L'adolescente di oggi da enigma a potenziale umano e cristiano. La proposta ai cresimandi per un cammino successivo alla Cresima, di Armando Matteo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /01 /2015 - 14:19 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito una relazione tenuta da Armando Matteo al clero del settore ovest della diocesi di Roma il 15/1/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Adolescenti e giovani nella sezione Catechesi, scuola e famiglia. Sulla paternità cfr. anche la sotto-sezione Educazione e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (18/1/2015)

Edipo nel film di P.P. Pasolini

«La buona notizia è questa: ogni generazione
viene al mondo con i fondamentali che deve avere;
sono idealisti come noi, goffi come noi,
teneri come noi, stupidi come noi che volevamo
cambiare il mondo in ogni momento.
La cattiva notizia è questa: trovano noi.
E noi siamo un po’ cambiati»
(Pierangelo Sequeri).

Introduzione

Il tema che mi è stato assegnato è davvero ampio e richiede troppe competenze che non sono a mia disposizione, purtroppo per voi. Ma non potevo certo dire di noi al carissimo Vescovo Paolo e tirarmi indietro. Che cosa ho pensato allora di fare? Ho pensato di ricostruire il contesto nel quale crescono i nostri adolescenti, ai quali noi siamo chiamati poi a proporre la bella e perciò difficile via della gioia evangelica. Un contesto, quello attuale, segnato per gli adolescenti da bisogni e domande "sostanzialmente e strutturalmente" uguali al passato, ma soprattutto marcato da un incredibile indebolimento della figura dell'adulto. Qui c'è la grande  sfida del nostro tempo, ben segnatala dal Sequeri citato all'inizio: noi adulti siamo cambiati. Ci siamo adulterati, mi si permetta questa battuta.

Come procediamo a questo punto? In tre tappe:

1) Gli adolescenti di oggi

2) La struttura educativa saltata

3) La cifra della periferia

1. Letture degli adolescenti di oggi

Non essendo uno specialista in materia, ho pensato di presentarvi tre libri, che provano a restituire una descrizione degli adolescenti di oggi. Rinviandovi alla loro lettura diretta, mi propongo semplicemente di indicare il filo del discorso principale di ciascuno di questi tre approcci all'adolescenza di oggi. Procederei in chiave diacronica, partendo dal testo uscito per primo che è quello scritto da Silvia Vegetti Finzi e da Anna Maria Battisti che reca il titolo L'età incerta. I nuovi adolescenti.

L'età incerta. I nuovi adolescenti (2000)

Iniziamo dal titolo: L'età incerta. Cito: «Incerta perché i ragazzi procedono attraverso progressioni e regressioni, prove ed errori, dando spesso l'impressine di non muoversi affatto mentre, in realtà, stanno elaborando una personale strategia di crescita. Incerta perché gli adulti, in un'epoca senza ideologie, insofferente di ogni autoritarismo, con ruoli genitoriali deboli e spesso conflittuali, non sono più in grado di imporre un modello forte al quale attenersi. Incerta nei confini, perché, mentre la pubertà è visibile e databile attraverso i mutamenti del corpo, l'adolescenza sta diventando interminabile. Incerta inoltre per quanto riguarda un modello teorico per interpretarla, perché manca nella psicologia una compiuta sistematizzazione dell'adolescenza e perfino Freud ha lasciato questo periodo evolutivo aperto alle ipotesi e alla ricerca» (IX).

Ed ora il sottotitolo: I nuovi adolescenti. Cito il testo su cui avete riflettuto prima: «Il sottotitolo I nuovi adolescenti intende sottolineare i cambiamenti che si possono cogliere nel confronto con l'esperienza dei genitori. Mentre gli attuali cinquantenni hanno vissuto anni di grande impegno politico e sociali, i loro figli si trovano in un'epoca di stagnazione, priva di ideali forti e di ideologie condivise. Nulla li attrae fuori dalla famiglia se non la loro intrinseca voglia di libertà e di autonomia. Una spinta che molte volte non trova antagonisti perché gli adulti hanno rinunciato all'autorità, oltre che all'autoritarismo, e preferiscono presentarsi come simpatici amici piuttosto che come punti di riferimento forti e incisivi. Ed è proprio la mancanza di sollecitazioni estranee a far emergere più che mai le dinamiche psichiche, quelle contingenti e quelle perenni, che coinvolgono i figli nell'amore e nella rivalità con i propri genitori, alimentando il complesso edipico che la psicoanalisi considera l'architrave della mente. Un architrave che rischia di scardinarsi sotto i colpi della disgregazione e della riaggregazione delle  famiglie, di fronte alle inconsuete modalità di diventare padre e madre, ecc.» (X).

