«Ci aveva detto di costruire un’opera non di carità, ma di comunione, perché di carità ce ne sono già tante… Tu non devi abbassare la proposta per conquistarteli. Il padre del figliol prodigo non è corso dietro al figlio quando se n’è andato… Avevo notato che era difficilissimo coinvolgere i ragazzi in qualsiasi cosa. Poi un giorno ho visto un bagliore perché ci avevano regalato cento vecchie sedie…». Una relazione di Erasmo Figini sull’esperienza della scuola La cometa

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /12 /2014 - 12:07 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione della relazione tenuta da Erasmo Figini presso Il Centro giovanile della parrocchia Santa Maria in Domnica alla Navicella in Roma il15/3/2014. Il testo, trascritto da Giulia Balzerani, non è stato rivisto dal relatore stesso. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Educazione e scuola nella sezione Catechesi, scuola e famiglia

Il Centro culturale Gli scritti (21/12/2014)

Alessandro Banfi:

La storia di Cometa è una storia che, come dice la parola, è luminosa. Io ho avuto la fortuna di avvicinarla solo per poco però mi ha sempre colpito il nome, gli antichi dicevano che il nome è la cosa. Cos’è la cometa? Mio padre, che è scomparso da poco, è stato per me uno che mi indicava le cose del cielo in senso fisico perché era appassionato scientificamente di astronomia, ha fatto anche cose importanti nel campo della meccanica celeste e mi ha insegnato a guardare le stelle che sono bellissime. Ma la cometa è un segno. La cometa è bellezza, ma è una indicazione, nella nostra storia, nel nostro immaginario, la cometa indica Gesù. Questo bel nome mi ha sempre colpito e poi, quando arrivi lì, capisci quanto è giustificato, perché se c’è un luogo in cui c’è tutta la potenza estetica di Gesù Cristo, è quello. La potenza estetica di un segno che però indica qualcosa di più grande. Non ho letto la biografia di Giussani nella quale si parla della nascita di questa idea, né gli articoli su Tracce, per cui non so perché si chiama Cometa, però vorrei partire da qui.

Erasmo Figini:

Il tema è accogliere per educare, io mi sono lasciato accogliere e mi sto lasciando educare perché mi fu detto un giorno da don Giussani che la fedeltà all’incontro è lasciarsi cambiare nell’istante, questo genera l’eterna giovinezza del cuore. Giussani mi ha seguito poi in tutto il mio percorso di conversione, il mio, quello di mia moglie, di mio fratello e di sua moglie. Mi sono lasciato accogliere perché a un certo punto Dio si è chinato sulla mia vita attraverso un fatto molto doloroso, ma allo stesso tempo fertile, perché ha fatto scaturire in me una domanda sul senso della vita e cercando ho trovato un luogo e una persona che mi hanno accolto e abbracciato così come ero allora, dandomi però delle certezze e facendo nascere in me il desiderio di lasciarmi educare dentro questa nuova storia.

Ora, a distanza di anni, devo dire grazie a questo dolore, e non è facile ringraziare un dolore, perché ha reso più fertile e vera la mia vita, la mia esistenza. Oggi io e mia moglie abbiamo molto meno tempo per noi, ma è come se ci conoscessimo di più, ci sentiamo più realizzati e più coscienti di essere legati allo stesso destino che ci sta facendo percorrere strade inimmaginabili, rendendo più fertile il nostro amore e la nostra unione. Prima che tutto questo iniziasse la vita di Serena e mia era impostata in modo completamente opposto, non volevamo sposarci, avevamo giurato di non avere figli e di restare insieme solo fino a quando ci saremmo piaciuti. Questo era il patto.

Oggi mi trovo con tredici figli, in un luogo con altre famiglie, cinque, una città nella città, come Giussani ci aveva indicato, dentro una realtà sociale che accoglie tutti i giorni nel luogo in cui noi ceniamo la sera, settanta-ottanta ragazzi che nel pomeriggio diventano centoventi per l’accompagnamento allo studio, quello che noi chiamiamo affido diurno perché è partito con un ragazzo che il Comune ci aveva chiesto di prendere perché aveva bisogno di un ambiente familiare per la giornata.

