C'è una lotta interna all'Islam: il cristianesimo può dare un contributo? La catechesi ed il dialogo fra le religioni. File audio e antologia di testi di una lezione di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /04 /2015 - 16:23 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito il file audio di una lezione di Andrea Lonardo sull'Islam odierno ed il dialogo fra le religioni tenuta presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore il 14/3/2015. Per ulteriori file audio vedi la sezione Audio e video. Per approfondimenti. cfr. la sotto-sezione Islam nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni.

Il Centro culturale Gli scritti (5/4/2015)

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Riproducendo "201503 islam dialogo".


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N.B. Il testo è stato leggermente modificato con documentazione aggiuntiva rispetto a quello distribuito 

Indice

Premessa

- è necessario orientarsi, anche se è difficile

- uno sguardo buono, di luce, che non degeneri mai in odio

- dinanzi all’odio non odiare, ma essere chiari, propositivi, non buonisti

1/ C’è una lotta interna all’Islam. L’Islamic State non rappresenta l’Islam, ma è islamico

- sarebbe superficiale puntare gli occhi solo sui cristiani, perché la crisi è molto più grave

scheda di presentazione del volume  Il libro nero della condizione dei Cristiani nel mondo di Timothy Radcliffe, Samuel Lieven, Andrea Riccardi, Mondadori, 2014
La religione cristiana è oggi in assoluto la più minacciata. Da 150 a 200 milioni di cristiani (cattolici, protestanti, ortodossi) vengono discriminati o perseguitati sull'intero pianeta. In Medio Oriente, nell'Africa subsahariana e in Asia sono entrati nel mirino di gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Vittime di pressioni sociali, i cristiani sono divenuti bersaglio anche di misure repressive da parte degli apparati statali. Vengono rigidamente controllati, subiscono intimidazioni e omicidi, oltre a interventi massicci di «epurazione religiosa», come in Iraq, nel territorio controllato dallo Stato islamico. La condizione dei cristiani suscita nella comunità internazionale un'inquietudine sempre più profonda. Non è unicamente una questione di libertà religiosa: una tale, crescente ostilità mette a rischio l'esistenza stessa di una civiltà e dei suoi valori. Per questo la sorte dei cristiani non riguarda soltanto i credenti. Tutti sono chiamati in causa: non credenti, intellettuali, autorità politiche e organizzazioni non governative. 

Marta Petrosillo, portavoce in Italia dell’associazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre”:
D. - Anche Papa Francesco, ultimamente, parlando dei cristiani del Medio Oriente, ha detto che queste persecuzioni avvengono nell’indifferenza di tanti...
R. – E’ sempre importante mantenere l’attenzione alta. Come ha detto Papa Francesco, durante l’ultimo Concistoro, non dobbiamo rassegnarci ad un Medio Oriente senza cristiani. E questo deve veramente coinvolgerci tutti, perché dobbiamo essere tutti molto coscienti di quanto stia succedendo. Negli ultimi mesi si è parlato molto di Iraq, però in pochi sanno che, al di là di quest’ultima e drammatica crisi, la comunità irachena sta soffrendo veramente da molti anni. Nel 1987 vi erano 1 milione e 400 mila cristiani e adesso, quando è iniziata questa crisi, quando è iniziata l’avanzata dello Stato Islamico, erano 300 mila.

- esiste il dramma dei curdi, degli yazidi, dei cristiani, ma esiste il dramma dei musulmani stessi: stanno morendo centinaia di miglia di musulmani

- un bilancio di oltre 170.000 vittime a partire dal 2011 in Siria, dato ong Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) all’agosto 2014… oggi si stima 215.000 morti

- solo per fare un raffronto nel conflitto fra palestinesi ed israeliani negli anni 2000-2010 sono stati uccisi 6404 palestinesi dagli israeliani, mentre i palestinesi hanno ucciso 1080 israeliani e 719 fra palestinesi e stranieri  (dati wikipedia)

- “primavere arabe” che si sono trasformate nel loro contrario… cfr. l’Egitto, o il terrore o la dittatura… è possibile oggi la democrazia nell’Islam? Sarà possibile domani? Non possiamo rispondere noi a questa domanda, ma abbiamo il diritto ed il dovere di porla 

- l’Islam vuole o non vuole la libertà, vuole o non vuole la cultura, la storia e la libera ricerca? Non possiamo rispondere noi a questa domanda, ma abbiamo il diritto ed il dovere di porla

Mentre condanna l’attentato a Charlie Hebdo, l’Arabia Saudita fa frustare il blogger liberale, di Valentina Colombo, dal sito della rivista Tempi un articolo pubblicato il 10/1/2015
Ieri venerdì 9 gennaio a Jedda davanti alla moschea al-Jafali al termine della preghiera del venerdì, Raif Badawi – trentenne blogger e attivista saudita– ha ricevuto la prima porzione della pena stabilita dal Tribunale di Jedda lo scorso maggio 2014 ovvero 100 frustate su un totale di mille che si vanno ad aggiungere alla reclusione per dieci anni, a una pena pecuniaria e a dieci anni di divieto di lasciare il paese una volta scontata la pena (nella foto sotto si vede il bus che lo trasportava alla moschea).
La prima lunga sentenza del Tribunale penale del distretto di Jedda, accusava Raif di avere «fondato il sito dei Liberali sauditi», di avere scritto e pubblicato sullo stesso sito, sul proprio blog, su Facebook e Twitter scritti propri e altrui recanti «offesa ai precetti islamici», per avere attaccato alcuni ulema e le istituzioni preposte a fare rispettare la sharia, quali la Commissione per la promozione del bene e il divieto del male ovvero la spietata polizia religiosa. Infine per avere con questi atti minato l’ordine pubblico.
Questo atto efferato avviene a poche ore di distanza dalla condanna ufficiale da parte del Regno Saudita dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, avviene a qualche mese di distanza dall’inclusione del movimento dei Fratelli musulmani sulla lista saudita delle organizzazioni terroristiche.
Se nella sentenza che riguarda Raif Badawi non si accenna al terrorismo, in Arabia Saudita si trovano in carcere in base alla legge anti-terrorismo: Walid Abu al-Kheir, l’avvocato di Raif Badawi, e due attiviste colte sul fatto mentre guidavano (laddove in Arabia Saudita le donne non possono guidare).
Tutto ciò merita una riflessione da parte dell’Occidente: nella lotta contro il terrorismo è credibile un partner che con l’ideologia wahhabita ha alimentato l’ideologia di Al Qaeda, che mette sullo stesso livello Fratelli musulmani, attivisti per i diritti umani e donne alla guida? La risposta è nella definizione di terrorismo fornita all’articolo 1 della legge anti-terrorismo saudita approvata il 16 dicembre 2013: «Qualsiasi atto criminale, conseguenza di un piano individuale o collettivo, diretto o indiretto, che miri ad attentare all’ordine pubblico dello Stato, o a fare vacillare la sicurezza della società o la stabilità dello Stato, o mettere a repentaglio l’unità nazionale o sospendere la legge fondamentale di governabilità e alcuni suoi articoli, o insultare la reputazione dello Stato o la sua posizione, o arrecare danno a una delle sue pubbliche funzioni […]».
Aveva ragione Raif Badawi quando nel 2007 dichiarò che l’unico scopo della monarchia saudita è quello di «reprimere le menti illuminate, mettendo in guardia la gente a non avvicinarsi a loro, accusandole di essere al soldo dei sionisti e degli occidentali che vogliono che la religione monoteista venga attaccata».
L’Occidente dovrebbe comprendere che per combattere il terrorismo islamico bisogna in primo luogo combattere le ideologie che lo alimentano, dallo Stato islamico all’Arabia Saudita. 

- N.B. le sure cosiddette meccane sono le prime, prima del 622, l’anno dell’Egira, le sure medinesi successive, quando Maometto si trasferì a Yathrib, poi chiamata Madīnat al Nabī (la città del profeta) per prepararsi a riconquistare la Messa e tutta la penisola arabica

La vita segreta in Arabia Saudita. Intervista al giornalista e scrittore Camille Eid, dall’Agenzia di stampa Zenit la traduzione di un’intervista apparsa l’11/4/2011
L’Arabia saudita è considerata terra santa per la maggioranza musulmana che vi abita. Di conseguenza, i cristiani e persino i musulmani appartenenti a un'altra corrente islamica vivono con pesanti restrizioni. I cristiani costituiscono solo il 3% circa della popolazione, ma non hanno chiese e non mostrano mai la loro fede in pubblico.
Il professor Camille Eid, giornalista, autore, docente presso l’Università di Milano ed esperto sulle Chiese in Medio Oriente, ha parlato della situazione in Arabia Saudita al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.
L’Arabia Saudita è retta da una monarchia ereditaria basata sull’Islam wahabita. In che cosa consiste questo ramo dell’Islam?
Eid: Il wahabismo è una dottrina islamica recente. Il suo fondatore è Abd-al Wahhab, che è stato uno studioso religioso dell’Islam hanafita, la più rigida delle dottrine islamiche. Secondo la sua visione, tutte le innovazioni – “bida” è il termine arabo – introdotte nell’Islam devono essere eliminate. Per esempio le visite al cimitero sono considerate bida (innovazione) e quindi sono vietate. Non si può fare nulla che il profeta Maometto e i suoi seguaci non hanno fatto. 
Dall’alleanza tra i seguaci di Wahhab e il Principe di Najd, la regione centrale della penisola arabica, è nato l’attuale regno dell’Arabia Saudita, il cui nome proviene da quello della famiglia Saud. L’alleanza tra la dinastia Saud e la setta wahabita è in vigore ancora oggi e i regnanti seguono le rigide dottrine e istruzioni del wahabismo; le leggi dello Stato seguono le rigide indicazioni del wahabismo.
E per quanto riguarda gli sciiti?
Eid: Gli sciiti costituiscono quasi il 10% della popolazione e subiscono notevoli discriminazioni. Sono concentrati soprattutto nella parte orientale del territorio. Esiste poi un’altra setta sciita, gli ismailiti, che occupano la regione a ridosso del confine con lo Yemen. Il regno saudita e i suoi capi aderiscono invece al wahabismo.
Il Corano è la Costituzione dell’Arabia Saudita. Qual è la posizione del Corano, o di questa Costituzione, verso i non musulmani?
Eid: Il Corano distingue tra cristiani ed ebrei, e altri non credenti. I cristiani e gli ebrei sono definiti “popoli del Libro”, o dei libri se si considera il Vangelo e la Torah. Talvolta nel Corano i cristiani sono descritti in modo molto positivo: il monarca e i sacerdoti cristiani pregano. Ma, nel secondo periodo delle rivelazioni del Profeta, i cristiani sono descritti come miscredenti ed è detto che devono pagare la “jizya”, la tassa necessaria per essere protetti in una società islamica. 
Emerge quindi una contraddizione interna allo stesso libro. È per questo che abbiamo un Islam moderato e un Islam violento. Quello violento si basa sulla seconda parte delle rivelazioni, avvenute nell’ultimo regno di Maometto. Le attuali società islamiche affermano che è la seconda rivelazione che deve essere seguita e non quella precedente, che invece sarebbe più tollerante.
Il Governo si fonda sui principi della Sharia. Cos’è la Sharia?
Eid: La Sharia è l’insieme tra il Corano, gli hadith - ovvero le dichiarazioni di Maometto - e le altre fonti come l’igma che è il consenso di tutti gli studiosi islamici (ulema). La Sharia, la legge islamica, è tratta da queste fonti.
Tutti i residenti che vivono in Arabia Saudita sono soggetti alla legge della Sharia?
Eid: Tutti i residenti sono soggetti a questa legge e non è possibile obiettare perché sarebbe come obiettare all’Islam. Arrivando all’aeroporto si viene immediatamente informati dell’obbligo della stretta osservanza delle leggi islamiche. Io, come cristiano, per esempio, avevo una Pepsi in mano durante il Ramadan. Ho notato che tutti mi stavano guardando in un certo modo e mi avrebbero potuto picchiare. Non si può mangiare all’esterno o in pubblico durante il digiuno. Si può mangiare solo di nascosto. Quindi bisogna osservare il digiuno anche se non si è musulmani perché questa è la legge.
I cristiani costituiscono il più grande gruppo non musulmano in Arabia Saudita. Come fanno a vivere la loro fede?
Eid: In segreto. È vietato avere Bibbie, immagini sacre e rosari. Se vengono individuati all’aeroporto sono immediatamente confiscati. Ero all’aeroporto di Jedda un giorno, con una videocassetta. Mi è stato chiesto di vedere la cassetta: il video riguardava Spartaco. D’improvviso ho avuto paura che avrebbero visto l’immagine della crocifissione. Ma l’agente alla fine ha lasciato correre perché era un soldato ad essere crocifisso e non Gesù Cristo... È difficile. 
Dicono che i cristiani possono pregare in privato, ma cosa significa in privato? Significa da soli o con la famiglia? Quando due o più persone, o un gruppo di famiglie, pregano insieme, nella riservatezza della loro casa, la polizia religiosa può fare irruzione, intervenire e arrestarli.
Cosa accade ai cristiani che vengono fermati con un rosario in tasca o che indossano una croce? 
Eid: Se è in tasca nessuno può vederlo. Se tuttavia si ha indosso una croce, qualunque musulmano – e non solo la polizia – può prenderla e si rischia l’arresto e l’espulsione dal regno. Ti trascinano in prigione e dopo qualche giorno ti danno un visto d’uscita e per te è finita. 
Quali altre attività cristiane sono punibili dalla legge?
Eid: Ogni manifestazione pubblica di qualunque fede salvo quella islamica è punibile. Sanno che gli americani, i francesi e gli italiani celebrano la messa dentro le ambasciate, ma poiché l’ambasciata è zona extraterritoriale, essa gode di immunità. La polizia, tuttavia, vigila nei dintorni. Non esistono chiese, sinagoghe o templi nel regno. Ogni manifestazione di fede diversa da quella islamica è vietata.
Chi vigila sull’applicazione della legge?
Eid: Esistono 5.000 agenti di polizia religiosa sparsi tra i 100 distretti, ma qualunque musulmano può denunciare i trasgressori. Io ho trascorso due anni e mezzo a Jedda. Avevo paura persino nel fare gli auguri di Pasqua e Natale al telefono, nel timore che qualcuno potesse ascoltare. 
La polizia religiosa controlla tutto, comprese le librerie, perché è vietato vendere biglietti con tematiche non musulmane. Alcuni anni fa, nella scuola americana, una persona con il costume di Babbo Natale è stato quasi arrestato, ma è riuscito a scappare attraverso una finestra. È vietato.
I cristiani vengono perseguitati o discriminati in maniera particolare?
Eid: Non solo i cristiani ma anche tutte le versioni non wahabite dell’Islam come gli sciiti o gli ismailiti. Non tutte le comunità cristiane subiscono restrizioni allo stesso modo. Gli americani, gli italiani, i francesi e i britannici – un po’ tutti gli europei e i cittadini di Paesi sviluppati – subiscono di meno perché si sa che questi Paesi sono potenti e intervengono immediatamente a tutela dei propri cittadini. Quindi prendono di mira maggiormente i cristiani dei Paesi in via di sviluppo come l’Eritrea, l’India e le Filippine. Questi Paesi contano molto sulle rimesse provenienti dai loro cittadini che vivono in Arabia Saudita. Per questo prendono di mira i cristiani di questi Paesi più deboli.
Si dice che le domestiche filippine vengono spesso accusate di trasmettere la fede ai figli delle famiglie benestanti saudite. Sa nulla di questo?
Eid: Il catechismo islamico parla del rischio di comunicazione della fede. La versione saudita afferma: “Quando vai all’estero non devi intrattenere rapporti o amicizie con i tuoi professori perché devi ricordare che sono infedeli”. Questo criterio si applica anche alle donne filippine in Arabia Saudita. Qualunque comunicazione della fede può avvenire solo attraverso la testimonianza e non attraverso le parole.
Solo attraverso testimonianza?
Eid: Sì, solo attraverso l’esempio. Per questo è stato suggerito di sostituire le filippine, o le donne cristiane in generale, con donne egiziane, marocchine o algerine. In questo modo non possono comunicare la fede cristiana ai bambini.
Abbiamo parlato di discriminazioni. Abbiamo parlato di persecuzioni, ma fino a dove può arrivare questa persecuzione?
Eid: Fino alla morte. Abbiamo il caso del martirio di una ragazza saudita che si è convertita al Cristianesimo. Suo fratello l’aveva scoperta. E poiché aveva scritto una poesia a Cristo le è stata tagliata la lingua. È scomparsa ed è stata poi ritrovata morta. Il suo nome era Fatima Al-Mutairi e tutto ciò è avvenuto nell’agosto del 2008. 
Nel 2008 vi sono stati due casi di arresti, da parte della polizia religiosa, di uomini, donne e bambini di età inferiore a 3 anni. Abbiamo molte notizie di torture. Prima di essere rispediti nei loro Paesi, questi filippini, indiani ed eritrei vengono torturati dalla polizia nelle prigioni.
Lei ha citato il caso di Fatima che si è convertita al Cristianesimo. Quanti sono i musulmani che si convertono? Ha qualche dato o è impossibile saperlo?
Eid: È impossibile. La società saudita è difficile da penetrare perché il regime controlla ogni attività. Talvolta lo si vede dalla prospettiva delle donne. Quando queste donne saudite vanno all’estero, appena entrano nell’aereo si tolgono l’hijab. In Libano e in altri Paesi bevono alcol. Quando però tornano nel loro Paese sanno che devono vivere secondo le regole.
E i convertiti?
Eid: I convertiti al Cristianesimo esistono. Io seguo le notizie arabe che vengono trasmesse in Arabia Saudita e nell’intero mondo arabo. Durante la trasmissione molte telefonate provengono dall’Arabia Saudita. I convertiti che viaggiano in Marocco e in Egitto parlano della loro esperienza ma non rivelano i loro nomi e chiedono solo che la comunità cristiana preghi per loro perché possano vedere il giorno in cui sarà possibile entrare in una chiesa, leggere il Vangelo e condividere la loro nuova fede con la propria famiglia. 
Se un convertito informa il proprio fratello della sua nuova fede, rischia di essere accusato di tradimento da parte della stessa famiglia; un tradimento non solo della famiglia ma della nazione e della società in generale. L’apostasia è una questione d’onore ed è per questo considerata un tradimento.
Padre Samir Khalil Samir, un islamologo egiziano, ha affermato che nel Corano non esiste l’obbligo di uccidere un apostata. Da dove proviene dunque questa forma di violenza?
Eid: Infatti. Nella 14° sura del Corano si parla di apostasia, ma non vi è alcun cenno sulla pena da comminare in questa vita, quanto piuttosto su quella prevista nell’aldilà. Questi cambiamenti provengono dagli hadith di Maometto in cui si afferma che chiunque cambia religione deve essere ucciso. Ma su queste affermazioni sorge un problema, perché essendoci migliaia di hadith, non vi è alcuna prova che Maometto abbia effettivamente detto questo. Molti Paesi islamici, come il Pakistan e l’Afghanistan sotto i talebani, l’Iran, lo Yemen e altri, applicano la pena di morte sulla base di un hadith di cui non c’è prova che appartenga a Maometto.
Ci può dire qualcosa di più sui cattolici laici che vivono in Arabia Saudita?
Eid: È difficile essere laico cattolico in Arabia Saudita perché si deve avere una fede personale molto ben radicata. Non si possono avere copie del Vangelo in casa. Non si può avere un rosario. Non si possono avere contatti con amici cristiani come comunità. Si possono avere amici cristiani, si possono frequentare le comunità straniere, ma è vietato parlare di fede. Quindi l’unica possibilità è quella di avere una grande consapevolezza e conoscenza della propria fede su cui basarsi in questo contesto.
In altri Paesi islamici il venerdì è festa, quindi è consentito andare a Messa come comunità, ma non la domenica perché la domenica è giorno lavorativo. Ma anche questo non è permesso in Arabia Saudita. In un certo senso si fa comunità da soli. Solitamente non si ha neanche la propria famiglia, perché in Arabia Saudita vi sono restrizioni sul ricongiungimento familiare. Se si ha una figlia che ha più di 18 anni, questa non può stare in Arabia Saudita se non è sposata. Per questo la maggior parte ha la propria famiglia in un altro posto. 
Quindi si è da soli e senza contatti con altri cattolici, il che è molto difficile e si deve avere la forza della propria fede nel cuore. Pregare senza i libri di preghiera; pregare solo le preghiere imparate a memoria da bambini.

2/ Questa lotta è segno di una debolezza, non di una forza

- il male è inutile… uccideranno ed alla fine saranno uccisi e non sarà servito a niente! Ciò che è impressionante è pensare alla tristezza ed all’inutilità di tante morti… è certo che l’Islamic State è perdente 

- anche lo sviluppo demografico sta rallentando ulteriormente a motivo delle guerre civili

- purtroppo la pagheranno il loro figli stessi… cfr. uno dei 3 di Parigi che era sposato e non nasceranno da lui bambini! Avrebbe potuto scrivere poesie, rispondere con un libro, far nascere bambini e invece… omicidi e suicidi (la doppia faccia di una stessa realtà: necrofili, sotto l’influsso di Satana, che non hanno capito il Dio della vita!)

3/ Da dove derivano le diverse interpretazioni dell’Islam?  I diversi Islam in lotta e le nostre domande

- certo quella che risalta è innanzitutto la divisione fra sunniti e sciiti

Sunna=consuetudine, l’85% dei musulmani

Sciiti da shī‘at Alī, la fazione di Alī

Nacque quando venne ucciso dagli omayyadi il figlio del IV califfo Alī, al-Ḥusayn b. Alī a Karbala (680) nell’odierno Iraq; gli sciiti pensano che può guidare la comunità solo qualcuno dei discendenti dei compagni di Maometto; i sunniti pensano che la possa guidare chiunque

- ma è il mondo sunnita ad essere diviso e gli integralisti sono una delle 4 correnti sunnite

Le correnti salafite dell’Islàm, di Laurent Basanese. Appunti di Andrea Lonardo (presentazione di un articolo di padre Laurent Basanese S.J., Le correnti salafite dell’Islàm, pubblicato su La Civiltà Cattolica, Anno 163, quaderno 3899, 1° dicembre 2012, pp. 425-438)
L’esplodere della violenza islamista ha alle sue origini più profonde una questione che spesso sfugge agli occhi di chi non conosce l’Islam e la sua storia. Infatti, la posta in gioco della questione è quale sia il volto del vero Islam. La minoranza violenta che fa parlare di sé sui giornali pretende di restituire all’Islam i suoi veri tratti, quelli delle origini, e, conseguentemente, si scaglia contro tutti i musulmani che ignorano alcune caratteristiche dell’Islam primitivo o le ritengono superate, come appartenenti ad un contesto storico non più ripetibile. In un recente articolo apparso su La Civiltà Cattolica, Laurent Basanese aiuta a comprendere la complessità del problema: 

«Con il salafismo affrontiamo una questione interna ai musulmani, ma che riguarda tutti: la questione del «vero» islàm. I salafiti pretendono di predicare quello che essi chiamano l'islàm delle origini, oppure un islàm corretto dalle «deviazioni» professate dalle altre correnti religiose. Esso si presenta così come l'unica forma legittima e autentica di pratica religiosa: un argomento, questo, al quale i giovani, convertiti o no, non sono insensibili. Infatti, come indica la sua etimologia, il salafismo intende tornare alle fonti della religione, prendendo come punto di riferimento supremo il comportamento dei primi musulmani dell'Arabia del VII secolo - «i pii antenati», al-salaf al-sālih, secondo l'espressione in uso -, che sono considerati dagli studiosi musulmani come coloro che hanno compreso e applicato meglio l'islàm e i suoi insegnamenti. Secondo i musulmani salafiti, è anzitutto la sunna, la tradizione o la via tracciata da Maometto, e non l'esercizio della ragione individuale, che deve essere utilizzata per interpretare il Corano[1]: il libro sacro deve essere compreso alla luce di tutto ciò che Maometto ha potuto dire, fare o tacere per spiegare ai suoi contemporanei il senso del testo. L'osservanza della sunna potrebbe, in un certo senso, essere chiamata «l'imitazione di Maometto». È la sunna che incarna le prescrizioni contenute nel Corano. Ad esempio, il Corano richiede al credente di dedicarsi alla preghiera, ma è la pratica del Profeta dell'islàm che consente di conoscere il numero o l'orario delle preghiere, come pure le prostrazioni necessarie per il loro compimento. Parimenti, per le questioni sulle quali il Corano non si pronuncia, è la sunna che deve guidare il comportamento dei credenti. La grandissima importanza data allo «stile» di Maometto è una delle principali caratteristiche del salafismo. Ma quando anche le tradizioni tacciono su una determinata questione, allora si deve ricorrere al modo di fare dei «compagni» (al-sahāba) del Profeta, a partire dai primi quattro califfi e dai più antichi studiosi dell'islàm (vissuti nel 632-661). Infine, ci si può riferire alla generazione seguente, quella dei «successori» (al-tābi'īn) e dei loro immediati discepoli, e mettere in luce, grazie a questo corpus così ampio, norme di comportamento valide in ogni luogo e in ogni tempo. Per i salafiti, le generazioni successive si sono allontanate dal vero islàm e la religione musulmana è entrata in un lungo periodo di decadenza, che continua ancora oggi. Per ristabilire la «gloria dell'islàm» dei primi secoli, occorre ritornare, secondo loro, alla «vera credenza» e alle pratiche autentiche dei pii antenati. Convinti di appartenere a una comunità di avanguardia, essi si sono attribuiti il compito di ripristinare la credenza musulmana primitiva e autentica, emendando la pratica religiosa dai suoi particolarismi locali e dalle «innovazioni» (bid'a), che avrebbero alterato, nel corso dei secoli, l'islàm originario. Per questo i salafiti sono in disaccordo totale con quella che essi definiscono «la sequela cieca» delle scuole giuridiche dell'islàm sunnita, che tuttavia hanno plasmato fortemente la storia religiosa delle società musulmane[2]».