Fatte queste premesse e considerato che l'adolescenza si può suddividere - per le due studiose - in tre fasi di un grande cammino (la prepubertà [10-13], la pubertà e la prima adolescenza [13-15], la piena adolescenza [15-18], le due studiose affermano che la piena adolescenza è l'epoca della grande sfida, ovvero il tempo della "seconda nascita", tra desiderio e paura di crescita, tempo in cui ci si sceglie. Ma per fare questo è necessario il riferimento agli adulti. Già solo etimologicamente, "adolescente" indica tempo per diventare adulto, guardando appunto agli adulti. E qui viene richiamato quel principio formidabile di Winnicott che ho messo come tema della terza domanda: «Dove c'è un ragazzo che lancia la sua sfida per crescere, là deve esserci un adulto pronto a raccoglierla. Non sarà certo una cosa piacevole. Ma a livello profondo, nella fantasia inconscia, si tratta di una questione di vita o di morte per l'adolescente».

Ma cosa succede oggi? Succede che  - altra citazione - «di fronte agli adolescenti non c'è - o c'è sempre di meno - una generazione di adulti  pronti a sostenere gli  attacchi di chi dovrà prendere il loro posto un domani. Il rischio di questa sfida mancata riguarda solo il presente, ma getta la sua ombra lunga sul futuro [...] in mancanza di una controparte adulta contro cui lanciare la loro sfida sono molti i ragazzi che finiscono per macerare dentro di sé la rabbia, l'aggressività, la voglia di ribellione, aumentando così l'inquietudine e i malessere interiori caratteristici di questa età» (160).

Fragile e spavaldo. Ritratto degli adolescenti di oggi (2008)

Le categorie scelte da Gustavo Pietropolli Charmet per caratterizzare l'adolescente odierno sono quella della fragilità e quella della spavalderia. Lascio a lui la parola: «La fragilità è sempre stata una caratteristica invariante dell'adolescente: l'adolescenza anzi dovrebbe servire proprio a temprare il carattere rendendolo forte e non più fragile e contradditorio. La fragilità degli adolescenti di oggi ha però qualche caratteristica di novità rispetto alle generazioni precedenti. Perché è una fragilità che si fonda sull'impressione di avere una missione speciale da compiere, e che colloca l'adolescente fuori dal suo tempo rendendolo spesso disinteressato alle vicende che dovrebbero invece riguardarlo da vicino» (VII). E ancora: «Sono spavaldi interiormente, non solo e non tanto nella relazione con l'autorità, che in linea di massima rispettano, anche se non pensano li riguardi. La loro è una supponenza non troppo tracotante, un'indifferenza senza disprezzo esagerato, il culto della propria persona in spregio alla deferenza attesa dagli adulti trasformati in spettatori» (VIII).

Quale è ora la caratteristica di novità a cui accennava prima l'autore? Si tratta di capire che il punto di rottura con i modelli passati è lo sdoganamento di Narciso. Altra citazione: «Gli adolescenti di oggi hanno sdoganato il Narcisismo. Non ritengono sia un peccato coltivare i propri interessi [...]. Il sé è più importante del culto e della devozione nei confronti dell'altro da sé [...] Il successo è appunto l'obiettivo a breve termine degli adolescenti attuali» (4-5).

All'origine di tutto questo c'è la comparsa del cucciolo d'oro: il nuovo statuto immaginario dell'infanzia, di cui abbiamo parlato anche la volta precedente. Questo comporta la scomparsa del modello di Edipo ed il conseguente tramonto del senso di colpa, che pur aveva un positivo effetto deterrente e contenente delle spinte adolescenziali. Emerge invece un individuo alla costante ricerca del sé. Ma ogni cambiamento è ricco e sfidante, non è mai innocente. Pietropolli Charmet individua la sfida degli adolescenti di oggi nel dover far i conti, non più con il senso della colpa, ma con quello della vergogna: non riuscire a essere quel grande messia che i genitori gli hanno fatto credere di essere.