È nata poi una scuola professionale che oggi conta 380 ragazzi che è nata subito proiettata sull’eccellenza, per ridare dignità al lavoro con le mani, legata al mondo del lavoro, addirittura il mondo del lavoro è diventato partner educativo, e legata al mondo della ricerca, dell’università.

Accogli questi ragazzi come figli, li ami come sono e lo scopo è quello di educarli, accompagnarli al senso della vita. È nato poi un accompagnamento al mondo del lavoro, è nato un luogo che si chiama Contrada degli artigiani, dove i maestri lavorano e contemporaneamente insegnano ai ragazzi. È nato un altro luogo, spazio famiglia, per permettere ai ragazzi in affido presso famiglie e che possono incontrare i genitori, di incontrarli in un luogo familiare. Questo è il quadro attuale di Cometa, ma mi è stato chiesto di raccontare la mia storia e qui devo fare un passo indietro di circa 25 anni.

Una sera a casa nostra telefonò un amico che ci chiedeva aiuto presso tutti i nostri conoscenti di Como per collocare un bambino sieropositivo orfano perché i genitori erano morti di AIDS. Serena si avvicinò alla cornetta e capito il problema mi disse: “Ma non cerchiamo altre persone, prendiamolo noi!”. Due giorni dopo il bambino arrivò e noi siamo rimasti soli nel modo più assoluto, perché tutti avevano paura del contagio, perché allora non si sapeva esattamente come si trasmettesse l’HIV.

Noi avevamo già i nostri primi due figli, una di otto anni e uno di tre e il bambino che arrivava ne aveva cinque. Mia madre mi disse: “I tuoi li tengo, quello no, siete due megalomani, cosa volete dimostrare? Si ammaleranno anche i vostri figli!”, insomma una grande difficoltà. Ho telefonato a mio fratello, medico, allora lavorava al Sacco che era l’ospedale che stava studiando questa malattia e gli chiesi di spiegarci i reali rischi. Lui è venuto, stupito dalla nostra scelta e anche lui alla ricerca di un senso da dare alla vita, per una storia completamente diversa dalle mie e si è coinvolto in questo affido.

Il bambino è rimasto due anni in casa mia prima di tornare con i nonni che si erano rifiutati prima e questa sfida è diventata a quattro, perché ci sono entrati mio fratello e quella che sarebbe diventata sua moglie. Questo primo affido ci ha aperto all’accoglienza.

Nel frattempo accade l’incontro con Giussani, muore mio padre e mi lascia un testamento spirituale perché io a 19 anni avevo rifiutato la religione e tutto quello che comportava ed ero andato via di casa. Mio padre mi lascia scritto: “Vi lascio la  mia fede, vivete in comunione”, cosa che noi non capivamo. Questi due anni ci hanno fatto sorgere il desiderio di vivere insieme e l’incontro con Giussani aveva fatto il resto.

Giussani con il quale mi ero confrontato su una grande domanda che avevo dentro, quella sul dolore, e alla quale lui aveva risposto che il dolore è il momento della verità per cui tutto è positivo, tutto concorre al bene. Mi aveva detto: “Ricordati che il momento del dolore ti mette nella posizione giusta, quella che ogni uomo dovrebbe avere, quella del mendicante”. Giussani mi aveva sempre stupito perché era un uomo che ti diceva cose come questa che ho appena raccontato, apparentemente assurde, ma coglieva il momento in cui quella cosa lì, che ai tuoi occhi e agli occhi del mondo era assurda, era già maturata nel tuo cuore.

Nelle scuole di comunità che aveva voluto farci ci aveva detto di costruire un’opera non di carità, ma di comunione, perché di carità ce ne sono già tante, e di andare a vivere insieme. Io ho avuto un sobbalzo e ho detto: “Questa cosa non puoi chiedermela, perché mio fratello ed io siamo diametralmente opposti, mia moglie e mia cognata idem, in breve tempo diventerebbe un disastro”.

