Quei ragazzi così fragili davanti al dolore, di Elvira Serra

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /02 /2015 - 19:49 pm | Permalink
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Riprendiamo dal Corriere della sera del 18/9/2014 un articolo scritto da Elvira Serra, omettendo solo l’incipit che lo legava a fatti contingenti di cronaca. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sezione Catechesi, famiglia e scuola.

Il Centro culturale Gli scritti (19/2/2015)

[…]

Il caso limite [l’omicidio-suicidio di due ragazzi della Milano bene] che ha lasciato sgomente due famiglie e molti loro amici ci racconta una nuova adolescenza, una primissima età adulta alla quale ci si affaccia impreparati e fragili, incapaci di elaborare strategie di adattamento. «Scopri il problema, troverai la soluzione», dicevano certi insegnanti di filosofia e di vita ai loro studenti del liceo. Ma cosa fanno oggi la scuola e la famiglia per insegnare a declinare il meraviglioso e complicato verbo «vivere»?

«La fragilità dei figli è la fragilità dei genitori e della stessa società: il contesto non è più quello di venti, trent’anni fa e chi ne risente è l’anello più debole», ammette il sociologo Maurizio Tucci, presidente del Laboratorio Adolescenza.

Il problema non è soltanto una competitività maggiore: «I padri e le madri stressano molto il figlio affinché sia il più bravo, il più bello, il più popolare». C’è anche una solitudine non sana, davanti al computer, con un allenamento virtuale alle relazioni inadeguato ai rapporti reali: «La socializzazione avviene sempre più spesso sui social network, dove però ci si espone a una maggiore insicurezza, dando un peso smisurato al giudizio degli altri, perlopiù veri sconosciuti».

Nella riformulazione del ruolo dell’uomo e della donna in casa e in famiglia la fatica più grande sembra definire la propria autorità genitoriale, con il risultato di ritrovarsi in casa quel Bambino sovrano di cui ha scritto lo psichiatra pedagogista Daniel Marcelli. «Il modello della colpa è stato sostituito da quello delle aspettative», spiega Matteo Lancini, docente di Psicologia all’Università Bicocca di Milano. «Le infanzie precedenti erano più avvezze al dolore mentale e alle privazioni. Non voglio dire che quel modello fosse migliore, ma forse c’è da fare qualche correzione con quello attuale. Il problema non sono gli adolescenti, ma come noi ci rapportiamo a loro. I genitori dovrebbero fare un investimento sui figli non così straordinario, tollerare che non abbiano una vita iperorganizzata e che imparino a stare da soli. Quei ragazzini che nascondono le cose al padre e alla madre non lo fanno per paura delle punizioni, come poteva accadere a noi, ma per proteggerli dall’angoscia: la fragilità degli grandi si riflette sulla fragilità dei piccoli».

Manca l’educazione alla sconfitta. «Se cresco mio figlio con l’idea che non si deve mai perdere, come posso pensare che riesca ad affrontare la vita?», si chiede lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro. La vera questione, per lui, è riuscire a rispondere alla domanda: «Sono capace di ripartire?». E dovrebbe essere questo il mantra da somministrare a colazione, pranzo e cena agli acerbi uomini e alle piccole donne che amiamo. «Perché altrimenti gli mancheranno quegli anticorpi indispensabili a metabolizzare le frustrazioni: li stiamo proteggendo troppo», avverte Silvia Vegetti Finzi, già docente di Psicologia dinamica all’Università di Pavia.

Un dramma come quello che si è appena consumato a Milano chiama in causa tanti attori. Al consultorio Minotauro già da tre anni esiste un servizio gratuito di consulenza per le tre modalità con le quali un adolescente esprime la sua fragilità narcisistica: il ritiro sociale, il suicidio, il disturbo alimentare. Carlo Trionfi, uno degli operatori, dice che i genitori svolgono un ruolo fondamentale: «Hanno la possibilità di mostrare ai figli che si può andare avanti, che ci si può accettare così come si è e che si può formulare un progetto diverso dall’autostrada che si pensava di dover percorrere. Un ragazzo si rende conto che non andrà mai ad Harvard? Bene, scopriamo insieme il nuovo percorso».

Resta il tema dell’educazione sentimentale, quotidianamente distorta dalle notizie sul femminicidio. «Anche qui spetta ai genitori dare degli esempi, far capire che l’amore rende liberi, non prigionieri, insistere che si sta insieme per la felicità reciproca e che non c’è nessun obbligo, ma una volontà rinnovata ogni giorno», aggiunge Scaparro. La collega Vegetti Finzi va oltre: «Non basta allarmarsi quando sentiamo storie come quella di Pietro e Alessandra: dobbiamo fare prevenzione. Vale la pena, allora, portare a scuola un’educazione sentimentale che non sia puramente sessuale, ma una introduzione all’affettività, alle relazioni con gli altri e al rispetto».