Sola Scriptura e Sola fide non sono biblici, di S. & K. Hahn

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /10 /2014 - 14:07 pm | Permalink
- Tag usati: , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo da S. & K. Hahn, Roma dolce casa, Ares, Milano, 2012 alcuni brani in cui gli autori del libro, una coppia di sposi americani protestanti che hanno scoperto il cattolicesimo, raccontano alcuni passaggi della loro conversione. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (19/10/2014)

Scott Hahn, pp. 51-54

[…] Nel corso dell'ultimo anno di seminario iniziò a manifestarsi una crisi. Le mie ricerche mi costrinsero a ripensare il significato dell'alleanza. Nella tradizione protestante, alleanze e contratti erano intese come parole che significavano la stessa cosa. Ma studiare l'Antico Testamento mi fece vedere che, per gli antichi ebrei, alleanze e contratti erano cose molto diverse. Nella Sacra Scrittura, i contratti implicano semplicemente uno scambio di proprietà, mentre le alleanze implicano uno scambio di persone, allo scopo di formare sacri vincoli famigliari. E così, grazie all'alleanza, era formata la parentela. (Se lo si vedeva calato nell'ambiente dell'Antico Testamento, il concetto di alleanza non era più teorico o astratto). In effetti, la parentela in base all'alleanza era più forte della parentela biologica; il significato più profondo delle alleanze divine nell'Antico Testamento era che Dio riconosceva la paternità su Israele come paternità sulla propria famiglia.

Quando Cristo costituì con noi la Nuova Alleanza, perciò, fu molto più di un semplice contratto o di un atto legale mediante il quale prendesse i nostri peccati e ci desse la sua innocenza, come Lutero e Calvino spiegavano la cosa. Quantunque vera, questa spiegazione era insufficiente a far comprendere la pienezza del Vangelo.

Quello che scopersi fu che la Nuova Alleanza aveva creato una nuova famiglia universale, nella quale Cristo ci offriva la sua condizione divina di Figlio, rendendoci figli di Dio. In quanto atto dell'alleanza, essere giustificati significava condividere la grazia di Cristo, come figli e figlie di Dio; essere santificati significava condividere la vita e il potere dello Spirito Santo. Alla luce di ciò, la grazia di Dio diventava qualcosa di ben più grande del semplice favore divino; era il dono della vita di Dio nella condizione divina di figli.

Lutero e Calvino spiegavano ciò servendosi esclusivamente di termini processuali. Ma cominciavo ad accorgermi che, molto più che un semplice giudice, Dio era nostro Padre. Molto più che semplici criminali, noi eravamo creature in fuga. E la Nuova Alleanza, lungi dall'essere stata inventata in un'aula di tribunale, era stata creata da Dio in una stanza di casa. San Paolo (che avevo considerato un precursore di Lutero) aveva insegnato, nella Lettera ai Romani,nella Lettera ai Galati e altrove, che la giustificazione era più che un concetto giuridico; essa ci rendeva, in Cristo, figli di Dio solo mediante la grazia. In effetti, scopersi che san Paolo non aveva mai scritto da nessuna parte che siamo salvi solo con la fede. Il sola fide non era biblico!

Ero così eccitato per questa scoperta. Ne parlai con alcuni amici, che furono sorpresi di constatare quanto fosse sensata. Poi un amico mi fermò e mi domandò se sapevo chi altri insegnava la giustificazione in questo modo. Gli risposi di no, e lui mi disse che il dr. Norman Shepherd, un professore del Westminster Theological Seminary (il più rigoroso dei seminari presbiteriani calvinisti in America) stava per affrontare un processo per eresia, per aver dato della salvezza la stessa interpretazione che davo io.

Telefonai al professor Shepherd e parlai con lui. Mi disse che era accusato di insegnare tesi contrarie all'insegnamento della Bibbia, di Lutero e di Calvino. Ascoltandolo mentre spiegava le sue posizioni, pensai: ehi, quello che dico io è proprio questo.

Ora, a molte persone questo fatto potrà non sembrare tale da provocare una crisi; ma per una persona imbevuta di teologia protestante, e convinta che il cristianesimo fosse tutto imperniato sul sola fide,questa scoperta aveva un valore immenso.

Mi ricordai che uno dei miei teologi preferiti, il dr. Gerstner, aveva dichiarato una volta in classe che se i protestanti avessero avuto torto sul sola fide,e se la Chiesa cattolica avesse avuto ragione a sostenere che siamo giustificati dalla fede e dalle opere, il giorno dopo si sarebbe messo in ginocchio davanti al Vaticano a fare penitenza. Sapevamo tutti, ovviamente, che la sua era solo una frase retorica detta per far colpo; ma ci impressionò molto. In effetti, tutta la riforma protestante derivava da questa sola differenza.

