La Bibbia come libro del futuro dell'Europa, del cardinal Carlo Maria Martini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /08 /2009 - 22:45 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione on-line la raccolta di alcuni contributi del cardinal Martini che motivano l’affermazione da lui fatta nel corso del Simposio dei Vescovi europei del 2001 sulla Bibbia come libro del futuro dell’Europa. I testi provengono dal web. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. All’inizio di ogni testo sono indicato i riferimenti che lo riguardano.

Il Centro culturale Gli scritti (24/8/2009)

Intervento su La Parola di Dio nel futuro dell’Europa nel corso dell'incontro di studio “Cristianesimo e democrazia nel futuro dell'Europa” organizzato dalla rivista Il Regno, a Camaldoli, 12/7/2002.

Sono lieto di poter intervenire a questo incontro di studio di Camaldoli, che rappresenta uno dei pochi luoghi e momenti di riflessione del nostro tempo in cui ci si sforza di ripensare in maniera aperta e senza pregiudizi il tema dell’agire politico nel contesto europeo e mondiale con un rigoroso riferimento alla Parola di Dio.

Il mio intervento vuole sottolineare appunto una delle premesse fondamentali per questo ripensamento. Esso si riallaccia a un «sogno» che avevo espresso durante il secondo Sinodo dei vescovi europei: il sogno cioè che attraverso una familiarità sempre più grande degli uomini e delle donne europee con la sacra Scrittura, letta e pregata da soli, nei gruppi e nelle comunità, si ravvivasse quella esperienza del fuoco nel cuore che fecero i due discepoli sulla strada di Emmaus (cf. Lc 24,32). E aggiungevo che, anche per la mia esperienza, mi sentivo certo che la Bibbia letta e pregata, in particolare dai giovani, sarebbe stata il libro del futuro del continente europeo.

Riprendo ora questo tema partendo anzitutto da un’icona biblica, quella descritta da libro degli Atti degli Apostoli al capitolo 16,6-9. Suona così: «Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Troade. Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore».

Il brano è anzitutto caratterizzato da un accumulo di nomi geografici, di regioni dell’Asia Minore, che vogliono dare un’idea generale dello svolgimento della seconda missione di Paolo, quella iniziata subito dopo il concilio di Gerusalemme (At 15,36). Non è facile orientarsi in tale elenco di regioni dell’Asia. La direzione di marcia di Paolo è in ogni caso verso Ovest, con varie digressioni. Ma il tutto è raccontato con estrema rapidità per farci arrivare a ciò che sta a cuore al narratore: il passaggio della Parola in Europa.

Paolo ha la certezza che Dio lo sta guidando e, invece di lasciarsi prendere dall’impazienza o dalla frustrazione per quello zigzagare nelle province dell’Asia, intuisce che egli si trova di fronte a un disegno provvidenziale. Esso gli diventa chiaro quando a Troade, durante la notte, ha la visione di un macedone, che lo supplica: «passa in Macedonia e aiutaci».

È chiaro che questo macedone sta per un popolo, per una nazione, che chiede soccorso. Possiamo perciò dire che l’inizio dell’evangelizzazione dell’Europa da parte di Paolo viene presentato come l’attuazione di un disegno provvidenziale di salvezza. È Dio che ha guidato gli avvenimenti.

Probabilmente già altri cristiani erano arrivati a Roma o altrove. Tuttavia l’unico inizio dell’evangelizzazione dell’Europa che ci viene descritto solennemente è quello presentato qui in Atti 16,6-9. Da quel momento la parola di Dio sarà proclamata di regione in regione fino agli angoli più remoti del continente europeo e a seguito di ciò anche i libri delle sacre Scritture entreranno fortemente nella cultura e nella mentalità dei popoli europei.

Come nota uno studioso protestante contemporaneo (Giorgio Girardet, Bibbia perché, Claudiana, Torino 1993, 196) «è difficile sottovalutare il peso che la Bibbia ha avuto nella formazione e nell’elaborazione della civiltà occidentale, nella sua filosofia, nelle sue dottrine politiche, nell’etica e nella concezione del mondo: cioè per molti aspetti che rendono l’Occidente originale e diverso da altre culture e civiltà. Per oltre un millennio, dal IV ad almeno il XVII secolo, la Bibbia è stata il testo base della cultura sia religiosa sia secolare, dal quale si attingevano le verità da credere e spesso le norme da seguire e che, con la sua presenza nelle cattedrali, nei monasteri, nelle scuole e nella letteratura popolare, ispirava intellettuali, scrittori e artisti, influenzava la mentalità dei popoli europei e ne plasmava il linguaggio. Nata dall’incontro fra il mondo greco-romano e quello ebraico-biblico, la civiltà occidentale ha ricevuto dal primo i fondamenti della filosofia e delle arti, del diritto e della scienza; dal secondo le basi della religione e dell’etica, il senso della storia, la priorità della coscienza e un contributo originale alla laicità della politica. A questo si deve aggiungere un apporto della cultura ebraica post-biblica spesso indiretto e questo nonostante i suoi due millenni di esistenza come comunità perseguitata».

Dal canto suo Giovanni Paolo II ha affermato in molte occasioni che «la cultura europea non potrebbe essere compresa fuori dal riferimento al cristianesimo (…) Plasmata dalla parola di Dio, l’Europa ha svolto nella storia del mondo un ruolo unico, e la sua cultura ha fortemente contribuito al progresso dell’umanità. Il dinamismo della fede cristiana ha suscitato, nella cultura europea, una creatività straordinaria. La storia del mondo è ricca di civiltà scomparse, di culture brillanti il cui splendore si è da tempo estinto, mentre la cultura europea si è continuamente rinnovata e arricchita in un dialogo talvolta scomodo, spesso conflittuale, ma sempre fecondo con il Vangelo; questo stesso dialogo è fondamento della cultura europea» (Discorso al Simposio pre-sinodale su «Cristianesimo e cultura in Europa: memoria, coscienza, progetto», 31 ottobre 1991).

E ancora: «Della buona novella del Vangelo sono vissuti in Europa nel succedersi dei secoli, fino al giorno d’oggi, i nostri fratelli e le nostre sorelle. La ripetevano i muri delle chiese, delle abbazie, degli ospedali e delle università. La proclamavano i volumi, le sculture e i quadri, l’annunziavano le strofe poetiche e le opere dei compositori. Sul Vangelo venivano poste le fondamenta dell’unità spirituale dell’Europa» (Omelia per il millennio del martirio di sant’Adalberto, Gniezno, 3 giugno 1997).

Nella vita frammentata
Se questa è la storia del passato, a partire da qui noi ci chiediamo anzitutto in quale situazione si trovi oggi il cristianesimo in Europa e più in generale quali siano le condizioni spirituali del continente europeo. Il tema ci porterebbe lontano, ma voglio solo accennare ad alcune caratteristiche tipiche del cristianesimo nel nostro continente oggi. Parlando di cristianesimo mi riferisco qui in generale a tutte le Chiese cristiane presenti in Europa, prescindendo per il momento dal problema ecumenico. Alcuni problemi esistenziali sono infatti comuni in Europa un po’ a tutte le confessioni. Sottolineo tra i molti i quattro seguenti.

Il primo potrebbe essere descritto come la frammentazione o la parcellizzazione della vita. Essa è causata dalle diversità tra luogo di residenza, luogo di studio, luogo di lavoro, luogo di svago, con una conseguente dispersione degli orari familiari, come pure dalla molteplicità delle appartenenze. Si appartiene insieme alla Chiesa e alla squadra di calcio, al partito e al sindacato, alla categoria lavorativa e alla categoria sociale, al gruppo di volontariato e alla compagnia del tempo libero: ma spesso non si appartiene in profondità a nessuno di questi ambiti e si vive in una grande e solitaria soggettività. Vi sono dunque all’apparenza esterna molteplici appartenenze, ma molte di esse sono sbiadite e parecchie sono anche in contrasto tra loro.