Da qui alcune considerazioni interessanti per capire il mondo dei ragazzi di oggi: essi sono più creativi del passato, più introspettivi, diremmo timidi, ma anche più solitari (io ho una missione), incapaci di far fronte alla noia e poi posti sempre dinanzi al possibile fallimento dinanzi all'altro non familiare: «La vergogna è un sentimento sociale ed è inevitabile che gli adolescenti debbano affrontarlo. Sono infatti dei debuttanti nelle relazioni sociali: escono dalla famiglia, dopo la lunga fase della dipendenza infantile, e si inseriscono nella società dei coetanei. Quindi il problema che devono affrontare è quello dello sguardo dell'altro, della buona o cattiva figura che faranno in occasione del loro debutto. C'è chi può affrontarlo e si vanta di farlo, c'è chi soccomberà al sentimento di vergogna e finirà per ritirarsi o rifugiarsi in classe nel tentativo di non farsi intercettare dallo sguardo critico dei coetanei» (95).

Anche questo autore ricorda l'importante ruolo degli adulti, i quali a suo avviso oggi non fanno altro che invidiare i loro ragazzi e anziché aiutarli e fare il tifo per loro, perché superino le loro paure; gli adulti si mettono in diretta competizione con i loro ragazzi.

Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (2013)

Per Recalcati la figura più corretta per descrivere, in senso lato, la condizione dei giovani di oggi è quella di Telemaco: il figlio dell'eroe greco Ulisse. Esso è il rovesciamento di Edipo e anche di Narciso (a cui si rifanno i primi due libri prima citati):  «Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell'umanità: uccidere il padre e possedere sessualmente la madre. L'ombra della colpa ricadrà su di lui e lo spingerà al gesto estremo di cavarsi gli occhi. Telemaco, invece, con i suoi occhi guarda il mare, scruta l'orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre - che non ha mai conosciuto - ritorni per portare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà» (12).

Al centro del complesso di Telemaco, secondo Recalcati, si trova l'invocazione del padre come invocazione della Legge, dell'ordine, del simbolico, del superamento del dominio della legge del godimento per il godimento. Questa invocazione è presente anche nei ragazzi e nei giovani di oggi. Cita un particolare interessante al proposito: «La cosa che mi ha più positivamente colpito nelle recenti manifestazioni studentesche sono stati i cosiddetti “libri-scudo”. Sono dei grandi libri ad altezza d’uomo, fatti di gommapiuma, di cartone, con un’anima di legno e dipinti di vari colori. Al centro riportano il titolo del libro e il suo autore. Che scudi fantastici, ho pensato! Il motivo militare della difesa dall’aggressore viene surclassato da quello dell’invocazione della Cultura – la Legge della parola – come barriera nei confronti della ingiusta violenza della crisi. Mi sarebbe interessato avere più notizie sui libri scelti. Probabilmente sarebbe una galleria ricca di sorprese. Ma sapere la presenza di alcuni titoli (tra i quali l’Odissea, l’Eneide e la Costituzione) mi ha già confortato nella mia convinzione. Cosa sono questi libri-scudo se non un’invocazione del padre?» (15-16).

Ma che cosa trovano questi ragazzi? Quale controparte? Trovano in verità una società diventata una sorta di "parco gioco collettivo" e per nulla accogliente per ragazzi che vogliono diventare adulti: se resti bambino nessun problema, ma se inizi ad avanzare pretese (lavoro, casa, matrimonio) te le diamo di santa ragione. La nostra è una società infernale per i ragazzi: troppo fredda. E la causa scatenante è l'adulterazione degli adulti: gli adulti vogliono tutto, sono onnivori, sono soggetti alla sola legge del godimento, non sono capaci di castrazione e dunque sono incapaci di essere educatori del desiderio dei loro figli.

2) La struttura educativa saltata

Indipendentemente dalla figure prese in considerazione (Edipo, Narciso, Telemaco), tutti e tre gli autori dicono che il problema è sempre dalla parte degli adulti. E questo si ripercuote sia sul versante degli adolescenti che su quello dei giovani. Ora, nell'incontro di ottobre, avevo evidenziato il radicale cambiamento degli adulti attuali, a partire dalla generazione 1946-1964, che, attratti dal mito della giovinezza, hanno scelto di vivere al contrario: non più indirizzati verso la foce di quel fiume immenso che è la vita, ma verso l'impossibile ritorno alla sorgente da cui, in verità, bon gré mal gré, si allontanano ogni giorno. Ed è proprio qui che salta la struttura educativa, umana e testimoniale, fatto già ben segnalato da tutti e tre i saggi sinora citati. Vorrei ora analizzare la cosa più da vicino.