Basanese ricorda che le origini della corrente salafita sono molto antiche e che rappresentano una questione ricorrente nella storia dell’Islam. Non sono pertanto semplicemente un portato della storia recente o una conseguenza diretta dell’attuale situazione geo-politica, bensì una costante che ciclicamente ricompare nella storia del mondo islamico:

«Al di là della centralità riconosciuta al Corano e alla sunna, il credo salafita è il prodotto di molti secoli di contributi di teologi, i più importanti dei quali sono Ibn Hanbal (IX secolo), Ibn Taymiyya (XIV secolo) e Ibn 'Abd al-Wahhab (XVIII secolo). In effetti, anche se i salafiti sono caratterizzati da orientamenti culturali, sociali e politici molto diversi, tutti però si riferiscono alla stessa tradizione dottrinale, quella della scuola neo-hanbalita, promossa nel XIV secolo da Ibn Taymiyya e riscoperta nel XIX secolo, quando è stato creato il Regno dell'Arabia Saudita. Sebbene negasse di voler fondare una nuova corrente e pretendesse soltanto di spiegare il vero islàm, Ibn Hanbal (morto nell'855) resta il fondatore di una scuola giuridico-teologica pienamente riconosciuta nel sunnismo[3]. Secondo lui, si deve dire di Dio soltanto ciò che è scritto nel Corano, o ciò che Maometto spiega nella sunna: il testo del Corano deve essere accettato così com'è, senza cercare di interpretare allegoricamente le espressioni ambigue, e senza porre domande. Se, per quanto riguarda il diritto musulmano, l'influsso di questa scuola fu limitato praticamente alla penisola arabica, il suo pensiero teologico, semplice e vigoroso, è invece molto più esteso. Nel XIV secolo, la scuola hanbalita è attraversata da due correnti che si ritrovano ancora oggi nel salafismo: una corrente ascetica, che consiste nell'evitare tutto ciò che non è chiaramente definito come haram (proibito) o halal (lecito), e nello sfuggire a qualsiasi forma di contaminazione con il mondo dei kuffār(empi); e una corrente attivista, ben illustrata dalla figura di Ibn Taymiyya (1263-1328). Il damasceno Ibn Taymiyya ammira il rispetto scrupoloso dell'islàm originario e il grande coraggio che Ibn Hanbal ha manifestato di fronte al potere politico-religioso del suo tempo[4]. D'altra parte, egli stesso si presenta come un nuovo Ibn Hanbal, e come un teologo che non appartiene a nessuna scuola tradizionale del sunnismo. Egli dice, a proposito di uno dei suoi libri: «Ho riferito solo il dogma dei pii antenati; l'imam Ibn Hanbal non ha in questo nessuna posizione privilegiata». Verso il 1300, all'epoca delle invasioni mongole della Siria, Ibn Tyamiyya predica la guerra santa (jihad), nonostante gli invasori si siano convertiti all'islàm. Secondo lui, non basta nascere, definirsi musulmani, o confessare l'unicità di Dio e Maometto come suo messaggero, per essere riconosciuti come «veri musulmani»: bisogna «imitare», cioè obbedire a Dio e obbedire al suo messaggero; fare ciò che Dio ama e gradisce; evitare ciò che lui o il suo messaggero hanno proibito; essere amico dei suoi amici e nemico dei suoi nemici; comandare ciò che è conveniente, e proibire ciò che è detestabile; combattere contro i miscredenti e gli ipocriti, con il cuore, le mani e la lingua. La dottrina della guerra santa, ampiamente sviluppata nella sua opera e considerata persino superiore al pellegrinaggio alla Mecca, sarà ripresa dall'islamismo radicale nei nostri giorni. Se Ibn Taymiyya aveva tolto a una popolazione non araba da poco convertita all'islàm - i mongoli - la qualifica di musulmani, uno dei suoi grandi lettori nell'Arabia del XVIII secolo, il predicatore Ibn 'Abd al-Wahhab (1703-92), accuserà i suoi correligionari di ricadere nell'«ignoranza pre-islamica», perché non conoscono veramente la loro religione. La sua teologia consiste essenzialmente in una visione esclusivista dell'unità di Dio: se Dio è unico, allora, come affermava Ibn Taymiyya, le manifestazioni di pietà popolare, come la visita alle tombe per chiedere l'intercessione di un santo, fanno progredire l'empietà a scapito della vera credenza. Il wahhabismo - che prende il nome dall'opera di Shaykh al-Wahhab - si presenta dunque come un movimento di purificazione religiosa. Le idee di questo pensatore sulla religione sarebbero potute rimanere marginali, se egli non fosse stato sostenuto politicamente da Muhammad Ibn Saud, il capo di una piccola oasi nei pressi dell'attuale città di Riyad[5]. Dopo che i due uomini conclusero un patto tra loro nel 1744, i Saud difesero la dottrina dello sceicco al-Wahhab, mentre le autorità religiose wahhabite legittimarono da parte loro il potere politico dei Saud. I rapporti furono caratterizzati da un misto di cooperazione, tensione e opposizione, che spiega il paradosso tra la permanenza del wahhabismo, noto per la sua rigidità teologica, e i compromessi successivi che esso ha dovuto fare con l'istituzione politica per la difesa della dottrina e del suo potere nel Regno dell'Arabia Saudita».

Oggi il salafismo può esser diviso in tre grandi correnti:

«In effetti, oggi il salafismo copre un ampio spettro di posizioni ideologiche, che vanno dalla corrente quietista, socialmente conservatrice e non impegnata politicamente, alla corrente rivoluzionaria, che promuove azioni dirette con accenti da terzomondismo, passando per la corrente politica, che gestisce o che contesta.  Così non tutte le forme di salafismo sostengono il jihad: ad esempio, i teologi salafiti dell'Arabia Saudita si oppongono al jihadismo in alcune parti del mondo, ritenendo che esso provenga dall'azione terroristica e non da una vera guerra santa[6]».

Basanese presenta poi la corrente del salafismo quietista o letterale:

«Questa corrente salafita in teoria è estranea alla politica e promuove semplicemente l'immersione del credente musulmano nell'universo dei testi religiosi. È innanzitutto un movimento pio e moralizzatore, incentrato sulla vita individuale e familiare, che pratica una lettura ultra-ortodossa e letterale dell'islàm. Sebbene dagli osservatori sia considerato come un supporto dell'islàm politico, esso si astiene dal promuovere il ricorso alle armi. Anzi, i suoi rappresentanti condannano coloro che trasformano l'islàm in una piattaforma politica come l'organizzazione islamica dei Fratelli Musulmani, accusata di preferire la ricerca del potere alla difesa del Corano e della sunna. Con una visione del mondo dominata dalla dicotomia halal-haram (lecito-proibito), i salafiti fondamentalisti pongono invece l'accento sulla pratica cultuale e su una separazione dal mondo sociale e politico che, secondo loro, è fonte di corruzione e di divisione. Questa espressione del salafismo è molto simile al wahhabismo saudita, sebbene al suo interno ci siano correnti fortemente contrarie ai Saud. A volte essa è qualificata come «quietista», perché i suoi rappresentanti insistono sulla necessità di obbedire al potere politico, soprattutto se è musulmano. In Occidente, questi salafiti costituiscono una casta socio-religiosa separata, nella misura in cui i suoi adepti di solito sono guidati da un'attenzione minuziosa per la purezza».

Esiste poi il cosiddetto salafismo riformista o politico:

«Mentre il salafismo pietista è molto critico riguardo a ogni impegno politico in nome dell'islàm, un'altra forma di salafismo difende una visione militante della religione, sul modello dei Fratelli Musulmani, di cui essi non sono più avversari, ma concorrenti, per guadagnare una stessa clientela conservatrice. Questa tendenza promuove un approccio salafita alla politica, fondato sulla creazione di partiti, sindacati e associazioni, intesi come mezzi pacifici per accedere al potere o per fare pressione su di esso. Così la politica è percepita come uno strumento moderno al servizio della propagazione del messaggio coranico. Nei discorsi di questi sceicchi i temi attuali - come la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente, il conflitto arabo-israeliano, la presenza dei musulmani in Occidente, nei Paesi balcanici o nel Caucaso - sono trattati con una visione molto conservatrice della società. Questa tendenza salafita è nata in Arabia Saudita, ad opera di un gruppo di dissidenti religiosi - i più famosi dei quali sono chiamati «sceicchi del risveglio islamico» (sahwa) -, dopo l'iniziativa del re Fahd in favore di una protezione americana per difendere l'Arabia Saudita dall'Iraq nel 1990. Ma, oltre a contestare la presenza militare degli Stati Uniti sul territorio saudita, essi rivolgono pubblicamente anche una serie di critiche fondamentali al Governo, accusato di corruzione, di incompetenza e di negligenza nei confronti dei suoi obblighi religiosi».

C’è poi il cosiddetto salafismo jihadista o rivoluzionario:

«Mentre il salafismo riformista sottolinea l'attivismo politico, alcuni gruppi e predicatori promuovono jihad nella sua dimensione di lotta armata. Nato da una scissione con l'ideologia dei Fratelli Musulmani, il salafismo rivoluzionario ha conservato l'idea che le azioni politiche e sociali debbano necessariamente essere fatte in una prospettiva islamica. Ma a questa idea unisce un indurimento della religiosità, che conduce a una radicalizzazione settaria: i precetti coranici sono applicati alla lettera e non possono essere oggetto di nessuna discussione, in particolare nei riguardi della gestione del potere, del califfato e dell'autorità. Le loro parole e le loro azioni sono radicali: i loro militanti respingono ogni idea di partecipazione o di collaborazione nelle società musulmane o occidentali. Contrari a un'azione religiosa limitata alla semplice predicazione, essi collocano il jihad al centro della loro credenza e ne fanno un obbligo religioso. Il ricorso alla violenza è al tempo stesso ideologico e tattico. Così questi movimenti preferiscono l'azione diretta a tutti gli altri metodi politici, che essi screditano completamente. Ma anche i militanti rivoluzionari, sebbene siano una minoranza all'interno del salafismo, conoscono divisioni. La disgregazione principale in questa sfera riguarda la scala del jihad: il suo carattere globale o locale».

Le tre correnti hanno però un punto di vista comune che le differenzia da altre interpretazioni dell’Islam:

«La loro ideologia politico-religiosa è incompatibile con la modernità. Tuttavia la sua forza di attrazione risiede nella semplicità delle idee che essi sviluppano: riducendo la complessità del reale a scelte elementari, descrivono il mondo in modo manicheo, contrapponendo i puri agli impuri, i credenti agli empi, le forze del bene (i salafiti) a quelle del male (i musulmani «tiepidi» e i non musulmani). I salafiti offrono ai loro adepti anche una interpretazione globale della storia, e nello stesso tempo un senso di superiorità dei loro membri, visti come persone elette. Fondandosi sull'evidenza, essi si inseriscono in un sapere assoluto, accettato da tutti e sempre vero, che non può essere contraddetto senza compromettere il buon senso, generalmente condiviso da coloro che sanno».

L’articolo di Basanese ha il merito di mostrare che è estremamente riduttivo ridurre l’odierna crisi del mondo islamico al conflitto fra sunniti e sciiti: è evidente, infatti, che esiste una tensione non risolta fra le diverse scuole sunnite e che l’esplodere della violenza è dato principalmente dal tentativo della corrente salafita di assumere un dominio sulle altre correnti presenti nell’Islam sunnita.    

3.1/Una visione teologica

- il monoteismo (ma un monoteismo post-cristiano): l’assoluta unicità e trascendenza di Dio: Dio non può rivelarsi oltre un Libro. La Parola è un libro, il Corano

- cfr. Dall’islam al cristianesimo: le conversioni di Ali Mehmet Mulla Zade, Mohammed Abd el-Jalil, Afif Osseiran ed il “mistero” del fascino cristiano, di Maurice Borrmans (su www.gliscritti.it ), uno turco, il secondo marocchino, il terzo sciita libanese

Cominciarono dal pensare che i Vangeli non possono essere falsi e si innamorarono della “superiorità” spirituale di Cristo

3.2/ la grande questione ermeneutica ( qual è la corretta interpretazione dell’Islam)

- il Corano e la sua trasmissione

Cfr. Un caso emblematico per comprendere l'Islam odierno ed i suoi dilemmi: la vicenda della condanna del professor Abu Zeid in Egitto. Appunti dalla rivista Civiltà Cattolica (su www.gliscritti.it )

- il Corano e le Scritture ebraico-cristiane

Es. Abramo avrebbe edificato la Ka‘ba, Abramo avrebbe ricevuto la proibizione di pregare per il padre pagano e politeista… insomma la Bibbia non può completare la rivelazione, dal punto di vista islamico, perché è stata falsificata da ebrei e cristiani

Ancor più il NT… come si vedrà, ad esempio, la crocifissione di Gesù è ritenuta falsa, mai avvenuta

- il Corano e la successione delle Sure: dalle prime alle ultime in senso cronologico

- il Corano e la tradizione orale degli hadîth

Hadith: “Fatto”, più particolarmente “parola” attribuita a Muhammad. L’insieme di queste tradizioni, i “detti” trasmessi dai “Compagni”, è stato materia di raccolte a partire dall’inizio dell’VIII secolo. Sei fra queste, composte nel IX secolo, sono considerate canoniche in ambito sunnita: esse sono alla base della sunna fondata sul comportamento di Muhammad. Il testo o matn di un hadith è sempre preceduto dalla “catena dei trasmettitori”, denominata isnad, che lo rende più o meno valido (Hadith, in D.Sourdel-J.Sourdel-Thomine, Vocabolario dell’Islam, Città aperta, Troina, 2005, pagg.83-84).

La più illustre raccolta canonica degli hadith è il Sahih di al-Bukhari, composto nel IX secolo d.C. Al-Bukhari, di origine iranica, nato intorno all’810 d.C., peregrinò 16 anni per raccogliere questi detti attribuiti al Profeta. Il muhaddith al-Bukhari morì intorno all’870. Anche il Sahih di Muslim (morto nell’875) gode di grande autorità. Seguono poi le raccolte di Abu Dawwud, (morto nell’889), di Ibn Maga (morto nell’896), di al-Nasa’i (morto nel 915) e di al-Tirmidhi (morto nell’892); sono da ricordare, infine, quelle di Ahmad ibn Hanbal (morto nell’855) e di Malik ibn Anas (morto nel 795). Le tradizioni sulle vicende bibliche narrate negli hadith sono ritenute veritiere dall’esegesi islamica tradizionale. Ad esempio, nella raccolta di al-Bukhari è narrata la vicenda del viaggio alla Mecca di Abramo, Agar ed Ismaele, con le loro peripezie e la narrazione dell’origine dei rituali meccani, come la corsa che si svolge sette volte fra Safa e Marwa e la venerazione della fonte miracolosa di Zamzam.
Alcune tradizioni conservate dagli hadith si riferiscono al ritorno di Gesù come Messia (al-masih) alla fine dei tempi. Se già il Corano parla del ritorno di Gesù al momento del giudizio (Sura 43,61: «Ed egli non è che un presagio dell’Ora») gli hadith precisano ulteriormente: «Giuro su Dio che Gesù discenderà dal cielo e sarà giudice equo, distruggerà la croce, ucciderà i maiali, toglierà la tassa ai non musulmani, lascerà andare le cammelle più giovani, ma nessuno se ne interesserà; spariranno invece l’odio, la gelosia e l’invidia e quando egli chiamerà la gente a prendere ricchezze, nessuno lo farà».

- cfr. Il Corano e la Tradizione. Valore e interpretazione degli insegnamenti della prima generazione musulmana, di Michel Cuypers (su www.gliscritti.it)

Es. il Corano accetta che si beva vino ed insieme lo nega: che fare?

Sura II, La giovenca
219. Ti chiedono del vino e del gioco d'azzardo. Di'*: “In entrambi c'è un grande peccato e qualche vantaggio per gli uomini, ma in entrambi il peccato è maggiore del beneficio!”. E ti chiedono: “Cosa dobbiamo dare in elemosina?”. Di': “Il sovrappiù”. Così Allah vi espone i Suoi segni, affinché meditiate

*[Ad Allah (gloria a Lui l'Altissimo) piacque che il Corano scendesse sul Suo Inviato (pace e benedizione su di lui), in un arco di tempo lungo ventitrè anni. Si trattava infatti di costruire una comunità di credenti che avesse in sé doti di solidità e di coesione eccezionali. Il dato di partenza era davvero infimo. La maggior parte degli arabi della jahiliya (lett. l'ignoranza, la condizione dell'uomo prima che gli giunga la luce della Parola di Allah) avevano stili di vita ed etiche personali particolarmente discutibili. L'abuso di alcool era diffuso e riguardava anche il notabilato delle città. Nella Sua Lungimiranza e Magnanimità Allah (gloria a Lui l'Altissimo) formulò per gradi la Sua legge a proposito dell'ebbrezza. In questa prima “comunicazione” attira l'attenzione sulla nocività spirituale del vino (e del gioco d'azzardo). Poi in IV, 43 rende incompatibile la condizione dell'ubriachezza con quella necessaria per assolvere all'orazione. Infine con il vers. 90 e 91 della sura V, venne decretato il divieto nella maniera più netta; di conseguenza, i credenti si astennero immediatamente dal consumo di bevande alcoliche]

Sura IV, 43, Le donne
43. O voi che credete! Non accostatevi all'orazione se siete ebbri* finché non siate in grado di capire quello che dite; e neppure se siete in stato di impurità* finché non abbiate fatto la lavanda (a meno che non siate in viaggio). Se siete malati o in viaggio, o se uscite da una latrina, o avete avuto rapporto con le donne e non trovate acqua, fate allora la lustrazione pulverale* con terra pulita, con cui sfregherete il viso e le mani. In verità Allah è indulgente, perdonatore.

*[“Con questo versetto si ha la fase intermedia della proibizione del consumo di bevande alcoliche nell'Islàm. La prima fase (disapprovazione) avvenne con in II, 219 (vedi anche la nota), l'ultima (divieto assoluto) con i verss. 90-91 della sura V] 

Sura V, La tavola imbandita
90. O voi che credete, in verità il vino, il gioco d'azzardo, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie, sono immonde opere di Satana. Evitatele, affinché possiate prosperare.* *[ Con questo versetto si conclude la rivelazione coranica a proposito degli alcolici, (vedi II, 219 e IV, 43)]
91. In verità col vino e il gioco d'azzardo, Satana vuole seminare inimicizia e odio tra di voi e allontanarvi dal Ricordo di Allah e dall'orazione. Ve ne asterrete? 

Es. la violenza dopo un peccato grave o l’apostasia

a/ Sura della Vacca 2,256: “Non vi sia costrizione nella religione! La retta via ben si distingue dall’errore”.
Sura di Giona 10,99-10: “Se il tuo Signore l’avesse voluto, tutti gli abitanti della terra avrebbero creduto. E tu vorresti costringere gli uomini a diventar credenti? Nessuno può credere senza il permesso di Dio”.
Sura della Caverna 18,29: “Di’: La verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole non creda”.

b/ Sura del Pentimento 9,74: “Giurano per Dio di non aver detto nulla, eppure hanno parlato da miscredenti e dopo aver abbracciato l’islam l’hanno rinnegato. Hanno cercato di attuare un piano che non è loro riuscito, e se l’hanno poi sconfessato è stato solo perché Dio, insieme al suo Messaggero, li ha arricchiti dei suoi favori. Se si convertiranno, sarà meglio per loro; se invece volteranno le spalle, Dio li punirà con un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro; e qui in terra non avranno patroni né difensori”.

Sura della Vacca 2,191-193. Ecco cosa dice: “Uccideteli ovunque li incontriate e scacciateli da dove hanno scacciato voi, poiché la sovversione, fitnah, è peggiore dell’uccisione. Non combatteteli però presso il Sacro Tempio, a meno che non vi attacchino per primi: in tal caso, uccideteli. Ecco la ricompensa dei miscredenti! Ma se desistono, sappiate che Dio è indulgente e misericordioso. Combatteteli dunque finché non ci sia più sovversione, e la religione sia quella di Dio. Se desistono, non ci siano più ostilità se non contro gli iniqui”.

Sura 47,4 Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue

Sura 8,12-17 Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo… Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi.

c/ hadith di Awza’i, numero 1354: “A proposito della donna, se si separa dall’islam, deve essere uccisa”.

hadith di ‘Ikrimah: “Chi cambia religione, uccidetelo”.

La sua applcicazione in questi giorni

Corano 7,124 : «Vi farò tagliare mani e piedi alternati, quindi vi farò crocifiggere tutti». 

Vincere con le idee. Anche all’islam serve un’altra logica, di Khaled Fouad Allam, da Avvenire del 5/2/2015
Il vocabolario pare completamente impotente per descrivere le immagini della condanna a morte per mano dell’Is del pilota giordano: chiuso come un animale in gabbia e dato alle fiamme come un qualunque oggetto. Va ben oltre a ciò che noi chiamiamo barbarie, e il linguaggio non riesce a descrivere tale orrore.
Le immagini hanno girato il mondo via internet – che non conosce le frontiere della morale – e mostrano ciò che all’inizio di questo secolo l’essere umano è ancora capace di commettere. Sembra un brutto corto circuito della storia, qualcosa che non si trova nemmeno fra la preistoria e le pagine più buie del Medioevo. Le immagini hanno suscitato il profondo disgusto anche da parte della comunità musulmana e delle autorità musulmane e l’imam dell’università di al-Azhar (università che forma il personale di culto del mondo musulmano sunnita) ha denunciato questo orribile atto.
Analizzando il suo discorso di condanna, si rimane sorpresi da un certo tipo di logica e di atteggiamento dinnanzi all’argomentazione della condanna stessa. Appare così evidente che questo tipo di atteggiamento è significativo di un fatto: una parte dell’islam o della visione di ciò che è il diritto musulmano, in particolar modo il diritto penale, non governa assolutamente i meccanismi di produzione della violenza.
Così la seconda sequenza del discorso di condanna pronunciata dall’imam di al-Azhar lascia un certo sgomento perché, utilizzando una specie di logica legata alla cultura dell’Antico Testamento, si pone verbalmente in modo simmetrico alla violenza perpetrata dall’Is. Ovviamente sono solo parole, ma le parole e il lessico possono nascondere mali oscuri, come dimostrò l’antropologo delle religioni e psichiatra René Girard nel suo suggestivo saggio "Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo". 
Questa violenza che lui definì come rivalità mimetica è presente purtroppo nella seconda parte del testo dell’imam. La rivalità mimetica in relazione alla violenza si autoalimenta dalla violenza stessa perché incapace di trovare un’alternativa alla violenza stessa. È un errore fondamentale perché, provenendo da un’autorità religiosa, si sarebbe dovuto adottare tutt’altro tipo di discorso, se pensiamo che ci sono stati gesti comuni alle diverse religioni come la preghiera per la pace del 1986 ad Assisi. 
E prima ancora l’esempio venuto dal Concilio Vaticano II della Chiesa cattolica. E, poi, numerosi incontri di pace dove accanto a uomini e donne di fedi diverse furono presenti delegazioni di musulmani. Cadere nell’immagine e nelle metafore dell’universo dell’«occhio per occhio» non ci aiuta per nulla. Egli avrebbe dovuto fare una cosa completamente diversa: aprire il discorso non sulla logica della punizione o della vendetta, bensì su idee che possano liberare l’uomo dalla sua malvagità, come ad esempio ribadire il fatto che esiste da tempo un’istituzione internazionale, la Corte penale internazionale dell’Aja, e che questi criminali dell’Is possono essere deferiti dinnanzi a questo tribunale che giudica i crimini di guerra più efferati, che siano individuali o collettivi. 
Questo sarebbe stato molto importante e innovativo, come pensiero e come azione, perché quel Tribunale non è soltanto il luogo della condanna, ma il luogo dove le idee più assurde sono smantellate in nome della ricerca della giustizia e della pace. Idee contro idee: è così che l’umanità potrà fare progressi, quando sarà capace di guardare in faccia se stessa, e ascoltare dinnanzi al mondo i fatti e le idee più terribili. Giudicarli. E intimare non la «ripetizione», ma il «mai più». Certo, un tribunale non cambierà da solo il mondo, ma almeno ci mette in guardia, ci dà un luogo a cui guardare con fiducia e ci aiuta a progredire lentamente, anche se solo di un millimetro alla volta. 

