«Da anni denuncio il business sui rifugiati». Un’intervista di Luca Liverani a padre Giovanni La Manna

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /12 /2014 - 13:03 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 10/12/2014 un’intervista di Luca Liverani a padre Giovanni La Manna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (11/12/2014)

Sono più di dieci anni che padre Giovanni La Manna segnala nelle sedi istituzionali l’anomalia di centri di accoglienza enormi, dormitori che non facevano integrazione, ma spuntavano dal Comune rette eccessive. Per fornire più o meno solo vitto e alloggio: né corsi di lingua, né assistenza legale, ma nemmeno i biglietti dell’autobus o i pannolini. Già presidente dell’Associazione Centro Astalli, ora membro della Commissione asilo politico, padre La Manna da molti anni è un punto di riferimento nell’accoglienza della Capitale. Nato nel 1981, il Centro Astalli oggi gestisce una mensa da 400 pasti, un ambulatorio, quattro centri di accoglienza, una scuola di italiano e molti altri servizi di prima e seconda accoglienza.

Nelle intercettazioni Salvatore Buzzi dice: «C’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno».

Noi definiamo gente senza scrupoli i trafficanti, che sfruttano persone disperate e in fuga. Ma chi ha la fortuna di arrivare sperimenta un’ulteriore forma di sfruttamento, con privazioni che non rispettano la dignità e i diritti. Se l’accoglienza è un parcheggio, è solo per fare soldi sulla loro pelle.

Lei se n’è accorto da anni. Come?

Da noi arrivavano continuamente rifugiati, formalmente accolti da altri
centri, che ci chiedevano beni di prima necessità. Mi sono chiesto: se noi spendiamo soldi per gli occhiali, i biglietti dell’autobus, i pannolini e il latte in polvere, come mai gli altri centri li indirizzano da noi? Mi sono preso la briga di chiamare i responsabili di quelle strutture
: mi rispondevano con imbarazzo, ma spesso si trattava di dipendenti che tengono al posto. Un andazzo cominciato tra il 2005 e il 2006. Era evidente che c’era chi cercava di fare soldi con il sociale.

Ricorda i casi più eclatanti?

L’apertura del Centro Enea, dove per un rifugiato il Comune pagava una cifra enorme, oltre 70 euro a persona al giorno. Noi con meno della metà facciamo un’accoglienza dignitosa, capace di farsi carico di tutta la persona. Era l’ultimo anno dell’amministrazione Veltroni (accordo sottoscritto da Campidoglio e Viminale con un finanziamento di un milione e 140mila euro in due anni, ndr). E la convenzione è andata avanti per anni, fino a quando non è esplosa la crisi e qualche funzionario mi ha chiesto quanto costa davvero l’accoglienza. Ma allora con quale criterio avevano pagato finora? Poi dal 2010 dal C.A.R.A. di Castel Nuovo di Porto: da lì hanno cominciato ad arrivare da noi per l’assistenza legale o la scuola di italiano. Insospettiva anche il numero di posti. Per fare un’accoglienza onesta ed efficiente devi trattare numeri piccoli: 40 o 50. Se apri centri da 400 o 500 posti, che staff dovresti avere per spiegare a tutti qual è l’iter dell’asilo e seguire tutte le pratiche? E non c’è solo Roma. Mineo, in Sicilia, c’è ancora: più di 3 mila persone.

Anche perché sui grandi numeri si possono fare economie di scala.

Vede, alla mensa siamo noi a fare la spesa per controllare la qualità. Il Terzo settore non può ragionare come un’azienda. In un mondo in cui si tagliano le risorse umane, dobbiamo dare una testimonianza diversa. Noi abbiamo assunto due cuoche. E poi trattiamo con persone fragili, molte sono vittime di tortura che hanno bisogno di assistenza psicologica e psichiatrica.

Come mai non era emerso nulla?

Se chi deve controllare si limita a leggere le carte fornite, vedrà un film molto lontano dalla realtà. Bisogna fare ispezioni, parlare con gli ospiti, vedere cosa mangiano. C’è il mediatore culturale? Come va la scuola di italiano? L’assistenza medica? Quella legale?

E le istituzioni preposte?

Al Consiglio territoriale sull’immigrazione o alle convocazioni in Comune o al Ministero io queste cose le dicevo. Non mi meraviglia che non siano state ascoltate.

Come si potranno scongiurare altri latrocini sulla pelle dei poveri?

Governare questo fenomeno significa avere chiaro cosa significa accoglienza e verificare se si svolge come da accordi. Il problema è stato sempre affrontato con logiche emergenziali. L’'emergenza Nord Africa' insegna. È da farisei dire che sono sbarchi imprevedibili. Così però si possono 'bypassare' tutti i passaggi di legge: niente gare, niente appalti, tutte assegnazioni dirette.

E la mancata integrazione favorisce la xenofobia e il razzismo.

Così si alimentano le occupazioni di stabili in condizioni indegne. Le definiscono elegantemente come 'accoglienza informale'...