La relazione educativa adulto-giovane, genitore-figlio, si basa su una semplice struttura, che può essere restituita così all’intelligenza: nell’essere dell’adulto il giovane dovrebbe trovare iscritta questa legge: "Lì dove sono io, là sarai tu", quindi cammina, datti da fare. Nella lingua tedesca esiste una straordinaria complicità tra il termine che dice formazione – Bildung – e il termine che dice immagine – Bild. Questo ci ricorda che noi cresciamo guardando gli altri davanti a noi, guardando gli adulti. D’altro canto la parola "adolescente" nulla altro significa che tempo per diventare adulti. Come? Guardando appunto gli adulti. Cosa comporta ora la rivoluzione, compiuta dagli adulti attuali, del sentimento di vita che tutto fa scommettere sulla giovinezza? sul Viagra? Comporta che, nella carne vivente di ogni adulto, il giovane trovi quest’altra disperata legge: "Lì dove tu sei, io sarò". Insomma: non ti muovere. Tu sei nel paradiso. Tu sei paradiso. L’unico a dover uscire (e-ducere) dal suo possibile cammino sull’orlo della vecchiaia, della morte, del non senso, sono io adulto.

Se per gli adulti, allora, il massimo della vita è la giovinezza e tutto il resto è noia, che cosa dovrebbero essi insegnare, segnalare, indicare, mostrare ai giovani? Se per gli adulti crescere è la cosa peggiore che esista e l’età adulta «è diventata il luogo del non ritorno, lo spazio-segno che prelude al non essere» della vecchiaia e della morte, perché dovrebbe risultare una cosa bella per i giovani? Se per gli adulti il vero paradiso è nella giovinezza, perché i giovani dovrebbero allontanarsi da esso? «Quale significato può avere il futuro e che senso ha progettarlo se nessun progetto concreto è auspicabile dal momento che, gli adulti lo insegnano, crescere vuol dire "allontanarsi da" e non "andare verso"?».

Il mito del giovanilismo comporta pertanto l’abdicazione da parte degli adulti ad essere meta possibile di quella crescita nel divenire che è l’essere del giovane, ad essere cioè segnali, indicatori del destino di ciascuno: dover scegliere se stessi.

Adulti-così-non-adulti nulla hanno da insegnare ai giovani: l’educazione finisce, lì dove l’adulto interpreta la propria esistenza non più come un cammino nella potenza dell’umano che pure si dirige verso la morte, ma come un continuo vivere "contromano", per ritornare indietro, per bloccare l’orologio biologico, per recuperare il paradiso perduto. Se alla vecchiaia, alla malattia e alla morte viene tolta la loro parola educativa, tutto il complesso dei rapporti intergenerazionali ne risente.

Da qui le pratiche educative diffuse, che gli studiosi indicano quali antitraumatiche, affettive e paritetiche. L’ideale educativo praticato nelle nostre famiglie si riduce sostanzialmente nella costante manutenzione dei bisogni dei piccoli, nel risparmiare a questi ultimi fatica e traumi, nell’impostare il dialogo intergenerazionale sull’affetto reciproco e nel trattare i figli come alleati ed amici, spifferandogli tutti i segreti della vita, propria e altrui. Con risultati totalmente disastrosi per la crescita e salute psichica dei ragazzi. Pensate al clima a volte asfissiante, troppo caldo di certe famiglie che produce, negli adolescenti soprattutto, una ricerca costante tramite i new media di "scappare" da tutto questo eccesso di affetto.

Il problema vero è che si rinuncia alla responsabilità educativa che è sempre di natura verticale. In una parola viene dichiarata non più essenziale l’asimmetria di rapporto che è la legge base di ogni rapporto educativo, sino poi al suo capovolgimento estremo, per il quale oggi i giovani diventano i maestri di vita dei loro genitori!

A quanto sin qui evidenziato, c'è da aggiungere che il mito della giovinezza non è solo una questione pedagogica o psicologica. È una questione anche religiosa: questo mito è una fede, la fede della giovinezza, la religione della giovinezza.

All'immaturità degli adulti, al loro giovanilismo, è perciò pure legata l'attuale inefficacia della trasmissione della fede. Perché con la cresima i ragazzi si allontanano dagli ambienti ecclesiali? Perché c'è tanta ignoranza biblica tra di loro? Perché diversi sociologi ritengono che il rapporto tra i ragazzi e la fede sia nel segno dell'estraneità (Segatti-Brunelli) e che per molti di loro la religione sia solo un rumore di fondo che nulla incida sull'identità profonda?