In Europa sono sempre meno i luoghi dove si conduce un tipo di vita contrassegnato dalla stabilità e dall’omogeneità delle relazioni. Tale frammentazione opera una divisione nella vita che la rende più faticosa. Per questo la gente è sempre più nervosa, stanca, divorata dalla fretta, bisognosa di stimoli e di eccitazioni crescenti. Basta considerare la differenza esistente tra la concezione del tempo quotidiano in Europa e la concezione del tempo in Africa o in altri paesi del terzo mondo.

In secondo luogo il cristiano europeo vive convivenze logoranti e dirompenti. Designo con questa espressione la contiguità, nel mondo europeo, di ambienti vitali improntati ancora alla fede e ambienti vitali segnati da laicismo e indifferentismo. Per cui un cristiano dei nostri tempi può vivere magari per qualche ora alla settimana in un ambiente di tradizione religiosa ancora sentita e per tante altre ore in ambienti professionali o pubblici nei quali il nome di Dio è assente, la fede non influisce per nulla sulla vita e prevalgono modelli pratici di azione difformi dal Vangelo. La comunicazione di massa riflette per lo più l’ambito dell’indifferentismo e dell’agnosticismo. Così il credente vive la grossa fatica di passare, magari più volte al giorno, dall’uno all’altro ambito, ciò che determina un crescente logoramento religioso e spirituale.

Come è stato ripetuto più volte nei simposi dei vescovi europei, l’Europa non si può ritenere del tutto secolarizzata. Specialmente in alcune regioni permangono ambiti e luoghi vitali con residui più o meno importanti di cristianesimo. Tuttavia viviamo un po’ tutti in una mistura di ambiti che confondono e smarriscono molte persone. C’è poi da dire che la parrocchia tradizionale perlopiù non è stata abituata a preparare i suoi fedeli al passaggio continuo da un ambito all’altro.

Una terza caratteristica è rappresentata da appartenenze parziali, soggettivismo ed ecletticismo. A proposito di questa, mi permetto di richiamare un’inchiesta sui valori europei che è stata aggiornata periodicamente in questi anni. Vi si propone una divisione tipologica secondo diverse categorie di persone rispetto al loro legame con una Chiesa. Utilizzo un’immagine che a mio avviso illustra il senso dell’inchiesta: l’immagine dell’albero. Ci sono i cristiani della linfa, i cosiddetti impegnati, coloro che partecipano abbastanza da vicino alle iniziative della parrocchia. Ci sono i cristiani del midollo, che frequentano la messa con qualche regolarità, che contribuiscono magari economicamente alle necessità della Chiesa, però non collaborano direttamente alla costruzione della comunità. Ci sono poi i cristiani della corteccia, che vivono marginalmente rispetto alla comunità cristiana. In numero crescente ci sono gli allontanati della prima generazione, cioè coloro che sono stati educati cristianamente ma da tempo hanno abbandonato la Chiesa. Ci sono infine i lontani della seconda generazione, pure in crescendo, che non sono stati educati cristianamente, non hanno mai avuto alcun contatto serio con la Chiesa e perlopiù non sono neppure battezzati.

È interessante notare che la percentuale delle diverse categorie è assai diversa da nazione a nazione. In Italia per esempio i cristiani della linfa sono calcolati all’8%, i cristiani del midollo al 44%, quelli della corteccia al 33%. In Francia i cristiani della linfa sarebbero il 7%, i cristiani del midollo il 12%, quelli della corteccia il 45%, mentre il fenomeno dei lontani di seconda generazione, per ora poco presenti in Italia, caratterizza la Francia in misura assai maggiore. Ovviamente tali statistiche hanno valore relativo. Ma è chiaro che in Europa convivono tipologie religiose diversissime, da cui derivano forme di appartenenza spesso soltanto parziale alla Chiesa o di adesione parziale alla stessa fede, con un crescente ecletticismo e soggettivismo in campo religioso.

Un quarto aspetto è di origine più recente. Esso non riguarda soltanto il dialogo ecumenico, che in Europa ha segnato in questi ultimi decenni grandi progressi ed è uno dei fattori che contribuiscono al risveglio spirituale dell’Europa e alla capacità di dialogo a livello europeo e mondiale, ma si riferisce al fatto nuovo della presenza in Europa di un numero sempre più grande di seguaci di altre religioni, soprattutto musulmani. Il problema della capacità di convivenza, del dialogo reciproco, della collaborazione e del rispetto per le varie religioni, della ricerca di valori comuni si pone dunque sempre più fortemente, se vogliamo evitare o la ghettizzazione di questi gruppi o lo scontro di religioni e di civiltà. Ci si domanda dunque che cosa sono chiamati a fare i cristiani rispetto a questa situazione.

Giovanni Paolo II afferma a questo proposito: «Oggi, dinanzi alla moltiplicazione di correnti intellettuali, alla diversità di concezione della vocazione dell’uomo e anche alle delusioni di innumerevoli contemporanei, è importante che il dialogo prosegua nella chiarezza e nel mutuo rispetto tra i discepoli di Cristo e i loro fratelli e sorelle di altre convinzioni» (Discorso al Simposio presinodale, 31 ottobre 1991). E ancora: «Il traguardo di un’autentica unità del continente europeo è ancora lontano. Non ci sarà l’unità dell’Europa fino a quando essa non si fonderà nell’unità dello spirito» (Omelia a Gniezno, 3 giugno 1997).

È dunque importante suscitare nei fedeli una profonda unità interiore di vita, convinzioni radicate, una coerenza tra fede pensata e fede vissuta e insieme una capacità di apertura, di dialogo, di valorizzazione dell’altro che permetta di guardare al futuro come a un futuro di pace e di collaborazione. Si pone dunque la domanda: come aiutare i nostri fedeli in questo cammino che appare sempre più arduo? Come educarli a vivere i loro valori e a esprimerli in maniera comprensibile ed efficace in un contesto così movimentato e difficile?

Il libro che educa
È in questo quadro che emerge il significato e l’importanza educativa della sacra Scrittura per il futuro del continente europeo. Una delle esperienze che maggiormente mi hanno accompagnato in questi anni non solo nei miei contatti con gli episcopati e le comunità cristiane europee ma anche nelle missioni pastorali svolte in tante altre parti del mondo è che la Bibbia può essere a buon diritto considerata come il grande libro educativo dell’umanità.

Lo è anzitutto come libro letterario, perché è un libro che crea un linguaggio comunicativo, narrativo e poetico di straordinaria efficacia e bellezza, un linguaggio che sta alla base di alcune almeno delle nostre lingue moderne europee, in particolare della lingua inglese e della lingua tedesca, nate insieme con le grandi traduzioni bibliche. Ma molte tracce dell’influsso del linguaggio biblico sono facilmente reperibili anche nella storia della nostra lingua italiana e di molte altre lingue parlate in Europa.

Ma la Bibbia è un grande libro educativo non solo come libro letterario, ma anche come libro sapienziale, che esprime la verità della condizione umana in una forma così efficace, così attraente, così incisiva che ogni persona umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche parte di essa. Ne ho fatto l’esperienza anche in questi decenni predicando sul testo biblico in tanti continenti e a tante culture diverse del nostro pianeta.

La Bibbia è inoltre un grande libro educativo anche come libro narrativo, perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità.

Ma la Bibbia è per i cristiani di tutte le confessioni un libro educativo in particolare perché libro dello Spirito Santo, che muove il cuore al vero e al bene, che descrive le condizioni del cammino umano verso l’autenticità intellettuale, morale e religiosa, che stimola ogni energia positiva e smaschera le trappole e gli infingimenti che ostacolano il raggiungimento della verità e della libertà della persona.