Mentre mi ribellavo a questa richiesta dentro di me mi arrabbiavo perché non capivo come potesse sapere che questa cosa mi era già stata chiesta. Ho trovato una cascina, l’abbiamo ristrutturata, io di lavoro faccio l’architetto, sono un arredatore e ho fatto rapidamente con l’unico desiderio di andare a vivere insieme anche se in due appartamenti comunicanti, per aiutarci in questo cambiamento radicale di vita, perché cambiare tutto a 36 anni non è facile.

Dopo due anni io risultavo nell’elenco di famiglie accoglienti e gli assistenti sociali ci contattarono parlandoci di un caso che sembrava costruito per noi. Due fratelli che erano stati cresciuti lontani, uno a Milano e l’altro a Napoli, erano stati riavvicinati e cercavano due famiglie che li accogliessero, che fossero vicine, ma che fossero due distinte famiglie. Serena ed io abbiamo preso Antonio e Giuseppe è andato da mio fratello.

Riparte così l’affido che è il cuore di Cometa, cioè l’accoglienza. Figli che attraverso il tribunale o gli assistenti sociali vengono affidati a diverse famiglie. Voglio raccontare un episodio: arriva Antonio a casa mia che ha la stessa età di mio figlio naturale Giovanni, fanno tutte le medie insieme, il liceo insieme e, quando è il momento di iscriversi all’università, Giovanni si iscrive a Lettere moderne, mentre Antonio voleva iscriversi ad Ingegneria, senonché il padre naturale lo chiama e gli dice: “Non fare il pirla a restare lì con Erasmo che ti può far guadagnare in un mese quello che io posso farti guadagnare in un’ora”.

Antonio, affascinato dalle promesse e dal desiderio di vedere il padre, di notte scappa. Io ho vissuto il fallimento totale di una storia, è stato un momento veramente duro e difficile. Io continuo a cercare Antonio e, dopo due mesi, me lo ritrovo a casa che chiede di tornare e in una discussione molto animata lui mi dice: “Io vi odio, mi avete dato una coscienza e io non posso più fare quel cazzo che voglio!” e se ne va di nuovo.

Io sono anche andato a trovarlo in un quartiere terribile e dopo due anni nei quali ho continuato a seguirlo a distanza mi dice: “Erasmo io ho bisogno di un lavoro onesto, non ce la faccio”. Tramite un amico gli ho trovato un lavoro come pasticcere, era una cosa che lui amava molto, e in breve è diventato un pasticcere esperto. Dopo altri due anni mi ha chiesto di tornare proprio in famiglia perché ne aveva bisogno e anche il lavoro che aveva non gli bastava.

Mentre tornavamo gli ho detto che però non si può andare via sbattendo la porta e tornare come se nulla fosse, non è giusto neanche nei confronti degli altri e quindi avremmo cercato un lavoro a Como. Mi sono dato da fare e ho trovato in pochi giorni un nuovo lavoro come capo pasticcere della scuola professionale nel laboratorio di pasticceria, è diventato docente. Quando è successa questa storia Giussani ci ha detto: “Non dovete aver paura di cosa possono diventare i vostri figli. I vostri figli devono vedere la vostra certezza di fronte alla loro ribellione, ed è su questa certezza che possono riposare. Non abbiate paura perché quello che state costruendo è segno di verità per i vostri figli”.

E vi dico che noi ogni anno andiamo a Lourdes, eravamo partiti la prima volta in due famiglie, quest’anno eravamo in 120. Sul mio pullmino c’erano i genitori naturali di Antonio. Giussani diceva sempre che l’educazione è dare il senso della vita, non è una parola, è un’esperienza, è un uomo che si muove quando lo vedono e quando non lo vedono, è questo il senso della vita che gli altri respirano, non servono le parole, ma serve questo significato.

Queste sono le pietre angolari che ci ha dato e che rimangono custodite nel nostro cuore. Potrei raccontarvi tanti altri esempi. Daniele è arrivato a quattro anni da un istituto, era stato abbandonato. Pochi giorni fa ha compiuto 18 anni ed è stato festeggiato a casa e quando aveva 16 anni aveva chiesto di essere adottato perché, ha detto: “Io voglio bene ai miei genitori naturali, ma Erasmo e Serena mi hanno preso quando sono stato abbandonato e mi hanno educato”.