A mio avviso, i ragazzi e i giovani di cui i sociologi evidenziano l'estraneità alla fede sono in verità figli di adulti che non hanno dato più spazio alla cura della propria fede cristiana: hanno continuato a chiedere i sacramenti della fede, ma senza fede nei sacramenti, hanno portato i figli in Chiesa, ma non hanno portato la Chiesa ai loro figli, hanno favorito l’ora di religione ma hanno ridotto la religione a una semplice questione di un’ora. Hanno chiesto ai loro piccoli di pregare e di andare a Messa, ma di loro neppure l’ombra, in chiesa. E soprattutto i piccoli non hanno colto i loro genitori nel gesto della preghiera o nella lettura del vangelo.

Hanno imposto, questi adulti, una divergenza netta tra le istruzioni per vivere e quelle per credere, una divergenza che, pur non negando direttamente Dio, ha avallato l’idea che la frequentazione della vita in parrocchia e all’oratorio e pure l'ora di religione fosse un semplice passo obbligato per l’ingresso nella società degli adulti e tra gli adulti della società.

Più semplicemente: se Dio non è importante per mio padre e per mia madre, non lo può essere per me. Se mio padre e mia madre non pregano, la fede non c’entra con la vita. Se non c’è posto per Dio negli occhi di mio padre e di mia madre, non esiste proprio il problema del posto di Dio nella mia esistenza.

Anche la fede è una questione degli occhi. Ebbene che cosa vedono i nostri giovani e i nostri ragazzi davanti a loro? Adulti che pregano? (Nemmeno il don Matteo della tv prega, impegnato com'è a dare una mano alle forze dell'ordine!). Adulti che leggono il Vangelo? Adulti che orientano la loro esistenza secondo Gesù? Adulti felici di essere cristiani? Vedono solo adulti disperati di non essere più giovani... adulti malati di immaturità... Adulti sempre meno radicati nella fede, in quanto per loro non c'è altro Dio che la giovinezza.

Si è così interrotta l'alleanza tra parrocchia e famiglia: da una parte vangelo, preghiera, solidarietà, dall'altra bilancia, yogurt, diete, palestra, bisturi e creme anti-age... Da tanto tempo gli adulti chiedono solo a queste cose la felicità... La teoria del catechismo non trova pertanto più riscontro nella pratica degli adulti e questo fatto riduce l'esperienza della fede a una cosa "da bambini" e finché si è bambini.

3) La cifra della periferia

Ma cosa fanno gli adolescenti e i giovani in questo mondo abitato da adulti sempre meno adulti? Vivono una periferia esistenziale. A me sembra molto interessante quella che papa Francesco ci ha suggerito come orizzonte del rinnovamento del nostro spirito missionario: la cifra della periferia, della periferia esistenziale. Gli adolescenti e più in generale i giovani si trovano in una periferia esistenziale che ci chiama con grande urgenza. E la cosa è convincente in quanto l'espressione ha, per papa Francesco, un duplice senso.

Nel primo, la periferia esistenziale è - si legge nell'Evangelii gaudium - luogo che abbisogna della vita e della luce del Vangelo, una condizione che sperimenta una fatica di affidamento alla vita. E questo si addice davvero bene ad indicare la condizione di marginalità e di fatica di crescere dei giovani d'oggi.

Ma vi è un secondo senso di periferia esistenziale in papa Francesco che prendo dal suo discorso ai superiori degli ordini religiosi maschili: «Io sono convinto di una cosa: i grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia. È una questione ermeneutica: si comprende la realtà solo se la si guarda dalla periferia, non se il nostro sguardo è posto in modo equidistante da tutto. Per capire davvero la realtà, dobbiamo spostarci dalla posizione centrale di calma e tranquillità e dirigerci verso la zona periferica. Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio, a fare un'analisi più corretta della realtà, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici».

Ecco sul primo punto ho già detto molto. Gli adulti attuali pensano e vivono nella convinzione di non avere bisogno dei giovani, si sentono tanto giovani loro e per questo non si impegnano nell'arte difficile dell'educare e del trasmettere la fede. Questa è la povertà che vivono i giovani: povertà di senso, povertà di destinazione, povertà di una controparte forte con cui imparare il mestiere difficile di vivere.

Ma la periferia non è solo simbolo della fatica, del disagio, dell'incubo, del malessere; la periferia può trasformarsi anche in laboratorio, in luogo di nuove prospettive, di metamorfosi dello sguardo. Lo dice il papa. E a me pare che sia così. Se guardiamo meglio al mondo degli adolescenti e dei giovani troviamo proprio questo: la ricerca di un modo nuovo di essere umani, ovvero di essere adulti.