Da Al Azhar: Uccidete, crocifiggete, amputate i terroristi dello Stato islamico, dall'Agenzia di stampa Asianews 4/2/2015
Il Cairo (AsiaNews/Agenzie) - Al Azhar, l'istituzione più autorevole del mondo sunnita, con base in Egitto, lancia un appello edomanda di "uccidere, crocifiggere e amputare" i "terroristi" dello Stato islamico (SI),responsabili dell'uccisione del pilota giordano Maaz al-Kassasbeh, bruciato vivo, probabilmente in Siria.  Intanto nel mondo arabo-islamico vi sono forti condanne verbali, ma timide decisioni politiche.
In un comunicato diffuso nella notte, il grande imam di Al Azhar, lo sheikh Ahmed al-Tayeb, ha "condannato con forza... questo vile atto terrorista, che merita la punizione prevista nel Corano per quegli aggressori corrotti che combattono Dio e il suo profeta: la morte, la crocifissione o l'amputazione delle loro mani e piedi".
Lo scorso dicembre, al-Tayeb aveva già condannato i "crimini barbari" commessi dallo Stato islamico in Iraq e in Siria.
L'uccisione del giovane pilota giordano, diffusa con un video via internet, ha suscitato una serie di condanne nel mondo arabo-islamico. Per il ministro degli esteri degli Emirati, Abdallah Ben Zayed Al-Nahyane, lo SI "è un male che va sradicato dalle società civili, senza perdere alcun tempo" e le società musulmane devono "difendere l'islam da questi attacchi ed atti che hanno come scopo di tradire i suoi nobili valori".
In Arabia saudita, una fonte ufficiale citata dall'agenzia di Stato accusa gli uccisori del pilota di essere "nemici dell'islam" e riafferma l'impegno del regno "a lottare contro questa ideologia falsa e contro tutte le organizzazioni estremiste che si nascondono dietro di essa".
L'Arabia saudita, come la Giordania e gli Emirati fanno parte della coalizione internazionale anti-SI guidata dagli Stati Uniti. L'esecuzione di Maaz al-Kassasbeh è stata presentata come una "punizione" contro la Giordania che partecipa alla "coalizione crociata".
Il quotidiano siriano al-Watan fa notare che "il fuoco del gruppo terrorista brucia la Giordania dopo che, nei quattro anni di conflitto in Siria, Amman ha facilitato l'entrata di migliaia di salafiti attraverso le sue frontiere perché combattessero... contro l'esercito siriano".
In effetti, Giordania e soprattutto Arabia saudita, Emirati, Qatar, Turchia - insieme ai Paesi occidentali quali Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti - hanno sostenuto la lotta contro Bashar Assad finanziando e armando i gruppi "dell'opposizione", che ora sono definiti "terroristi".
Il Bahrain e il Kuwait condannano l'uccisione del pilota giordano, bollando questo atto come un affronto all'islam e "a tutte le religioni".
L'Iran definisce "anti-umano e anti-islamico" l'assassinio di Kassasbeh e offrendo le condoglianze alla sua famiglia, esprime solidarietà al regno hashemita.
Davanti a questo coro di condanne, stride però la decisione presa dal governo degli Emirati, di sospendere la partecipazione ai raid aerei contro lo SI. Tale decisione era stata presa in dicembre, proprio dopo la cattura del pilota giordano, nel timore che possa succedere qualcosa di simile ai piloti degli Emirati.
In Giordania, il Centro cattolico per gli studi e i media di Amman, ha proposto che tutte le chiese del Paese facciano suonare a lutto le campane e per tutta la settimana vi siano preghiere e messe "per la perdita del martire della patria". Il direttore del Centro, p. Rifat Baader, ha inviato anche le sue condoglianze alla famiglia di Kassasbeh e a tutti coloro "che soffrono a causa dell'estremismo, dell'oscurantismo, del terrorismo". 

Es. statuto dei non musulmani

I dhimmîy

Sura IX Il pentimento, 29. Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo*, e siano soggiogati.

*[“il tributo” (jizya): è il tributo di capitolazione con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo Stato islamico. Il pagamento della “jizya” conferiva loro lo status di “dhimmîy” (protetti) e con il quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in sicurezza nello Stato islamico. Ai tempi del Profeta, l'ammontare della “gizya” annua era pari a dieci dirham (circa 30 grammi d'argento) per ogni uomo adulto (donne, bambini, schiavi e poveri erano comunque esenti) e corrispondeva a dieci giorni di mantenimento alimentare]

Sura 2,221 Non sposate le donne associatrici, finché non avranno creduto… e non date espose agli associatori, finché non avranno creduto

Es. Jihad

da Cento domande sull’islam. Intervista a Samir Khalil Samir, a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid, Marietti 1820, Genova, 2002, pp. 34-39
Le parole islām e salām derivano effettivamente dalla stessa radice, ma non hanno un contatto diretto. Mi spiego: la radice s-l-m in arabo, come sh-l-m in ebraico e in tutte le lingue semitiche, significa "essere sano", "essere in pace" e c'è un legame semantico tra pace, salvezza, salute, eccetera. Salām, in arabo, significa pace, salāma significa salute, islām significa sottomissione. La parola islām deriva dal verbo aslama, che vuol dire "sottomettersi" o "abbandonarsi a"; l'islām è quindi l'atto di abbandonarsi o di sottomettersi, si sottintende a Dio, ma non significa "mettersi in stato di pace", anche se qualcuno può, con motivazioni spirituali, aggiungere questo significato non etimologico.

Muslim, participio, vuol dire “sottomesso”

da D. Sourdel – J. Sourdel-Thomine, Vocabolario dell'islam, Città aperta, Troina, 2005, pp. 115-116, voce Jihâd.
JIHÂD – “Lotta”, nel significato originale. – Indicò innanzitutto, nei trattati di diritto religioso o fiqh, lo “sforzo di guerra” che doveva essere intrapreso contro gli infedeli o kâfir, in nome della Legge o sharî'a, per far trionfare la vera religione. Di qui il senso di “guerra legale”, piuttosto che “guerra santa”, decisa dal capo della comunità, ossia da un califfo che governa realmente o da uno dei suoi rappresentanti, l’emiro o, più tardi, il sultano. – Si tratta dunque di un “dovere collettivo” o fard kifâya e non individuale, destinato ad assicurare l’espansione dell’islam in quanto religione universalista e che istituisce uno stato di guerra permanente con i territori non musulmani chiamati dâr al-harb, nei confronti dei quali solo una forma di tregua o hudna, e non una pace durevole, può essere consentita. – Spiega le diverse imprese militari che hanno assicurato l’ampliamento del mondo musulmano, a partire dalla vittoria o fath di Muhammad sugli abitanti della Mecca che seguì le sue diverse battaglie e spedizioni o maghâzi, e l’epoca delle grandi conquiste che si svolsero subito dopo la sua morte. – Più o meno regolarmente osservato in seguito, dal 1914 non è più stato decretato ufficialmente ma in epoca contemporanea viene spesso intrapreso da gruppi di combattenti indipendenti. – A partire dal X secolo, alcuni autori avevano modificato il senso del termine vedendovi solamente un combattimento difensivo (per esempio contro i Franchi e i Mongoli) o una lotta contro l’eresia. – I sufi sono giunti a interpretarlo come una lotta contro le passioni. Da qui le espressioni jihâd maggiore per lo sforzo interiore e jihâd minore per quello guerresco

Al-Bukhārī 2787
Disse Abū Hurayra: «Ho sentito l'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, dire: "Colui che combatte sulla via di Dio, e Dio conosce meglio di chiunque chi combatte sulla Sua via, è come colui che digiuna e che veglia la notte in preghiera: Dio garantisce a chi combatte sulla Sua via che se sarà ucciso lo farà entrare in paradiso, altrimenti lo farà ritornare sano e salvo con una ricompensa o un bottino».

Al-Bukhārī 3015
Disse Ibn ‘Umar, Dio si compiaccia di lui e di suo padre: «Durante una delle campagne militari dell’Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, una donna fu trovata uccisa. Allora l’Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, vietò l’uccisione di donne e bambini». 

Al-Bukhārī 3030
Disse Jābir ibn ‘Abdallāh, Dio si compiaccia di lui e di suo padre: «Il Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse:  “La guerra è un raggiro”». 

Al-Bukhārī 4471
Disse Abū Isḥāq: «Chiesi a Zayd ibn Arqam, Dio si compiaccia di lui: “A quante spedizioni militari hai partecipato insieme al Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace?”. Rispose: “A diciassette”. Poi gli domandai: “E quante spedizioni militari ha effettuato il Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace?”. Rispose: “Diciannove”. 

Al-Bukhārī 3635
Disse ‘Ā’isha, la Madre dei Credenti, Dio si compiaccia di lei: «Chiesi al Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, il permesso di partecipare al jihād, ma egli mi rispose: “ Il vostro jihād è il pellegrinaggio”». 

Al-Bukhārī 2926
Disse Abū Hurayra, Dio si compiaccia di lui: «L’Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: “L’Ora non sorgerà fino a quando non combatterete gli ebrei, quando la pietra dietro alla quale si riparò l’ebreo dirà: ‘O musulmano, c’è un ebreo dietro di me, uccidilo’”».  

Cfr. la scimitarra di Maometto al Topkapi di Istanbul

Cfr. anche i 4 califfi delle origini

Es. Adulterio, omosessualità, frustate o lapidazione

Al-Bukhārī 6831
Disse Zayd ibn Khālid al-Juhāni: «Ho sentito il Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, ordinare a proposito di chi commette adulterio e non è già sposato una pena di cento frustate e di un anno di esilio». 

Al-Bukhārī 6829
Disse Ibn ‘Abbās, Dio si compiaccia di lui e di suo padre: «Disse ‘Umar: "Temo che, quando sarà passato molto tempo, qualcuno possa dire: 'Non troviamo il versetto della lapidazione nel Libro di Dio', e si allontani dalla retta via abbandonando un precetto rivelato da Dio. La lapidazione è dovuta contro la persona già regolarmente sposata che commette adulterio, quando ci sia una prova sicura, o una gravidanza o la confessione"». Sufyān aggiunse: «lo l'ho memorizzato in questo modo: "L'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, ricorreva alla lapidazione, e così abbiamo fatto noi dopo di lui"».

Al-Bukhārī 3635
Disse ‘Abdallāh ibn ‘Umar, Dio si compiaccia di lui e di suo padre: «Gli ebrei si presentarono all'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, e gli dissero che un uomo e una donna dei loro avevano commesso adulterio. L'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, chiese loro: "Cosa si trova nella Torah a proposito della lapidazione?". Risposero: "Li umiliamo denunciando pubblicamente il loro crimine, e poi li facciamo frustare". Allora ‘Abdallāh ibn Salām intervenne dicendo: "Avete mentito, poiché nel Libro si parla della lapidazione". Portarono la Torah e l'aprirono. Uno di loro mise la mano sul versetto della lapidazione e lesse la parte precedente e quella successiva al versetto. ‘Abdallāh ibn Salām gli disse: "Solleva la mano". Quello la sollevò, e il versetto della lapidazione fu visibile. Dissero: "Aveva ragione, o Muḥammad, la Torah contiene il versetto della lapidazione". Così l'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, ordinò che i due fossero lapidati». ‘Abdallāh aggiunse poi: «Vidi l'uomo piegarsi sulla donna per proteggerla dalle pietre». 

Al-Bukhārī 6633
Dissero Abū Hurayra e Zayd ibn Khālid: «Due uomini sottoposero il loro caso all'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace. Uno dei due disse: "Giudica tra noi secondo il Libro di Dio", e l'altro, che era più istruito nella legge del primo, disse: "Sì, o Inviato di Dio, giudica tra noi secondo il Libro di Dio, ma per-mettimi di parlare". Gli disse: "Parla". Quello allora disse: "Mio figlio lavorava per quest'uomo, e ha commesso adulterio con sua moglie. Mi hanno detto che mio figlio doveva essere lapidato, e allora io l'ho riscattato dando in pagamento cento pecore e una delle mie schiave. Poi ho interrogato gli uomini di scienza, i quali mi hanno informato che mio figlio deve essere condannato a cento frustate e a un anno di esilio, e che solo la moglie di costui deve essere lapidata". L'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: "Per Colui che tiene la mia anima nella Sua mano, giudicherò tra voi due secondo il Libro di Dio. Le pecore e la schiava ti devono essere restituite". Condannò il figlio dell'uomo a cento frustate e a un anno di esilio. Poi ordinò a Unays al-Aslamī di andare dalla moglie dell'altro uomo e, nel caso avesse confessato, di lapidarla. La donna confessò, ed egli la lapidò». 

Al-Bukhārī 6813
Disse al-Shaybānī: «Domandai ad ‘Abdallāh ibn Abī Awfā: "L'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, ricorreva alla lapidazione?”. Mi rispose: “Si”. Gli chiesi allora: “Prima che fosse rivelata la sūra della Luce, o dopo?”. Mi disse: “Non lo so”. 

Ibn Māja 2561-2563
Disse Ibn ‘Abbās: Disse l'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace: "Se trovate qualcuno intento a compiere l'atto del popolo di Lūṭ [l’atto omosessuale], uccidete sia chi compie l'atto sia chi lo subisce"». Disse Abū Hurayra «li Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse a proposito di chi compie l'atto del popolo di Lūṭ: Lapidate quello che sta sopra e quello che sta sotto, lapidateli entrambi"». Disse Jābir ibn ‘Abdallāh: «L'Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, di se: "Ciò che temo di più per la mia comunità è l'atto del popolo di Lūṭ”». 

Es. la poesia (anche qui ambiguità nel capire se la poesia e la letteratura debbono essere amate o meno)

Al-Bukhārī 5590
‘Abd al-Raḥmān ibn Ghanm al-Ash‘ārī disse: «Abū ‘Āmir, o Abū Mālik, al-Ash‘ārī, il quale, per Dio, non mi ha mentito, aveva sentito il Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, dire: "In seno alla mia comunità ci saranno uomini che riterranno lecite la fornicazione, la seta, il vino e gli strumenti musicali. Ci saranno uomini sul fianco di una montagna che, quando alla sera il pastore ritornerà con le loro greggi chiedendo loro qualcosa per le sue necessità, gli diranno: ‘Torna domani’. Dio li attaccherà di notte abbattendo la montagna, e trasformerà quegli altri in scimmie e maiali fino al giorno della Risurrezione”». 

Al-Bukhārī 6145
Disse Ubayy ibn Ka‘b: «L’Inviato di Dio, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Nella poesia c’è saggezza”». 

Al-Bukhārī 6154
Disse Ibn ‘Umar, Dio si compiaccia di lui e di suo padre: «Il Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Sarebbe meglio per uno di voi avere il ventre pieno di pus piuttosto che di poesia”». 

Es. i cani, esseri impuri 

Al-Bukhārī 3322
Disse Abū Ṭalḥa, Dio si compiaccia di lui: «Il Profeta, Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Gli angeli non entreranno in una casa dove si trovano un cane e un’immagine”». 

4/ Da dove partire? Innanzitutto è importante affermare che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio… ogni uomo vale e chi uccide, ma anche solo nega la libertà sta offendendo Dio (e questo e sufficiente per vivere in pace)

Ma cosa possiamo e dobbiamo fare di bene, mentre il male scatena i suoi colpi orrendi e tristi? Cosa dobbiamo pensare per agire?

da Laura Pausini, Il mondo che vorrei 
«Perché il cuore di chi ha un altro Dio 
è uguale al mio. […]
Per chi spera ancora in un sorriso, 
perché il suo domani l'ha deciso 
ed è convinto che il suo domani 
è insieme a te».  

Nessun appartenente serio ad una religione diversa dal cristianesimo accetterebbe di dire che Dio è lo stesso, cfr. ad es. la critica coranica ai cristiani di essere “associazionisti” ed il rifiuto che un figlio si battezzi (e nemmeno un appartenente al cristianesimo direbbe che Dio è lo stesso!)

4.1/ Ci unisce anzitutto il “senso religioso”