Gli ho regalato una cosa che i miei genitori mi avevano regalato quando avevo un anno, due libri, I promessi sposi e La Divina Commedia, con la dedica. La Divina Commedia l’ho regalata a mio figlio Giovanni per i suoi 18 anni e ora per i 18 anni di Daniele mi sono privato de I promessi sposi scrivendo in una dedica che tutto l’amore che i miei avevano messo in questo dono io lo davo a lui che aveva chiesto di diventare nostro figlio.

Un giorno eravamo in giardino a passeggiare e c’era la visita del padre naturale e lui ci chiamava papà entrambi, due padri di un unico figlio. Quest’uomo molto semplice ha detto a un certo punto: “Sai Daniele, sei stato proprio fortunato. Io ti ho  lasciato in istituto perché non avevo la capacità di portare una paternità, ma tu hai trovato Erasmo che insieme a me è tuo padre”. È stata una cosa bellissima, un bel riconoscimento.

Posso poi raccontare di ieri sera, ero a una festa per i papà in un collegio dal quale ho due bambine in affido di quattro anni e mezzo e di due anni e mezzo. Sono tornato molto tardi e mi sono messo a letto stanchissimo, la bambina piccola che dorme con me e  mia moglie ha vomitato, probabilmente ha l’influenza. Ci siamo messi a pulire e a lavare lei e ho visto gli occhi di questa bambina che si era spaventata perché le era capitata una cosa sgradevole, ma era completamente “affidata”, questi occhi enormi. Pensavo che come sempre tutto è per te, che questi figli sono tutti dei doni, ti fanno crescere.

Così di accoglienza in accoglienza, di gratuità in gratuità, sperimenti la convenienza di vivere così, perché ti conviene! Io non tornerei più indietro. La sera quando mi siedo a tavola e guardo negli occhi Serena ci viene da ridere perché ci vengono in mente le cenette a lume di candela, mentre adesso siamo con una tavolata di cinquanta persone.

Vi giuro che per tutto l’oro del mondo non tornerei indietro. Sperimentando questa convenienza del vivere siamo arrivati ad accogliere l’anno scorso Federica, una bambina cerebrolesa, abbandonata in ospedale, con una malattia degenerativa che l’avrebbe portata alla morte nel giro di un anno, massimo due. La richiesta dei servizi sociali è stata da subito questa: “Vi sentite di accompagnare questa bambina alla morte?”. Io che venti anni prima avevo rifiutato il dolore ho vissuto questo fatto come qualcosa che mi permettesse di riscattarmi dell’antica ribellione.

Abbiamo detto di sì, la bambina è arrivata, e nell’accompagnare questa bambina, questa piccola alla morte, abbiamo avuto la certezza che la vita non è tolta, ma è trasformata. Mi ricordo che mentre la tenevamo per le mani e i piedini mentre moriva i suoi occhi dilatati sono stati per me lo specchio del paradiso. È stato un momento in cui lei con il suo sorriso ci ha dato questa certezza. Io sono convinto che il senso dell’accoglienza, della paternità, dell’educazione, è questo lavorare insieme, costruire insieme la loro e la nostra eternità, lasciandoci educare in continuazione.

Mi sento libero di raccontare questa storia con la sua bellezza perché non dipende da noi, non è “nostra”, don Giussani ci diceva: “Mantenete il vostro lavoro per guardare con maggiore verginità questa cosa che non vi appartiene, voi siete strumenti, ma questa cosa non è vostra, per cui se mantenete il vostro lavoro vi sarà più facile avere uno sguardo verginale su una cosa che vi è solo stata chiesta”.