Essa è infine un grande libro educativo perché mette al centro Dio educatore, come ho cercato di descrivere in una delle mie lettere pastorali che porta appunto il titolo Dio educa il suo popolo (1987), dove richiamo le coordinate fondamentali del cammino che Dio ha fatto percorrere a Israele. Si tratta di un processo personale e insieme comunitario, graduale e progressivo, con momenti di rottura e salti di qualità, conflittuale, energico, progettuale e liberante, inserito nella storia, realizzato con l’aiuto di molteplici collaboratori, compiuto in maniera esemplare nella vita di Gesù, inserito nei cuori mediante l’azione dello Spirito Santo nell’uomo interiore (Programmi pastorali diocesani 1980-1990, EDB, Bologna 1990, 405-478). Questo processo è illuminante anche per ogni cammino educativo dei nostri tempi ed è capace di stimolare potentemente ogni attività di formazione non solo religiosa ma anche umana e civile, come pure una sana disponibilità al dialogo anche con altre culture e religioni.

Di qui nasce anche il mio auspicio per il futuro dell’Europa, auspicio che ho espresso nell’ultimo Sinodo europeo, che cioè la Bibbia divenga il libro del futuro dell’Europa e dell’intero pianeta.

Di fronte a Dio che parla
Ma come valorizzare in pratica questa potenza educativa della Bibbia e farla giungere alla gente semplice, alle grandi masse anche nelle nostre metropoli, aiutandole a superare le difficoltà sopra descritte della frammentazione della vita, delle convivenze dirompenti, delle difficoltà del dialogo interculturale e interreligioso?

Per quanto riguarda la mia esperienza pastorale, esprimo la seguente risposta: tra i mezzi che possono maggiormente aiutare i cristiani che vivono nel mondo contemporaneo a raggiungere quell’unità di vita e quella capacità di orientamento che è premessa a un vivere sociale costruttivo, v’è certamente l’esercizio paziente, metodico, tendenzialmente quotidiano della lectio divina.

Con il termine lectio divina intendo la capacità di mettersi di fronte una pagina della Scrittura per leggerla in spirito di fede e di preghiera, così da smascherare le insidie della mentalità contemporanea e giungere a leggere tutte le realtà secondo la mente e il cuore di Dio.

Mi rifaccio per questo all’ultimo capitolo (VI) della costituzione Dei Verbum del Vaticano II. In essa si raccomanda che tutti i fedeli abbiano accesso, anche diretto, alla sacra Scrittura; che la leggano frequentemente e volentieri; che imparino a pregare su di essa, per conoscere autenticamente Gesù Cristo.

Tale progetto è qualcosa di nuovo nella storia della Chiesa, perché suppone una situazione culturale non presente nei secoli precedenti. Anzitutto la capacità della massa della gente di leggere e di meditare; inoltre la disponibilità a essere educati a un esercizio personale di riflessione e di preghiera, al di là del semplice ascolto di una predica. Mentre in una condizione culturale più omogenea i segni del divino presenti nell’ambiente quotidiano insieme con la predicazione e la catechesi domenicale potevano apparire sufficienti per la formazione di cristiani adulti, oggi non è più così. Non a caso dunque il Concilio ha proposto la lectio divina tendenzialmente per tutti, almeno come meta pastorale da raggiungere.

Non entro nella metodologia della lectio, che è stata approfondita in questi anni e che supera l’ambito della mia esposizione. Mi preme tuttavia insistere sul fatto che non è lectio divina il solo prendere ogni tanto in mano, da soli o in piccoli gruppi, qualche pagina della Bibbia. La lectio è un esercizio ordinato, metodico, non casuale, fatto in un clima di silenzio di preghiera, con una lettura idealmente continua di tutta la Bibbia, secondo il modello che la liturgia ci propone nel triplice ciclo delle letture domenicali e nel duplice ciclo delle letture feriali. La lectio è dunque un atto che si compie nella Chiesa e in comunione con una Chiesa, ma con un’attivazione della soggettività orante e intelligente di ciascuno.

Essa non sostituisce né la catechesi né altre iniziative di insegnamento e di aggiornamento culturale che aiutano un cristiano a divenire adulto nella fede. Tuttavia la lectio fa qualcosa che i discorsi, le prediche le catechesi non possono sempre fare: pone cioè ciascuno con la sua coscienza e responsabilità di fronte a Dio che parla, che invita, che chiama, che consola o rimprovera, il tutto in un’atmosfera di preghiera e di dialogo, di umile richiesta di perdono, di domanda di luce, con la disposizione a lasciarci guidare dallo Spirito Santo per realizzare l’offerta della propria vita.

Voglio sottolineare che la lectio divina, così vissuta, propizia quella unità interiore, quella profondità di convinzioni, quella coerenza pratica di vita che contrasta con le forze di frammentazione operanti nella moderna società. È davvero un rimedio divino provvidenziale per il nostro tempo.

Le indicazioni del Vaticano II sull’accesso diretto alla Bibbia da parte dei fedeli non devono dunque essere disattese. Nel mondo occidentale ci troviamo in un contesto pubblico che prescinde da Dio, in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita della società. Siamo minacciati da un’aridità interiore che rischia di soffocare le coscienze, di non lasciar più emergere nell’esperienza quotidiana il senso e il gusto del Dio vivente. Solo se alimentiamo la nostra fede con un contatto personale con la Parola, riusciremo a passare indenni attraverso il deserto spirituale della società contemporanea. Come si esprime Giovanni Paolo II, «più che mai l’Europa ha bisogno di ritrovare la sua identità spirituale, incomprensibile senza il cristianesimo (…) La ricostruzione dell’Europa esige dunque anzitutto questo sforzo per renderla nuovamente cosciente della sua identità tutta intera, della sua anima» (Discorso al Simposio sulla pastorale familiare in Europa, 26 novembre 1982).

Sono persuaso che il principio della lectio divina può ispirare tutta un’azione e un programma pastorale nelle grandi metropoli europee. Ci sono oggi molte premesse culturali e spirituali che possono far diventare la lectio parte di un programma organico. Essa può essere il luogo che suscita e vivifica iniziative valide per il cammino di una comunità cristiana.

Un atteggiamento dialogante
Vorrei da ultimo ancora ricordare l’importanza della familiarità dei cristiani con la Scrittura per affrontare il dialogo interreligioso e interculturale. Tutta la Scrittura è pervasa da questo dialogo, perché essa racconta la storia del popolo di Dio che è entrato via via in contatto con nuove culture e correnti di pensiero e in parte le ha assorbite, in parte ha operato su di esse un discernimento illuminante.

Un atteggiamento dialogante, rispettoso e insieme cosciente dei propri valori e delle proprie certezze è dunque quell’atteggiamento che la Scrittura promuove e che è tanto necessario per un dialogo fruttuoso in Europa con le altre religioni e con le altre culture. Vorrei anche sottolineare come, per esperienza personale, anche il dialogo con i non credenti, che ho proposto in questi anni a Milano con la cosiddetta «Cattedra dei non credenti» ci ha fatto comprendere che il terreno della Bibbia è quello di più facile confronto anche con coloro che non credono in Dio o che sono in qualche modo in ricerca.

Ritengo dunque che la sacra Scrittura sia davvero il libro del futuro dell’Europa. Se vogliamo costruire un’unità di popoli cosciente dei propri valori e capace di promuovere dialogo, giustizia e pace nel mondo intero possiamo con sicurezza rifarci a quel libro che rappresenta tanta parte nella storia dei popoli europei, a partire da quel momento in cui Paolo accolse la richiesta di aiuto del Macedone e venne in Europa a portare il messaggio del Vangelo.

