Corano, tradurre o commentare?, di Paolo Branca

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /10 /2014 - 16:47 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 30/9/2014 un articolo di Paolo Branca. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (12/10/2014)

Il governo austriaco intenderebbe richiedere per legge una versione unica in tedesco del Corano, per evitare che estremisti possano strumentalizzarlo. Lo ha detto il ministro degli Esteri Sebastian Kurz in un’intervista radiofonica, spiegando che la traduzione sarà scelta dai vertici della comunità islamica austriaca, che conta mezzo milione di persone. La portavoce della comunità, Carla Amina Baghajati, pur ricordando che è molto difficile definire una versione “corretta” – nel senso di unica – del Corano dal momento che le parole arabe possono avere un’ampia gamma di significati, si è detta aperta al dialogo.

La notizia in realtà può far sorridere chi sa che il Testo di riferimento è comunque quello in arabo, l’unico utilizzabile anche ai fini liturgici… Ma, specie per le nuove generazioni di immigrati musulmani, le traduzioni in lingue europee non sono prive d’importanza. Più che nella traduzione, tuttavia, è negli apparati e nei commenti che le accompagnano che si cela l’interpretazione dei versetti e la concezione del libro “rivelato”.

La prima versione italiana risale al 1547, stampato a Venezia da Andrea Arrivabene, ma è una ripresa del volume latino stampato dal Bibliander che a sua volta dipendeva da quello di Pietro da Cluny. Solo tre secoli dopo, Vincenzo Calza (console generale pontificio ad Algeri) ne poteva proporre una nuova, tuttavia trasposta da quella francese di Kazimirski, così come quella pubblicata da Panzeri a Milano nel 1882 prendeva le mosse da un’altra versione francese, quella del Savary (e un giornalista pochi anni dopo faceva anche di peggio). Solo nel 1914 un onesto professore di arabo delle Regie Scuole Tecniche di Milano partiva finalmente dall’originale arabo, a sostengo delle velleità italiane in Libia, ma con risultato non del tutto soddisfacente, visto che lo stesso editore, Hoepli, ne editava un’altra solo pochi anni dopo – 1929 – ad opera di Luigi Bonelli, turcologo versato anche nella lingua araba.

Nel 1955 fu la volta dell’ancora insuperata traduzione di Alessando Bausani, poi nel 1967 di quelle del console italiano in Libano Martino Mario Moreno, del sacerdote Federico Peirone nel 1979 e del salesiano Cherubino Mario Guzzetti, dieci anni dopo. Intanto era uscita nel 1986 la prima fatta su iniziativa di musulmani, ma si trattava degli Ahmadiyya, corrente diffusa in Pakistan e India, ma ritenuta eretica e comunque di scarsissima diffusione. Nel 1993 un altro giornalista, d’ispirazione sciita, diede alle stampe una versione di chiara origine anglofona.

Con il Saggio di traduzione interpretativa del Santo Corano Inimitabile (edito da Al Hikma a Imperia nel 1994) a cura dell’Ucoii si ha la prima traduzione ad ampia diffusione a cura di musulmani italiani, nella quale l’intento apologetico e polemico è lampante in varie note. Sono numerosissime e sembrano rispondere più a intenti catechetici e apologetici che scientifici.

Lo si comprende bene da commenti come il seguente, che spiega il versetto 10 della sura 2: «Nei loro cuori c’è una malattia…»: «“Una malattia”: il dubbio. Nella cultura occidentale si è scritto e detto molto a proposito dell’importanza del dubbio, del valore assoluto della critica per preservare la società e la cultura dalle aberrazioni totalitarie e assolutiste. Tutto questo può anche essere vero, in una cultura che si basa su teorie umane, su assunti ideologici o filosofici concepiti dall’uomo, su principi etici contingenti e instabili. Quando però ci si trova di fronte alla Parola di Allah, alla Rivelazione della Sua Dottrina e della Sua Legge, questo dubbio è davvero una malattia, un qualcosa di distruttivo e destabilizzante» (p. 27, nota 10).

Quanto a «ma gli uomini sono superiori (alle donne)» (2, 228) il commento non contestualizza nella mentalità del tempo, ma giustifica in generale: «La struttura fisica dell’uomo è capace di grandi sforzi e di exploit significativi; quella della donna, di fatica mediamente ripartita e grande sopportazione del dolore. La sensibilità maschile è tutta esteriore, proiettata in un ambito extrafamiliare che tende a diventare pubblico e politico. Quella femminile è interiore, attenta a se stessa, tesa alla protezione di quanto acquisito o all’acquisizione di semplici mezzi di sostentamento e sicurezza. La psicologia maschile è immaginifica, creativa, sperimentale, amante del rischio, desiderosa di novità, di affermazione dell’io, il più delle volte superficiale. Quella femminile è concreta, tradizionale, nemica dell’azzardo, desiderosa di certezze, di conservazione del “mio”, il più delle volte profonda e limitata» (p. 55, nota 185).

Le prospettive di dialogo tra cristiani ed ebrei vengono sbrigativamente liquidate: «Recenti prese di posizione del mondo cattolico potrebbero far credere che la secolare inimicizia tra ebrei e cristiani sia ormai superata. Chi porti la sua analisi oltre le apparenze non tarderà a riscontrare che si tratta di prese di posizione tattiche. In realtà la recondita ostilità fra le due comunità resta invariata e, come è detto nel Corano, permarrà sino al Giorno della Resurrezione» (p. 116, nota 40) e sugli ebrei in particolare si ribadiscono pregiudizi probabilmente mantenuti vivi da sentimenti legati al conflitto arabo-israeliano: «Ingrati verso il loro Signore, furono condannati ad esercitare nel corso dei secoli quella funzione antitradizionale e reietta che ha procurato loro tante peripezie e dolore» (p. 154, nota 38), «la gran parte del popolo d’Israele è diventato il campione di quella doppiezza morale in base alla quale nei confronti dei non-ebrei è accettabile e impunita qualsiasi nefandezza, mentre la rettitudine morale è un obbligo soltanto verso i correligionari» (p. 276, nota 30).

Dieci anni dopo, ne Il Corano, traduzione e apparati critici di Gabriele Mandel (Utet, Torino 2004) con testo arabo a fronte, si cade talvolta in analoghe derive: «In linea di massima l’uomo ha più buonsenso e misura della donna, le è superiore nella ragione, ma la donna lo supera in sensibilità e intuito» (p. 729) e «Il “grado superiore” (i. e. sempre dei maschi rispetto alle femmine) è quello della ragione sulla sensibilità (del razionale sull’irrazionale), poiché con la sensibilità non si possono stabilire le Leggi e governare il mondo» (p. 730).

Com’ebbe a dire, all’alba dell’islam, Ali figlio di Abu Talib – cugino e genero del Profeta, avendone sposata la figlia prediletta Fatima –, «il Corano è un testo muto fra due copertine, sono gli uomini che lo fanno parlare!».

Non solo coi commenti, tuttavia, poiché anche la decisione di mantenere nelle traduzioni l’originale “Allah” invece che renderlo con “Iddio” (senso letterale del termine, usato anche dai cristiani arabi) già indica cosa si pensa della condivisione – almeno tra monoteisti che si rifanno ad Abramo – del medesimo Signore.

Il che sfugge evidentemente a quei musulmani della Malesia che vorrebbero restringere l’uso del termine Allah ai soli islamici… quasi fosse il Suo nome proprio, bizzarra e inquietante imposizione per chi sa almeno qualcosa di lingue semitiche!