Alessandro Banfi

Avete visto cosa vuol dire la potenza estetica? Nel racconto straordinario di Erasmo non veniva fuori perché lui lo dà per scontato, ma avete visto nel dvd quanto è bello questo luogo, quanto è curato? Prima di questo incontro questa mattina ho chiamato uno dei ragazzi che è diventato mio amico e gli ho chiesto: “Oggi devo fare un incontro con Erasmo, qual è la cosa della Cometa che nella tua vita ha contato di più?” Lui mi ha detto una cosa che mi ha colpito tantissimo, con grande semplicità: “La cosa che mi resta di più è imparare a credere in me stesso, che io ho un valore e che il mio cuore ha un valore”. Mi ha colpito perché la prima volta che io da adolescente ho incontrato don Giussani, mi disse una frase di questo tipo, che non è una frase religiosa, ma è il cuore della scommessa educativa: “Guarda che tu continui a parlarmi delle circostanze, ma tu puoi essere quello che vuoi essere”. Questo ragazzo ha detto la stessa cosa ed è la cosa più importante. La prima sfida è che i nostri figli, i ragazzi, diventino quello che vogliono diventare, quello che vogliono essere. Noi non dobbiamo avere un’immagine di quello che devono essere da appiccicargli addosso. Questo mi è sembrato il riscontro più  profondamente sano, autentico. Quali altri posti educativi scommettono così tanto sulla libertà della persona?

Io ai ragazzi a scuola ricordo sempre che ognuno è un pezzo unico, irripetibile. Poi non bisogna avere paura di accogliere loro con la loro storia. Le loro storie non devono farci paura. A scuola ho voluto mettere all’ingresso un messaggio: “Accogliamo l’eccellenza che è in te, tu sei fatto a immagine e somiglianza di Dio”. Tu sei eccellente per tua natura, poi ci facciamo aiutare da Dante:

fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza
.

E c’è un’immagine di un gorilla a grandezza naturale. Parlo della scuola Oliver Twist, dove accogliamo i ragazzi in una bellezza che è stata pensata per loro. Come quando due genitori aspettano un figlio e gli preparano la stanzetta più bella possibile, non l’accolgono nello squallore. Non è ricchezza, è bellezza. Il senso dell’accoglienza è questo, non sai chi ti può arrivare, e arriva il sano e il malato, il bello e il brutto e tu lo accogli e lo ami.

Alessandro Banfi

Una cosa che mi ha colpito e che è metodologica è l’idea di partire dall’idea di far fare qualcosa a questi ragazzi, che si vede tantissimo nel laboratorio artigianale, nel riscoprire anche il lavoro manuale, ma a me ha colpito anche il metodo, mi ricordo una volta sono venuto a parlare invitato da Luca Doninelli e da lì è nato un giornalino. Niente è più potente di un ragazzo che si mette in gioco e fa qualcosa e la vostra scommessa non è solo teorica, voi non vi limitate a dire al ragazzo: “Scommetto sul tuo valore, sul tuo cuore, non ho paura di quello che sei”, ma voi dite “Ti aiuto a essere importante perché costruisci qualcosa”, che è una delle cose che mancano di più ai giovani oggi. Io vedo che non gli facciamo fare niente, neanche a scuola, penso alla mia seconda figlia che ha fatto una scuola importante di pittura a Londra che mi diceva che la differenza più grande con l’Accademia di Brera è che lì le fanno fare, scommettono su ciò che può fare. Voi non fate solo un discorso, è un fatto.

Tutto viene dalla vita quotidiana, prima parlavo della contrada degli artigiani, nulla nella Cometa è nato su un progetto, l’unico progetto era quello iniziale di andare a vivere con mio fratello e le nostre famiglie per aiutarci, e anche la contrada degli artigiani è nata da un fatto contingente. Avevo notato che era difficilissimo coinvolgere i ragazzi in qualsiasi cosa. Poi un giorno ho visto un bagliore perché ci avevano regalato cento vecchie sedie e avevo chiamato gli artigiani che lavorano con me per gli arredamenti e insieme ai ragazzi ne abbiamo fatto dei pezzi unici.

Alla fine trasformare quelle sedie ha trasformato quei ragazzi. Hanno visto in quel lavoro che stavano facendo, loro stessi e quando hanno terminato il lavoro hanno detto: “Peccato, è finito tutto!”. E su questa frase ho deciso di continuare questa cosa ed è nata la contrada degli artigiani.

