Ma per la vera liberazione sessuale serve altro, di Massimo Recalcati

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /02 /2015 - 15:50 pm | Permalink
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Riprendiamo da La Repubblica del 13/5/2013 un articolo scritto da Massimo Recalcati. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (18/2/2015)

I russi — culturalmente impegnati ad incarnare un moralismo virile e maschilista fuori dal tempo — gridano allo scandalo e ammoniscono un'Europa ai loro occhi irrecuperabilmente degenerata. Altri invece esaltano la donna barbuta come una figura della liberazione sessuale e della tolleranza nei confronti della diversità; esultano vedendo in Conchita Wurst una eroina del nostro tempo e il suo successo come il giusto riconoscimento di un altro modo di pensare e di vivere la differenza sessuale. Perché due soli sessi? Perché escludere la possibilità ancora inesplorate di forme multiple, anarchiche, erranti, della sessualità? Non sarebbe questa la legittima liberazione sessuale da secoli di oppressione clerico-fascista?

Questa cultura che esalta un sesso totalmente libero dai vincoli dell'anatomia e dai condizionamenti educativi ricade in pieno in una concezione autogenerativa dell'uomo come colui che si fa da sé. È un mito narcisistico del nostro tempo: quello di una libertà che vuole prescindere da ogni vincolo simbolico: inventarsi il proprio sesso.

Per questa ragione non seguo né il giudizio feroce dei primi, né l'entusiasmo dei secondi. Guardo a tutto questo da uomo del Novecento che si sforza di abitare il nuovo secolo. Quasi come un migrante che si trova in un paese che non è il suo e di cui prova faticosamente ad intendere le Leggi strambe che lo governano.

Trovo nel cinismo fallico-omofobico e prepotente dei russi l'incarnazione di una politica reazionaria destinata ad implodere su se stessa. La segregazione discriminativa della diversità ha fatto irreversibilmente il suo tempo e non bisogna averne alcuna nostalgia. Ma non posso condividere l'esultanza di coloro che vedono nella vittoria della Drag Queen barbuta la vittoria di una Civiltà della tolleranza e della diversità su quella della repressione e della mortificazione della sessualità.

Per la psicoanalisi la diversità concerne innanzitutto il soggetto in quanto tale. Siamo tutti diversi perché la nostra singolarità è strutturalmente incomparabile, unica, irripetibile. L'etica della tolleranza si fonda sul rispetto di questa unicità, sull'accoglienza della diversità, sempre sintomatica, del soggetto.

Ma cosa pensiamo che sia veramente una liberazione sessuale? Fare del proprio corpo quello che si vuole? È sufficiente questo per parlare di liberazione sessuale e di tolleranza verso la diversità? L'esibizione di un corpo bizzarro e ostentatamente provocatorio non corre forse il rischio di ridurre la liberazione sessuale ad un semplice rovesciamento speculare del vecchio paradigma clerico-fallico-fascista della normalità?

La norma prescrittiva non è più quella ascetico-repressiva ma diventa quella narcisistico- esibizionista. Ma vogliamo davvero credere che esistano dei "diversi più diversi dagli altri". Lo psicoanalista sa bene che nell'uso libertino della sessualità spesso si annida una difficoltà, a volte paralizzante, nei confronti del rischio che comporta l'incontro d'amore e sa altrettanto bene che la liberazione sessuale senza amore spesso degenera in una schiavitù compulsiva priva di soddisfazione.

La sola liberazione sessuale degna di questo nome è quella che sa unire il corpo sessuale all'amore e che sa rispettare la diversità dell'Altro (etero o omosessuale che sia). Può essere allora solo il volto barbuto di una Drag Queen l'emblema di questo rispetto?

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