Concluderò perciò con le parole del mio grande predecessore e vescovo europeo s. Ambrogio, che parlando della fortuna e della prosperità di una città, che le è assicurata anzitutto da una moltitudine di uomini giusti («Quam beata civitas, quae plurimos iustos habet!»), afferma: «Come dunque tutta la città è consolidata e resa più prospera dalla presenza di persone sagge o è rovinata dalla loro scomparsa, così un discorso austero e pieno di senile prudenza è in grado di rendere salda l’anima e ferma la mente di ciascuno. Se riusciamo inoltre a utilizzare copiosamente la lettura dei testi sacri, vero e proprio senato di numerosi insegnamenti e di buoni consigli, essa rende addirittura perpetua la stabilità di quella città che è nel cuore di ciascuno» (De Cain et Abel, II,3,12).

Lectio magistralis tenuta da S. Em. card. il Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 11 aprile 2002.

I molteplici impegni pastorali e soprattutto la mancanza di competenza non mi hanno permesso di preparare adeguatamente quella che a questo punto è descritta come lectio magistralis o lectio cathedrae magistralis. Chiedo per questo la vostra comprensione.

Mi pare importante tuttavia dire qualche parola sia per esprimere un sincero grazie alla Facoltà e all'Università per la concessione di questa laurea, sia per esprimere qualche mia riflessione su tre temi: anzitutto sulla relazione tra questa laurea honoris causa e le mie lauree precedenti; in secondo luogo su quello che si potrebbe chiamare il “principio biblico dell’educazione”, cioè il rapporto tra educazione e Scrittura sacra; in terzo luogo sui presupposti antropologici connessi col valore educativo della sacra Scrittura.

In primo luogo vorrei dire che l’onore che mi viene fatto della concessione di una laurea in Scienze dell'educazione mi fa pensare alle due lauree precedenti, ottenute ormai molti anni fa, la prima in teologia fondamentale e la seconda in scienze bibliche.

Personalmente ho sempre preferito queste lauree che chiamerei “laboris causa” a quelle “honoris causa, e per questo motivo in tutti questi anni non ho mai voluto accettare questo tipo di distinzione, che pure mi è stato proposto da numerose università europee e americane. Vi si aggiunge anche il fatto che non potevo programmare viaggi e cerimonie e soggiorni all’estero incompatibili con i doveri pastorali incombenti.

Ho fatto però una eccezione quando ho accettato una laurea honoris causa dalla Pontificia Università Salesiana di Roma a motivo della ricorrenza dell’anno centenario della morte di San Giovanni Bosco (1888). Intendevo con quel gesto dare rilievo al legame assai stretto tra San Giovanni Bosco e gli arcivescovi miei predecessori come pure tra i figli di San Giovanni Bosco e l'arcidiocesi di Milano.

Anche oggi c'è un motivo di particolare gratitudine che mi ha spinto ad accettare, in questo ultimo scorcio del mio ministero a Milano, questo prestigioso riconoscimento da parte dell'Università Cattolica. Sento infatti una grande riconoscenza per questa istituzione, per questa università che tanto ha fatto e fa per la Chiesa italiana e per Milano. [N.d.R. Sono stati omessi, a questo punto, per una maggiore fruibilità del testo i ringraziamenti particolari alle diverse personalità dell’Università ed alla facoltà di Scienze dell’Educazione in particolare]

I.
Ma qui si collega la prima delle tre cose che vorrei dire in questo momento di riflessione. Come ho sopra ricordato, questa laurea honoris causa mi ha fatto pensare alle lauree precedenti che ho acquistato con fatica (“laboris causa”) sotto la guida dei professori della Pontificia Università Gregoriana e del Pontificio Istituto Biblico.

La prima di queste due lauree, pubblicata nel 1959 col titolo "Il problema storico della Risurrezione negli studi recenti", era ancora tributaria di un approccio puramente storicistico e che chiamerei in qualche modo “quantitativo”. Pensavo che con la semplice e diligente accumulazione del materiale (vi esaminavo oltre 400 lavori esegetici e critici degli ultimi anni) e con lo sforzo di darvi un ordine e di cercarvi delle priorità avrei fatto anche emergere una qualche ulteriore comprensione del problema. Ma alla fine di tanta fatica mi accorsi che questo procedimento è molto lungo e fa masticare molta sabbia.

Questo procedere per accumulazione di dati mi pare ancora oggi molto comune in tanti articoli, tesi e studi. Mi punge il timore che, con la facilità dell'uso del computer e di tanti dati facilmente disponibili da internet e da molteplici serbatoi di informazioni, sia purtroppo possibile ai giorni nostri moltiplicare volumi e studi con voluminoso contenuto e con poca sostanza.

Per la seconda laurea, quella elaborata presso il Pontificio Istituto Biblico, che fu pubblicata nel 1966 sotto il titolo “Il problema della recensionalità del codice B alla luce del papiro Bodmer XIV” le cose sono andate diversamente. Sono partito da una prima rapida ricognizione dei dati che ha generato una certa “intuizione” ossia una percezione di alcune relazioni significative tra i dati capace di rispondere a domande significative.

È giusto anche che riconosca che questa prima intuizione mi era stata suggerita da un grande esegeta protestante tedesco, il professor Ernst Haenchen, nel momento in cui prendevo il caffè nel giardino di casa sua, mentre passavo un semestre di ricerca sulla critica testuale presso l'Istituto di critica testuale dell'Università di Muenster.

Stavo iniziando in quel tempo una ricerca per una tesi sulle citazioni dei vangeli in san Giustino martire, ma l'intuizione segnalatami tra un sorso e l'altro di caffè dal professor Haenchen mi colpì profondamente. Essa toccava un tema di grande rilievo, sul quale si era praticamente stabilito un consenso tra gli studiosi, cioè il fatto che il codice greco Vaticano 1209, il più antico testo conosciuto contenente pressoché l'intera Bibbia, fosse stato sottoposto a una revisione dotta, per quanto riguarda la grammatica e l’ortografia e anche qualche aspetto del testo, dalla scuola alessandrina verso l’inizio del secolo IV. Il suggerimento del professore Haenchen, che il papiro Bodmer XIV, di due secoli più antico, da poco pubblicato e contenente il testo di Luca, potesse mettere in forse questa tesi, diventò il nucleo centrale della mia nuova ricerca.

Mi misi allora ad elaborare le condizioni di verifica di quella intuizione, cercando poi di perseguirle ad una ad una nell'esame comparativo del testo del codice B con quello del papiro. Vi risparmio i dettagli di questa ricerca, minuziosa ma affascinante, simile a quella di un detective alla ricerca delle tracce di un delitto o a quella di un cacciatore sulle piste della selvaggina vagante nel bosco. Mi basti dire che a un certo punto, mediante una somma impressionante di indizi positivi convergenti, l'intuizione iniziale si trasformava in giudizio, prima probabile poi praticamente certo, e questo giudizio gettava una luce inedita, difforme dai criteri fino ad allora recepiti, sulla storia della tradizione manoscritta del testo greco del Nuovo Testamento.

Da una semplice intuizione, nata da una prima indagine sul materiale a disposizione e verificata con canoni precisi, nasceva quindi una teoria che veniva ad arricchire la storia del testo biblico. Mi sono permesso di raccontare brevemente questa vicenda perché essa è stata per me doppiamente importante. Importante per il risultato in sé, che apre una linea di ricerca che intendo riprendere e continuare nel tempo che mi rimarrà dopo il termine del mio servizio pastorale a Milano.