Lutero e Calvino avevano spesso asserito che questo era il punto su cui la Chiesa di Roma rimaneva in piedi o crollava. E questo era il motivo per cui, secondo loro, essa era caduta, e il protestantesimo era sorto dalle sue ceneri. Il sola fide era il principio essenziale della Riforma: e io stavo persuadendomi che san Paolo non lo aveva mai insegnato.

Nella Lettera di Giacomo (2,24), la Bibbia insegna: «Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede». Inoltre, nella Prima lettera ai Corinzi (13,2), san Paolo dice: «e se avessi [...] la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla». Fu per me una trasformazione traumatica dire che adesso pensavo che, su questo punto, Lutero avesse fondamentalmente torto. Per sette anni Lutero era stato la mia principale fonte di ispirazione e di potente proclamazione della Parola di Dio. E questa dottrina era il fondamento logico di tutta la riforma protestante.

Kimberly Hahn, pp. 65-67

[…] Nella maggior parte dei casi, lo studio della teologia non costituì tanto una sfida riguardo a ciò che credevamo […], ma piuttosto ci permise di comprendere e di apprezzare più profondamente le fondamenta che erano state poste nelle nostre vite. Con una rilevante eccezione: ci portò a chiederci se era giusto o no affermare che siamo giustificati solo dalla fede. Cominciammo a convincerci, un po' alla volta, che Martino Lutero aveva lasciato che le sue convinzioni teologiche personali contraddicessero proprio quella Bibbia a cui, in teoria, aveva preferito obbedire anziché obbedire alla Chiesa cattolica.

Lutero dichiarava che un uomo non è giustificato dalla fede e dall'amore, bensì solo dalla fede. Si spinse addirittura fino ad aggiungere la parola «solo» dopo la parola «giustificato» nella sua traduzione tedesca della Lettera ai Romani (3,28), e definì la Lettera di Giacomo una «lettera di paglia», perché Giacomo (2,24) dichiara esplicitamente: «Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere, e non soltanto in base alla fede».

Di nuovo, e per noi abbastanza stranamente, la Chiesa cattolica aveva ragione su un punto fondamentale: essere giustificati significa essere figli di Dio ed essere chiamati a vivere la vita mediante la fede che si esprime nell’amore. La Lettera agli Efesini (2,8-10) chiariva che la fede – che dobbiamo assolutamente avere – è un dono di Dio, non dipende dalle nostre opere, in modo che nessuno possa vantarsene; e che la fede ci ha reso capaci di compiere quelle buone opere che Dio ha voluto che facessimo. La fede è, al tempo stesso, sia un dono di Dio sia la nostra obbediente risposta alla misericordia di Dio. Protestanti e cattolici potevano essere d’accordo sul fatto che la salvezza proviene solo dalla grazia.

A quel punto, io non ero imbevuta di teologia protestante; perciò la nuova prospettiva di cui ora vedevo la giustificazione non mi sembrò di molto peso. Era, sì, importante da capire, ma mi pareva che chiunque potesse essere d’accordo sul fatto che eravamo salvati dalla grazia, mediante la fede che opera nell’amore. E se avessi avuto il tempo necessario per spiegare perché avevo questa opinione, nessuno dei miei amici, quella volta, mi avrebbe definita cattolica. Per Scott, tuttavia, questo cambiamento teologico fu davvero un mutamento sismico, che più tardi avrebbe avuto conseguenze vistose nella nostra vita.

Mentre si avvicinava la fine del nostro ultimo anno al Gordon-Conwell, scoprimmo che il Signore ci aveva (finalmente) benedetto con il dono di un bambino. Anche se questo modificava i nostri progetti di andare a studiare in Scozia, fummo felici di sapere che la volontà di Dio prevedeva questo figlio per le nostre vite. Ora capii che ciò che avevo sviluppato nello spirito e nella mente durante gli anni di seminario lo potevo applicare e insegnare a questo bambino che avevo sotto il cuore. Provai un profondo senso di appagamento, vedendo che la mia vocazione nuziale sapeva sboccare nella maternità. Superati gli esami finali, Scott e io ci sentimmo inviati a fare la volontà di Dio con le persone alle quali lui ci aveva chiamato in Virginia.