Un’altra pietra angolare è una frase di Giussani quando mi ero ribellato alla proposta di vivere in comunione: “Erasmo, ogni uomo ha un temperamento, e questo è al servizio di Dio. E ricordati che la comunione non si erige tra temperamenti simili, ma con l’unità dei cuori”. Questa frase che mi aveva spiazzato ho voluta esporla per far capire a questi ragazzi, a questi temperamenti diversi, che devono andare verso l’unità. Il metodo della nostra scuola è dal fare al sapere.

Le amicizie più grandi, le cose più grandi della vita, vengono dal fatto che qualcuno te le chiede. Nel vostro caso questo è radicale, tutta questa storia nasce da una domanda, da una sollecitazione.

Nasce da un fatto. Per la mia durezza di cuore, per la mia impostazione di vita, ci è voluta una tegola pesantissima per fermarmi e farmi una domanda sul senso della vita. Però quello mi ha fatto cercare e mi ha fatto incontrare Giussani.

Domande

Ci dici meglio cosa vuol dire per te vivere la comunione? Da quando ho visto Cometa mi faccio una domanda e visto che tra due mesi mi sposo me la faccio a maggior ragione. Io sento il desiderio di vivere in comunione, in primo luogo con la mia futura moglie, e poi con quegli amici, con quella compagnia con cui si può sostenere questo cammino alla santità che è il matrimonio.

Io direi che il miracolo di Cometa è questa cosa qui. Tutto il resto sono fatti che accadono, ma il miracolo è che quattro persone estreme come noi riescano a vivere in comunione. Questa comunione è in una chiamata in Cristo, dentro un’obbedienza, dentro una preghiera, dentro un desiderio, dentro un sì iniziale, non un patto tra noi quattro, ma dentro un sì unitario a una chiamata. Il resto lo fa lui, però è chiesta questa continua obbedienza, questo continuo studio, questa fedeltà al luogo in cui Lui ti ha posto. Per noi quattro è stato l’incontro con don Giussani la rivelazione, poi la scuola di comunità, le due righe tutti i giorni. La scuola di comunità serve a richiamarci alla presenza, la preghiera è nell’azione. La preghiera è richiamarci alla sua presenza, alla presenza del Risorto che vive con te e che, attraverso la realtà, ti suggerisce il fare.

Ti devi amare, perché se non ti accogli tu diventa impossibile accogliere l’altro. Senza Cristo un uomo e una donna non possono passare tutta la vita insieme, la subiscono. Ma è impossibile, umanamente impossibile. Io sono stato contestato quando ho messo i crocifissi nei bagni. Ma Cristo o c’è dappertutto o non c’è. La comunione fraterna è roccia salda contro ogni avversità, affidate ogni spazio ed energia nelle mani di Dio, perché siate sempre uomini pronti nell’avventura dell’accoglienza che è la fecondità dell’amore di Cristo. Ampliate i vostri spazi, unitevi nelle famiglie e tra famiglie perché si dilati la città nella città.

Io vengo dal mondo della scuola e seguendo le parole di Erasmo e avendo visto il video rimango esterrefatto nel constatare la bellezza non soltanto esteriore, ma anche interiore, di Cometa e lo squallore della scuola pubblica. Mi chiedo, per non essere autoreferenziali, o queste iniziative hanno la capacità di contagiare, di incidere su una comunità più larga che non è quella di Cometa, noi abbiamo una gioventù smarrita, con una scuola vuota di senso. Cosa possiamo fare perché la scuola di tutti si modifichi? Il punto di partenza è quello che dice lei, riconoscere i ragazzi, perché nella scuola italiana i ragazzi non vengono riconosciuti, non si comunica, non c’è l’alleanza tra l’adulto e l’adolescente in formazione.

Mi fa venire in mente un altro miracolo. Quando si è cominciato a parlare di fare una scuola io ero perplesso, ma poi ho cominciato subito a pensare che se si doveva fare una scuola e una scuola professionale, doveva essere bella, come erano belli i licei una volta, come erano belle le nostre scuole, come è bello l’archiginnasio di Bologna. Ho trovato degli amici che hanno creduto in questo progetto, gli amici di Cometa, e ci hanno aiutato a costruire la scuola.