Ma importante soprattutto perché apriva la porta all'appropriazione del dinamismo sottostante a tale un metodo di indagine, appropriazione che ogni attento ricercatore è in grado di fare quando, in un momento di epoché, distaccandosi dall’oggetto immediato della sua attenzione, riflette sul perché e sul come dei percorsi operativi che lo hanno portato a certi risultati. Egli scopre allora che al processo di invenzione e verifica, esaminato attentamente in se stesso e nei suoi dinamismi costanti, è sotteso un procedimento generale del conoscere umano che si ritrova in maniera invariante in ogni atto serio di analisi dei dati, di comprensione e di giudizio. Prendiamo così coscienza di che cosa voglia dire per la mente umana conoscere qualcosa in maniera certa e o almeno seriamente probabile, superando lo stadio del semplice esame dei dati, dell’elenco ordinato degli oggetti che ci stanno davanti, e giungendo a ipotesi e conclusioni scientifiche che, pur aprendo lo spazio ad ulteriori ricerche, rimangono acquisite per ogni cammino futuro.

Ho poi trovato in alcuni filosofi contemporanei, in particolare nella teoria della conoscenza del gesuita canadese Bernard Lonergan, una elaborazione metodologica di questa intuizione. Essa permette di farsi un quadro unitario del processo del conoscere umano, quadro applicabile a tutto l'ambito della ricerca scientifica, da quella storica a quella matematica, fisica e biologica e anche filosofica e teologica. Ne deriva una metodologia generale del conoscere che viene incontro all’ansia di verità presente in ogni soggetto pensante e può aiutare a rispondere anche a quella ardua domanda lanciata già scetticamente da Pilato a Gesù: che cosa è la verità (cfr Gv 18,38)?

II.
È in questo quadro che emerge il significato e l'importanza educativa della Sacra Scrittura, che costituisce il secondo punto della mia riflessione, e che ha connessione più diretta col conferimento di questa laurea e con le motivazioni che con tanta benevolenza sono state proposte dal preside della Facoltà.

Infatti uno dei grandi principi che mi hanno sempre guidato e che ho tenuto presente nel servizio pastorale di questi anni a Milano è che la Bibbia va considerata come il grande libro educativo dell'umanità.

Lo è anzitutto come libro letterario, perché è un libro che crea un linguaggio comunicativo, narrativo e poetico di straordinaria efficacia e bellezza, un linguaggio che sta alla base di alcune delle nostre lingue moderne europee, in particolare della lingua inglese e della lingua tedesca, nate insieme con le grandi traduzioni bibliche. Ma penso che tracce dell’influsso del linguaggio biblico sono facilmente reperibili anche nella storia della nostra lingua.

Ma la Bibbia è un grande libro educativo non solo come libro letterario, ma anche come libro sapienziale, che esprime la condizione umana della sua verità in una forma così efficace, così attraente così incisiva che ogni persona umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche parte di essa. Ne ho fatto l'esperienza anche in questi decenni predicando sul testo biblico in tanti continenti e a tante culture diverse del nostro pianeta.

La Bibbia è inoltre un grande libro educativo anche come libro storico, perché descrive le vicende di un popolo dell'ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l'intera storia dell'umanità.

Ma la Bibbia è per noi credenti un libro educativo in particolare perché libro dello Spirito santo, che muove il cuore al vero e al bene, che descrive le condizioni dell'autenticità profonda nel cammino umano, che stimola ogni energia positiva e smaschera le trappole e gli infingimenti che ostacolano il cammino della santità cristiana.

Esso è infine un grande libro educativo perché mette al centro Dio educatore, come ho cercato di descrivere in una delle mie lettere pastorali che porta appunto il titolo "Dio educa il suo popolo" (1987), dove richiamo le coordinate fondamentali del cammino che Dio ha fatto percorrere ai suoi figli. Si tratta di un processo personale e insieme comunitario, graduale e progressivo, con momenti di rottura e salti di qualità, conflittuale, energico, progettuale e liberante, inserito nella storia, realizzato con l’aiuto di molteplici collaboratori, compiuto in maniera esemplare nella vita di Gesù, inserito nei cuori mediante l’azione dello Spirito santo nell’uomo interiore (Programmi pastorali diocesani 1980-1990, Bologna 1990, p. 417). Questo processo è illuminante anche per ogni nostro cammino educativo.

Sento dunque che il riconoscimento che mi viene concesso attraverso questa laurea è anzitutto un riconoscimento del valore educativo della Bibbia, a cui ho sempre profondamente creduto, cercando con ogni sforzo di mettere in pratica il progetto, contenuto nel capitolo sesto della costituzione Dei Verbum del Vaticano II, di educare cioè tutto il popolo cristiano a familiarizzarsi con la Scrittura e a imparare a pregare a partire da essa, intento che considero come il fondamentale progetto pastorale del mio episcopato.

Di qui nasce anche un auspicio per il futuro dell'Europa, auspicio che ho espresso anche in un Sinodo europeo, che cioè la Bibbia divenga il libro del futuro dell'Europa e dell'intero pianeta.

III.
Vorrei sottolineare in terzo e ultimo luogo che insieme con il valore educativo della Bibbia ho sempre ritenuto importanti alcune condizioni culturali previe, concomitanti o conseguenti alla lettura della Bibbia, in particolare quelle che il già citato filosofo Bernard Lonergan chiama le tre conversioni, cioè la conversione morale, la conversione religiosa e la conversione intellettuale.

Vorrei con questo sottolineare il fatto che non è vera lettura della Bibbia quella che non cambia in qualche modo il cuore e la mente, che lascia l’uomo così come è, che non lo scuote. Segno di una vera lettura è un qualche passo nel superamento di sé.

Un primo superamento, previo, concomitante e conseguente all'accostamento della Scrittura è infatti anzitutto quella conversione morale che consiste nel riconoscere e vivere sempre più coerentemente il primato del bene, la gratuità con cui il bene va fatto per se stesso, l’andar oltre ad ogni calcolo o tornaconto o interesse proprio nel definire ciò che è valore autentico.

Grazie a tale conversione ci si libera da ciò che è inautentico. Le soddisfazioni dannose, pericolose, fuorvianti, sono messe da parte. La paura del disagio, della sofferenza, della privazione hanno minor potenza di far deflettere qualcuno dal proprio corso. Si colgono valori là dove prima non erano avvertiti. La scale di preferenza cambiano (cfr. B. Lonergan, Metodo in Teologia, 1975, p.73).

Alla conversione morale si collega la conversione religiosa, che significa semplicemente che il soggetto riconosce sempre più e più profondamente il primato del Divino, la preminenza dell’innamoramento di Dio rispetto ad ogni altro affetto umano, l'incomparabilità di Dio con ogni altra realtà o valore. È l’attuazione abituale (spesso raggiunta in un faticoso processo dialettico) della capacità che l’uomo ha di autotrascendenza (cfr. B. Lonergan, Metodo in Teologia, 1975, pag. 302) ed è in ultima analisi il frutto del dono che Dio ci fa della sua grazia (cfr Rom 5,6: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato”).

Ma qui intendo sottolineare soprattutto il significato di quella che Lonergan chiama la conversione intellettuale, cioè la persuasione, molto meno comune di quanto non si pensi, che il conoscere non è identificato col vedere, col venire in contatto con qualcosa al di fuori di noi, ma che è un processo soprattutto interiore, perché la verità sta nell’intimo. E la verità emerge al termine di un processo di autotrascendenza che comprende lo sperimentare, il capire, il valutare e il giudicare e può assumere come criterio anche il credere. La conversione intellettuale comporta quindi quella percezione, già messa in luce da San Paolo, che le cose invisibili valgono più delle cose visibili (“perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2 Cor 4,18).

La “conversione intellettuale” conduce quindi a riconoscere il valore sommo dell'interiorità, di quell'uomo interiore di cui parla la lettera agli Efesini al capitolo III: chiedo al Padre che siate “potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore” (Ef 3,16).