Hans Urs von Balthasar e lo "spirito di Assisi", di Pietro Messa (da un articolo di padre Pietro Messa pubblicato in Communio. Rivista Internazionale di Teologia e Cultura 203-204 (settembre-dicembre 2005), pp. 207-219)
Uno dei punti più controversi del pontificato di Giovanni Paolo II è il cosiddetto "spirito di Assisi", ossia quel movimento che ha avuto inizio dalla storica giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace svoltasi nella città di san Francesco il 27 ottobre 1986. Si può dire che è come lo spartiacque dei giudizi sul suo pontificato: a causa di quel gesto egli è stato un grande o una rovina per la Chiesa. […]
Dopo l'incontro, distorcendone i contenuti, qualcuno vide realizzato un tradimento, per non dire un'apostasia, della fede cristianamentre altri vi videro finalmente la realizzazione di un ONU delle religioni. […]
Certamente le conseguenze di tale incontro non furono innocue, tanto che nel discorso alla Curia romana in occasione del Natale 1986 Giovanni Paolo II non fece altro che dare le motivazioni teologiche dell'incontro assisano dell'ottobre precedente.
Tuttavia Giovanni Paolo II non fu un ingenuo, e neppure coloro che organizzarono tale incontro. Basta leggere, ad esempio, gli articoli che L'Osservatore Romano ha dedicato alla preparazione di tale appuntamento, come quello di Angelo Scola, futuro cardinale patriarca di Venezia, in cui mise in rilievo che ad Assisi i rappresentanti delle diverse religioni erano assieme per pregare e che mai avrebbero pregato assieme, essendo di fedi diverse. Così anche il discorso che il Papa stesso fece all'introduzione della celebrazione eucaristica con le claustrali nella cappella della Casa Sacro Cuore in Perugia mostra una chiarezza di identità che non dà adito a fraintendimenti. […]
Per uscire da un certo equivoco creatosi attorno allo "spirito di Assisi" un aiuto importante è offerto, sia per autorevolezza che per la sua posizione, da Hans Urs von Balthasar in un suo scritto di commento a quella giornata. Infatti a distanza di pochi giorni dall'incontro di Assisi e davanti alle diverse reazioni sia intra ecclesiali, che esterne, egli intervenne con un suo contributo dell'otto novembre 1986 dal titolo lapidario «Io e Assisi». L'autorevolezza di tale intervento rende plausibile una sua lettura evidenziandone gli aspetti fondamentali.
Innanzitutto egli riconosce la grandezza di quell'incontro:
Il mondo sente che in Assisi qualcosa di unico è avvenuto. Per la prima volta, in risposta al geniale suggerimento del nostro Santo Padre, si sono riuniti tutti gli uomini di preghiera. S'è trattato di qualcosa di tanto più grande di un gesto umanitario; ed hanno torto tutti coloro che hanno voluto limitarlo ad un piano puramente umano: sia quelli che hanno rimproverato il Papa di "massoneria", come quelli che lo hanno esaltato per aver fatto di tutte le religioni un'unica.
Secondo il noto teologo di Basilea, quindi, quello avvenuto ad Assisi il 27 ottobre 1986 è «qualcosa di unico» nato dal «geniale suggerimento» di Giovanni Paolo II di invitare tutti gli uomini di preghiera a «qualcosa di tanto più grande di un gesto umanitario»; e ciò sempre secondo il noto teologo, «il mondo [lo] sente», in una sorta disensum fidei che sa intuire le cose grandi.
[…] Proprio da questa certezza muove anzi una strada sicura all'evento d'Assisi. Per il cristiano che crede è, infatti, un'eresia non riconoscere che Cristo sia morto per tutti gli uomini. Non sono tutti, a qualsiasi religione o visione del mondo appartengano, toccati dalla Grazia di Dio, qualora essi non la respingano volontariamente?
Leggendo queste affermazioni di Balthasar non si può non pensare alla dichiarazione Dominus Jesus della Congregazione per la dottrina della fede che porta la firma dell'allora prefetto, cardinal Joseph Ratzinger, e che davanti alle critiche che suscitò la sua pubblicazione il Papa stesso la difese il primo ottobre dell'anno giubilare del 2002 – al termine di una celebrazione dal tono missionario in cui furono canonizzati tra altri i martiri della Cina – affermando che la Dominus Iesus è stata da lui voluta e "approvata in forma speciale". Vari hanno visto una contraddizione tra l'evento di Assisi e tale dichiarazione, mentre Balthasar già nel 1986 riteneva che proprio la certezza dell'esser cristiano di Giovanni Paolo II – che verrà espresso solennemente nella dichiarazione Dominus Jesus nell'anno 2000 – è «una strada sicura all'evento d'Assisi».
Ancor più profondamente. Tutti coloro che hanno pregato in Assisi non sono forse consapevoli di non essere l'assoluto e, dunque, che una Potenza superiore, che nessun uomo può chiamare con un nome adeguato, è sopra di loro? Una Potenza alla quale sono in un qualche modo debitori e alla quale si rivolgono in preghiera, potendo guardare verso l'Alto nella speranza e nell'offerta. Che lo voglia o meno, l'uomo è un "animal religiosum", un "senso religioso" lo costituisce nel suo più profondo essere persino anche quando rifiuta tutte le religioni storiche come qualcosa di non adeguato, come qualcosa di estraneo agli uomini.
Quindi, per Balthasar, non è nella fede che va cercato l'elemento unificatore di Assisi, ma nel "senso religioso" che «costituisce [l'uomo] nel suo più profondo essere». […]
Continuando Balthasar afferma, riferendosi sempre al "senso religioso" dell'uomo:
Non si può mai sopprimere la nostalgia di preghiera che sgorga dalla sua anima, nostalgia di adorazione e di contemplazione. Di questo non vi è, forse, prova migliore del fatto che i vari accaniti tentativi dell'ateismo ideologico di sradicare dai cuori questo senso religioso si sono trasformati in pioggia benefica che ha fatto spuntare dal terreno sempre nuovi germogli religiosi.
Si deve ricordare che nel 1986 non era ancora caduto il muro di Berlino e che nell'Est d'Europa continuava a dominare l'ateismo ideologico che cercava di sradicare dai cuori questo senso religioso di cui parla Balthasar. Intervenendo in preparazione alla giornata del 27 ottobre, Philippe Delhaye, allora segretario generale della Commissione Teologica Internazionale, ricordava che «per una buona parte del xix secolo, la religione è stata presentata come una malattia infantile dell'umanità. E lo è ancora agli occhi di certi ateismi ufficiali e politici». Tale ateismo si appellava alla pace per ritrovare l'unità con i cattolici, ma secondo Balthasar la grandezza di Giovanni Paolo II sta nell'aver coniugato il tema della pace proprio con il "senso religioso" rifiutato da tale ateismo ideologico; se quest'ultimo voleva cercare la collaborazione dei cattolici trovando una possibile unità sul tema della pace prescindendo dalla domanda religiosa dell'uomo, il Papa vuole trovare la pace facendo appello proprio al "senso religioso" che accomuna tutti gli uomini.
Egli vuole «sottolineare il legame tra questa rivalutazione dell'homo religiosus e le speranze riposte nell'homo pacificus». Un cambiamento di prospettiva non da poco! Sembra contraddittorio, ma proprio tale affermazione che la motivazione dell'incontro per la pace di Assisi è unicamente religiosa diede a tale raduno una significato politico non indifferente; tuttavia si deve riconoscere che tale risonanza politica non fu pienamente colta.
Balthasar continua:
Assisi non ha in alcun modo mostrato che le religioni sono un'unica religione ma ha chiarito con la massima evidenza che ve ne sono di molto diverse, ed ha anche voluto tener conto di questo con la massima meticolosità immaginabile. Tutti coloro che insieme hanno pregato l'hanno esattamente compreso. Nessuno ha inteso l'iniziativa come un atto propagandistico d'una determinata Chiesa.
Balthasar, contrariamente a coloro che hanno letto – chi applaudendo e chi condannando – l'incontro di Assisi come una riunione sincretista, parla di una «massima evidenza» e di «massima meticolosità immaginabile» con cui l'incontro di Assisi ha mostrato che le religioni non sono un'unica religione. […]
Infatti mai hanno pregato insieme, ma ciascun gruppo religioso ha pregato in luoghi distinti; gli organizzatori con una «massima evidenza» e «massima meticolosità immaginabile» hanno cercato di esprimere ciò soprattutto nel terzo momento della giornata del 27 ottobre, ossia quando tutti i rappresentanti delle religioni si sono riuniti nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco.
La preoccupazione del sincretismo era forte come mostra una serie di riflessioni preparatorie che su L'Osservatore Romano hanno richiamato il senso autentico di tale incontro. Così Delhaye scrisse che è stato «preparato fin nei dettagli questo incontro mondiale. Si trattava, da un lato di far emergere una fraternità e contemporaneamente una comunione senza remore e, dall'altro, di evitare le insidie del sincretismo e dell'indifferenza soprattutto agli occhi del grande pubblico, così male informato». [...]
Balthasar sviluppa ulteriormente il suo discorso:
Ma a tutti coloro che insieme hanno pregato è giunta, forse per la prima volta, a consapevolezza la cosa detta in precedenza, ossia che esiste nell'uomo "un senso religioso unico", nonostante non esista "un'unica religione".
Ad Assisi non si è annunciata un'unica religione, ma che nell'uomo – contrariamente a quanto afferma molto ateismo ideologico – esiste «un senso religioso unico». Ecco il punto centrale per Balthasar e per Giovanni Paolo II, ma che non è stato recepito da tutti; a questo riguardo Ernesto Galli della Loggia un giorno ebbe a dire a proposito dello "spirito di Assisi" che non tutti hanno vissuto e continuato a vivere tale avvenimento con l'elevatezza teologica, spirituale e culturale di Giovanni Paolo II.
Un senso religioso che vuole e deve esprimersi necessariamente in una forma di preghiera, di riconoscimento della Potenza suprema, o della Bontà, sopra tutti noi. E che questa unità, che comprende tutte le singole religioni, del "senso religioso" è, ad un tempo, anche il luogo dell'incontro, dell'accordo di tutti nella medesima natura umana, la profondità del mare, alla quale le tempeste, le inimicizie e le guerre che avvengono alla superficie non scendono. In questa profondità domina, dunque, una pace che tutti unisce.
Per Balthasar il luogo dell'incontro non è, quindi, la religione ma il "senso religioso", quel luogo delle domande fondamentali dell'uomo, della ricerca umile della verità. L'affermazione di tale prospettiva era stata affidata ad Angelo Scola che prima dell'incontro del 27 ottobre scrisse:
Costoro infatti, proprio pregando per la pace, testimoniano che non si dà pace senza verità. La preghiera infatti è sempre, in ultima analisi, domanda di verità. Per questo ogni religione autentica approfondendo la propria identità si spalanca sempre più alla verità. Alla verità oggettiva, che non sarà intesa alla stregua di una sintesi ecclettica ed indifferenziata delle diverse identità religiose, ma sarà invece appassionatamente perseguita, riconosciuta ed accolta la dove Essa avrà voluto manifestarsi.
La pace quindi è un valore solo se lo si persegue, come ogni altro valore all'interno della domanda di verità, che per sua stessa natura è verità totale. Se la pace fosse svuotata del suo contenuto veritativo e ridotta a un'idea generica separata dall'esperienza di verità cui ognuno dovesse sacrificare la sua propria identità, diventerebbe una parola vuota e perciò sarebbe impossibile la strada della pace.
Da sempre infatti dai quattro angoli della terra gli uomini chiedono la pace e... fanno la guerra! Ciò su cui gli uomini sono divisi, profondamente divisi, non è la pace ma la verità.
Ma il desiderio di pace [...] può essere la grande strada su cui oggi Dio chiama tutti gli uomini alla verità, ineliminabile fondamento di una pace duratura.[...]§
Sarà di fatto un appello [...] a riconoscere che il progresso morale dell'umanità [...] esige un superamento delle ideologie. Esse infatti impediscono all'uomo di accogliere la verità data nella natura di ciascuno, e perciò in qualche modo embrionalmente sperimentabile da tutti, ma soprattutto rivelata da Colui che è venuto a portare la «pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14).
Questa ricerca della verità è «il luogo dell'incontro, dell'accordo di tutti nella medesima natura umana» e dove scaturisce la pace. Similmente si espresse l'allora cardinal Joseph Ratzinger in un intervento di commento alla giornata di Assisi del 24 gennaio 2002, quando Giovanni Paolo II volle ritornare nella città di san Francesco dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle:
Per una giusta comprensione dell'evento di Assisi, mi sembra importante considerare che non si è trattato di un'autorappresentazione di religioni che sarebbero intercambiabili tra di loro. Non si è trattato di affermare una uguaglianza delle religioni, che non esiste. Assisi è stata piuttosto l'espressione di un cammino, di una ricerca, del pellegrinaggio per la pace che è tale solo se unita alla giustizia.
Il pellegrinaggio, la ricerca, l'uomo che cammina verso la verità è il luogo dell'incontro. In tutto ciò quello che è prospettato non è né un pensiero forte che si costruisce la verità degenerando nella ideologia chiusa al trascendente – come avveniva nel 1986 nei paesi dell'Est europeo ancora sotto l'egida comunista – e neppure un pensiero debole che rinuncia alla ricerca della verità scadendo nel sincretismo e relativismo, ma un pensiero umile nella ricerca della verità che rivelandosi all'uomo genera lo stupore di un incontro. Un pensiero umile che scardina la chiusura alla verità; chiusura che si può manifestare come pensiero forte delle ideologie, oppure pensiero debole del relativismo. Quindi centrale e punto di partenza non è la pace, ma il senso religioso; è da lì, a quelle profondità che si scopre la pace.
Rimarcando il tema della pace Balthasar sottolinea:
Se in Assisi s'è pregato espressamente per la pace del mondo – e quanto giustamente – lo si è fatto a partire dalla pace stessa che è venuta alla superficie dalla profondità.
Più di tutti si dovrebbero citare le parole: "Tutto quello che voi chiederete pregando, credete di averlo già ottenuto e vi avverrà" (Mc 11,24).
Questa è la fiducia che abbiamo in Dio: se noi chiediamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E sapendo che ci ascolta in ciò che chiediamo, sappiamo pure che possediamo già quanto gli abbiamo chiesto"(1Gv 5,14-15),
Balthasar rimanda a Colui che è la risposta adeguata al "senso religioso" umano, ossia a Dio rivelato nel Vangelo, che dona all'uomo ciò che chiede con fede. […]
Al termine della lettura dell'intervento di Balthasar possiamo affermare senza timore con Racca, che così conclude un suo intervento inerente il dialogo interreligioso nel magistero dopo il concilio Vaticano II: «La giornata di preghiera per la pace ad Assisi del 27 ottobre 1986 – e la serie di incontri da essa scaturita fino all'ultimo del 24 gennaio 2002 – rappresenta una tappa fondamentale e l'immagine più bella e significativa di questo cammino. Possiamo assumerla come via suggerita dallo Spirito, come segno di speranza per il futuro della Chiesa, delle religioni e del mondo».
Quello che Balthasar ha offerto in questo suo intervento, non è soltanto una lettura in profondità di ciò che è avvenuto ad Assisi il 27 ottobre 1986, ma anche una visione unitaria del pontificato di Giovanni Paolo II; veramente, usando una sua espressione, ha saputo cogliere il tutto del pontificato di Giovanni Paolo II nel frammento nell'incontro di Assisi. 

4.2/ Il senso religioso che è anche esigenza di cercare la verità su Dio 

Dire che Dio è unico, non vuol dire che Dio è lo stesso, la forza dell’ovvietà

Dobbiamo cercare la verità su Dio, come sulla politica, sull’origine del mondo o sul bene dinanzi ad un problema morale

Decalogo:
Es 20,2-5 «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso 

Socrate, nell’Eutifrone di Platone
"Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). 

La teologia protestante (e cattolica)
Karl Barth mise in contrapposizione religione e fede, giudicando la prima in modo assolutamente negativo quale comportamento arbitrario dell'uomo che tenta, a partire da se stesso, di afferrare Dio. Dietrich Bonhoeffer ha ripreso questa impostazione pronunciandosi a favore di un cristianesimo "senza religione". Si tratta senza dubbio di una visione unilaterale che non può essere accettata. E tuttavia è corretto affermare che ogni religione, per rimanere nel giusto, al tempo stesso deve anche essere sempre critica della religione. (dal Messaggio del Papa emerito Benedetto XVI per l'intitolazione dell'Aula Magna ristrutturata Pontificia Università Urbaniana, 2014)  

Triplice atteggiamento cristiano:

-apprezzamento (semina Verbi) che può arrivare ad individuare elementi paradisiaci!

-critica (che può arrivare ad individuare elementi demoniaci!)

-attesa, apertura, e compimento in Cristo

Es. del paganesimo… accolta la bellezza del diritto e della filosofia, rifiutati i giochi gladiatorii, compimento di un attesa di bellezza da Apollo a Cristo

Il che vuol dire anche che noi possiamo sentir parlare Dio tramite un uomo di Dio non cristiano! Lo Spirito Santo soffia dove vuole

Altra faccia della medaglia: Cristo unico salvatore del mondo (per il solo fatto che è l’unico che non ha bisogno di essere salvato… anche San Francesco d’Assisi è un salvato e non il salvatore) e per questo Cristo amante di tutti!

5/ 3 mantra da rovesciare

5.1/ Primo mantra: è il cristianesimo che impedisce l’accoglienza degli immigrati (mentre è il disprezzo della religione che lo impedisce!)

Ebbene no! E’ il disprezzo della religione che rende impossibile l’accoglienza… cfr. l’accusa di razzismo

di Antonio, un musulmano algerino convertitosi al cristianesimo (in Giorgio Paolucci e Camille Eid, I cristiani venuti dall’Islam. Storie di musulmani convertiti, Piemme, Casale Monferrato, 2005, pagg.70-71)
Da noi la libertà rimane un miraggio, qui in Occidente troppo spesso diventa una scatola vuota, un alibi per consentire a ciascuno di fare quel che gli salta in mente. Libertinismo, direi, più che libertà. Che libertà è, per esempio, quella di sfruttare il corpo femminile come veicolo per ogni genere di messaggio pubblicitario? Il velo può essere un simbolo di oppressione della donna, ma certamente l’ostentazione della nudità o un certo modo provocante e provocatorio di vestire non esaltano la libertà femminile. Dov’è finito il rispetto per la persona? E’ questo l’Occidente che vogliamo proporre al mondo islamico? I musulmani ci guardano: ora che vivo in Italia, capisco quanto possa risultare decisivo, per essere davvero credibili, dimostrare nei fatti che una civiltà che ha ereditato i grandi valori del cristianesimo può diventare punto di riferimento anche per il mondo islamico, dove è in corso un acceso dibattito sul rapporto tra fede e modernità. Grande è la responsabilità dei cristiani e della Chiesa per testimoniare che si può vivere fino in fonda da credenti in una società che si dice laica ma che non fa della laicità un alibi per ridurre Dio a un soprammobile. Se questo accadesse, sarebbe la morte di ogni vera esperienza religiosa di fronte agli dei del consumismo, della tecnica e del razionalismo che vogliono cancellare il Mistero dall’esistenza umana. 

Papa Francesco: «Dal momento che questa Esortazione è rivolta ai membri della Chiesa Cattolica, desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (Evangelii gaudium 200).

Papa Benedetto XVI: «Abbiamo il nostro compito di mettere meglio in rilievo ciò che noi vogliamo di positivo. E questo dobbiamo anzitutto farlo nel dialogo con le culture e con le religioni, poiché il continente africano, l’anima africana e anche l’anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. E’ importante dimostrare che da noi non c’è solo questo. E reciprocamente è importante che il nostro mondo laicista si renda conto che proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte “l’organo religioso” e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente, ma occorre una razionalità più ampia, che vede Dio in armonia con la ragione, dobbiamo mostrare che la fede cristiana che si è sviluppata in Europa è anche un mezzo per far confluire ragione e cultura e per tenerle insieme in un’unità comprensiva anche dell’agire. In questo senso credo che abbiamo un grande compito, di mostrare cioè che questa Parola, che noi possediamo, non appartiene – per così dire – ai ciarpami della storia, ma è necessaria proprio oggi» (dall’intervista rilasciata da Benedetto XVI a Radio Vaticana ed a tre televisioni tedesche il 13 agosto 2006).

-3 film Miracolo a Le Havre, Almanya - La mia famiglia va in Germania, Terraferma

I jihadisti, l’11 gennaio ed il vuoto dell’Europa, di Fabrice Hadjadj Tempi del 16/2/2015 un articolo di Fabrice Hadjadj pubblicato su Le Figaro del 10/2/2015, nella traduzione di Ugo Moschella, con revisione di Rodolfo Casadei. Il testo riprende una relazione del filosofo Fabrice Hadjadj tenuta presso la Fondazione De Gasperi, dinanzi ai Ministri italiani degli Interni e degli Esteri, al presidente della comunità ebraica di Roma ed al vice-presidente delle comunità islamiche della stessa città.
Cari Jihadisti, è il titolo di una lettera aperta pubblicata da Philippe Muray – uno dei più grandi polemisti francesi – poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La lettera si conclude con una serie di avvertimenti ai terroristi islamici, ma a esser presi di mira, di riflesso e ironicamente, sono in verità gli occidentali fanatici del comfort e del supermercato. Cito un passaggio da cui si può facilmente cogliere lo scherno pungente e sarcastico: «[Cari Jihadisti], temete la collera del consumatore, del turista, del vacanziere che smonta dal suo camper! Voi ci immaginate rotolati nei piaceri e nei passatempi che ci hanno rammolliti? Ebbene noi lotteremo come leoni per proteggere il nostro rammollimento. Ci batteremo per ogni cosa, per le parole che non hanno più senso e per la vita che queste si portano appresso».
E oggi possiamo aggiungere: ci batteremo specialmente per Charlie Hebdo, giornale ieri moribondo e privo di qualsiasi spirito critico – perché criticare è discernere, e Charlie metteva nello stesso calderone jihadisti, rabbini, poliziotti, cattolici e francesi medi – ma proprio per questo ne faremo il simbolo della confusione e del nulla che ci animano!
Ecco pressappoco lo stato dello Stato francese. Invece di lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, parla e parla, ne approfitta per lavarsi la coscienza, risalire nei sondaggi, disporsi accanto alle vittime innocenti, alla libertà schernita, alla moralità oltraggiata, purché non si ammetta il vuoto umano della politica condotta da parecchi decenni, né l’errore di un certo modello eurocentrico secondo il quale il mondo evolverebbe verso la secolarizzazione, mentre altrove, quasi ovunque e almeno dal 1979, si assiste ad un ritorno della religione nella sfera politica. Ma ecco: questa troppo buona coscienza e questo accecamento ideologico stanno preparando per molto presto, se non la guerra civile, perlomeno il suicidio dell’Europa.
La prima cosa che bisogna constatare è che i terroristi dei recenti attentati di Parigi sono francesi, che sono cresciuti in Francia e non sono incidenti di percorso e neppure mostri, ma prodotti dell’integrazione alla francese, veri figli della Repubblica attuale, con tutta la rivolta che tale discendenza può indurre.
Nel 2009, Amedy Coulibaly, l’autore degli attentati di Montrouge e del supermercato kosher di Saint-Mandé, era stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy con altri nove giovani scelti dai loro datori di lavoro per manifestare i benefici del percorso studio-lavoro: a quel tempo lavorava con un contratto di formazione nella fabbrica della Coca-Cola della sua città natale di Grigny.
I fratelli Kouachi, orfani, figli di immigrati, erano stati accolti dal 1994 fino al 2000 in un centro educativo della Corrèze, centro che appartiene alla fondazione Claude-Pompidou. All’indomani della sparatoria alla sede di Charlie Hebdoil direttore del centro educativo si diceva stupefatto: «Siamo tutti scioccati da questa storia perché conosciamo quei giovani. Si fa fatica a immaginare che quei ragazzi, che erano perfettamente integrati (giocavano a calcio nei club locali), abbiano potuto uccidere deliberatamente in quel modo. Si fa fatica a crederci. Durante il loro percorso da noi non hanno mai dato luogo a problemi di comportamento. Saïd Kouachi (…) era completamente pronto per la vita socio-professionale». Queste affermazioni rimandano a quelle del sindaco di Lunel – piccola cittadina del sud della Francia – che si stupiva del fatto che dieci giovani del suo comune fossero partiti per unirsi al jihad in Siria, proprio adesso che la municipalità aveva risistemato una magnifica pista da skateboard nel loro quartiere.
Il legame tra martirio e maternità
Che ingratitudine! Come è possibile che questi giovani non abbiano veduto le loro aspirazioni più profonde realizzate lavorando per Coca-Cola, facendo dello skateboard o giocando nella squadra di calcio locale? Come mai il loro desiderio di eroicità, di contemplazione e di libertà non si è sentito soddisfatto dall’offerta così generosa di poter scegliere tra due piatti surgelati, guardare una serie tv americana o astenersi alle elezioni? E perché le loro speranze di pensiero e di amore non si sono realizzate vedendo tutti i progressi in corso, e cioè la crisi economica, il matrimonio gay e la legalizzazione dell’eutanasia? Perché era precisamente questo il dibattito che interessava il governo francese fino al giorno prima degli attentati: la République era tutta tesa verso un’altra grande conquista umana, l’ultima senza dubbio, e cioè il diritto di essere assistiti nel suicidio o essere finiti da un boia la cui delicatezza sia attestata da un titolo di studio in medicina.
Mi spiego: i fratelli Kouachi e Coulibaly erano «perfettamente integrati», ma integrati al nulla, alla negazione di ogni slancio storico e spirituale, ed è per questo che alla fine si sono sottomessi a un islamismo che era non soltanto la reazione a tale vuoto, ma era anche in continuità con quel vuoto, con la sua logistica di sradicamento mondiale, di perdita della tradizione familiare, di miglioramento tecnico dei corpi per farne dei super-strumenti connessi a un dispositivo senz’anima.
Un giovane non cerca soltanto ragioni per vivere, ma anche e soprattutto – giacché non possiamo vivere per sempre – ragioni per dare la propria vita. Ora, ci sono ancora in Europa ragioni per dare la propria vita? La libertà di espressione? Va bene! Ma cosa abbiamo di così importante da esprimere? Quale Buona Novella abbiamo da annunciare al mondo? Sapere se l’Europa sia ancora capace di portare una trascendenza che dia un senso alle nostre azioni – dico che questa è la questione più spirituale e per ciò stesso anche la più carnale. Non si tratta solo di dare la propria vita; si tratta anche di dare la vita. Curiosamente, o provvidenzialmente, nell’udienza del 7 gennaio, il giorno stesso dei primi attentati, papa Francesco indicava, citando un’omelia di Oscar Romero, il legame tra martirio e maternità, tra l’essere pronti a dare la propria vita e l’essere pronti a dare la vita. È un’evidenza innegabile: la nostra debolezza spirituale si ripercuote sulla demografia; che lo si voglia oppure no la fecondità biologica è sempre segno di una speranza vissuta (anche quando tale speranza è disordinata, come nel natalismo nazionalista o imperialista).
L’insegnamento di De Gaulle
Se si adotta un punto di vista totalmente darwinista, bisogna allora ammettere che il darwinismo non è un vantaggio selettivo. Credere che l’uomo sia il risultato mortale del casuale bricolage dell’evoluzione non incoraggia granché a fare figli. Meglio un gatto o un cagnolino. O forse uno o due piccoli sapiens sapiens, per inerzia, per convenzione sociale, alla fine non tanto come figli ma come giocattoli adatti a esercitare il proprio dispotismo e per distrarsi dall’angoscia (prima di aggravarla radicalmente). Il successo teorico del darwinismo conduce inevitabilmente al successo pratico dei fondamendalisti che negano tale teoria ma che, loro, fanno tanti figli. Un’amica islamologa, Annie Laurent, mi ha citato a questo proposito una frase illuminante: «Il parto è il jihad delle donne».
Ciò che a suo tempo spinse il generale De Gaulle a concedere l’indipendenza all’Algeria fu precisamente la questione demografica. Mantenere l’Algeria francese con giustizia avrebbe voluto dire accordare la cittadinanza a tutti, ma essendo la democrazia francese sottoposta alla legge della maggioranza e dunque a quella della demografia, essa avrebbe finito con il sottomettersi alla legge coranica. Il 5 marzo 1959 De Gaulle confidava ad Alain Peyrefitte: «Lei crede che il corpo francese possa assorbire dieci milioni di musulmani che domani saranno venti milioni e dopodomani quaranta? Se facessimo l’integrazione, se tutti gli arabi e i berberi di Algeria fossero considerati francesi, come impedirgli di venire a stabilirsi in Francia metropolitana dove il tenore di vita è più elevato? Il mio paesino non si chiamerebbe più Colombey-les-Deux-Églises, ma Colombey-les-Deux-Mosquées!».
Certo, c’è una liberazione della donna di cui possiamo essere fieri, ma quando tale liberazione si risolve nella militanza contraccettiva e abortiva, e la maternità e la paternità sono concepite come pesi insopportabili per individui che hanno dimenticato di essere prima di tutto figli e figlie, tale liberazione non può che fare posto, dopo qualche generazione, al dominio numerico delle donne col burqa, perché le donne con la minigonna si riproducono molto di meno. È facile protestare: «Il burqa, che usanze barbare!». Quelle usanze barbare unite a un’immigrazione che compensa la denatalità europea capovolgeranno la nostra civiltà del futuro – cioè, di un futuro senza posterità.
In fondo, i jihadisti commettono un grave errore strategico: provocando reazioni indignate finiscono col rallentare l’islamizzazione dolce dell’Europa, quella che Michel Houellebecq presenta nel suo ultimo romanzo e che si realizza a causa della nostra doppia astenia religiosa e sessuale. A meno che la nostra insistenza nel dire che «non si devono fare associazioni indebite», nel ripetere che l’islam non c’entra niente con l’islamismo (mentre sia il presidente egiziano Al Sisi sia i Fratelli Musulmani ci dicono il contrario) e a colpevolizzarci del nostro passato coloniale – a meno che tutta questa confusione non ci consegni con ancor più grande quanto vana ossequiosità al processo in atto.
C’è in ogni caso una vanità che dobbiamo smettere di avere ed è di credere che i movimenti islamisti siano movimenti pre-illuministi, barbari come dicevo prima, e che diverranno moderati non appena scopriranno gli splendori del consumismo. In verità sono movimenti post-illuministi. Essi sanno che le utopie umaniste che si erano sostituite alla fede religiosa sono crollate. E dunque ci si può chiedere con ragione se l’islam non sia il termine dialettico di un’Europa tecno-liberale che ha rifiutato le sue radici greco-latine e le sue ali giudaico-cristiane: e siccome questa Europa non può vivere troppo a lungo senza Dio e senza madri, ma come un bambino viziato non riesce a tornare da sua madre la Chiesa, essa acconsente finalmente a darsi a un monoteismo facile, dove il rapporto con la ricchezza è sdrammatizzato, dove la morale sessuale è più rilassata, dove la postmodernità hi-tech costruisce città radiose come quelle del Qatar.
Dio e il capitalismo, le huri dell’harem e i mouse dei computer, perché non potrebbe essere questo l’ultimo compromesso, la vera fine della storia? Una cosa mi sembra certa: ciò che c’è di buono nel secolo dei Lumi ormai non può più sussistere senza il Lume dei secoli. Ma riconosceremo che quella Luce è quella del Verbo fatto carne, del Dio fatto uomo, e cioè di una Divinità che non schiaccia l’umano, ma che lo accoglie nella sua libertà e nella sua debolezza? Questa è la domanda che pongo a voi alla fine: siete romani, ma avete ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia? Siete italiani, ma siete capaci di battervi per la Divina Commedia, o ne avrete vergogna, visto che Dante, nel XXVIII canto dell’Inferno, osa mettere Maometto nella nona bolgia dell’ottavo girone?
Infine, siamo europei, ma siamo fieri della nostra bandiera con le sue dodici stelle? Ci ricordiamo ancora del senso di quelle dodici stelle, che rimandano all’Apocalisse di san Giovanni e alla fede di Schuman e De Gasperi? Bisogna rispondere, o siamo morti: per quale Europa siamo pronti a dare la vita? 