Ecco cosa io vedo all'opera nel mondo degli adolescenti e più precisamente in quello dei giovani. (Quanto segue vale innanzitutto per questi ultimi, ma per ovvie ragioni di crescita si può estendere in qualche misura già agli adolescenti).

La prima risorsa che i giovani mettono in campo da loro per "umanizzare" di nuovo  il mondo è il valore dell’amicizia, un valore che supera di gran lunga anche il desiderio di carriera e dei soldi. Emerge così un dinamismo di comunicazione tra pari che non si assoggetta alla legge unica del mercato, dove si scambiano cose, ma piuttosto ci si pone nell’atteggiamento di uno scambio di ciò che si è, di ciò che si prova, di ciò che più bolle nel cuore – prima e più di ciò che si possiede. Soprattutto internet offre molteplici possibilità al riguardo: da Facebook alla costruzione di un sito o di un blog, dalle chat a twitter. In particolare è molto diffusa la pratica della condivisione di informazioni utili, senza alcuno scopo economico.

L'essere nativi digitali è occasione anche di "essere rete": dopo decenni vissuti al suono del "non devi guardare nessuno in faccia" quale sicuro mantra per ottenere la via dell’affermazione personale, il maggior simbolo dei ragazzi  odierni è "il libro delle facce". Ed è bello pensare ad un mondo ricco di amici – quello dei giovani, pur con il rischio di inflazionare tale parola – rispetto al mondo degli adulti, tutto pieno di concorrenti! È ovvio che internet può diventare luogo di autocelebrazione narcisistica, con tutti i limiti del caso. Eventualità che è poi fomentata dal sostanziale destino di marginalizzazione che la società nel suo insieme riserva ai giovani. Ma sarebbe da miopi non vedere pure un crescente bisogno di comunità. E non c'è solo questo.

Proprio sulle bacheche di Facebook, infatti, si può vedere all'opera un altro singolare elemento: ciò che potremmo chiamare una vera e propria coltivazione della bellezza. Numerose bacheche pullulano di citazioni, di aforismi, di dipinti, di video musicali e di brevi clip di film: spesso si tratta di autori (da De André a Dostoevskij, passando per Hesse, Tolkien), fuori dai canoni di studio, di cui i giovani si appropriano come di frode. È all'opera un istinto per il passaggio della bellezza nel tempo, presente e passato: c'è qui il recupero del senso della tradizione, del senso della memoria, contro la tentazione adulta di essere sempre giovani, sempre nuovi, sempre i migliori.

Particolarmente significativo è poi un altro elemento che caratterizza la vita degli adolescenti e dei giovani di oggi: l’amore per la musica. Piena dimensione di libertà, la musica è il primo contatto che un essere umano ha con il mondo, dalla voce rassicurante dei genitori alla presenza di altri rumori, che dischiudono nuovi paesaggi. La musica per i ragazzi rappresenta una grande risorsa: sia quando essa è fatta sia quando viene usufruita da loro.

Se è pur vero che per un certo numero di loro è soprattutto un modo passivo per staccare la spina da una società per la quale non esisti – almeno non in quanto giovane; per molti altri è spazio attivo di creatività, di liberazione, contro le ossessioni performanti di adulti che sanno valutare il loro operato solo in termini di rendita e di crescita di capitale. Assomiglia al lavoro degli spiritual degli afroamericani. È protesta potente contro le passioni tristi del nostro tempo. È a volte quasi una sorta di preghiera anonima, un’invocazione, oltre le parole, ad un Dio lontano, che, se ha senso la sua esistenza, non può che essere un Dio della festa. Della gioia.

La musica dunque per molti adolescenti e giovani è così come un primo passo per recuperare il lavoro della festa, dimenticato dalla nostra società. La festa, in verità, ci lavora dentro, ci plasma, ci forgia, ci prepara a un confronto con il mondo, autentico, signorile, non bisognoso di mistificazioni o di illusioni. La festa è, infatti, tutt'altra cosa rispetto alla realtà del divertimento, inventato dagli adulti. Quest'ultimo resta alla fine sempre individuale, la festa è di indole comunitaria. Il divertimento è dispersione di energie, la festa è liberazione di energie. Il divertimento spreca, la festa costruisce. Costruisce il noi. Non casualmente, preso alla lettera, divertimento significa solo prendere un'altra direzione, mentre festa significa accogliersi.