Di qui nasce la percezione dell'importanza di quella “buona soggettività” che invece viene spesso confusa con un individualismo atomizzante, giustamente rimproverato alla società contemporanea. Si tratta invece di cogliere il valore del soggetto inteso non solo come persona che conosce, che vuole e che ama, ma come persona che è presente a se stessa come conoscente e come amante. Si tratta in altre parole di sottolineare l’importanza e il primato della coscienza intesa nel suo senso più ampio e profondo.

Di qui l'importanza dell’autoappropriazione dei propri procedimenti consci, cioè del prendere coscienza dei processi mediante il quale si giunge a conoscere, a volere, ad amare.

Si raggiunge così a quella percezione unitaria del processo cumulativo e progressivo del conoscere umano, che comprende l'esperienza e la raccolta dei dati, l’intuizione del principio che permette di comprenderli rispondendo a domande di senso, e infine la verifica attraverso criteri che abilitino a giungere a un giudizio ponderato, principio di azione responsabile e di dedizione coraggiosa.

Il soggetto umano viene perciò considerato come in crescita continua, in un processo di più cosciente percezione della propria interiorità e della sua capacità di autoverifica e di autocorrezione, e perciò in una crescita di responsabilità e di autenticità.

Se ne deduce il valore primordiale dell'esperienza, sia dell'esperienza umana come dell'esperienza della grazia e nello stesso tempo il dinamismo che dall’esperienza porta alla comprensione, alla verifica e al sorgere di certezze operative. E che cosa è l’educazione se non l’aiutare a prendere coscienza di questo interiore e sorprendente dinamismo che invita al continuo superamento di sé nella conoscenza e nell’amore?

L'autorità risulta allora servizio a questa crescita dell'autenticità, e la vera paternità non è quella che predispone per l’educando un cammino predeterminato, ma quella che stimola la crescita della coscienza e della responsabilità del soggetto, proprio come ha fatto Dio educatore nel lungo cammino che ha portato il suo popolo a prendere coscienza della propria dignità di figlio e ad agire con quella benevolenza, perfezione e misericordia che è propria del Padre che è nei cieli (cfr Mt 6,48 e Lc 6,36). Benevolenza e misericordia nelle quali soltanto sta il segreto di quella pace che in questi giorni invochiamo con lacrime e angoscia per i popoli della terra del Signore!

Ho esposto qui molto sommariamente alcune delle cose più che mi sono state a cuore in questi anni e che questo conferimento di una laurea mi ha permesso di sintetizzare, per rendere grazie a Dio e a tutti coloro che sono stati strumenti di Dio per me e compagni di cammino.

Concluderò invitando ciascuno a fare esperienza di quelle parole con cui Paolo ricorda a Timoteo che “tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” ( 2 Tim 3,16).

Auspico che questo insegnamento rimanga come frutto anche di questa cerimonia. Se sarà così, non si sarà soltanto trattato di una cerimonia esteriore, ma di un seme destinato a dare frutto a suo tempo.

Perché la Bibbia è il libro del futuro dell’Europa? Relazione del cardinal Carlo Maria Martini, tenuta a Cesano Boscone

Relazione del cardinal Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, tenuta a
Cesano Boscone, presso il Cinema Teatro Cristallo, il 9/5/2004.

Sono lieto di incontrarvi e un cumulo di ricordi mi assale in questo momento. Saluto tutti cordialmente e ringrazio il vostro parroco per il suo invito. In realtà sono qui un po' contro i miei propositi. Infatti dopo avere concluso il mio servizio episcopale a Milano mi sono trasferito a Gerusalemme, dove vivo buona parte dell'anno, col proposito di dedicarmi soprattutto alla preghiera di intercessione e allo studio e quindi di non fare più conferenze pubbliche. E tuttavia quest’oggi sono qui perché non ho saputo dire di no. Ma sono qui anche perché attratto dal tema che mi è stato proposto, cioè la Bibbia come libro del futuro dell'Europa. Si tratta, infatti, di un’affermazione che io stesso ho fatto nell'ultimo Simposio dei Vescovi europei, nel 2001, e di cui dunque mi sento un po' responsabile. Ed è giusto che abbia l’occasione di tentare di giustificarla.

In questi giorni poi, con l'adesione di dieci nuovi paesi all'Unione europea, è riapparso all’orizzonte un po' di "euroottimismo", dopo l'euroscetticismo degli ultimi anni. E in questa occasione il Papa ha ribadito ancora una volta che l'Europa deve ritrovare le sue radici cristiane se vuole veramente poter guardare al proprio futuro. Cito alcune sue parole dell’Angelus del 2 Maggio scorso: ”L'anima dell'Europa resta anche oggi unita, perché fa riferimento a comuni valori umani e cristiani. La storia della formazione delle Nazioni europee cammina di pari passo con l’evangelizzazione... La linfa vitale del Vangelo può assicurare all’Europa uno sviluppo coerente con la sua identità, nella libertà e nella solidarietà, nella giustizia e nella pace. Solo un Europa che non rimuova, ma riscopra le proprie radici cristiane potrà essere all’altezza delle grandi sfide del terzo millennio: la pace, il dialogo tra le culture e le religioni, la salvaguardia del creato". Ora queste radici cristiane e questi valori sono espressi in maniera privilegiata nei libri delle Sacre Scritture. La Bibbia è quindi il libro delle radici europee e sarà anche il libro del suo futuro.

Su questo tema vorrei brevemente trattenermi con voi.

Ma prima di entrare nell'argomento vorrei precisare meglio il contesto sociale e politico nel quale propongo queste riflessioni. Infatti, noi non interroghiamo mai la Scrittura astrattamente, nel vuoto, ma sempre a partire da domande, preoccupazioni, sollecitazioni, sofferenze che stiamo vivendo.

Un primo elemento di tale contesto è anzitutto, come ho ricordato, la accessione di dieci nuovi paesi all'Unione Europea, cioè il divenire di un'Europa sempre più grande e più forte, quindi sempre più responsabile rispetto alla pace mondiale. Ma tutto questo avviene in una situazione di sofferenza e di pericolo, di crescenti paure per il moltiplicarsi di atti di terrorismo a livello internazionale. Il terrorismo non colpisce ormai più soltanto alcuni luoghi precisi, come la terra d'Israele, nella quale vivo, o l'Iraq, ma è capace di colpire in qualunque luogo e in qualunque momento, come lo ha mostrato il terribile attentato di Madrid.

E tutto questo in un quadro internazionale nel quale emergono nuove situazioni di incertezza e drammatiche sfide, che potrebbero essere riassunte in tre interrogativi:

1. La Chiesa è ancora capace di incidere sull'uomo d'oggi? Che cosa dice lo Spirito alle nostre Chiese sulla capacità del cristianesimo di essere ancora lievito e fermento delle nostre società, anzitutto della società europea e della nuova Europa che sta nascendo?

2. Riusciremo in questo nostro mondo (e qui l'orizzonte si allarga al mondo intero) a coabitare insieme come diversi, senza distruggerci a vicenda, senza ghettizzarci a vicenda, e senza neppure solo tollerarci a vicenda? Sarebbe già un buon risultato, però non basta. Dobbiamo imparare a rispettarci gli uni gli altri (“io stimo i tuoi valori e tu stimi i miei”). Ma anche questo non basta. Dobbiamo divenire gli uni verso gli altri fermento di autenticità e di ricerca della verità, in spirito di comprensione e di cordiale amicizia. Non parlo di proselitismo: “tu devi credere ciò che credo io”; ma: “tu devi seguire la tua coscienza fino in fondo e devi aiutare me a seguire la mia coscienza fino in fondo”. Riusciremo a farlo? Gli eventi che stiamo vivendo in questi tempi a Gerusalemme, come pure in Irak, ci dicono della enorme difficoltà di questa sfida. Non siamo capaci a coabitatare insieme come diversi, tanto meno a vivere una convivialità reale.