5.2/ Secondo mantra: tutte le religioni sono uguali (mentre sono diverse e dobbiamo poterne discutere)

Ebbene no! Sono diverse ed essendo diverse dobbiamo esser liberi di discutere di queste differenze e di mangiare poi una pizza insieme

-diverso non solo Abramo o Gesù Figlio di Dio, ma tutta la storia biblica è diversa!

Grande differenza: l’eliminazione della croce

cfr. la questione del crocifisso nell’Islam 

Per approfondimenti, cfr.

-I musulmani di fronte al mistero della croce: rifiuto o incomprensione?, di M. Borrmans (su www.gliscritti.it)

-Dobbiamo conoscere cosa viene insegnato su Gesù ai musulmani dai loro imam, altrimenti non potremmo capirci a scuola in una lezione di storia. I tre punti più importanti della missione di Gesù che vengono insegnati dall’Islam sono 1/ Gesù è venuto a ripetere che Allah è il vero Dio 2/ Gesù non è stato crocifisso: è stato elevato in cielo senza mai morire e la crocifissione sarebbe un’invenzione dei cristiani 3/ Gesù è stato mandato da Allah ad annunciare la venuta di Maometto, di Giovanni Amico (su www.gliscritti.it)

IV sura («Sura delle donne»), v. 157

gli ebrei di Medina, fra gli altri torti, sono accusati per aver detto: «"Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, l'Apostolo di Dio!", mentre non l'hanno ucciso né crocifisso, ma soltanto sembrò loro [di averlo ucciso]. In verità, coloro che si oppongono a [Gesù], sono certamente in un dubbio a suo riguardo. Essi non hanno alcuna conoscenza di [Gesù]; non seguono che congetture e non hanno ucciso [Gesù] con certezza». 

- il rapporto con gli ebrei (cfr. già l’Antico Testamento e poi la stima del “popolo eletto”)

- il rapporto con la modernità

Il principio della libertà religiosa: di religione si può e si deve discutere

Oggi i catecumeni musulmani che chiedono il Battesimo sono in pericolo di vita anche a Roma

Vaticano II, Dignitatis Humanae 2
A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell'immunità dalla coercizione esterna. Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito. 

5.3/ terzo mantra: la conflittualità dipende dal petrolio, dall’economia, dai pesi ricchi, dal colonialismo (mentre dipende anche dalla storia propria dell'Islam e da una capacità di impostare una "rivoluzione culturale"

Ebbene no! Dipende dall’educazione che viene impartita nelle moschee (almeno in larga parte)

Certo le colpe di Bush e di Obama, ad esempio, sono grandi… Bush non ha voluto ascoltare Giovanni Paolo II sull’Iraq, Obama voleva attaccare i siriani governativi e poi in un anno è passato all’altro fronte dopo che papa Francesco ha fatto pregare contro l’attacco alla Siria

Le affermazioni di al-Sisi (Il mondo musulmano non può più essere percepito come «fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione» per il resto dell’umanità. E le guide religiose dell’islam devono «uscire da loro stesse» e favorire una «Rivoluzione religiosa» per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una «visione più illuminata del mondo». Se non lo faranno, si assumeranno «davanti a Dio» la responsabilità per aver portato la comunità islamica su cammini di rovina), della regina Rania (“Ci stiamo confrontando con chi ha rubato la nostra religione con l’Islam cattivo, la violenza e le stragi. Si dichiarano successori del Califfato islamico, ma non hanno coscienza né cuore. Sulla mano destra hanno il sangue degli innocenti e con la sinistra incitano a condividere la loro legge barbara. Dobbiamo agire. Siamo in gara contro il tempo per adottare politiche che diano priorità reali sui temi attuali per eliminare l’ideologia dell’odio e del terrorismo… Quel che sta accadendo oggi è la prova più evidente che l’estremismo, sia esso religioso, politico o sociale, è estraneo ai nostri valori”. È l’accorato appello che la regina Rania di Giordania rivolge al mondo arabo dal Media Summit di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.

“I momenti più difficili – ha detto Rania –spesso ci mettono faccia a faccia con le nostre responsabilità. L’Islam è nostra responsabilità. La nostra identità è una nostra responsabilità. La responsabilità di coloro che sono uniti nell’umanità e che vogliono vivere e coesistere in pace, che sperano che quando non ci saremo più i nostri figli saranno al sicuro e vivranno dell’onore, tramandando alle generazioni future un mondo arabo e musulmano in pace”.

Lo Stato Islamico" è il gruppo terrorista più ricco del mondo" (da AsiaNews) articolo redazionale, 24/10/2014.
Washington (AsiaNews) - Lo Stato Islamico "è divenuto il gruppo terroristico più benestante del mondo. Ogni mese gestisce decine di milioni di dollari, che provengono dal mercato nero del petrolio e dalle estorsioni". Lo denuncia David Cohen, Sottosegretario del Tesoro americano con delega per l'intelligence finanziario e per il terrorismo. Secondo i conti americani i leader fondamentalisti guadagnano circa un milione di dollari al giorno solo dalla vendita del petrolio, in mano loro dopo gli scontri militari che hanno sconvolto Siria e Iraq.
Il problema, continua Cohen, è che il gruppo "ha messo da parte enormi ricchezze in maniera che non ha precedenti, e da molte più fonti diverse rispetto agli altri terroristi. Questo pone un problema particolare agli Stati Uniti e ai loro alleati: non abbiamo una carta magica per svuotare le loro casse dall'oggi al domani. Sarà una battaglia lunga, e siamo ancora alle fasi iniziali".
Lo Stato Islamico, aggiunge il politico, "è diverso da al Qaeda e non riceve la maggior parte dei propri fondi da ricchi donatori che spesso vivono nei Paesi del Golfo. Con l'eccezione di alcune organizzazioni terroristiche che nel tempo sono state finanziate in maniera diretta da alcuni Stati, siamo di fronte all'organizzazione economicamente migliore che ci abbia mai sfidato".
Il mercato energetico rimane la maggior fonte di reddito: "Dai campi petroliferi conquistati con le armi, i terroristi sono in grado di spremere circa 50mila barili al giorno. Questi vengono in sostanza venduti a prezzo scontato a una varietà di intermediatori, tra cui alcuni turchi, che poi portano il prodotto al compratore finale". Persino il presidente siriano Bashar al Assad, che sta combattendo sul campo i miliziani del SI, "ha fatto un accordo per comprare il petrolio che viene da pozzi un tempo nelle mani di Damasco".
Va poi sottolineata la rendita che proviene dai rapimenti. Nel solo 2014, i terroristi islamici avrebbero incassato almeno 20 milioni di dollari dalla cattura in modo particolare di giornalisti e ostaggi europeiC'è poi il mercato delle estorsioni ai danni dei piccoli imprenditori che operano nelle città sotto il controllo dello Stato Islamico, costretti a pagare in quello che è definito "un sofisticato racket delle estorsioni".
Uno degli aspetti più sensibili è il sostegno degli Stati arabi e del Golfo ai militanti islamici. Secondo Cohen, soprattutto le nazioni del Golfo "hanno un'enorme importanza nella coalizione messa in piedi contro lo Stato islamico. Questo per una grande varietà di ragioni, fra cui l'aspetto finanziario". Per creare una rete di protezione "grandi progressi sono stati fatti in nazioni come l'Arabia Saudita e gli Emirati arabi. Tuttavia, in Paesi come il Qatar e il Kuwait, che hanno permesso giurisdizioni lassiste nel finanziamento dei terroristi, c'è ancora molto da fare".
In effetti i Paesi del Golfo sono quelli che hanno guidato la corsa agli armamenti negli ultimi anni, e per molti dietro questo mercato vi è la necessità di fornire armi o far passare denaro sporco nelle mani dei vari gruppi terroristici. Questi, in un primo momento impegnati contro i regimi dell'area, si sono trasformati con il tempo in minacce aperte alla società civile e alle minoranze. Fra i maggiori venditori di armi nell'area vi è l'americana Lockheed Martin, che ha firmato nel febbraio 2013 un contratto miliardario con l'Arabia Saudita

Lettera aperta al mondo musulmano, di Abdennour Bidar, da Le Huffungton Post del 10/1/2015 un articolo scritto da Abdennour Bidar e tradotto dal francese all'italiano da Stella Punzo
Caro mondo musulmano, sono uno tra i tuoi figli allontanati, che ti guarda dal di fuori e da lontano, da questa Francia dove tanti dei tuoi figli vivono oggi. Ti guardo con occhi severi, occhi di un filosofo cresciuto con il taçawwuf (sufismo) e il pensiero occidentale. Ti guardo pertanto dalla mia posizione di barzakh, di istmo tra i due mari d'Oriente e d'Occidente.
E che cosa vedo? Che cosa vedo meglio che altri, siccome ti guardo da lontano con il distacco della distanza? Ti vedo in una condizione di miseria e di sofferenza che mi rende tremendamente triste, ma che rende ancora più duro il mio giudizio di filosofo! Questo poiché vedo che stai mettendo al mondo un mostro che preferisce essere chiamato Stato islamico e al quale qualcuno preferisce dare il nome di demonio: DAESH. La cosa peggiore è che ti vedo perdere il tuo tempo e il tuo onore, rifiutando di riconoscere che questo l'hai fatto nascere tu, è frutto dei tuoi vagabondaggi, delle tue contraddizioni, della tua interminabile scissione tra passato e presente, della tua duratura incapacità a trovare un posto nella civiltà umana.
Che cosa dici davanti a questo mostro? Qual è il tuo discorso? Tu urli "Non sono io!", "Non è l'Islam". Rifiuti che i crimini commessi da questo mostro siano commessi sotto tuo nome (hashtag #NotInMyName). Sei indignato davanti ad una tale mostruosità, insorgi quando il mostro usurpa la tua identità, e hai sicuramente ragione di farlo. È indispensabile che davanti al mondo proclami, ad alta voce che l'islam denuncia le barbarie. Ma è assolutamente insufficiente! Poiché tu ti rifugi nel riflesso dell'autodifesa senza assumerti anche, e soprattutto, la responsabilità dell'autocritica. Ti accontenti d'indignarti, quando invece questo momento storico sarebbe stata un'occasione incredibile per rimetterti in discussione! E come sempre, tu accusi invece di prenderti la tua responsabilità: "Smettetela, voi occidentali e tutti voi nemici dell'Islam, di associarci a questo mostro! Il terrorismo non è l'islam, il vero islam, l'islam buono che non vuole la guerra, ma la pace!".
Sento questo grido di rivolta che sale dentro di te e ti capisco, oh mio caro mondo musulmano. Si, hai ragione, come ciascuna delle grandi idee sacre del mondo, l'Islam durante la sua storia ha creato della Bellezza, della Giustizia, del Senso, del Bene, e ha potentemente illuminato l'essere umano nel cammino del mistero dell'esistenza... Combatto qua in Occidente, in ognuno dei miei libri, affinché tale saggezza dell'islam et di tutte le religioni non sia dimenticata e neanche disprezzata! Ma dalla mia posizione distante, vedo anche qualcos'altro, qualcosa che tu non riesci a vedere o che non vuoi vedere... E questo suscita in me una domanda, LA grande domanda: perché questo mostro ti ha rubato il volto? Perché questo mostro ignobile ha scelto il tuo viso e non un altro? Perché ha preso la maschera dell'islam e non un'altra? La verità è che dietro quest'immagine del mostro si nasconde un immenso problema che tu non sembri pronto a guardare in faccia. Tuttavia è necessario, è necessario che tu abbia il coraggio.
Questo problema è quello delle radici del male. Da dove provengono i crimini di questo cosi detto "Stato islamico"? Te lo dirò, amico mio. E questo non ti farà piacere, ma è mio dovere di filosofo. Le radici di questo male che oggi ti ruba il volto risiedono in te, il mostro è uscito dal tuo ventre, il cancro è nel tuo corpo. E cosi tanti nuovi mostri, peggiori di questi, usciranno ancora dal tuo ventre malato, fintanto che tu ti rifiuterai di guardare in faccia questa verità e che impiegherai del tempo a ammettere e ad attaccare finalmente questa radice del male!
Anche gli intellettuali occidentali, quando dico loro questo, lo vedono con difficoltà: la maggior parte ha talmente dimenticato che cos'è la potenza della religione, nel bene e nel male sulla vita e sulla morte, che mi dicono " no, il problema del mondo musulmano non è l'islam, non è la religione ma la politica, la storia, l'economia, etc.". Vivono in società cosi secolarizzate che non si ricordano per niente che la religione può essere il cuore del reattore di una civilizzazione umana! E che nel domani il futuro dell'umanità passerà, non soltanto attraverso la risoluzione della crisi finanziaria e economica, ma in maniera più essenziale anche attraverso la risoluzione della crisi spirituale che attraversa tutta la nostra umanità, senza precedenti! Sapremo unirci tutti, a livello planetare, per affrontare questa sfida fondamentale? La natura spirituale dell'uomo ha paura del vuoto, e se non trova nulla di nuovo per riempirlo lo farà domani con delle religioni sempre più inadatte al presente e si metteranno quindi a produrre dei mostri, come fa l'islam attualmente.
Vedo in te, o mondo musulmano, grandi energie pronte a liberarsi per contribuire a questo sforzo mondiale che consiste nel trovare una via spirituale per il XXI secolo! In effetti, malgrado la gravità della malattia e l'entità delle ombre d'oscurantismo che vogliono ricoprirti interamente, vedo in te una molteplicità straordinaria di donne e di uomini pronti a riformare l'islama ricreare il suo genio al di là delle se forme storiche e a partecipare ugualmente al completo rinnovamento del rapporto che l'umanità mantiene fino ad adesso con i suoi dei! Nei miei libri mi sono rivolto à tutti coloro, musulmani e non musulmani, che sperano tutti insieme nella rivoluzione spirituale! Per dare fiducia, con le mie parole da filoso, a quello che intravede la loro speranza.
Nella Oumma (comunità di musulmani) ci sono delle donne e degli uomini civilizzati che sostengono l'idea di un futuro spirituale per l'essere umano. Ma questi uomini non sono ancora abbastanza numerosi e la loro parola non è ancora cosi potente. Onoro la lucidità e il coraggio di tutti loro, i quali hanno capito perfettamente che la nascita dei mostri terroristici dal nome di Al Qaida, Al Nostra, AQMI o dello "Stato islamico" è il risultato della condizione generale della profonda malattia del mondo musulmano. Hanno capito bene che risiedono là, su di un immenso corpo malato, i sintomi più gravi e più visibili delle seguenti malattie croniche: incapacità di istituire delle democrazie durature nelle quali la libertà di coscienza sui dogmi della religione, è riconosciuta come un diritto morale e politico; prigione morale e sociale di una religione dogmatica, idiomatica et ogni tanto totalitaria; fatiche croniche nel migliorare la condizione delle donne riguardo a uguaglianza, responsabilità e libertà; incapacità di distinguere a sufficienza il potere politico dal suo controllo da parte dell'autorità religiosa; incapacità d'istituire un rispetto, una tolleranza e un vero riconoscimento del pluralismo religioso e delle minorità religiose.
Sarebbe pertanto tutto ciò un errore dell'Occidente? Quanto tempo prezioso, quanti anni cruciali perderai ancora, o mio caro mondo musulmano, a causa di questa accusa stupida alla quale tu stesso non credi più e dietro alla quale ti nascondi per continuare a mentire a te stesso? Se ti critico in modo cosi severo non è perché sono un filosofo "occidentale", ma perché sono uno tra i tuoi figli consapevoli di tutto ciò che hai perduto, della grandezza sbiadita da cosi tanto tempo che è diventata un mito!
In particolare dal XVIII secolo, è giunto il momento di confessartelo insomma, sei stato incapace di rispondere alla sfida dell'Occidente. O ti sei rifugiato nel passato in modo infantile e mortificato, con l'intollerante e cupa regressione del wahhabismo la quale continua a fare dei danni praticamente ovunque all'interno dei tuoi confini, un wahhabismo che tu diffondi a partire dai tuoi luoghi santi dell'Arabia Saudita come un cancro che partirebbe anch'esso dal tuo cuore. Oppure hai seguito il peggio di questo Occidente, producendo com'esso dei nazionalismi e un modernismo che è caricatura della modernità, voglio parlare di questa frenesia di consumo o meglio ancora di questo sviluppo tecnologico incoerente insieme ai loro arcaismi religiosi, che rende le tue ricchissime "élites" del Golfo soltanto delle vittime consenzienti della malattia oramai mondiale che è il culto del dio argento.
Che cos'hai di ammirevole oggi, amico mio? Che cosa rimane in te che sia degno di suscitare il rispetto e l'ammirazione degli altri popoli e civiltà della Terra? Dove sono le tue persone sagge? Hai ancora una saggezza da proporre al mondo? Dove sono i tuoi grandi uomini, chi sono i tuoi Mandela, i tuoi Gandhi, chi sono i tuoi Aung San Suu Kyi? Dove sono i tuoi grandi pensatori, i tuoi intellettuali i cui libri dovrebbero essere letti nel mondo intero come al tempo in cui i matematici e i filosofi arabi e persiani facevano riferimento dall'India alla Spagna?In realtà sei diventato cosi debole, cosi impotente dietro la certezza che risiede sempre in te... Non sai più chi sei né dove vuoi andare e ciò ti rende tanto infelice quanto aggressivo... Ti ostini a non ascoltare coloro che ti invitano a cambiare liberandoti finalmente dalla dominazione, che hai regalato alla religione, della vita intera. Hai scelto di considerare che Mohammed fosse profeta e re. Hai scelto di definire l'islam una religione politica, sociale, morale che deve regnare come un tiranno tanto sullo Stato quanto sulla vita civile, tanto per strada e in casa quanto all'interno di ciascuna coscienza. Hai scelto di credere e d'imporre che l'Islam significa sottomissione quando invece il Corano stesso proclama che "non c'è costrizione nella religione" (La ikraha fi Dîn). Tu hai fatto del suo Richiamo alla libertà l'impero della costrizione! Come può una civiltà tradire il suo testo sacro, fino a questo punto? Penso che sia il momento, nella civilizzazione dell'islam, di istituire questa libertà spirituale, la più sublime e difficile di tutte, al posto di tutte le leggi inventate da generazioni di teologici!
Oggi nella Oumma si sentono numerose voci che tu non vuoi sentire, che insorgono contro questo scandalo, che denunciano questo tabou di una religione autoritaria e indiscutibile di cui si servono i capi per diffondere la loro dominazione all'infinito... Al tal punto che troppi credenti hanno talmente interiorizzato una cultura della sottomissione alla tradizione e ai "maestri della religione" (imams, muftis, shouyoukhs, etc.), che non capiscono neanche che si parla loro di libertà spirituale et non ammettono che si osi parlare loro di scelte personali a proposito dei "pilastri" dell'islam. Tutto ciò costituisce per loro una "linea rossa", qualcosa di troppo sacro perché possano dare alla loro coscienza il permesso di rimetterlo in discussione! E ce ne sono tante di queste famiglie, di queste società musulmane nelle quali tale confusione tra spiritualità e servitù è radicata nelle loro menti dalla più giovane età e nelle quali l'educazione spirituale è talmente misera che tutto quello che riguarda la religione, in un modo o nell'altro, rimane pertanto qualcosa su cui non si discute!
Adesso questo non è sicuramente imposto dal terrorismo di qualche pazzo, da qualche gruppo di fanatici inviati dallo Stato islamico. No, questo problema è infinitamente più profondo e infinitamente più vasto! Ma chi lo vedrà e chi lo pronuncerà? Chi vuole ascoltarlo? C'è silenzio a questo proposito nel mondo musulmano e nei media occidentali si sente solo più parlare di questi specialisti del terrorismo che aumentano giorno dopo giorno la miopia generale! Bisogna fare in modo che tu, amico mio, non ti illuda credendo e facendo credere che quando si finirà con il terrorismo islamico, l'islam avrà risolto i suoi problemi! Poiché tutto quello che ho evocato, una religione tirannica, dogmatica, letteraria, formalista, maschilista, conservatrice, regressista, è troppo spesso, non sempre, ma troppo spesso, l'islam ordinario, l'islam quotidiano che soffre e fa soffrire troppe coscienze, l'islam della tradizione e del passato, l'islam deformato da tutti coloro i quali lo utilizzano politicamente, l'islam che riesce ancora a mettere a tacere le Primavere arabe e la voce di tutti i giovani che chiedono qualcos'altro. Allora quando farai la tua vera rivoluzione? Questa rivoluzione che nelle società e nelle coscienze farà definitivamente rimare religione con libertà, questa rivoluzione senza ritorno che si accorgerà che la religione è diventato un fatto sociale tra altri ovunque nel mondo, e che i suoi esorbitanti diritti non hanno più alcuna legittimità!
Sicuramente nel tuo immenso territorio ci sono degli isolotti di libertà spirituale: delle famiglie che trasmettono un islam di tolleranza, di scelta personale, di approfondimento spirituale; dei contesti sociali nei quali la gabbia della prigione religiosa si è aperta o semi-aperta; dei luoghi in cui l'islam da ancora il meglio di sé che corrisponde ad una cultura della condivisione, dell'onore, della ricerca di sapere e una spiritualità alla ricerca di questo luogo sacro dove s'incontrano l'essere umano e la realtà ultima chiamata Allah. In Terra islamica e ovunque nelle comunità musulmane del mondo ci sono delle coscienze forti e libere, ma esse sono condannate a vivere la loro libertà senza certezza, senza riconoscenza di un diritto veritiero, lasciate a loro rischio e pericolo di fronte al controllo comunitario o addirittura talvolta di fronte alla polizia religiosa. Fino ad ora non è mai stato riconosciuto il diritto di dire "Io scelgo il mio islam", "Ho il mio proprio rapporto con l'islam" da parte dell' "islam officiale" di coloro che hanno una dignità. Questi ultimi invece si ostinano a imporre che "la dottrina dell'islam è unica" e che "l'obbedienza ai pilastri dell'islam è la sola soluzione".
Questo rifiuto del diritto alla libertà religiosa è una delle fonti del dolore di cui tu soffri, o mio caro amico mondo musulmano, uno dei ventri oscuri dove crescono i mostri che fai infuriare da qualche anno davanti ai volti spaventati del mondo intero. Poiché questa religione del fare impone una violenza insostenibile interamente a tutte le tue società. Questa rinchiude sempre troppe delle tue figlie e tutti i tuoi figli in una gabbia di un Bene e di un Male, di un lecito (halâl) e di un illecito (harâm) che nessuno sceglie ma che tutti subiscono. Imprigiona le volontà, condiziona gli spiriti, impedisce o ostacola qualsiasi scelta di vita personale. In troppi dei tuoi paesi tu associ ancora religione e violenza, contro le donne, contro i "cattivi credenti", contro le minoranze cristiane o altre, contro i pensatori e gli spiriti liberi, contro i ribelli, in modo tale da arrivare a confondere questa religione e questa violenza , tra i più squilibrati e i più fragili dei tuoi figli, nella mostruosità del jihad!
Pertanto, ti prego, non ti stupire, non fare più finta di stupirti che dei demoni come il cosi detto Stato islamico ti abbiano rubato il volto! Poiché i mostri e i demoni rubano solo i volti già deformi a causa di troppe smorfie! E se vuoi sapere come fare per non mettere più al mondo tali mostri, te lo dirò. È allo stesso tempo semplice e molto difficile. Devi iniziare dal riformare tutta l'educazione che fornisci ai tuoi bambini, è necessario che tu riformi ciascuna delle tue scuola, ciascuno dei tuoi luoghi di sapere e di potere. È necessario che le riformi per dirigerle secondo dei principi universali (anche se non sei il solo a non rispettarli o a persistere nella loro ignoranza): la libertà di coscienza, la democrazia, la tolleranza e il diritto di cittadinanza per ogni diversità nella visione del mondo e nelle credenze, l'uguaglianza dei sessi e l'emancipazione delle donne sotto tutela maschile, la riflessione e la cultura critica del religioso nelle università, la letteratura, i media. Non puoi più tornare indietro, non puoi più fare di meno di tutto ciò! Non puoi più fare meno della rivoluzione spirituale la più completa! È il solo modo per te per non mettere più al mondo tali mostri e se non lo fai sarai ben presto distrutto dalla potenza della distruzione. Quando avrai correttamente portato a termine questo compito colossale, invece che rifugiarti ancora nella malafede e nell'accecamento volontario, allora più nessun mostro spregevole potrà venire a rubarti il volto.
Caro mondo musulmano... Sono solo un filosofo e come sempre alcuni diranno che il filosofo è un eretico. Pertanto io cerco soltanto di far risplendere di nuovo la luce, è il nome che mi hai dato ad ordinarmelo, Abdennour, «Serviteur de la Lumière».
Non sarei mai stato cosi severo in questa lettera se non credessi in te. Come si dice in francese: "Chi ama profondamente, castiga bene". Al contrario, tutti coloro i quali non sono abbastanza severi con te attualmente, che ti scusano sempre, che ti voglio considerare sempre una vittima, o che non vedono la tua responsabilità in quello che ti accade, tutti loro in realtà non ti fanno del bene! Credo in te, credo nel tuo contributo nel fare del nostro pianeta un universo più umano e allo stesso tempo più spirituale! Salâm, che la pace sia in te. 