Scott Hahn, pp. 79-82

Dopo l'esposizione, mi pose una domanda enorme e paralizzante, che non avevo mai sentito fare prima.

Disse: «Professor Hahn, lei ci ha mostrato che il sola fide non è biblico, e che il grido di battaglia della riforma protestante è errato, se lo si confronta con le lettere di Paolo. Come lei sa, l'altro grido di battaglia della Riforma era il sola Scriptura:la nostra autorità è solo la Bibbia, e non il Papa, non i concili della Chiesa né la sua Tradizione. Professore, dov'è che la Bibbia insegna che la nostra autorità è solo la Bibbia?».

Lo guardai, e mi vennero i sudori freddi.

Non avevo mai sentito fare questa domanda. In seminario mi ero creato la reputazione di essere un rompiscatole alla Socrate, uno che faceva sempre le domande più difficili: ma questa non mi era mai capitata.

Risposi come avrebbe risposto qualsiasi professore colto impreparato: «Che domanda stupida!». Ma non appena quella frase mi uscì di bocca, mi bloccai: avevo giurato che, quando fossi diventato professore, non avrei mai detto quelle parole.

Lo studente, però, non si lasciò intimidire: sapeva che non era una domanda stupida. Mi guardò dritto negli occhi e mi disse: «Mi dia solo una risposta stupida».

Risposi: «Prima leggerei Matteo 5,17. Poi leggerei la Seconda lettera a Timoteo 3,16-17: "Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona". Poi potremmo vedere che cosa dice Gesù sulla tradizione in Matteo 15».

La sua risposta fu penetrante. «Ma professore, Gesù non stava condannando tutta la tradizione in Matteo 15, ma solo la tradizione corrotta. Quando la Seconda lettera a Timoteo 3,16 dice che è utile "tutta la Scrittura", non dice che è utile "solo la Scrittura". Sono essenziali anche la preghiera, l'evangelizzazione e molte altre cose. E che cosa pensa della Seconda lettera ai Tessalonicesi 2,15?».

«Già, la Seconda lettera ai Tessalonicesi 2,15», risposi debolmente. «Che cos'è che dice?».

«Paolo dice ai Tessalonicesi: "Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso così dalla nostra parola come dalla nostra lettera"».

Replicai in fretta: «John, guarda che stiamo andando fuori tema. Adesso proseguiamo; poi su questo argomento ti dirò qualcosa la settimana prossima».

Vidi bene che non era soddisfatto. Non lo ero nemmeno io. Quella notte, mentre guidavo in autostrada, guardai in alto, verso le stelle, e dissi gemendo: «Signore, che cosa sta succedendo? Dov'è che la Scrittura dice sola Scriptura?».

Erano due i pilastri su cui i protestanti basavano la loro rivolta contro Roma: uno era già crollato, l'altro stava tremando. Avevo paura.

Studiai tutta la settimana. Non conclusi niente. Telefonai a qualche amico. Non feci alcun progresso. Alla fine, telefonai a due dei migliori teologi americani, e anche a qualcuno dei miei ex-insegnanti. Quelli che consultai erano sconvolti dal fatto che ponessi loro una simile domanda. Ed erano ancora più sbalorditi perché non ero soddisfatto delle loro risposte.

A un professore chiesi: «Forse soffro di amnesie, ma, non so come mai, ho dimenticato le semplici ragioni per le quali noi protestanti crediamo che la nostra sola autorità sia la Bibbia».

«Scott, che domanda stupida!». «Mi dia solo una risposta stupida».

«Scott», rispose, «è impossibile dimostrare il sola Scriptura con la Scrittura. La Bibbia non dichiara esplicitamente di essere la sola autorità del cristiano. In altre parole, Scott, il sola Scriptura è essenzialmente il credo storico dei riformati, oltre e contro la pretesa cattolica che l'autorità sia costituita dalla Bibbia e dalla Chiesa e dalla Tradizione. Per noi, quindi, questo è un presupposto teologico, un punto di partenza, più che una conclusione provata».

Poi mi indicò gli stessi passi biblici che io avevo segnalato al mio studente; e io gli diedi le stesse risposte penetranti.

«C'è qualcos'altro?», volli sapere.

«Scott, ma guarda quello che insegna la Chiesa cattolica! È ovvio che la Tradizione cattolica è sbagliata».

«È ovvio che è sbagliata», assentii. «Ma dov'è che è condannato il concetto-base di Tradizione? Inoltre, che cosa intendeva dire Paolo quando chiedeva ai Tessalonicesi di rimanere fedeli alla Tradizione,sia scritta sia orale?». Continuai a spingere. «Non è paradossale? Noi insistiamo a dire che i cristiani possono credere solo a quello che insegna la Bibbia. Ma la Bibbia non dichiara di essere la nostra sola autorità».