3. Riusciremo a superare gli impasses e i blocchi e le tensioni che il moltiplicarsi dei conflitti di interesse tra i grandi possessori dei media, la politica e la finanza internazionale stanno producendo nel mondo? Non è solo questione di una giustizia sociale statica, di venire incontro cioè ai poveri della terra, che sarebbe già un grande traguardo, ma insufficiente da solo. Si tratta di un modo di vivere e di collaborare insieme a livello planetario che promuova gli interessi del bene comune mondiale e che sembra sempre più difficile in un intrico di interessi privati di nazioni e di gruppi, anche economici. Come scrive un illustre economista contemporaneo, G. Rossi, nel suo libro Il conflitto epidemico, Milano 2003, p.142, "la società internazionale e i suoi mercati, colpiti da una crisi estremamente drammatica, sembrano essere divenuti ostaggi di meccanismi sottratti ad ogni controllo e che potrebbero portarli, di qui a poco, a un'implosione senza precedenti. In questo quadro ogni rimedio che si volesse applicare, anche il ritorno a qualche forma di regolamentazione etica, appare al massimo un palliativo o un pio desiderio".

Non intendo ovviamente in questa conversazione dare risposte a queste domande. Ma esse e altri interrogativi simili determinano il contesto nel quale ascoltiamo la Parola di Dio e ci chiediamo quale sia il significato della Bibbia per il futuro dell'Europa.

Su questo tema mi esprimerò con quattro tesi successive.

1. Occorre anzitutto richiamare il fatto storico indubitabile che la Bibbia non è soltanto il libro che riporta le tradizioni del popolo ebraico e quelle delle origini del cristianesimo, ma è anche libro del passato dell'intera storia europea, come hanno riconosciuto tutti i grandi spiriti europei.

Infatti, come già affermava Goethe "la lingua materna dell'Europa è il cristianesimo" e anche il filosofo Kant era convinto che "il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà". Un altro filosofo celebre, Nìetzsche, affermava che "per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca. Fra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e Petrarca c'è la stessa differenza che esiste fra la patria e la terra straniera". Il poeta francese Paul Claudel parla della Bibbia come del "grande lessico" da cui hanno attinto le letterature europee, mentre il pittore Max Chagalle era convinto che per molti secoli i grandi pittori si sono ispirati a quell' "alfabeto colorato della speranza" che sono le Sacre Scritture. Senza la conoscenza delle Scritture è infatti impossibile decifrare il senso dell'arte europea medievale e moderna. Ricordo di aver ascoltato la testimonianza di un giovane nato degli Stati Uniti da genitori giapponesi che non sapeva nulla del cristianesimo. Giunto in Italia per i suoi studi artistici cominciò a meravigliarsi delle scene che vedeva dipinte dei grandi affreschi di Firenze e volle sapere la storia che esse narravano. Fu così che conobbe il cristianesimo e alla fine chiese il battesimo per essere così unito a quel Gesù crocifisso risorto che aveva imparato a conoscere nei grandi dipinti della cultura italiana.

2. La Bibbia è dunque libro del passato dell'Europa, ma è anche il libro del nostro presente. E qui vorrei ricordare quanto ho detto innumerevoli volte nella mia esperienza di 22 anni come arcivescovo di questa grande diocesi ambrosiana. Ho cercato di richiamare in tutti i modi e in tutte le forme possibili quella grande proposta pastorale del concilio Vaticano II, che cioè la Bibbia deve ridivenire familiare al popolo cristiano ed essere punto di riferimento della sua preghiera e della sua vita. Per questo ho citato tante volte le parole della costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II (1965) che dice: "Parimenti il santo Concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo con la frequente lettura delle divine Scritture... Si ricordino che la lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo" (Dei Verbum n. 25).

Questa esortazione è stata autorevolmente ripresa da Giovanni Paolo II nella sua lettera programmatica per il terzo millennio Novo millennio ineunte: "È necessario, in particolare che l'ascolto della parola divenga un incontro vitale, che permetta di attingere dal testo biblico la parola vivente che interpella, orienta e plasma l'esistenza " (n. 39).

E i vescovi italiani nel loro documento programmatico per questo decennio affermano: "Solo il continuo e rinnovato l'ascolto del Verbo della vita, solo la contemplazione costante del suo volto permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere chi è il Dio vivo è vero, ma anche chi è l'uomo " (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 10).

L'esperienza mi ha insegnato che tante persone, anche poco credenti o poco praticanti, sono state scosse da questo linguaggio e hanno trovato e trovano delle pagine della Sacra Scrittura la luce per il proprio vivere quotidiano e la forza per superare le difficoltà. Non mi dilungo su questo tema perché dovrei richiamare tanti avvenimenti e tante cose dette nel corso del mio episcopato e specialmente nelle lettere pastorali, a partire dalla prima lettera sulla Dimensione contemplativa della vita e dalla seconda lettera pastorale sul primato della Parola, In Principio la Parola. Ho richiamato brevemente queste cose perché sono come il punto di partenza per il tema più specifico della mia conversazione, cioè la Bibbia come libro non solo del passato e del presente, ma anche del futuro dell'Europa.

3. La Bibbia è anzitutto il libro del futuro dell'Europa perché nelle sue pagine noi riconosceremo sempre di più le nostre radici e potremo trovare in essa le motivazioni per camminare insieme come grande popolo europeo.

Infatti, in vista dei problemi che abbiamo evocato all'inizio di questa conversazione, sarà sempre più necessario che vi siano in Europa uomini e donne che rendano testimonianza della necessità della gratuità, del dono di sé, del servizio fatto senza interesse proprio, dell'amore al bene comune al di là del bene dei singoli e dei gruppi, della necessità del perdono concesso prima ancora che sia accolto.

È infatti su questi pilastri che riposa una società giusta, capace di aiutare i più deboli, una società che rende possibile relazioni di amicizia vera che vadano al di là delle relazioni in cui giocano soltanto l'interesse e il calcolo: una società che possa vincere l'inimicizia, superare il male col bene e cercare ogni giorno di costruire la pace. Essa sarà certamente una pace sempre fragile e sempre da riprendere, da rimettere in cantiere, ma è la sola pace possibile in questo mondo a livello sociale e politico. E l'Europa, che ha lasciato dietro di sé le guerre dei secoli passati e ha imparato a conoscerne la forza distruttiva, l'inutilità e l’assurda violenza, può e deve essere per gli altri continenti promotrice e garante di pace.

In altre parole, sarà sempre di più necessario dire verità forti e sincere sull'uomo, sulla sua vita e sul suo destino, partendo dalle parole della Bibbia che derivano dalla stessa verità di Dio. Sarà necessario dire Dio all'uomo contemporaneo con un linguaggio chiaro e comprensibile, che esprima e la sua trascendenza, e il suo amore per l'umanità e il bisogno dell'uomo di ogni tempo di riposare in Lui. La Bibbia contiene queste parole.

E la Bibbia le contiene in un tessuto di grande umanità, con un vivo senso della fragilità e della debolezza dei figli di Adamo, con una profonda conoscenza del mistero di odio che infesta il mondo, in un contesto di forti emozioni e di tenaci affetti. La Bibbia non è un libro calato dal cielo: è un libro in cui ciascuno può specchiarsi e ritrovarsi, in cui vi sono pagine per tutte le situazioni di sofferenza e di gioia per cui passa ogni creatura umana. Per questo è un libro che parlerà anche alle future generazioni.

4. Ma perché la Bibbia possa essere efficacemente il libro del futuro dell'Europa è necessario tener presenti un certo numero di condizioni e che qui vorrei brevemente ricordare.