Pure notevole è la maggiore sensibilità dei ragazzi per la natura. Una cifra a mio avviso decisiva è il grande amore di moltissimi di loro per la fotografia. Dopo anni di cementificazione selvaggia, di sfruttamento privo di qualsiasi razionalità ambientale, che hanno al cuore un concetto di natura quale pura risorsa da sfruttare, avanza invece nel mondo giovanile un'inedita mente ecologica. Forse proprio la giusta distanza che l’arte della fotografia richiede e insegna è metafora di un più generale e complessivo atteggiamento di stupore che i giovani suggeriscono al popolo degli adulti: stupore per un pianeta, il nostro, che è l’unico tra quelli sinora conosciuti a generare e conservare forme superiori di vita – una condizione di quasi mistero, di cui la scienza va in cerca delle spiegazioni e delle cause, ma la cui custodia chiama pure in causa la volontà e l’intelligenza umane. Non pensano, insomma, alla Cetto La Qualunque, lo straordinario personaggio di Antonio Albanese.

Viene qui pure in mente un’altra cosa: l’invenzione di strumenti di comunicazione che prevedono il risparmio di risorse. Quanta carta – cioè alberi – si sta risparmiando con l'uso delle e-mail, degli sms e di twitter? E come non aumenterà tutto ciò con l'uso degli e-book (in particolare per i testi tecnici e scolastici, sempre bisognosi di aggiornamento) e ancora con la digitalizzazione sempre più massiccia dell'informazione? È una scelta di sobrietà profetica. Tempi di povertà bussano alla casa dei ricchi occidentali.

C'è qualcuno che parla anche di "generazione Ikea", dove risparmio fa rima anche con rispetto della natura.

Francesco Stoppa avverte poi che tale caratteristica vale anche per il linguaggio tipico degli adolescenti e dei giovani: la loro lingua scritta è una lingua di sintesi, di risparmio, di rapidità ("xchè", "tvb", le faccine): «C'è, alla base, una necessità di sintesi, di abbreviazione, di riduzione al minimo che rivela un bisogno di ritrovare l'essenzialità delle cose e nelle cose, nel modo cioè di parlare, agire, rapportarsi con la realtà». Non c’è forse un inquinamento delle, tra e con le parole che minaccia la salute delle nostre anime? Insomma anche qui un messaggio molto forte: "quello che devi dire, dillo". Una forma sottile di ecologia del tempo: non perdiamo tempo, perdendoci dietro le parole!

Ci pare pure istruttivo quanto lo stesso autore afferma a riguardo di quel senso di apatia, di indifferenza, di solitudine, che segna la distanza delle nuove generazioni rispetto al mondo della politica, dell’economia, della cultura alta, dei grandi dibattiti etici. A suo avviso, in tale atteggiamento è ravvisabile una vera e propria presa di distanza e di resistenza dal e al mondo eccessivamente organizzato degli adulti: un mondo dominato da e condannato all’impossibile desiderio di verificare ogni cosa, di non lasciare più spazio alla libertà, all’improvvisazione, alla creatività, alla fantasia. In Chiesa ci sono pure già predisposte le preghiere dei fedeli! La generazione adulta è perciò, proprio dalla resistenza giovanile al suo modello di vita, sollecitata a fare i conti con una certa nevrotica eterogenesi dei fini della sua grande rivoluzione culturale: è la stessa generazione che nel '68 ha cercato, non senza ambiguità e forzature, di rendere più libera e vivace la società ma che ora si ritrova sempre più succube di rituali, di gerarchie, di organigrammi e alla fine dei conti vittima della propria volontà di controllo, senza dimenticare la collettiva schiavitù imposta dal consumismo dilagante ed omologante. Si pensi ancora al rapporto paradossale che esiste attualmente tra libertà e sicurezza (una libertà assicurata dalle telecamere!) o al rapporto tra diritto del singolo e legge: si chiede che la legge garantisca la possibilità di sottrarsi ad un’altra legge. Oppure si badi alla questione elettorale: dibattiti, programmi e poi tutto, a livello di nomi da votare, è deciso a tavolino. Da questo spettacolo i giovani prendono semplicemente le distanze.

