IRC (Insegnamento della religione cattolica) e catechesi. Un’esperienza italiana di distinzione e complementarità, di Manlio Asta

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /07 /2009 - 10:48 am | Permalink
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IRC (Insegnamento della religione cattolica) e catechesi. Un’esperienza italiana di distinzione e complementarità,
di Manlio Asta


Riprendiamo per il nostro sito, dalla rivista RSC (Religione. Scuola. Città), con l’introduzione che lo precedeva, un testo di mons. Manlio Asta, con l’aggiunta in appendice del brano del discorso del papa Giovanni Paolo II cui l’articolo fa riferimento e con un ulteriore passaggio tratto dalla lettera di saluto scritta da mons. Asta agli insegnanti di religione al momento di assumere il suo nuovo incarico di parroco di S. Ponziano. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
La sigla IRC vuol dire, ovviamente, “insegnamento della religione cattolica”, la sigla IR “insegnamento della religione”, la sigla IdR “insegnanti di religione”.
Il Centro culturale Gli scritti (20/7/2009)




Dalla rivista RSC n. 1-2/2009, pp. 12-15
IRC e catechesi. Un’esperienza italiana di distinzione e complementarità, di Manlio Asta

Riproduciamo una sintesi schematica dell’intervento pronunciato da mons. Manlio Asta il 4 maggio scorso presso la sede del Consiglio Europeo a Strasburgo, in occasione della presentazione della ricerca “IR in Europa”. I delegati delle diverse conferenze episcopali, riuniti in assemblea per presentare i risultati della ricerca ai rappresentanti del Consiglio, hanno voluto approfondire i risultati del lavoro svolto, avanzando alcune ipotesi per una migliore interazione tra insegnamento scolastico e catechesi. Sono state presentate le esperienze di Italia, Germania, Irlanda e Polonia; mons. Asta ha focalizzato nella formula della “distinzione e complementarità” lo specifico dell’esperienza italiana, suggerendo anche alcune proposte operative sviluppate a Roma e Milano.

Parlo di un’esperienza italiana, perché il riferimento sarà soprattutto a documenti e insegnamenti della Diocesi di Roma. Anche quando saranno citati interventi del Papa, preciso che si tratta di pronunciamenti espressi in qualità di vescovo diocesano: Giovanni Paolo II ha coniato la formula di «IRC distinto e complementare dalla catechesi» in un’allocuzione al clero romano fatta in occasione di una tradizionale udienza di inizio Quaresima (1981); Benedetto XVI ha usato l’espressione di «emergenza educativa» in un discorso al Convegno diocesano del 2007.

1. Alcune premesse: distinto e complementare, quindi né confuso né separato

A) Per evitare la confusione, è necessario aver chiaro qual è la finalità dell’IRC e della catechesi; per l’IRC, la sua specificità deriva dal suo inserimento nella scuola, con la inevitabile necessità che deve far propria la caratteristica fondamentale della scuola, cioè educare mediante l’accesso alla cultura. Si tratta di una formula molto generica ed elastica, perché il concetto di cultura può cambiare nel tempo. È indispensabile che l’IRC faccia proprie le finalità della scuola, per evitare che sia soltanto collocato fisicamente nella scuola, completamente isolato dalle altre discipline. Se l’IRC non riuscisse a entrare in dialogo con le altre discipline scolastiche, e fosse totalmente autonomo, sarebbe solo “ospitato” nella scuola, collocato in una sorta di ghetto o di riserva indiana, in cui si è posti in attesa di scomparire.

La finalità della catechesi è quella di condurre alla mentalità di fede. E non si giunge alla mentalità di fede, alla capacità di vedere la realtà come la vede Cristo, senza una robusta cultura. Anche la catechesi fa cultura, ma vuole interagire soprattutto con le altre attività ecclesiali (liturgia, preghiera, vita morale) più che con le discipline scolastiche.

Qualcuno ha detto che prima dell’accordo di revisione del Concordato del 1984 la confusione tra IRC e catechesi era generalizzata, proprio perché vigeva la formula del 1930 secondo cui l’IR è “fondamento e coronamento” dell’istruzione; faccio notare che il problema nasce da una idea di scuola che accetta e vuole la catechesi in ambito scolastico, più che da una difficoltà della Chiesa a tener distinta la catechesi.