4.1 Anzitutto si pone in Europa il dovere di una collaborazione ecumenica, fraterna e convinta, tra tutte le confessioni cristiane. Il futuro dell'Europa è strettamente legato alla testimonianza di unità che sapranno dare i discepoli di Cristo. Papa Paolo VI, scrivendo al Patriarca Ecumenico Atenagora il 13 gennaio 1970, formulava quest'augurio: "Possa lo Spirito Santo guidarci nella via della riconciliazione, affinché l'unione delle nostre chiese divenga un segno sempre più luminoso di speranza e di conforto nel seno dell'umanità intera". Ora, questo cammino inevitabile di unità tra le chiese in Europa si farà a partire dalla Scrittura e mediante una conoscenza sempre più profonda di essa. La Bibbia fornirà il terreno comune sul quale potremo ritrovare i valori che ci uniscono come chiese cristiane e che ci impongono di lavorare insieme per il futuro del nostro continente e del mondo intero.

4.2 Per il futuro dell'Europa sarà pure necessario prendere sempre più viva coscienza del rapporto che lega le chiese cristiane al popolo ebraico e del ruolo singolare di Israele nella storia di salvezza, storia che riguarda tutte le nazioni. L'Europa è stata la terra nella quale si è consumata la più terribile persecuzione contro il popolo ebraico e il tentativo di distruggerlo, con gli orrori della Shoà e dei campi di sterminio. L'Europa del futuro dovrà essere contrassegnata da una amicizia sempre più profonda per il popolo ebraico, riconoscendo le radici comuni che esistono tra il cristianesimo e l'ebraismo. Il dialogo col giudaismo sarà dunque di importanza fondamentale per la coscienza cristiana e anche per il superamento delle divisioni tra le chiese. Come dice il documento dell'ultimo Sinodo europeo, bisognerà ricordarsi sempre "della parte che i figli della Chiesa hanno potuto avere nella nascita e nella diffusione di un atteggiamento antisemita nella storia e di ciò si chieda perdono a Dio, favorendo in ogni modo incontri di riconciliazione e di amicizia con i figli di Israele" (Ecclesia in Europa n.56 ).

E questo soprattutto di un momento come il nostro in cui sembra crescere nel mondo lo spirito antisemita e in cui il popolo di Israele sta vivendo un momento particolarmente drammatico della sua storia. Il conflitto che contrappone ebrei e palestinesi non potrà essere superato se non con l'aiuto e attraverso l'assunzione di responsabilità da parte di tutte le grandi nazioni, e in particolare dell'Unione Europea. Ma per questo l'Unione Europea dovrà ritrovare le sue radici bibliche che la legano indissolubilmente con il popolo ebraico.

E poiché vivo ormai gran parte del mio tempo nella città di Gerusalemme, non posso non sottolineare il ruolo che per il futuro dell'Europa ha e avrà questa straordinaria città. La novità che Dio prepara per il mondo intero è quella di uscire dalla condizione di lacrime, di lutto, di afflizione e di morte, per aprirsi alla Gerusalemme nuova. Non è indifferente per la costruzione della città dell'uomo che la Bibbia, e in particolare il libro dell'Apocalisse utilizzi, per definire il futuro dell'umanità, l'icona di Gerusalemme. È vero che è un'immagine che parla di una realtà escatologica, cioè che tocca le cose ultime, che vanno al di là di ciò che l'uomo può compiere con le sue forze. Questa Gerusalemme celeste è un dono di Dio riserbato per la fine dei tempi.

Ma non è un'utopia. È una realtà che può cominciare ad essere presente fin da ora, e che non può prescindere dai problemi e dalle speranze della Gerusalemme di oggi. In ogni luogo nel quale si cerchi di dire parole e di fare gesti di pace e di riconciliazione, anche provvisori, in ogni forma di convivialità umana che corrisponda ai valori presenti nel Vangelo, c'è una novità, fin da oggi, che dà ragioni di speranza. E nella Gerusalemme di oggi - lo posso affermare come testimone diretto - vi sono tanti di questi piccoli e semplici gesti di pace, di amore, di riconciliazione e tante forme di convivialità vissuta. Occorre che l'Europa sostenga e promuova questi gesti perché assumano a un certo punto valore e peso politico e diventino premesse per un cammino di pace. Come diceva il Papa beato Giovanni XXIII della sua Enciclica sulla pace, sono i gesti innumerevoli e perseveranti di pace fra individui e gruppi che possono creare una sorta di cultura della pace e fondare un'atmosfera di pace che alla fine, ne siamo certi, sarà vincente.

4.3 Per questo è anche necessario che sia instaurato un dialogo interreligioso coraggioso e profondo e un rapporto fraterno e intelligente con l'Islam. E' chiaro che, come veniva affermato già in occasione del primo Sinodo dei vescovi europei, questo rapporto "dovrà essere portato avanti con prudenza, conoscendone chiaramente le possibilità e i limiti, e mantenendo la fiducia nel disegno di salvezza di Dio, che riguarda tutti i suoi figli" (dichiarazione finale del 13 dicembre 1991, n. 9). Bisognerà essere coscienti delle divergenze esistenti tra la cultura europea e la cultura araba, ma questo non per chiudersi in una fortezza europea, ma per aprirsi a uno scambio sincero che permetta la fiducia reciproca e sostenga le forze dialoganti all'interno dell'Islam per un cammino di pace.

4.4 Per questo, come veniva affermato a proposito del secondo Sinodo europeo, sarà di importanza capitale suscitare e sostenere vocazioni specifiche – politiche - di numerosi laici al servizio del bene comune europeo e mondiale. Persone che, seguendo l'esempio di coloro che sono stati chiamati padri dell'Europa, sappiano essere artefici della società europea dell'avvenire, facendola riposare sulle basi solide dello spirito (cfr Instrumentum laboris del 1° Sinodo europeo, n. 82). E queste basi solide dello spirito sono quelle che troviamo nella Scrittura e in particolare nel Vangelo.

Ripeterò dunque in conclusione che il futuro della Chiesa in Europa e la sua missione a favore della società europea sono strettamente legati alla conoscenza, alla familiarità e all'amore per la Sacra Scrittura. Essa è stata il grande libro del passato dell'Europa. Essa sarà il libro del suo futuro. Sia però ben chiaro che non intendiamo con questo riferirci semplicemente a un libro o a una formula scritta. Come è detto chiaramente nel documento del Papa sul terzo millennio, non sarà una formula a salvarci né un programma, ma la persona vivente di Gesù Cristo (cfr Novo Millennio Ineunte, n. 39). È questa persona vivente che ci parla nelle Scritture, nella forza dello Spirito, che ci salverà.

Come dunque lo proclama il Papa, nel documento Ecclesia in Europa, promulgato dopo l'ultimo sinodo dei vescovi europei, la Chiesa deve poter entrare nel nuovo millennio con in mano il libro del Vangelo! Che sia intesa da ogni fedele l'esortazione conciliare ad acquistare, con una frequente lettura delle divine Scritture, la scienza eminente di Gesù Cristo... che la Santa Bibbia continui ad essere un tesoro per la Chiesa e per ogni cristiano (e io vorrei qui aggiungere, per ogni uomo e donna di buona volontà, perché la Bibbia è un libro che parla a tutti): noi troveremo nello studio attento della Parola il nutrimento e la forza per compiere ogni giorno la nostra missione. Prendiamo dunque questo libro delle nostre mani, dice il Papa nella sua esortazione, e aggiunge: gustiamola a fondo; ci riserverà delle difficoltà, ma ci darà gioia... noi saremo colmi di speranza e capaci di comunicare questa speranza a ogni uomo e donna che incontreremo sul nostro cammino " (Ecclesia in Europa, n.65).