Perché noi non possediamo nulla, abbiamo tolto l’eredità ai nostri figli e creato una fondazione alla quale abbiamo donato tutto. Il primo giorno di scuola che non è quella che si è vista nel dvd che è nuova, ma quella precedente, io mi ero nascosto per vedere entrare i ragazzi e il primo, un ragazzo che mi ha dato tanti problemi, una testa abbastanza calda, ha esclamato: “Cavolo, ma io pensavo che queste cose fossero solo per i figli di papà!”.

Mi ha colpito perché quel ragazzo ha capito che tutto quello era stato fatto per lui, quel luogo era per lui. I ragazzi ci hanno fatto scoprire che quello non era una scuola, ma un luogo. Nel tempo si è creata una consuetudine per cui tutti i sabati, 100 ragazzi della scuola e del diurno, (ormai intorno a questa realtà gravitano quotidianamente circa 600 ragazzi) che prima stavano in discoteca o in strada, vengono a cena, vedono un film con degli insegnanti, mangiano la pizza, cantano insieme. Hanno chiesto loro di venire.

Abbiamo istituito una materia che si chiama “tutto è per me”, per cui ogni danno che viene fatto alla scuola, da un banco rovinato a un graffio sul muro, immediatamente ragazzi, tutor e docenti, preside e vicepreside devono ripararlo in giornata. Deve essere tenuto pulito tutto il marciapiede davanti alla scuola fino alla fermata dell’autobus che il Comune ha fatto per noi. È scena consueta vedere il preside o il vicepreside spazzare il marciapiede anche se qualcuno può pensare che sia uno scherzo!

Noi siamo continuamente visitati da scuole straniere e italiane perché c’è questo desiderio di ridare dignità a questi luoghi. Certo che la scuola pubblica ha dei vincoli che noi non abbiamo. Noi per esempio i docenti possiamo sceglierli e quando abbiamo messo a punto il nostro metodo dal fare al sapere, chiediamo di seguirlo, di piegarsi al “fare” e di strutturare la materia dell’anno attraverso il fare. Cinque insegnanti ci hanno lasciato, ma per fortuna abbiamo dei ragazzi, giovani insegnanti che apprezzano questo approccio e ci seguono.

Come accompagnare mio figlio all’incontro rispettando la sua libertà?

Faccio riferimento ad Antonio, a quando è scappato e ho sperimentato il fallimento di un padre a cui il figlio scappa di casa dopo otto anni. Ho pensato di aver sbagliato tutto. Ma poi quando l’ho cercato e lui mi ha attaccato il telefono io ho passato un anno in cui tutte le sere andavo nella cappellina che abbiamo a pregare, ad affidare Antonio al Signore. Io non lo volevo per me, non volevo possederlo, ma volevo che non si perdesse.

Sono passati quattro anni prima di vedere una soluzione. Giussani ci ripeteva che i nostri figli devono vedere la nostra certezza di fronte alla loro ribellione, e su questa certezza possono riposare. In alcuni momenti non puoi farci niente, è la tua vita che diventa un’indicazione per loro.

A me l’affido ha insegnato tantissimo, perché mi ha insegnato una cosa importantissima, che anche i figli naturali sono in affido, affidati dal Padre, non sono tuoi, non li possiedi. Sono in affido, tu devi accoglierli come sono, amarli, educarli. Questo distacco sano che l’affido ti insegna, dà al figlio la possibilità di respirare quella libertà che ogni essere umano desidera, pretende.

Io ho la figlia più piccola che ha un anno e mezzo e il grande ha 30 anni, per cui ho tutte le problematiche, dalle pappe ai preservativi! I figli sono ospiti che Dio ti dà. Ho imparato anche a non abbassare mai il livello di autorevolezza, perché se tu abbassi per andare incontro è finita. Se io avessi mollato con Antonio sarebbe andata male. È sulla nostra certezza che loro debbono riposare, tu non devi abbassare la proposta per conquistarteli. Il padre del figliol prodigo non è corso dietro al figlio quando se n’è andato, ma l’ha abbracciato quando è tornato.