B) Per evitare la separazione, è necessario ricordare sempre che insegnare una religione è anche esercizio della libertà di religione; pertanto logicamente per la Chiesa l’IRC rientra nel ministero della Parola. Gli insegnanti di religione devono aver coscienza di essere operatori pastorali, professionisti impegnati a una triplice fedeltà nei confronti di chi si affida alla loro competenza: non solo gli studenti e la scuola, ma anche la Chiesa stessa. Sotto questo aspetto, la situazione italiana in cui la quasi totalità dei docenti di religione insegna solo religione, è particolarmente positiva.
Va anche ricordato che l’IRC ha alle sue spalle non solo lo spessore scientifico delle discipline accademiche di riferimento, ma anche la comunità cristiana che cerca di vivere quanto lui insegna. Per l’IdR, vivere la comunione ecclesiale in modo pieno fa parte della sua professionalità.

2. Alcuni possibili modi di realizzare la complementarità tra IR e catechesi

Un primo possibile modo è quello di affidare la complementarità al soggetto cui sia l’IRC che la catechesi si rivolgono. In effetti, nel discorso del 1981 Giovanni Paolo II sottolinea che identico è il soggetto e identico il contenuto oggettivo, pur con modalità differente. È il destinatario dell’IR e della catechesi che, con il suo lavoro personale, può far sì che l’IR sia una «qualificata premessa alla catechesi» o «una riflessione ulteriore sui contenuti di catechesi ormai acquisiti». Per questa forma di complementarità, grande attenzione deve essere rivolta ai documenti prescrittivi, e cioè – nell’esperienza italiana – ai programmi scolastici e ai catechismi nazionali.

In questo contesto, voglio ricordare che nella stagione di attuazione del nuovo IRC dopo l’accordo del 1984, fu il medesimo organismo, l’Ufficio Catechistico Nazionale della CEI, a curare praticamente in contemporanea la redazione dei nuovi programmi di religione e la revisione dei catechismi nazionali. Direttore di quell’ufficio era mons. Cesare Nosiglia, ora Vescovo di Vicenza, il quale, come responsabile nella CEEE, ha dato buon impulso alla ricerca sull’IR in Europa.

Un altro possibile e più stringente modo di realizzare la complementarità è il coordinamento tra catechisti e insegnanti di religione. Si tratta soprattutto di conoscere reciprocamente i rispettivi itinerari, per evitare le tensioni e le ripetizioni, ma anche per avvantaggiarsi dell’azione reciproca.
Poiché gli insiemi non coincidono, dato che l’IRC normalmente riesce a raggiungere un numero maggiore di persone che la catechesi, e – almeno a Roma – l’IRC precede (può iniziare a tre anni, mentre la catechesi inizia nel migliore dei casi a sei anni, ma più spesso solo a otto), è più ampio in orario e prosegue anche quando la catechesi che si realizza nelle parrocchie coinvolge un numero esiguo di ragazzi, il criterio che in più di una occasione ho suggerito è quello di «valorizzare gli esiti dell’IRC nella catechesi», proprio perché la catechesi, più che concentrarsi sulla dimensione cognitiva, possa curare le dimensioni affettive (per il Signore), di abilitazione al culto, di vita cristiana. Anche in questo modo, si può contrastare il rischio del cognitivismo. L’attuale cardinale Vicario, Agostino Vallini, ha recentemente scritto una Lettera agli educatori scolastici, al cui interno ha invitato gli Insegnanti di religione ad «attivare collaborazioni con le comunità cristiane del territorio e con le parrocchie». Gli strumenti per facilitare questo coordinamento sono, nell’esperienza romana, l’invio ai parroci dell’elenco degli insegnanti di religione nelle scuole del territorio parrocchiale e la successiva organizzazione di riunioni comuni tra IdR e catechisti, proprio per divenire consapevoli di ciò che gli uni e gli altri realizzano con i loro ragazzi.
In questo modo, la complementarità si realizza non solo nel soggetto, ma è anche presente intenzionalmente nel progetto pastorale dei fanciulli e dei ragazzi fatto dalle parrocchie.

