargli un professore molto duro, molto esigente, che fa studiare tantissimo e in qualsiasi giorno della settimana. Quando il ragazzo torna a casa parla con i genitori e spiega la durezza di questo insegnante e nelle sue parole c’è tutto il peso della situazione, ma non ci sono sentimenti di odio. Quando invece parla di un professore che secondo lui è stato ingiusto, quando vede di essere trattato in maniera differente da un altro, quando vede che a parità di rendimento uno è premiato e un altro non è neppure preso in considerazione allora nelle parole del ragazzo traspare il sentimento di odio, perché quando un ragazzino è giovanissimo il senso di giustizia ce l’ha puro, quindi non sopporta l’ingiustizia; allora l’insegnante non è duro, ma è ingiusto.

Se noi vogliamo che il gruppo sia unito e vogliamo sviluppare nel gruppo delle risorse morali forti, noi possiamo essere duri, possiamo essere terribili, possiamo anche sbagliare, possiamo portarli all’esasperazione fisica per quanto li alleniamo, ma non dobbiamo essere ingiusti, non dobbiamo avere figli e figliastri, non dobbiamo avere paura di giocatori forti ed essere prepotenti con quelli deboli. Se non abbiamo la personalità o le possibilità di affrontare i giocatori importanti allora allo stesso modo trattiamo anche i più deboli, perché se facciamo delle differenze alla lunga anche i più forti non ci rispetteranno.

Occorre cercare di vincere il più possibile, ma anche non credere a quelli che dicono che il mondo si divide tra vincenti e perdenti! Secondo me il mondo si divide tra brave e cattive persone. Questa è la divisione più importante. Poi, tra le cattive persone ci sono anche dei vincenti, purtroppo, e tra le brave persone purtroppo ci sono anche dei perdenti.

Chi vince festeggia, chi perde spiega.

Noi che facciamo sport dobbiamo cercare per forza l’eccellenza, perché non ci basta fare le cose bene, noi dobbiamo farle meglio degli altri. Perché se noi facciamo le cose bene, ma l’altro le fa meglio, noi perdiamo la partita, o il campionato. Questo che è valido per lo sport ad alti livelli è valido anche per i bambini. Sento molte volte i genitori dire: “I bambini si devono divertire quando fanno sport”. È vero, è verissimo, ma noi abbiamo chiaro come si diverte un bambino? Ci sono molti genitori che pensano che il bambino si diverta quando fa le cose con pressapochismo, si mette a giocare e fa le cose come capita, se va bene va bene, se non va bene fa lo stesso. I bambini non giocano così, dobbiamo osservarli meglio. I bambini non ridono quando si divertono giocando, sono serissimi. Se un bambino sta facendo una costruzione con i Lego è serissimo, perché lo vuole fare bene, si diverte se ci riesce, se non ci riesce non si diverte!

Le 5 caratteristiche di un leader (sintesi delle parole di J. Velasco)

Innanzitutto il leader deve essere se stesso. È la prima caratteristica: le persone si accorgono subito se una persona recita.

In secondo luogo un vero leader deve essere autorevole, sapere molto di ciò di cui parla. Deve cioè conoscere i particolari. Velasco ricorda che se a lui danno un oretta per prepararsi, può parlare di qualunque cosa per l’ora successiva. Ma questo non basta per essere leader. Non basta, infatti, essere generici ripetendo: devi giocare bene, non devi sbagliare. Devi spiegare alla tua squadra come giocare precisamente in quel momento difficile della partita.

Terza importantissima caratteristica di un leader è essere giusto. Ci sono persone, ad esempio professori, molto esigenti, ma esigenti verso tutti. Velasco ricorda che con i suoi compagni protestava, ma la classe non li odiava, perché erano giusti. Si tratta non solo di essere giusti, ma anche di sembrare giusti.

Ad esempio, se si da un permesso ad un giocatore due anni prima, perché in quel momento la squadra ha un buon organico, quando due anni dopo in una situazione più difficile, un altro giocatore chiede un permesso analogo, non ci si può limitare a dire: no. Perché egli si ricorda che due anni fa ad un altro è stato dato quel permesso. Debbo almeno dire: ti chiedo scusa, perché due anni la situazione era più facile, mi piacerebbe darti quel permesso, ma ora è impossibile.

Quarta caratteristica del leader: combinare l’essere esigente con l’aiutare le persone alle quali chiediamo molto. Il leader vero sostiene con il suo aiuto ed il suo suggerimento pertinente l’operato della sua squadra.

Quinta caratteristica, la capacità di far crescere il senso di appartenenza. Questa nasce da moventi affettivi e non solo razionali. Se sono troppo affettivo, manca poi la libertà di chiedere, ma se manca la dimensione affettiva, non si crea quello spirito di corpo e di unità che è necessario per ogni vera impresa.