A un altro teologo domandai: «Qual è, per lei, la colonna e il fondamento della verità?».

Rispose: «La Bibbia, naturalmente!».

«E allora perché la Bibbia dice, nella Prima lettera a Timoteo 3,15, che la colonna e il fondamento della verità è la Chiesa?».

«Tu mi stai prendendo in giro, Scott!», «Sono io quello che si sente preso in giro!». «Ma, Scott, quale Chiesa?».

«Quanti aspiranti ci sono per questo posto di lavoro? Voglio dire, quante Chiese sostengono di essere la colonna e il fondamento della verità?».

«Questo significa che diventerai cattolico romano, Scott?».

«Spero di no».

Sentivo la terra tremare, come se qualcuno mi stesse tirando via il tappeto da sotto i piedi. Questa domanda era più grossa di tutte le altre, e nessuno aveva una risposta.

Kimberly Scott, pp. 85-86

Scott cominciò a studiare di più la liturgia, e a introdurre interessanti modifiche nel nostro «programma di adorazione». Passammo alla Comunione settimanale, il che è piuttosto insolito per una Chiesa protestante. Benché ricevessimo la Comunione più spesso, continuavamo a credere che si trattasse solo di una rappresentazione simbolica del sacrificio di Cristo, e niente di più. Tuttavia, lo studio del Vangelo di Giovanni e della Lettera agli Ebrei intrapreso da Scott per prepararsi alle lezioni e ai sermoni gli stava ponendo nuovi problemi su cui meditare, che a volte lo sconcertavano.

Scott ricavò molte idee dagli antichi Padri della Chiesa, e cominciò a citarne alcuni nei suoi sermoni. Fu una cosa inaspettata per entrambi, perché, quand'eravamo in seminario, non avevamo nemmeno letto i Padri della Chiesa. In effetti, nel nostro ultimo anno di seminario ci eravamo lamentati a voce alta con gli amici per il possibile cattolicesimo strisciante di un corso tenuto da un prete anglicano sui Padri della Chiesa. E ora era Scott che li citava nei suoi sermoni!

Una notte, Scott uscì dal suo studio e disse: «Kimberly, devo essere onesto. Tu conosci i quesiti con cui sto lottando. Non so per quanto tempo ancora rimarremo presbiteriani. Potremmo diventare episcopaliani».

Mi lasciai cadere su una poltrona del salotto e cominciai a piangere. Pensai: se avessi voluto essere episcopaliana, avrei sposato un episcopaliano! E io non volevo essere episcopaliana. Dove sarebbe arrivato Scott con questo «pellegrinaggio»? Di una cosa ero sicura: Scott non pensava nemmeno che cattolici seri potessero essere cristiani, perciò «quello» non poteva succedere.

E poi arrivò la sera fatidica in cui uno studente (un ex-cattolico, oltretutto) domandò: «Dov'è che la Scrittura dice sola Scriptura.

Mentre brancolava alla ricerca di una risposta da dare a quel ragazzo, Scott mi parlò di ciò che assorbiva i suoi pensieri. La spaccatura fra protestanti e cattolici al tempo della Riforma era basata su due princìpi fondamentali: siamo giustificati dalla sola fede, e la nostra autorità è solo la Scrittura. Scott e io avevamo già studiato il problema della giustificazione, e non accettavamo più la posizione protestante. Ma se anche l'esclusiva autorità della Bibbia si fosse rivelata non biblica? Che cosa avrebbe implicato?

Alla fine dell'anno accademico il comitato direttivo del seminario chiese a Scott di diventare il capo del corpo docente. Incredibile! All'età di ventisei anni! Ma Scott rifiutò quell'offerta fantastica. Disse, inoltre, che non era sicuro di poter fare il pastore in quel momento, perché aveva molte domande importanti alle quali non trovava una risposta. Aveva bisogno di un posto in cui poter studiare i problemi che lo tormentavano, in modo da essere in grado di insegnare con onestà, convinto, in base alla Bibbia, che stava insegnando la verità.

Benché fosse un discorso difficile da ascoltare, apprezzai la sua onestà. Non c'erano dubbi: Scott doveva essere in grado di affrontare Cristo nel giorno del Giudizio e spiegargli perché aveva insegnato quello che aveva insegnato. Questa decisione ci costrinse a metterci in ginocchio.