Per effetto contrario, illuminante risulta invece l’attenzione da loro prestata ad alcuni personaggi, del passato e del presente, impegnati a tentare una trasformazione delle leggi inesorabili della società: don Diana, don Puglisi, ora beato, don Tonino Bello, Madre Teresa, i monaci tibetani, Obama, Saviano, i giudici Borsellino e Falcone, i medici di Emergency, Milena Gabanelli... E più di recente Papa Francesco, che sogna una Chiesa povera e per i poveri. Un amore per Papa Francesco che si inserisce nel già conosciuto affetto dei giovani per i frati francescani e alla loro proposta eretica di conciliare povertà e felicità; si pensi ancora alla loro vicinanza ad alcune esperienze spirituali particolarmente forti: Bose, Taizé, Camaldoli, Romena, e molti nuovi movimenti e nuove comunità.

Ritengo legato a tutto ciò anche lo splendido e straordinario senso per la giustizia che anima l’universo dei nostri ragazzi. Basti pensare alla convinta e corale partecipazione alle iniziative nazionali e locali di Libera, al coinvolgimento di cui è capace il Sermig di Ernesto Olivero, ai tanti movimenti di resistenza alla mafia e alla ’ndrangheta, sorti nel sud del Paese con le parole "E adesso uccideteci tutti!". Senza dimenticare le recenti proteste contro le grandi lobby bancarie e finanziarie che non accettano un qualche controllo sociale nei confronti delle logiche selvagge di mercato. Anche qui la differenza rispetto alla generazione adulta si dice da sé.

In riferimento al tema del dialogo tra le generazioni e al modo in cui il mondo giovanile guarda il mondo dei loro genitori, risulta pure particolarmente interessante, sebbene si tratti di un approccio più indiretto, un veloce e rapsodico sondaggio dell’immaginario diffuso degli adolescenti e dei giovani, che trova alimento nella fruizione del cinema e della letteratura contemporanei.

Nonostante le molteplici incredibili avventure, Bianca la bella pallida protagonista di Twilight vive praticamente senza genitori né mai li chiama in suo aiuto. I genitori di Harry Potter sono morti da tempo, mentre gli altri adulti presenti cercano solo di ingannare la morte: alla fine solo il coraggio a rischio della propria vita del piccolo mago impedisce a Voldermort di realizzare il suo malvagio proposito. Gli adulti umani di Avatar pensano solo allo sfruttamento cosmico, senza più provare né sentimenti di rispetto né di pietà alcuna. Cosa dire ancora dell’inatteso e sorprendente successo della trasposizione cinematografica del Signore degli Anelli, dove solo Frodo Baggins della Contea, in compagnia di fidati amici, ha il coraggio di resistere al potere dell’anello, giungendo a distruggerlo nel cuore del Monte Fato, mentre gli adulti si fanno letteralmente a pezzi pur di averne il possesso?

Un simile non lusinghiero giudizio sugli adulti si può riscontrare anche nel campo letterario, specialmente nelle opere di alcuni giovani brillanti esordienti: gli adulti di Silvia Avallone, in Acciaio, sono mezze figure, tutto soldi, passioni ormai spente, sogni senza energia, e segni di un’umanità in libera caduta depressiva, la madre di Camelia, la protagonista del romanzo Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado, passa le sue giornate a fotografare ossessivamente buchi di ogni tipo, mentre si lascia vomitare la vita addosso. Non fa bella figura di sé neppure la componente adulta di romanzi come Io e te di Niccolò Ammaniti, Bianca come il latte rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia e Le giostre sono per gli scemi di Barbara di Gregorio. Spesso si tratta di uno sfondo sfuocato, quasi anonimo. Cosa dire ancora del padre di Margherita in Cose che nessuna sa di D’Avenia, che lascia moglie e figlia dietro ad una donna molto più giovane di lui? E chi è il "padre" in Il senso dell’elefante di Marco Missiroli?

Ciò che sembra emergere da queste produzioni è una sorta di "seggio vacante", per riprendere il titolo di un bel romanzo della J. K. Rowling: sì il seggio degli adulti risulta semplicemente vuoto ed è proprio a partire da qui che prendono vita e forma le libere evoluzioni dei tanti giovani protagonisti. Ed è un vuoto che produce pure ferite, lesioni, traumi – si pensi alla vicenda di Alice e di Mattia ne La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.

Nella periferia dei nostri ragazzi troviamo l'invocazione dell'adulto: l'invocazione di un ordine simbolico nuovo rispetto a quello attuale, l'invocazione di un'umanità che non sia piegata e piagata dal solo modello capitalistico e del godimento narcisistico, l'invocazione di un'umanità capace di prendersi cura, di responsabilità, di custodia.

Non potrebbe essere diversamente: ogni generazione che viene al mondo «viene al mondo con i fondamentali che deve avere».