È possibile (ed alcuni già lo fanno) far sì che la complementarità tra IRC e catechesi diventi occasione per realizzare una vera alleanza educativa tra Chiesa e scuola. Si tratta di una possibilità aperta dalla “autonomia delle istituzioni scolastiche”, per cui le scuole non sono più un “instrumentum regni” del governo, né un ufficio periferico dello Stato, ma una indispensabile ed essenziale funzione di un territorio. In questo contesto, è quasi inevitabile che tra scuola e Chiesa si realizzi una forma di necessaria collaborazione (il cui caso più evidente è proprio l’IRC); la consapevolezza che Chiesa e scuola sono al servizio della crescita umana e spirituale delle nuove generazioni può dar luogo a una vera integrazione tra iniziative ecclesiali e scolastiche.

Alcune possibili figure di alleanza educativa tra scuola e Chiesa sono:
- l’offerta di progetti da parte della chiesa locale alla scuola, perché siano inseriti nel c.d. POF (piano dell’offerta formativa);
- il coinvolgimento delle parrocchie nell’elaborazione del progetto educativo della scuola;
- la realizzazione di progetti pensati insieme da varie “agenzie educative” presenti in quel territorio (in alcune zone della diocesi di Milano, sono stati fatti dei «patti di corresponsabilità educativa», in cui sono coinvolte scuole e parrocchie, per prevenire il c.d. bullismo).

In questi casi, la “alleanza” non è più tra IRC e catechesi, ma tra progetto educativo della scuola e progetto pastorale per le nuove generazioni della Chiesa locale.

Appendice 1
Dal discorso del santo Padre Giovanni Paolo II ai sacerdoti della diocesi di Roma, del 5 marzo 1981


Il principio di fondo che deve guidare l’impegno in questo delicato settore della pastorale, è quello della distinzione ed insieme della complementarità tra l’insegnamento della Religione e la catechesi. Nelle scuole, infatti, si opera per la formazione integrale dell’alunno. L’insegnamento della Religione dovrà, pertanto, caratterizzarsi in riferimento agli obiettivi ed ai criteri propri di una struttura scolastica moderna. Esso, da una parte, si proporrà come adempimento di un diritto-dovere della persona umana, per la quale l’educazione religiosa della coscienza costituisce una manifestazione fondamentale di libertà; dall’altra dovrà essere visto come un servizio che la società rende agli alunni cattolici, che costituiscono la quasi totalità degli studenti ed ai loro genitori, che logicamente si presumono volerne una educazione ispirata ai propri principi religiosi.

A questo riguardo desidero richiamare quanto ho scritto nell’esortazione apostolica Catechesi Tradendae: “Esprimo il vivissimo auspicio che, rispondendo ad un ben chiaro diritto della libertà religiosa di tutti, sia possibile a tutti gli alunni cattolici di progredire nella loro formazione spirituale col contributo di un insegnamento religioso che dipende dalla Chiesa, ma che, a seconda dei paesi, può essere offerto dalla scuola” o nell’ambito della scuola (cfr. Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 69).

L’insegnamento religioso, impartito nelle scuole, e la catechesi propriamente detta, svolta nell’ambito della parrocchia, pur distinti tra loro, non devono essere considerati come separati. V’è anzi fra loro un’intima connessione: identico infatti è il soggetto al quale si rivolgono gli educatori nell’un caso e nell’altro, cioè l’alunno; e identico è altresì il contenuto oggettivo, sul quale verte, pur con differenti modalità, il discorso formativo, condotto nell’insegnamento della Religione e nella catechesi. L’insegnamento di Religione può essere considerato sia come una qualificata premessa alla catechesi sia come una riflessione ulteriore sui contenuti di catechesi ormai acquisiti.

Appendice 2
Dalla lettera di saluto agli insegnanti di religione della diocesi di Roma di mons. Manlio Asta, nominato parroco della parrocchia di S. Ponziano


Volevo trasmettere agli insegnanti di religione l’idea che la confessionalità dell’IRC era e rimane la migliore soluzione proprio per la scuola di uno stato laico (non laicista) e non una situazione transitoria; che l’IRC doveva comprendersi sempre più come un’azione ecclesiale; che la storica formula di Giovanni Paolo II dell’IRC «distinto e complementare» rispetto alla catechesi doveva passare dalla sottolineatura della distinzione alla piena comprensione della complementarietà.