«Noi musulmani siamo bombe a orologeria». Il sermone dell’imam che ripudia in moschea «i pilastri dell’odio» islamista, di Leone Grotti, Tempi il 5/2/2015.
«La crisi in Francia stende la sua ombra su di noi. Ammettiamolo, senza mentire a noi stessi: noi musulmani siamo bombe a orologeria». Con queste durissime parole Tareq Yousef al-Masri, imam della moschea Oulel-Albab di Brooklyn, New York, si è rivolto ai fedeli durante il consueto sermone del venerdì tenuto il 9 gennaio, due giorni dopo la strage alla redazione parigina di Charlie Hebdo.
«IL CANCRO DELL’ISLAM». L’imam non critica l’islam tout court, ma quella interpretazione wahabita e salafita che si è diffusa tra tanti giovani come un «cancro». «Noi dobbiamo ammettere queste cose perché altrimenti non potremo diventarne immuni», continua parlando in arabo, come mostra il video con i sottotitoli in inglese realizzato dall’istituto Memri«Se ha il cancro, non ti servirà a niente dire che hai l’influenza. Devo dirti chiaramente che hai il cancro». Perché «quando qualcuno ha il cancro, fa una serie di esami per identificare la causa».
«I MUSULMANI ODIANO I CRISTIANI». Prima di elencare le ragioni di questo «cancro» che si è sviluppato nell’islam,l’imam Al-Masri fa un’altra domanda: «Ammettiamo anche un’altra cosa: la maggioranza dei musulmani odia i cristiani. Vero o falso? È vero. (…) Dobbiamo ammettere che questo odio verso i cristiani ha radici profonde nei cuori dei musulmani. Qualcuno potrebbe rispondermi: “Pensi che loro ci amino? Anche loro ci odiano”. Ma che cosa ti importa di cosa fanno gli altri? Solo perché ci sono dei ladri, anche tu diventi un ladro? Allora tutti dovremmo diventare ladri».
«I PILASTRI DELL’ODIO». Ma chi sono i «pilastri di questa ideologia» che «instilla così tanto odio nelle giovani generazioni», rappresentate sia dagli attentatori francesi, i fratelli Kouachi, che da quelli ceceni della maratona di BostonL’imam della moschea di Brooklyn risponde citando studiosi musulmani del passato e del presente («Ibn Taymiyyah, Ibn al-Qayyim, al-Nawawi, Ibn Baz, Ibn al-Uthaymeen, Al-Huweini, Muhammad Hassan») «che hanno instillato l’odio negli esseri umani» e che spesso purtroppo vanno per la maggiore.
«LA BASE DEL TERRORISMO». Gli studiosi citati dall’imam sono intellettuali salafiti e wahabiti, molto influenti in Arabia Saudita e tra i Fratelli Musulmani, «che hanno corrotto la nazione del profeta Maometto e hanno seppellito la nostra buona reputazione. Ho appena citato i loro nomi, sia quelli del passato che quelli del presente. Quando diciamo alla gente che è vietato augurare ai cristiani “Buon Natale”, questo non crea forse la base del terrorismo? Questo è il modo in cui si condiziona a provare odio. La verità del Corano è stata distorta dagli studiosi che corrompono i giovani. Quegli assassini in Francia sono (…) vittime sventurate, che pensano di adorare Allah uccidendo le persone».
INTERPRETARE IL CORANO. L’imam di Brooklyn sottolinea l’importanza di una corretta interpretazione del Corano. Ritenendo abrogato «ogni verso coranico che abbia valore morale» positivo, per questi studiosi «l’unica cosa rimasta valida è: uccidi! Stermina! Questa è forse l’unica cosa che ci ha detto Dio? Hanno portato i musulmani a odiare tutti: i cristiani, gli ebrei, gli atei, tutti gli esseri umani. Perché allora Dio ha detto: “Abbiamo creato le genti e le tribù perché si potessero conoscere l’un l’altra?”. Come puoi conoscere l’altro se lo odi? Voi che credete che la verità sia dalla vostra parte, guardate che cosa offrite. Offrite solo morte e accuse verso gli altri di eresia e politeismo. Tutto è male. Ma quale contributo avete dato alla civilizzazione umana? Nessuno».
LAVARSENE LE MANI NON BASTA. Anche se Charlie Hebdo era un settimanale «che non conosceva i limiti della libertà», stare in moschea «e lavarsene le mani dei fratelli francesi non è sufficiente». Bisogna dire che l’islam non può essere quello veicolato da certi studiosi: «O servitori di Allah, non odiate le persone! Amate le persone. Siate loro vicini. Voi volete invitare altre persone a unirsi all’islam, ma come potete farlo se le maledite giorno e notte e se le odiate?».
«L’ISLAM NON È TERRORISMO». Ecco perché l’imam Al-Masri invita i suoi fedeli ad essere gentili con i cristiani perché «ripeto, chiunque sostiene che non bisogna augurare buon Natale ai cristiani ha preparato gli assassini in Francia, Boston, Iraq, Siria, Egitto. Queste persone costituiscono il terreno fertile per il terrorismo, che loro presentano come la religione di Allah, trasmessaci dal profeta Maometto, mentre l’islam non ha niente a che vedere con questo». 

Un’insegnante di Corano racconta la sua battaglia «contro l’odio che dilaga nelle moschee italiane», di Benedetta Frigerio, dalla rivista Tempi, 28/2/2015
Stringe gli occhi neri e si sistema il velo colorato con una mano, mentre con l’altra gesticola con piglio deciso, infiammandosi mentre spiega che «io devo combattere, per me, i miei figli e le mie alunne per salvarci dal fondamentalismo che si è infilato dentro l’islam». Per A. S., musulmana marocchina in Italia da oltre dieci anni, insegnante di Corano nella moschea della città in cui vive, il fondamentalismo «è una bestemmia contro Dio, che dura da troppi secoli. Un’interpretazione fuorviante che d’altronde lo stesso Profeta aveva previsto».

Lei quando si è accorta che la situazione all’interno del mondo islamico era così grave?
Lo so da sempre, ma dopo l’attentato di Parigi mi sono davvero spaventata. Ho sentito le ragazze della mia classe, che sono circa una trentina, piene di odio verso il mondo occidentale, dirsi pronte a sostenere quei terroristi. Erano sicure che la colpa di quanto successo fosse “vostra”, di tutto il vostro mondo. «Se lo meritano», ripetevano. So che si sentono emarginate e so anche perché: quella “tolleranza” che in realtà serve solo a tenersi a distanza gli uni dagli altri, la conosco per averla provata sulla mia pelle. Ma sentire le ragazze parlare in quel modo mi ha scioccata ugualmente, mi chiedo che fine faranno da adulte se non cambieranno concezione. Purtroppo è sotto i miei occhi: l’ateismo dell’Occidente, unito al vuoto di un islam che ha ridotto la fede a rituale, sta lasciano campo libero all’interpretazione fondamentalista che oggi va per la maggiore anche nelle moschee italiane. 

Ma lei cosa ha risposto quando le sue studentesse hanno preso le parti dei terroristi?
Le ho spronate a scrivere su un quaderno tutto quello che pensavano, mentre io sono tornata a casa e ho lavorato tutta notte sul testo del Corano, in versione italiana perché le ragazze sono cresciute qui. Ho messo insieme tutti i versetti in cui si spiega cosa deve fare un musulmano quando il Profeta o Dio vengono insultati: «Quando sentite che vengono smentiti o sbeffeggiati i segni di Allah, non sedetevi con coloro che fanno ciò, fino a che non scelgano un altro argomento. (…) Che facciate il bene pubblicamente o segretamente o perdoniate un male, Allah è indulgente, onnipotente». Poi ho chiesto loro: «Sapete chi è “il fallito” secondo il Profeta?». Ovviamente non lo sapevano, quindi ho letto loro questo passaggio: «Il fallito della mia Comunità è colui che viene nel giorno del Giudizio con al suo attivo l’osservanza della preghiera, il digiuno, la zakat (l’elemosina per i bisognosi), ma viene portando anche odiose opere nei confronti degli altri: insulto, maltrattamento, furto, violenza e omicidio. Così, le sue buone azioni andranno in compenso a coloro ai quali ha fatto torto. Quando le buone azioni sono esaurite senza che abbia saldato il conto, gli tocca prendere le cattive opere altrui ed aggiungerle alle proprie ed in ultimo, viene gettato nell’inferno». Quando ho finito di leggere non potevano credere alle loro orecchie e si sono scatenate con le domande. Poi ho ricordato loro che le seguo da due anni e so che tante di loro non pregano né leggono il Corano: per questo sono schiave di chi lo interpreta senza tener conto del momento storico (anche di guerra) in cui è stato scritto, ben 1.400 anni fa. Poi ho chiesto: «Credete che Dio sia più contento se alimentate l’odio che già c’è o se lo invocate e fate del bene in suo nome?». Sono rimaste in silenzio.

E i loro genitori?
Una delle ragazze è venuta in moschea il giorno dopo senza aver scritto le considerazioni sui fatti di Parigi. Era triste perché il padre glielo aveva proibito dicendole che di quelle cose non si deve parlare. Ed è così per la maggioranza di loro: i genitori non le educano, le mandano da me solo per imparare l’arabo e una certa tradizione. Così le ragazze vanno a cercare risposte altrove, e quelle che trovano e che vanno per la maggiore provengono proprio dal fanatismo della maggioranza.

Come si è comportata di fronte al disappunto dei genitori di quella ragazza?
Ho sfidato lei e le altre, ho chiesto perché secondo loro gli occidentali dipingono il Profeta sempre arrabbiato e lo vedono come un guerrafondaio. Non sapevano che dire. «Se noi siamo sempre arrabbiati – ho detto – se siamo violenti e litighiamo continuamente anche fra di noi è ovvio che pensino che il Profeta sia così». Dall’altra parte, però, so che tutto questo odio attecchisce in loro perché spesso qui non si sentono rispettate, ma private del loro valore. Ma ho spiegato loro che se vogliono il rispetto se lo devono guadagnare: «Troppo spesso pensiamo a ballare, a mangiare e a fare il minimo indispensabile. Sì, facciamo i figli, ma poi cosa sarà di loro se non li educhiamo? Per avere valore all’interno di una società dovete conoscerla, rispettarla, contribuire a costruirla, dovete studiare, sapere alla lettera il Corano e diffondere una cultura di pace. Altrimenti sarete usate da chi vuole diffondere odio».

Loro hanno capito?
Eccome. Tante di loro mi cercano perché a me possono chiedere le ragioni di tutto, si sentono volute bene e cambiano. C’è una ragazza che all’inizio veniva considerata dalle altre come una ribelle, perché anziché assoggettarsi alle usanze voleva capire il perché di tutto. Esattamente come facevo io alla sua età. Aveva provato anche a chiedere a sua madre perché era musulmana, ma lei non le ha risposto. Quindi è venuta da me. Io le ho detto: «Prega, studia il Corano con me e capirai se vuoi essere musulmana anche tu». È quello che sta facendo. Un’altra mi ha domandato il motivo degli attacchi subiti dalla nostra comunità in seguito alla strage di Parigi: «Pensano che la nostra sia una religione di odio e quindi ci impediscono di pregare, ma tu puoi farlo anche in casa rivolgendoti ad Allah con il cuore». Lei ha cominciato a farlo e un giorno mi ha scritto: «Sei meglio della mia mamma». Capisco di andare contro corrente, gli stessi genitori preferirebbero che non parlassi di certe cose, ma se mi mandano qui le loro figlie, io le educo a farsi tante domande e a cercare risposte buone.

E se qualcuna di loro abbandonasse l’islam?
Secondo la sharia, che è un’interpretazione del Corano, chi si converte deve morire, e tanti nella comunità musulmana ormai la pensano così. In realtà credo che sia più appropriato pensare che Dio non si vendichi.

Come fa ad essere così libera?
Siamo pochi ma non sono l’unica. Comunque ho sempre domandato le ragioni di tutto, ho avuto una nonna che mi ha educata a farlo e a parlare con Dio come a un padre buono. Purtroppo invece in molti ambiti l’islam è ridotto a una serie di pratiche. Vedo gente pregare cinque volte al giorno: si sentono a posto così e magari fuori dalla moschea vivono come atei. Ho dovuto smettere di portare in moschea mio figlio, per colpa della condotta violenta di alcuni fra i più praticanti: non capiscono che Dio onnipotente non ha bisogno che tocchiamo la terra con la testa, non ha bisogno di parole vuote, ma solo di preghiere fatte con il cuore e di una condotta buona.

Se questo è il clima, perché continua ad andare in moschea?
Perché noi non ci dividiamo, proprio per portare la gente a capire la vera fede. Ad esempio, una ragazza delle mie, che quando è arrivata era assolutamente ignorante e piena di rabbia, ha incominciato a rivolgersi ad Allah come a un padre, a studiare il Corano con me e a frequentare l’università, liberandosi dall’odio.

Senza un’autorità riconosciuta da tutto l’islam, come si può eliminare il rischio di una interpretazione violenta del Corano?
Spero in una revisione delle interpretazioni fuorvianti dell’islam, come ha chiesto il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi. Ma d’altronde anche il Profeta l’aveva previsto che dopo di lui ci sarebbe stato un gruppo di violenti che avrebbe mal interpretato il suo testo. Questo rischio si combatte solo con la fede coerente aiutando le persone a pensare.

Papa Benedetto XVI a Ratisbona ha detto che il fondamentalismo si combatte con una fede ragionevole.
Certo. Sono perfettamente d’accordo

Apocalisse jihadista e trappole dell’ottusità, di Francesco D’Agostino, da Avvenire del 10/3/2015
Su di una cosa sola concordano gli studiosi che cercano di interpretare il terrorismo islamico: siamo di fronte a una situazione nuova, di fronte alla quale nessuna analogia con eventi del passato è possibileLe stesse definizioni che utilizziamo per definire i terroristi sono storicamente e linguisticamente datate e quindi inappropriate: da quelle che più immediatamente vengono alla mente e cioè "assassini", "delinquenti", "criminali" a quelle solo apparentemente più sofisticate, come "fondamentalisti", "kamizake", "islamo-fascisti", "anarchici-millenaristi" ecc.
Il solo fatto comunque che esistano uomini e donne (nonché, per quanto ammetterlo sia una vera sofferenza, ragazzi e ragazze e perfino bambini e bambine) pronti a sacrificare la loro vita in attentati che sembrano paradossalmente produrre effetti concreti antitetici a quelli auspicati (come dimostrerebbe il corteo di Parigi dopo la strage dei giornalisti di "Charlie Hebdo") è in qualche misura sconvolgente, perché paralizza la nostra capacità di ragionare secondo criteri funzionali.
Il terrorismo islamico non è pragmatico, non mira a finalità descrivibili concretamente; esso è piuttosto apocalittico, nel senso etimologico della parola: vuole "rivelare" una "passione" che per i terroristi jihadisti è talmente assoluta da non poter essere manifestata in altro modo, se non con la morte. Il grido "Dio è grande", che accompagna quasi sempre le loro feroci uccisioni, non sta semplicemente a indicare la loro appartenenza all’islam, ma ancor più la loro volontà di dar la prova che esiste un’altra dimensione dell’essere, che l’occidente avrebbe completamente smarrito, e che solo il terrore indotto da pratiche disumane sarebbe in grado di ridestare nelle coscienze. È evidente che, se questi sono i paradigmi psicologico-culturali che muovono i terroristi, non c’è alcuna possibilità di aprire con loro un dialogo, dato che il dialogo ha senso quando si intenda dare un ordine convenzionale e ragionevole all’esistente, non quando si vuol mostrare e dimostrare che l’esistente è talmente meritevole di disprezzo, che è ben possibile decidere di morire assieme alle proprie vittime, per dimostrare quanto Dio sia "grande".
Dunque, una situazione del tutto nuova e proprio per questo generatrice di angoscia, come ogni novità assoluta e radicale. L’angoscia tende, molto spesso, a paralizzare la mente e a farla precipitare in un’inerzia pericolosa, proprio quando un suo buon uso sarebbe più che opportuno. Nel nostro caso, questa inerzia si è manifestata nel modo ottuso con il quale, per rispondere agli stragisti di "Charlie Hebdo", ci si è limitati a ribadire la necessità di difendere la libertà di stampa non solo come valore costituzionalmente fondamentale, ma anche e soprattutto come principio stesso della modernità giuridica. 
A questa istanza, perfettamente condivisibile, se ne è però aggiunta e pressoché sovrapposta un’altra, tutt’altro che necessaria, anzi controproducente: quella dell’esaltazione della blasfemia come un vero e proprio "diritto". Perfino un giornale moderato e intelligente come "Le Monde" è caduto in questa trappola, in un importante editoriale del 17 febbraio. Perdere la consapevolezza che una cosa può essere la tolleranza o la non punibilità della blasfemia e un’altra il suo riconoscimento come diritto è gravissimo, perché impedisce all’occidente di mantenere aperto un confronto non solo con l’islam, ma con tutti coloro per i quali – sottolineava ammirato Benedetto Croce – «una messa vale più di Parigi».
La blasfemia non ha nulla a che vedere con la libertà: questa è rispetto sincero per le visioni del mondo altrui, quella è una forme di sarcasmo crudele, che vuole ferire i sentimenti più profondi dei credenti, facendone oggetto di risate e allusioni oscene. Il primo compito di un occidente rientrato in sé e capace di pensare a un futuro liberato sia da fanatismi fondamentalisti, che da stereotipi libertari, deve essere quello di riconciliarsi con l’ordine di tutti i valori, a partire da quelli religiosi, e di proteggerli serenamente e fermamente: il che non ha ovviamente nulla a che vedere con pratiche censorie o illibertarie, ma col dovere supremo di rispetto che si deve avere non solo verso le persone, ma prima ancora verso il loro sistema di credenze. È solo a questa condizione che l’occidente potrà continuare, come è dovere suo e di tutti, a combattere il terrorismo a testa alta, comunque e dovunque esso si manifesti

5.3.1/Scrivere correttamente la storia è necessario per non incentivare il vittimismo

Crociate… ma dov’è la parola “mezzalunate”?

La storia dell’espansione o delle invasioni dell’Islam?

636 battaglia dello Yarmuk e definitiva conquista della Siria

637 dopo 4 mesi di assedio conquista di Gerusalemme (Maometto era morto nel 623)

da D. Cook, Storia del jihad, Einaudi, Torino, 2007, pp. 4-5
Più che una città, Medina era un agglomerato di piccoli villaggi e forti disseminati nell’oasi, politicamente divisi tra due tribù arabe politeiste (‘Aws e Khazraj) e tre tribù ebraiche più piccole: Banu Qaynuqa‘; Banu al-Nadir; Banu Qurayza. Muhammad e i mussulmani impiantarono la loro comunità all’interno di Medina e, nel giro di cinque anni, convertirono la popolazione tribale araba residente nel territorio.
Il jihad nacque in tale contesto, e le campagne per fare proseliti e assumere il dominio del territorio furono l’elemento centrale dell’attività della comunità negli ultimi nove anni di vita del Profeta. Muhammad avrebbe partecipato ad almeno ventisette campagne promuovendone altre cinquantanove: una media di non meno di nove campagne l’anno. Campagne che si possono suddividere in quattro gruppi:
1/ Le cinque battaglie dette «tematiche» di Badr (624), Uhud (625), del Fossato (627), Mecca (630), Hunayn (630) combattute per assicurarsi il dominio sulle tre principali aree d’insediamento del Higiaz: Mecca, Medina, al-Ta’if;
2/ Incursioni contro i beduini, per costringere le popolazioni tribali del luogo a sostenere, o perlomeno non attaccare i musulmani;
3/ Attacchi contro le tribù ebraiche per impadronirsi delle oasi in cui risiedevano;
4/ Due incursioni contro i bizantini a al-Mu‘ta (629) e a Tabuk (631) e la campagna guidata da Usama ibn Zayd (632) contro la Siria che, lungi dall’essere vittoriosa, indicò, tuttavia, la direzione delle conquiste musulmane negli anni successivi la morte del profeta (632).
Il quadro militare mostra in maniera inequivocabile l’importanza del jihad per la nascente comunità musulmana. Non a caso, molti tra i primi biografi del profeta Muhammad hanno denominato al-maghazi («le incursioni») i capitoli delle loro opere dedicati alla narrazione degli ultimi dieci anni della sua vita.

5 secoli di dominazione turca sugli arabi (e 29 anni di dominio inglese dal 1917 al 1948)

N.B. Questo sia detto non per generare odio o per riavere indietro le terre, ma per non sentirci sempre colpevoli di tutti i danni esistenti nel mondo

Gli ebrei sarebbero causa della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, della I e della II guerra mondiale, della massoneria, del Rotary Cub, dei Lions club e di molto altro: non è un’affermazione un tantino esagerata (oltre che ridicola nel mettere sullo stesso piano il Rotary club e le due guerre mondiali)?, di Giovanni Amico
Lo Statuto di Hamas, il movimento politico-religioso che detta legge a Gaza, non comporta solo degli articoli relativi all’Islam come religione della Palestina e concernenti le rivendicazioni politiche dell’Islam su quella terra, bensì ha anche dei brani dedicati ad una retrospettiva storica “mondiale”. Gli ebrei sono accusati di essere all’origine della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, della I e della II guerra mondiale, della massoneria, del Rotary Cub, dei Lions club e di molto altro.
Colpisce, più che la falsità, l’ignoranza storica. Colpisce come fenomeni di portata assolutamente diversa come una rivoluzione, una guerra mondiale, un’organizzazione come il Rotary club siano “accucchiati” l’uno a fianco dell’altro.
Eppure per un giovane ignorante quelle accuse debbono sembrare di qualche interesse, altrimenti i leader del movimento sarebbero già stati sconfessati da tempo, ricevendo almeno un voto insufficiente in storia. Così recita l’articolo 22 dello Statuto di Hamas:
«Il nemico ha programmato per lungo tempo quanto è poi effettivamente riuscito a compiere, tenendo conto di tutti gli elementi che hanno storicamente determinato il corso degli eventi. Ha accumulato una enorme ricchezza materiale, fonte di influenza che ha consacrato a realizzare il suo sogno. Con questo denaro ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione del mondo, per esempio le agenzie di stampa, i grandi giornali, le case editrici e le catene radio-televisive. Con questo denaro, ha fatto scoppiare rivoluzioni in diverse parti del mondo con lo scopo di soddisfare i suoi interessi e trarre altre forme di profitto. Questi nostri nemici erano dietro la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa, e molte delle rivoluzioni di cui abbiamo sentito parlare, qua e là nel mondo. È con il denaro che hanno formato organizzazioni segrete nel mondo, per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti. Queste organizzazioni sono la massoneria, il Rotary Club, i Lions Club, il B’nai B’rith, e altre. Sono tutte organizzazioni distruttive dedite allo spionaggio. Con il denaro, il nemico ha preso il controllo degli Stati imperialisti e li ha persuasi a colonizzare molti paesi per sfruttare le loro risorse e diffondervi la corruzione. A proposito delle guerre locali e mondiali, ormai tutti sanno che i nostri nemici hanno organizzato la Prima guerra mondiale per distruggere il Califfato islamico. Il nemico ne ha approfittato finanziariamente e ha preso il controllo di molte fonti di ricchezza; ha ottenuto la Dichiarazione Balfour [del 2 novembre 1917, che sostiene “il diritto degli ebrei a costituire un focolare nazionale in Palestina” e prende il nome dall’allora ministro degli esteri britannico e già primo ministro Lord Arthur James Balfour, 1858-1930], e ha fondato la Società delle Nazioni come strumento per dominare il mondo. Gli stessi nemici hanno organizzato la Seconda guerra mondiale, nella quale sono diventati favolosamente ricchi grazie al commercio delle armi e del materiale bellico, e si sono preparati a fondare il loro StatoHanno ordinato che fosse formata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con il Consiglio di Sicurezza all’interno di tale Organizzazione, per mezzo della quale dominano il mondo. Nessuna guerra è mai scoppiata senza che si trovassero le loro impronte digitali».
Come si può notare gli ebrei sono “accusati” anche di aver fondato prima la Società delle Nazioni e poi l’ONU. 