Come aiutare i figli ad accogliere i fratelli che arrivano?

Far capire che l’amore non si divide, ma si moltiplica, non è che l’amore si tagli a pezzetti e non ce n’è abbastanza per tutti. Mi viene in mente che i miei due figli erano piccoli quando è arrivato il primo bambino, e abbiamo detto loro: “Guardate, c’è questo bambino malato che dovrebbe stare in orfanotrofio, lo prendiamo con noi”. Poi da lì abbiamo proseguito.

Mio fratello ha avuto un’altra esperienza, suo figlio maggiore nell’adolescenza lo ha contestato tantissimo  dicendogli: “Ma non vi bastiamo noi? Cosa dovete dimostrare?”. A un certo punto nell’affido diurno, tra i ragazzi che venivano solo a pranzo, c’erano tre fratelli che il comune ci aveva chiesto di tenere durante il giorno perché la mamma aveva una malattia degenerativa.

Quando la donna è peggiorata ci hanno chiesto di trasformare l’affido diurno e tenerli definitivamente. Ci chiedevamo come fare perché erano tre insieme, stavamo ragionando su questo e il figlio maggiore di mio fratello, che aveva fatto amicizia con uno dei fratelli, uno con un carattere molto tosto, ha chiesto al padre di prenderli tutti e tre con loro perché gli dispiaceva che fossero divisi.

Quello che contestava a un certo punto ha chiesto di prendere tre ragazzi nello stesso momento. Questi ragazzi sono entrati e sono ancora a casa di mio fratello. Le parole servono a poco, uno può cercare di spiegare, di dire che sbagliano, ma non sono i discorsi che servono. Alla fine capiscono dalla tua vita, dalla verità, dal tuo vivere con loro.

Penso che sia così, ci sono sempre delle preferenze, i genitori fanno delle preferenze, è innegabile, c’è però da non farle vedere troppo. Tu pensi che tuo figlio abbia ragione quando ti fa difficoltà per accogliere i fratelli? No? Allora ti sei risposto da solo. Bisogna restare fermi nelle proprie decisioni e il tuo comportamento sarà quello che farà cambiare idea a tuo figlio.

Tu prima hai detto che questa vita ti ha fatto sperimentare una convenienza per te. Non voglio farmi gli affari tuoi, ma questo è interessante. In cosa consiste questa convenienza?

Prima cito le parole di Giussani, poi ti do la mia risposta:

“Il tuo spazio è già nel tuo cuore con Cristo, non hai bisogno di un tuo spazio fisico”.

Questa è  una cosa che mi aveva fatto incazzare. Poi con il tempo ho capito. Il tuo spazio è nel tuo cuore con Cristo, è la domanda, è la preghiera, è il silenzio, è lo studio, è questo Tu che ti dà tutto, che ti riempie di tutto e che rende gloria a Cristo.

La convenienza va capita bene. Ogni uomo si muove solo se gli conviene, perché in fondo siamo dei grandi egoisti. In una situazione del genere non ci stai perché hai fatto un progetto, ma ci stai solo perché ti conviene, stai meglio lì. Io non posso dire che la mia vita precedente fosse brutta, avevo fatto carriera, avevo costruito una casa come volevo, ero io, io, io. Costruivo sui miei progetti. Per il mondo ero uno arrivato, avevo una bella moglie, i figli, una casa, il lavoro, la carriera. Ma c’era una insoddisfazione di fondo.

Adesso invece se tu impari a togliere sempre più spazio all’“io vorrei” e “io farei” e dare spazio al “tu” cominci a sperimentare la convenienza. Giussani diceva: “Io sono Tu che mi fai”. Quando impariamo a stare in una comunione, Lui in questa comunione con Lui e con la realtà fatta da lui stai meglio.

Non so spiegartelo, ma stai meglio, la convenienza è stare meglio. Arrivi stanco la sera, ma stai bene, e quando disobbedisci, quando liberamente pecchi, stai male, perché interrompi questa comunione. La interrompi tu mentalmente perché Lui rimane lì con la sua misericordia.