Israele, Spagna, Sicilia, Bari e Grecia e via dicendo possono esistere o la storia religiosa li condanna per sempre?, di Giovanni amico
Lo Statuto di Hamas  si richiama ai primi decenni dell’Islam. Lo Stato di Israele non deve esistere non a motivo del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato – cosa che, dal punto di vista politico, potrebbe non essere in contraddizione con una equa divisione dei territori e l’esistenza di due stati – bensì perché una terra che è stata islamica è ormai consacrata e nessun altro potere non musulmano ha più diritto, secondo la ricostruzione storico-religiosa proposta dallo stesso Statuto, di governarne nemmeno una piccola parte.
Se si ragionasse così, nemmeno l’intera Spagna, ad eccezione della Galizia, dell'Asturia e della regione Basca che non vennero mai toccate dall'Islam, potrebbe essere ciò che ora è. E nemmeno la Sicilia, Bari, la Grecia, la Serbia o il Libano- che furono per alcuni secoli sotto dominazione islamica.
Così, infatti, recita l’articolo 11 dello Statuto di Hamas:
«Strategie del Movimento di Resistenza Islamico: la Palestina è un sacro deposito per i musulmani
Articolo 11 dello Statuto di Hamas
Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?
Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.
E così avvenne che quando i capi delle armate musulmane conquistarono la Siria e l’Iraq, si rivolsero al [secondo] califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab [591-644], chiedendo la sua opinione sulle terre conquistate: dovevano dividerle fra le loro truppe, lasciarla a chi se ne trovava in possesso, o agire diversamente? Dopo consultazioni e discussioni tra il califfo dei musulmani, ‘Omar ibn al-Khattab, e i compagni del Messaggero di Allah – possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui – decisero che la terra dovesse rimanere a chi ne era in possesso affinché beneficiasse di essa e della sua ricchezza. Quanto alla titolarità ultima della terra, e alla terra stessa, occorreva considerarla come waqf, affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio. La proprietà della terra da parte del singolo proprietario va solo a suo beneficio, ma il waqf durerà fino a quando dureranno i Cieli e la Terra. Ogni decisione presa con riferimento alla Palestina in violazione di questa legge islamica e nulla è senza effetto, e chi la prende dovrà un giorno ritrattarla.
“Questa è la certezza assoluta. Rendi dunque gloria al Nome del Tuo Signore e del Supremo!” (Corano 56, 95)».

Terroristi o miscredenti: la vera trappola dell'islam, di Martino Diez, da Avvenire del 28/2/2015
Nel mondo islamico attuale «ognuno pensa di essere il vero musulmano e che tutti gli altri siano fuori dalla comunità». Questa in sintesi la diagnosi che lo shaykh di al Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ha ribadito alla conferenza islamica sulla lotta al terrorismo tenutasi alla Mecca dal 22 al 24 febbraio.
È tecnicamente il problema del takfîr, cioè della «dichiarazione di miscredenza» con cui i gruppi terroristici giustificano i loro crimini; un termine che rimanda al dibattito teologico, antico quanto l’islam, sullo statuto del 'grande peccatore': rimane credente oppure è escluso dalla comunità musulmana alla stregua di un pagano?
Per i moderni jihadisti, emuli in questo dell’antica setta dei kharijiti, la risposta è la seconda: chiunque non si unisca alla loro causa è musulmano solo di nome e dunque può essere lecitamente ucciso.
La diagnosi è accompagnata, nel discorso di al-Tayyeb, da un moto di disgusto e da un’accusa: il disgusto per i jihadisti che hanno «cuori più duri della pietra», l’accusa invece per le «forze neocolonialiste alleate al sionismo mondiale» che avrebbero teso ai musulmani la trappola del takfîr, in applicazione del principio del divide et impera.
I musulmani dal canto loro vi sarebbero caduti in massa con il risultato che «l’Iraq è perduto, la Siria in fiamme, lo Yemen lacerato, la Libia distrutta». Fotografia sintetica ma accurata del disastro che «ha offuscato l’autentica immagine dell’islam in Oriente e in Occidente, ma quasi direi agli occhi stessi della nuova generazione musulmana». 
Anche se queste riflessioni possono suonare inedite al pubblico occidentale, si tratta in realtà di considerazioni che al-Tayyeb ripropone da mesi nelle sue uscite pubbliche. La novità sta piuttosto nel tentativo di individuare le cause del jihadismo: non bastano a suo avviso a spiegarlo la povertà o gli abusi nelle carceri. Il vero problema è l’educazione. Non vi sarà soluzione «finché non controlleremo l’istruzione e l’educazione, nelle nostre scuole e università». Difficile non convenire con questa affermazione di principio. 
Eppure qualche precisazione può aiutare a situare meglio la proposta e i suoi limiti. Detto in breve, lo shaykh al-Tayyeb, e con lui numerose autorità religiose, sembrano ritenere possibile una ristrutturazione parziale dell’edificio del sapere islamico, che si limiti a isolare e risanare la crepa introdotta dal takfîr, senza porre mano alle strutture portanti.
Alcune considerazioni suggeriscono però la necessità di un intervento ben più radicale, che dovrà probabilmente arrivare a investire le fondamenta stesse di tale edificio. 
In primo luogo, non va sottovalutata l’ampiezza della crisi che investe oggi il sistema educativo in gran parte del mondo islamico. Storicamente, i poteri coloniali avevano lasciato in eredità al Medio Oriente una rete di scuole all’europea, pensate però solo per l’élite.
Conseguita l’indipendenza, alcuni Stati percorsero la via dell’arabizzazione dell’istruzione, che tuttavia si risolse in un sostanziale fallimento. Ancora oggi in quasi tutti i Paesi arabi le materie scientifiche, oltre il livello elementare, sono insegnate direttamente in inglese o francese, fatto che certo non aiuta a risolvere il dualismo tra scienze moderne e cultura tradizionale. Ma soprattutto gli Stati post-coloniali, a eccezione delle monarchie petrolifere, hanno assistito impotenti al tracollo del proprio sistema educativo a causa dell’esplosione demografica, accompagnata talvolta da politiche economiche dissennate.
In Egitto oggi gli insegnanti statali ricevono uno stipendio irrisorio. Di conseguenza molti di loro semplicemente non insegnano e vivono impartendo lezioni private a quelli tra i loro studenti che possono permetterselo.
Un problema specifico affligge poi l’educazione religiosa. Nella maggior parte dei casi l’insegnamento è impartito su manuali statali dai contenuti talvolta discutibili. Per la verità qualche miglioramento in questi anni è stato realizzato, ad esempio in Tunisia, Libano o Giordania, ma il cammino è ancora lungo.
Del resto, anche la formazione stessa degli esperti di scienze religiose non va esente da difficoltà. Non sono solo gli antichi kharijiti ad aver utilizzato l’arma del takfîr, ma anche, ben più recentemente, il movimento wahhabita, pilastro ideologico della moderna Arabia Saudita. Potrà ora la monarchia saudita segare il ramo sul quale siede? La domanda non è da poco per valutare le probabilità di successo di una mobilitazione anti-takfîr.
A livello più profondo, non va comunque dimenticato che la maggior parte dei jihadisti non si radicalizza a scuola, nelle ore di educazione islamica, né nelle moschee espressioni dell’islam tradizionale, ma su Internet. Non è quindi questione di cambiare alcuni libri di testo, e forse neppure di intervenire nel discorso religioso degli imam.
In questa operazione di ripensamento un aiuto fondamentale potrebbe probabilmente venire da un elemento apparentemente secondario: il recupero del senso della storia. Nella versione oggi dominante, essa si apre infatti per la penisola arabica con un’età dell’ignoranza (in arabo jâhiliyya), corrispondente all’epoca preislamica, a cui segue, in completa rottura, l’avvento dell’Islam.
È una visione storicamente infondata e soprattutto teologicamente pericolosa, perché tende ad accreditare l’idea di una fede pura che si sarebbe instaurata in un contesto a-culturale. Non a caso, l’idea della jâhiliyya è ripresa dai grandi ideologi jihadisti del Novecento, Sayyid Qutb in testa, per qualificare le società musulmane dell’epoca e rendere lecita l’azione armata contro i governi, cioè ancora una volta il takfîr.
E sempre da qui origina quel moto di ripulsa verso il passato che, in un crescendo di radicalizzazione, arriva tragicamente ai manoscritti bruciati e alle statue prese a martellate che in questi giorni l’Is esibisce sul web. A fronte di tutto ciò, scriveva provocatoriamente l’intellettuale libanese Samir Kassir, «possiamo ben immaginare quale rivoluzione copernicana comporterebbe l’ammettere l’esistenza di un’età dell’oro anteriore all’età dell’oro!».
Per altro verso invece si perpetua nel mondo islamico una visione idealizzata dei primi decenni dopo la morte di Muhammad, la cosiddetta epoca dei Compagni, considerata come espressione di una perfezione ormai irraggiungibile. Anche in questo caso, fare i conti con il fatto che l’epoca dei Compagni fu anche un periodo di intense lotte intestine, di tradimenti, di uccisioni, di sfruttamento della religione a fini politici, potrebbe aiutare a liberarsi dal complesso per cui 'il meglio è già alle nostre spalle'.
Così, anche senza arrivare a toccare lo spinoso problema della storicità dei testi fondativi dell’Islam, che per il momento rimane appannaggio di pochi pensatori isolati, sarebbe possibile introdurre uno sguardo critico sul proprio passato che consenta di guardare in maniera più creativa alle sfide attuali, liberandosi dall’illusione che la soluzione sia già stata formulata da altri.
Se poi a questo si alleasse, a livello di metodo, una maggiore attenzione alla dimensione sapienziale, oggi del tutto svalutata a favore di una visione positivista in campo scientifico e legalista-letteralista in campo religioso, si potrebbe sperare in una reale svolta nel campo educativo, che approdi naturalmente anche all’abbandono della pratica deltakfîr.
In caso contrario il discorso ufficiale islamico resterà sempre al traino delle mode e richieste del momento. Dopo aver santificato il nazionalismo arabo, dopo aver provato la natura socialista dell’islam, dopo aver virato verso il liberismo, questo stesso discorso si accinge oggi a condannare il takfirismo. Domani chissà. 

L’Islam non ci chieda di limitare la libertà, di Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere della sera del 28/1/2015
Le parole ormai famose di papa Bergoglio a commento della strage di Parigi («se tu offendi la mia mamma, un pugno te lo devi aspettare») hanno segnato l’inizio di una significativa inversione di tendenza — o almeno di un dubbio — nel giudizio su quei fatti da parte dell’opinione pubblica occidentale. Che si può esprimere con queste parole: «La libertà va difesa, naturalmente, ma offendere le religioni, e poi con quella volgare crudezza propria di Charlie Hebdo, è sbagliato. È sbagliato non tener conto della particolare sensibilità che hanno in proposito i fedeli musulmani». Sono parole ispirate a una saggia prudenza in teoria condivisibile, che possono però avvalorare due gravi errori di giudizio.
Il primo è quello di far credere che il radicalismo islamico abbia nella sostanza un carattere di reazione, di risposta a presunte azioni dell’Occidente. Che è precisamente ciò che esso vuol far credere per ovvi motivi di popolarità, ma che è falso. E che sia falso lo dimostrano proprio i recenti sanguinosi fatti di Parigi: di quali offese religiose si era mai macchiata, infatti, la poliziotta spietatamente freddata a Montrouge poche ore dopo la mattanza nella redazione di Charlie Hebdo? E qual era la terribile blasfemia commessa dai 4 clienti del supermercato kosher altrettanto spietatamente fatti fuori? Forse quella davvero imperdonabile di essere ebrei, come tante altre vittime uccise di recente in Francia e in Belgio? Ancora: quali insulti a quale mamma avevano lanciato i tremila morti degli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle? Riesce difficile rispondere. Così come riesce alquanto difficile indicare le ipotetiche colpe commesse dalle centinaia e centinaia di cristiani massacrati da anni, dal Pakistan alla Nigeria, per mano del fanatismo islamico. Se non una sola colpa, certo gravissima: essere cristiani, per l’appunto.
Il secondo errore che l’improvvisata affermazione papale può ingenerare è questo: che se pure viene accettato il principio della difesa della sensibilità religiosa, tracciare in materia un confine giuridico oggettivo resta quanto mai difficile, anzi impossibile. Non è male ricordare a questo proposito che la vignetta che da anni costa al suo autore danese una vita infernale, rinchiuso in una sorta di casa-bunker, protetto da decine di gendarmi contro la furia omicida del fanatismo islamico, non aveva nessuno dei caratteri volgari e sessualmente spinti di Charlie Hebdo. Ritraeva Maometto con un turbante che avvolgeva una bomba. Ma tanto è bastato. Il romanzo di Salman Rushdie Versetti satanici contiene una rivisitazione in chiave onirica di una presunta ispirazione diabolica di Maometto. Di nuovo: tanto è bastato per far guadagnare al suo autore una condanna a morte dall’imam Khomeini, al traduttore giapponese del libro la morte effettiva, e infine il ferimento a quello italiano e all’editore norvegese dell’opera. Un altro esempio: il regista olandese Theo van Gogh è stato ucciso solo per aver girato un documentario sull’oppressione delle donne nel mondo islamico, mentre la deputata olandese musulmana, collaboratrice del regista, ha dovuto rifugiarsi negli Usa e da allora vive sotto protezione.
La domanda allora è: visto che da quanto appena detto sembra proprio che la soglia di sensibilità religiosa diffusa nell’Islam sia estremamente bassa, davvero dovremmo farla nostra, adottandola nella nostra legislazione? Va da sé però che in questo caso dovremmo adottarla come norma generale applicabile a tutte le fedi religiose. Ma allora, di conseguenza, domani per esempio dovrebbe essere vietato disegnare il Papa nelle vesti di un crociato, oppure criticare i risultati del Sinodo sulla famiglia per non offendere la sensibilità dei cattolici, così come bisognerebbe vietare il commercio delle opere di Nietzsche in cui si attacca ferocemente il Cristianesimo, e così via immaginando. Che facciamo se no? Decidiamo noi quale sia la soglia politicamente corretta della sensibilità religiosa, solo oltre la quale scatta la sanzione penale? E in base a quale criterio? E con quale certezza di risultati?
In realtà l’intolleranza fanatica così diffusa nell’universo islamico — madre diretta della sua vasta propensione alla violenza — rimanda direttamente a un fattore che tuttora ci ostiniamo a non considerare: e cioè la scarsa conoscenza che in esso si ha del mondo moderno, causata a sua volta da una scarsa diffusione dell’istruzione. Per cui in pratica l’unico strumento di acculturazione per masse larghissime della popolazione finisce per essere l’insegnamento religioso.
Secondo l’Unesco, infatti, nel 2009 circa il 40 per cento degli arabi sopra in 15 anni, specie le donne, era analfabeta (il 50 per cento addirittura, secondo le stime di un docente dell’Università di Rabat su Le Monde nel luglio 2012). E da allora la situazione non sembra essere molto migliorata. Non solo, ma come ha dichiarato il direttore delle Iniziative culturali dell’Istituto del Mondo arabo con sede a Parigi, Mohamed Métalsi, «per i più piccoli l’educazione è fortemente impregnata di religione, mentre per i più grandi l’insegnamento della filosofia si attiene solo ai testi musulmani. Della filosofia greca o dei Lumi neppure a parlarne». Con tali premesse non stupisce il risultato di un rapporto redatto nel 2002 sotto l’egida della Nazioni Unite: e cioè che nell’insieme dei Paesi arabi (circa 400 milioni di abitanti) si pubblicavano meno libri che nella sola Spagna; mentre secondo un rapporto analogo del 2003, in mille anni (mille anni!) il mondo arabo nel suo complesso avrebbe tradotto all’incirca 10 mila titoli: ancora una volta l’equivalente di quelli che sempre la sola Spagna traduce in solo anno. Per giunta «le grandi opere della cultura occidentale — è sempre Métalsi a parlare — sono tradotte in un numero limitatissimo, e le traduzioni sono spesso mediocri».
Forse da qui, da questi dati dovremmo cominciare a ragionare quando parliamo — così spesso a vanvera — di terrorismo, multiculturalismo e integrazione. Forse a partire da questi dati dovremmo impegnare un confronto serrato, amichevole ma fuori dai denti, con i Paesi arabi.

- il rapporto con la cultura (cfr. l’archeologia)

L'Apollo ritrovato che divide Gaza. La statua in bronzo di 2.500 anni fa è stato trovato in mare da un pescatore. Hamas censura il nudo e vuole venderlo. L'Anp: resti nella Striscia. Un museo americano in corsa per comprarlo, di Fabio Scuto da La Repubblica del 10/10/2013
RAMALLAH - È una notte di luna piena di metà settembre, Mounir mette in acqua la sua modesta barchetta di pescatore nella spiaggia antistante Deir al-Balah, la cittadina a metà della Striscia di Gaza. Ma quella notte nella sua sciabica, una reticella da pesca lunga duecento metri, qualcosa rimane impigliato a pochi metri dalla riva. Affiora, illuminato dalla luna, il braccio di una meravigliosa statua di Apollo a grandezza naturale, che brilla al punto da sembrare oro. 
Aiutato dai figli, Mounir in qualche modo la libera dalla sabbia che l'ha protetta per venticinque secoli, la carica sulla sua barchetta a remi e la nasconde nella sua casa, persa nel termitaio di palazzine e strade sterrate dove città e campo profughi ormai si impastano nella stessa tragedia urbana. Apollo viene mostrato a qualche parente, ma nessuno è in grado di dire se è d'oro come spera il pescatore. Possono essere settanta-ottanta chili d'oro che nella realtà disperata di Gaza moltiplicano il suo valore. 
Ma nessuno può andarsene in giro per la Striscia con una statua del periodo ellenistico nel bagagliaio. Alla statua che è (era) in perfette condizioni, viene mozzato alla bell'è meglio un dito, da poter mostrare a qualche intenditore per farne valutare la purezza e la qualità. I sogni di Mounir si infrangono rapidamente, il dito mostrato in "giro" si rivela di bronzo, la statua ha "soltanto" uno straordinario valore archeologico come molti reperti che affiorano qua e là nella Striscia. 
Il suo nome adesso evoca guerre, bombardamenti e sofferenze, ma sotto le sabbie di Gaza ci sono cinquemila anni di storia affascinante. Sulle sue rive hanno marciato egizi, filistei, romani, bizantini e crociati. Alessandro il Grande assediò la città, l'imperatore Adriano vi soggiornò a lungo. Era il più importante porto romano per il commercio dell'incenso. Riccardo Cuor di Leone la strappò a un sultano ayyubide, poi la conquistarono i mongoli. Ha fatto parte dell'Impero Ottomano, fu attraversata dall'esercito di Napoleone che andava dall'Egitto in Siria, è stata campo di battaglia della seconda Guerra Mondiale. Ovunque si scavi nella Striscia saltano fuori vestigia antiche.
Mounir però con quel dito di metallo mostrato in giro per Gaza ha attirato l'attenzione delle spie di Hamas, sempre ben introdotte in ogni ambiente. In poche ore il pescatore viene arrestato e la statua, che potrebbe risalire al IV secolo a. C., sequestrata. Sarebbe un gran colpo per Hamas poter mostrare al mondo questa meraviglia dell'arte greca - paragonabile per fattura ai Bronzi di Riace - ma chi ce l'ha per le mani capisce subito che Apollo deve restare un segreto. L'Islam vieta la riproduzione della figura umana nell'arte, accetta solo elementi floreali e decorativi nella pittura. E poi Apollo in conformità allo stile dell'epoca è nudo: impossibile per gli zelanti integralisti mostrarlo in pubblico
La statua deve scomparire, suggerisce qualcuno, meglio venderlo - come moltissime altre antichità - sul mercato nero e mettere i soldi nelle casse disastrate di Hamas, che non è più in grado di pagare gli stipendi ai suoi uomini dopo il blocco dei tunnel del contrabbando con l'Egitto.
La storia dell'Apollo di Gaza entra così, qualche giorno fa, in un'altra dimensione. Fatta di grandi alberghi, collezionisti malati, ambiziosi uomini d'affari, cacciatori di antichità. Perché un noto "mediatore" internazionale è al lavoro per trovare un compratore per Apollo. Stime approssimative parlano di 20-40 milioni di dollari e in corsa ci sarebbe già un importante museo americano. 
Spalanca le braccia e guarda con attenzione le foto di Repubblica Hamdan Taha, il viceministro per la Cultura e le Antichità dell'Autorità nazionale palestinese, nel suo ufficio di Ramallah. "La Striscia è un eldorado per gli archeologi", commenta serio, "ma anche per i tombaroli palestinesi, più di una fortuna è stata possibile grazie alla vendita sul mercato nero di reperti trafugati poi all'estero". La rigira, la foto di Apollo fra le mani: "Vede, se esce dalla Striscia non la prendiamo più, perché la Palestina non è ancora uno Stato e non siamo ammessi nell'Interpol: anche se scoprissimo nelle mani di chi andrà non potremmo mai riaverla indietro". L'unica strada per salvare l'Apollo di Gaza è quella di raccontare la sua storia, far circolare le sue immagini, perché nessuno possa dire: "Non sapevo da dove venisse".

5.3.2 Excursus/ Il cristianesimo ha origini medio-orientali

Cfr. copti

Chi sono i copti colpiti dal vergognoso attentato della notte dell’ultimo dell’anno? Appunti sugli antichi discendenti degli egiziani che accolsero il cristianesimo fin dal I secolo d.C. e che hanno conservato da allora la fede
“Copto” significa semplicemente “egiziano”. Il vocabolo greco “Egyptos” (Egitto) si è evoluto foneticamente – si perdoni la semplificazione - con la caduta del suono “e” iniziale (Egyptos-Gyptos), con la mutazione del suono “g” in “c” (Gyptos-Cyptos) e del suono “y” in “o” (Cyptos-Coptos).
Copti sono semplicemente i discendenti degli antichi egiziani. Essi si convertirono progressivamente al cristianesimo nei primi secoli. Il patriarcato di Alessandria d’Egitto (l’odierna Al-Iskandariya) emerse fra i quattro grandi patriarcati d’Oriente insieme a Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli, vantando figure di primissimo rilievo come Atanasio e Cirillo.
I cristiani d’Egitto si separarono dalla piena comunione con Roma e Costantinopoli nel 451 al tempo del Concilio di Calcedonia, perché non accettarono le dichiarazioni cristologiche di quel concilio. Ma dichiarazioni cristologiche comuni avvenute nel XX secolo hanno dimostrato che, in realtà, la fede nel Cristo vero Dio e vero uomo è rimasta immutata e che furono equivoci superabili a causare la rottura.
Ancora oggi, comunque, la chiesa copta ortodossa non è in piena comunione né con la chiesa cattolica, né con quella ortodossa. Relazioni molto fraterne sono poi maturate soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II.
All’arrivo dell’islam, molti degli antichi egiziani conservarono la fede cristiana dei padri e l’hanno mantenuta inalterata fino ad oggi. La chiesa copta è la più numerosa comunità cristiana orientale ad essere sopravvissuta nei secoli una volta che l’islam ha assunto il potere. Mentre comunità cristiane un tempo importantissime, come quelle del nord Africa, sono quasi completamente scomparse, altre sono sopravvissute diminuendo numericamente nei secoli, come quelle sire, assire, persiane, armene (nei territori degli odierni stati della Siria, Iraq, Iran, Turchia, ecc.). Solo quella copta ha mantenuto una consistenza numerica rilevante. Si stima che i copti siano ancora un decimo della popolazione egiziana, forse 6 milioni di persone.
Queste comunità ricordano a tutti che “arabo” non significa “musulmano”, poiché esistono “arabi cristiani”. Il cristianesimo non nasce in occidente, ma in oriente e gli egiziani copti, così come gli altri arabi cristiani, sono storicamente i discendenti di coloro che hanno sempre abitato quelle terre. Gli arabi cristiani abitano tuttora quelle terre non come stranieri, bensì come cittadini di diritto, insieme agli arabi musulmani.
Copti sono oggi i “cristiani arabi d’Egitto” che hanno una tradizione propria con un rito peculiare, il “rito copto” appunto. La maggioranza di loro è di fede ortodossa, anche se – come si diceva – non in comunione con Costantinopoli, mentre una piccola minoranza è di fede cattolica.

Ma cfr. anche Armeni, palestinesi… cfr. Algeria (Ippona), Tunisia (Cartagine), Marocco, Libia, Iran, Iraq, Siria, Turchia, ecc. ecc.

Cfr. i luoghi Santa Sofia e Santa Irene a Costantinopoli (e tutte le moschee che sono erette su chiese cristiane: solo di San Salvatore in Chora si sono salvati mosaici e affreschi; ad esempio Moschea Fatih Mehmet Camii/Chiesa dei Santi Apostoli; cfr. Nicea/Iznik Chiesa/moschea del Concilio), cfr. su www.gliscritti.it Scheda su alcune Chiese di Costantinopoli prima e dopo il 1453

Cfr. la Spagna e l’Andalusia in particolare

L’antica Elvira romana (Elvira viene dal latino Iliberis) e poi cristiana occupava più o meno la zona ora occupata dal quartiere di Albaicìn.
Il turista non accorto rimane colpito più dal fatto che la Granada cristiana di Isabella la Cattolica e Ferdinando e successivamente di Carlo V sostituisca i suoi edifici a quelli della periodo islamico – o, più precisamente, conservi questi ultimi, ma con l’inserzione di architetture cristiane - che non che la Granada islamica abbia, a sua volta precedentemente, sostituito fino alla totale scomparsa precedenti architetture paleocristiane.
Un caso analogo è quello della Mezqita-Cattedrale di Cordoba, dove la costruzione islamica che ha già sostituito la primitiva cattedrale cattolica di S.Vincenzo (nella prima moschea ben 150 capitelli erano tratti da monumenti precedenti pagani e cristiano-visigoti) viene a sua volta reinterpretata nuovamente come Cattedrale cristiana.

Pochissimo è rimasto degli edifici ecclesiali mozarabi nelle zone sotto la dominazione dell’Islam andaluso. In particolare si sono conservati la Chiesa di S.Maria di Melque vicino a Puebla de Montalban, in provincia di Toledo, e la Chiesa rupestre di Bobastro, Mesas de Villaverde, nelle montagne vicino Malaga. Gli edifici nei territori della Reconquista possono essere, invece, suddivisi in quattro differenti zone (così J.-F. Rollan Ortiz, Iglesias mozarabes leonesas, Everest, León, 1992): la mozarabia leonese (nella quale spicca il famoso complesso di San Miguel de Escalada oltre a Santiago de Penalba, San Cebrian de Mazote e Santa Maria di Wamba), quella galiziana e lusitana (con San Miguel de Celanova e San Pedro de Laurosa) la zona aragonese-catalana (con la cripta di San Juan de la Pena, le chiese di santa Maria de Marquet e di Sant Julia de Boada ed il monastero di Sant Miquel de Cuixá), la zona centrale o Castigliana.(con San Baudel de Berlanga, con la Torre di dona Urraca.
A titolo esemplificativo riportiamo il testo dell’iscrizione di rifondazione della chiesa di San Niguel de Escalada, iscrizione attualmente scomparsa, ma ancora leggibile nel 1784 quando fu trascritta da Manuel Risco, che così recitava:
Questo luogo, dedicato fin dall’antichità all’arcangelo Michele e eretto come piccolo edificio, prossimo a cadere in rovina, rimase a lungo in condizioni disastrose, finché l’abate Alfonso, venendo con i suoi compagni da Cordova, loro patria, sollevò la casa che era in rovina ai tempi del potente e serenissimo principe Alfonso. Crescendo il numero dei monaci, eresse di nuovo questo bel tempio, con lavoro ammirabile... Senza opposizione di alcuna autorità e senza oppressione del popolo, ma per la costante vigilanza dell’abate Alfonso e dei fratelli, questi lavori furono conclusi in dodici mesi, quando già regnava Garcia e la regina Mumadona. Nell’anno 951 (N.d.T. con gli adattamenti al nostro calendario, l’anno di consacrazione è così il 913). Fu consacrato per mano del vescovo Genadio il dodici delle calende di dicembre.

Una selva di croci e nomi di martiri nel deserto dell'Arabia saudita. È la scoperta di un gruppo franco-saudita di archeologi capeggiati dal prof. Frédéric Imbert. Risalgono al periodo 470-475, quando l'usurpatore Yussuf ordinò il massacro dei cristiani, di cui vi è anche un'eco nel Corano. Un segno della vasta diffusione del cristianesimo nella penisola arabica fino all'arrivo dell'islam, dall'Agenzia di AsiaNews del 28/1/2015
Beirut (AsiaNews/Agenzie) - Una selva di croci scolpite nelle rocce del deserto dell'Arabia saudita, segno della presenza di una vivace comunità cristiana intorno al quinto secolo dopo Cristo; una serie di nomi cristiani e biblici, forse di martiri uccisi in una persecuzione del V secolo. È la scoperta fatta da un gruppo franco-saudita di archeologi guidati da Frédéric Imbert, professore all'università di Aix- Marseille. In una conferenza all'università americana di Beirut, di cui dà notizia l'Orient-Le Jour, il prof. Imbert ha esposto le sue scoperte sulle pareti di roccia del Jabal Kawkab ("la montagna della stella"), nella zona sud dell'Arabia saudita, nell'emirato di Najran.
La zona si chiama Bir Hima o Abar Hima, un nome "che rinvia a una zona di pozzi conosciuti fin dall'antichità". Secondo l'archeologo, è probabile che l'area fosse una zona di sosta per l'approvvigionamento dell'acqua" per le carovane che viaggiavano dallo Yemen a Najran.
Le croci, afferma Imbert, "non sono le sole conosciute nell'Arabia del sud e dell'est", ma "sono senza dubbio le più antiche croci cristiane in un contesto datato al 470 della nostra era".
Alle croci sono mescolati dei testi. L'insieme delle iscrizioni si estende per più di un chilometro, con una serie di nomi, in una forma che si può definire una lingua aramaica locale. Esse rappresentano una "lingua araba pre-islamica", o ancora più precisamente, una lingua "nabateo-araba".
Le iscrizioni si collocano nel periodo del regno himairita  di Shurihbil Yakkuf, che ha governato l'Arabia del sud dal 470 al 475. Durante il suo dominio sarebbero iniziate le persecuzioni dei cristiani. È interessante notare che fra i nomi iscritti fra le croci vi siano i nomi di Marthad e Rabi, entrambi iscritti nella lista dei martiri di Najran, nel cosiddetto "Libro degli Himairiti".
Per comprendere il contesto in cui le croci e i nomi sono stati scritti sulla roccia, il prof. Imbert ha spiegato che alla fine del III secolo dopo Cristo, nell'Arabia del sud vi è stata una dinastia himayrita, che ha regnato per 150 anni. Essa è rimasta neutrale fra i due grandi imperi bizantino e persiano, scegliendo l'ebraismo come religione.
Da parte sua, il cristianesimo si è diffuso in Arabia a partire dal IV secolo, ma "è nel VI secolo che si diffonde nella regione del Golfo, nelle regioni costiere dello Yemen e a Najran".
La diffusione del cristianesimo avviene grazie ai missionari persiani dell'impero sassanide e grazie ai missionari siriaci (che non accettavano il concilio di Calcedonia, sulle due nature - divina e umana di Gesù Cristo). Due vescovi, consacrati
nel 485 e nel 519, apparterrebbero alla comunità siriaca, forse proveniente dall'Iraq.
Verso il 470-475, Yusuf (Dhu Nuwas) usurpa il trono himayrita. Ed è lui che ordina il massacro dei cristiani di Najran. Tale massacro è confermato da diverse fonti cristiane. Anche il Corano se ne fa eco nella sura al-Burug ("le costellazioni").
I cristiani sopravvissuti inviano un appello a Khaleb, re d'Etiopia, che invia una spedizione militare a soccorso dei perseguitati. L'esercito di Yusuf viene sconfitto, Yusuf viene ucciso, e si instaura in Arabia un regno cristiano. Tale regno sarà un protettorato etiope fino alla conquista dell'islam.
Per Frédéric Imbert, le croci e le iscrizioni sono "il più antico libro degli Arabi", scritto "sulle pietre del deserto", una "pagina di storia degli Arabi e del cristianesimo".

- Ripetiamo: Non vogliamo indietro quei luoghi e quegli stati! È altro che vogliamo

5.3.3/ Non l’odio, anzi il rifiuto dell’odio, ma una posizione forte presa per responsabilità ed amore

La strage di Parigi. Il vero complesso di inferiorità dei fondamentalisti fragili e confusi, di Slavoj Zizek, da La Repubblica del 9/1/2015
Ora che siamo tutti sotto shock, dopo la carneficina negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di ragionare. Naturalmente dobbiamo condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco contro l’essenza stessa delle nostre libertà, e condannarli senza nessun distinguo mascherato. Ma questo afflato di solidarietà universale non è abbastanza.
Il ragionamento di cui parlo non ha assolutamente nulla a che vedere con le relativizzazioni da quattro soldi di questo crimine (il mantra del «Chi siamo noi occidentali, che abbiamo compiuto massacri terribili nel terzo mondo, per condannare atti come questi? »).
E ha ancora meno a che fare con la paura patologica di tanti liberali progressisti occidentali di macchiarsi di islamofobia. Per questi finti progressisti, qualsiasi critica dell’islam viene additata come espressione dell’islamofobia occidentale: Salman Rushdie è stato accusato di aver provocato gratuitamente i musulmani, e quindi di essere responsabile (almeno in parte) della fatwa che lo condanna a morte, e via così.

SEGUE UN PASSAGGIO IMPORTANTISSIMO:
Il risultato di posizioni del genere è quello che ci si può aspettare in questi casi: più i progressisti occidentali rovistano nel loro senso di colpa, più vengono accusati dai fondamentalisti islamici di essere ipocriti che cercano di nascondere il loro odio per l’islam. Questa costellazione riproduce alla perfezione il paradosso del superego: più obbedisci a quello che l’Altro pretende da te, più ti senti colpevole. In pratica, più tollerate l’islam, più forte sarà la pressione su di voi […] 

In effetti può sembrare che la spaccatura fra il permissivo primo mondo e la reazione fondamentalista contro di esso coincida sempre più con la contrapposizione fra una vita lunga e soddisfacente, piena di benessere materiale e culturale, e una vita dedicata a qualche Causa trascendente. “I migliori” non sono più capaci di impegnarsi fino in fondo, mentre «i peggiori» si impegnano in un fanatismo razzista, religioso, sessista.
Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono esattamente a questa descrizione? La cosa di cui mancano con ogni evidenza è una qualità che è facile discernere in tutti i fondamentalisti autentici, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso il modo di vivere dei non credenti.
Se i cosiddetti fondamentalisti dei nostri giorni sono convinti davvero di aver trovato la via verso la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, non lo condanna di certo: si limita a osservare benevolmente che la ricerca di felicità dell’edonista è controproducente.
Al contrario dei veri fondamentalisti, gli pseudofondamentalisti terroristi sono profondamente infastiditi, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non credenti: si ha la sensazione che combattendo il peccatore stiano combattendo la loro stessa tentazione di peccato. Il terrore del fondamentalismo islamico non è radicato nella convinzione dei terroristi della propria superiorità, in un desiderio di preservare la propria identità cultural-religiosa dal furibondo assalto della civiltà consumistica globale.
Il problema dei fondamentalisti non è che li consideriamo inferiori a noi, ma al contrario che loro stessi si considerano segretamente inferiori. È per questo che quando li rassicuriamo, pieni di condiscendenza e political correctness, che non ci sentiamo assolutamente superiori a loro non facciamo altro che farli inferocire ancora di più e alimentare il loro risentimento.
Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo per preservare la propria identità), ma il contrario, il fatto che i fondamentalisti sono già come noi, che segretamente hanno già interiorizzato i nostri parametri e misurano se stessi in base a essi.
Il fondamentalismo è una reazione — una reazione falsa e mistificatrice, naturalmente — contro un difetto reale del liberalismo, ed è per questo che il liberalismo lo genera, ripetutamente. Affinché questa tradizione fondamentale possa sopravvivere, il liberalismo necessita dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. È il solo modo per sconfiggere il fondamentalismo, tagliargli l’erba sotto i piedi.
Ragionare in risposta agli omicidi di Parigi significa mettere da parte il compiacimento autocelebrativo del liberale permissivo e accettare che il conflitto tra la permissività liberale e il fondamentalismo in definitiva è un conflitto falso. Quello che Horkheimer aveva detto riguardo a fascismo e capitalismo, e cioè che chi non è disposto a parlare in modo critico del capitalismo non dovrebbe contestare neppure il fascismo, andrebbe applicato anche al fondamentalismo dei nostri giorni: chi non è disposto a parlare in modo critico della democrazia liberale non dovrebbe contestare neppure il fondamentalismo religioso.

Quei ragazzi terroristi in fuga dalla libertà. Il fascino dell'integralismo islamico, di Massimo Recalcati, da La Repubblica del 7/2/2015
L'uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società preindividualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente. (Erich Fromm, Fuga dalla libertà, 1941)
La libertà non è solo possibilità di espressione, alleggerimento della vita da vincoli oscurantisti, emancipazione dell’uomo dal suo stato di minorità, come Kant aveva classicamente definito l’illuminismo. La libertà è anche una esperienza di vertigine e di solitudine che comporta il rischio di vivere senza rifugi, senza garanzie ultime, senza certezze imperiture e fuori discussione.
Lo stesso Nietzsche, che fu uno dei maggiori sostenitori della libertà del soggetto di fronte a ogni verità che pretende di porsi come assoluta, insisteva costantemente nel ricordare che la libertà suscita angoscia, spaesamento, che il navigare in mare aperto può generare una seduttiva nostalgia per la terra ferma. È in questa luce che la psicoanalisi ha interpretato la psicologia delle masse dei grandi sistemi totalitari del NovecentoPsicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) di Freud, Psicologia di massa del fascismo (1933) di Reich e Fuga dalla libertà ( 1941) di Fromm costituiscono una sorta di fondamentale trilogia sul fenomeno sociale del fanatismo di massa e dei suoi processi identificatori che hanno costituito il cemento psicologico di tutti i totalitarismi novecenteschi.
Una tesi generale ritorna in questi tre testi: non è vero che gli esseri umani amano senza ambivalenze la loro libertà; essi preferiscono anche rinunciarvi in cambio della tutela autoritaria della loro vita. Se la libertà comporta sempre la possibilità della crisi, dell’incertezza, del dubbio, del disorientamento, è meglio fuggire da essa per ricercare in un Altro assoluto una certezza granitica e inamovibile sul senso della nostra presenza al mondo e del nostro destino.
Questo ritratto della psicologia delle masse sembra aver fatto — almeno in Occidente — il suo tempo. [...] Al centro dell’Occidente non è più la dimensione tirannica della Causa ideale che mobilita alla guerra le masse, ma quella dell’individualismo esasperato, della rincorsa alla propria affermazione personale, dell’ipertrofia narcisistica dell’Io. Al cemento armato dei regimi totalitari si è via via sostituita una atomizzazione dei legami sociali causata dalla decadenza fatale della dimensione dell’Ideale rispetto a quella cinica del godimento.
Il culto pragmatico del denaro ha sostituito il culto fanatico dell’Ideale. Il nichilismo occidentale non sorge più dalle adunate delle masse disposte a sacrificare la vita per il trionfo della Causa, ma dal capitalismo finanziario e dalla sua ricerca spasmodica di un profitto che vorrebbe prescindere totalmente dalla dimensione del lavoro. Il nichilismo contemporaneo non si manifesta più nella lotta senza quartiere contro un nemico ontologico, ma come effetto di una caduta radicale di ogni fede nei confronti dell’Ideale. È il passaggio epocale dalla paranoia alla perversione.
Gli ultimi drammatici fatti che hanno investito la Francia e l’Europa comportano però un ulteriore cambio di scena. La critica che la cultura islamica più integralista muove all’Occidente è una critica che tocca un nostro nervo scoperto: il nichilismo occidentale non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte. Il dominio del discorso del capitalista ha infatti demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza lasciando orami evasa la domanda più essenziale: la nostra forma di vita collettiva è davvero l’unica forma di vita possibile? L’idolatria nichilistica per il denaro ha davvero reso impossibile ogni altra fede? La nostra libertà è riuscita veramente a rendere la vita più umana?
Il fatto che l’Occidente non sia più in grado di ripensare consapevolmente le sue forme (alienate) di vita, ha spalancato la possibilità che la critica all’esistente abbia assunto le forme terribili di un ritorno regressivo all’ideologia totalitaria. È un insegnamento della psicoanalisi: quello che non viene elaborato simbolicamente ritorna nelle forme orribili e sanguinarie del reale.
L’Islam radicale non è forse l’incarnazione feroce di questo ritorno? Il suo rifiuto dell’Occidente, fanatico e intollerante, non si iscrive proprio nello spazio lasciato aperto da una nostra profonda crisi dei valori condivisi? L’integralismo islamico costituisce il ritorno alla più feroce paranoia di fronte alla perversione montante che ha assunto il posto di comando in Occidente. Alla liquefazione dei valori si risponde con il loro irrigidimento manicheo.
Mentre la perversione sfuma sino ad annullare i contrari, destituisce ogni senso della verità, confonde i buoni con i cattivi, mostra in modo disincantato che tutti gli esseri umani hanno un prezzo, la paranoia insiste nel mantenere rigidamente distinti il bene dal male, il buono dal cattivo, il giusto dall’ingiusto offrendo l’illusione di una protezione sicura dall’angoscia della libertà.
In due importanti libri dedicati all’Islam radicale (La psicoanalisi alla prova dell’Islam, Neri Pozza 2002, Dichiarazione di non sottomissione, Poiesis 2013) lo psicoanalista francotunisino Fethi Beslam, professore di psicopatologia all’Università di Parigi-Diderot, ci ricorda come la sottomissione all’Altro salvi e distrugga nello stesso tempo.
Essa offre l’illusione di un mondo senza incertezze, chiedendo però in cambio la rinuncia totale alla libertà. La potenza seduttiva dell’integralismo islamico consiste infatti nel proporsi come la sola interpretazione possibile dell’Origine, della voce di Dio, dell’unico Dio che esiste, del Dio “furioso” e giustiziere implacabile. Si tratta di una ideologia identitaria che comporta la sottomissione come unica possibilità di rapporto alla verità fondandosi sulla cancellazione dell’alterità di cui la rimozione della femminilità è l’espressione più forte ed emblematica.
L’amore per la Legge sfocia così fanaticamente nell’auto-attribuzione del “diritto di vita e di morte su ogni cosa”. E’ la forma più terribile di blasfemia: uccidere, sterminare, terrorizzare nel nome di Dio. L’Occidente che ha dato prova di aver saputo superare la stagione delirante dei totalitarismi, non ha ora solo il compito di difendersi dal rischio del dilagare della violenza paranoica dell’Islam radicale, ma deve soprattutto provare a rifondare laicamente le ragioni della nostra cultura per evitare che il culto perverso di una libertà senza Legge sia solo l’altra faccia di quello paranoico di una Legge che annichilisce la libertà.

- alcuni esempi di questioni legislative

Scuole islamiche? Solo con materie e titoli accademici riconosciuti in Università come per le paritarie cattoliche

Reciprocità esigita dalla politica per il riconoscimento della cittadinanza

No alla preghiera in piazza

No alla preghiera in luoghi di culto cristiani

Cfr. su questi temi gli articoli di Samir Khalil Samir

6/ Uniti per la pace, la giustizia, la lotta alla povertà, l’amore per la famiglia e per la vita

- amare Dio “e” il prossimo, contro il fondamentalismo

- Tra 150 e 200 milioni di cristiani non possono vivere la loro fede liberamente nel mondo di oggi. Nel primo scorcio del XXI secolo, il 75 per cento delle violenze perpetrate contro una minoranza religiosa riguarda proprio i cristiani.

Ma il tributo di sangue è enorme presso gli stessi musulmani sunniti e sciiti, nelle diverse correnti

- Si constata che dove i cristiani non sono liberi, sono tutte le minoranze religiose ad essere perseguitate (cfr. curdi, sciiti, yazidi, ecc.)

- A più della metà della popolazione del mondo è proibito ricevere un libero annunzio di Cristo

- il grande dono di papa Francesco: poter parlare liberamente, volendosi bene; lavorare uniti per lo sviluppo, l’educazione e la libertà religiosa

Da F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi?
Emerge una questione metafisica fondamentale, la questione della relazione tra il Creatore e la creatura. Spesso, in proposito, abbiamo una visione concorrenziale. Quando dico visione concorrenziale, mi riferisco all’idea che per far posto alla creatura bisognerebbe allontanare il Creatore e che, reciprocamente, per far posto al Creatore, bisognerebbe allontanare, cacciare la creatura. Altrimenti, terza possibilità per salvare capra e cavoli, se vogliamo salvare entrambi: lasciare una parte al Creatore e una parte alla creatura. Ora, queste tre opzioni sono false. La verità è che più vado verso la creatura, più vado verso il Creatore, perché è la sua origine. E più vado verso il Creatore, più mi volgo alle creature, perché sono opera sua.
Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati".
Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: "Io ti amo, o Creatore", ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l'abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare. 

7/ La testimonianza del martirio: è martire chi ama Dio e chi ama il nemico

- Charles de Foucauld

dal testamento spirituale di frère Christian, priore dell’Abbazia di Tibhirine, ucciso con 6 fratelli monaci trappisti, da fondamentalisti islamici in Algeria, probabilmente il 21 maggio 1996
Quando si profila un AD-DIO
Se mi capitasse un giorno - e potrebbe essere oggi
di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora
tutti gli stranieri che vivono in Algeria,
vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia
si ricordassero che la mia vita era "donata" a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita
non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale.
Che pregassero per me:
come essere trovato degno di una tale offerta?
Che sapessero associare questa morte a tante altre
ugualmente violente,
lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha valore più di un’altra.
Non ne ha neanche meno.
In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia.
Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male
che sembra, ahimè prevalere nel mondo,
e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento vorrei poter avere quell’attimo di lucidità
che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio
e quello dei miei fratelli in umanità,
e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore
chi mi avesse colpito.
Non potrei augurarmi una tale morte.
Mi sembra importante dichiararlo.
Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi
del fatto che questo popolo che io amo
venisse indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto
ciò che verrebbe chiamata, forse, la "grazia del martirio",
doverla a un Algerino, chiunque sia,
soprattutto se egli dice di agire in fedeltà
a ciò che crede essere l’Islam.
So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini,
globalmente presi,
e conosco anche quali caricature dell’Islam
incoraggia un certo islamismo.
E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto
identificando questa via religiosa
con gli integrismi dei suoi estremismi.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa,
sono un corpo e un anima.
L’ho proclamato abbastanza, mi sembra,
in base a quanto ho visto e appreso per esperienza,
ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo
appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa
proprio in Algeria, e già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
l mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione
a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista:
"Dica adesso, quello che ne pensa!".
Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata
la mia curiosità più lancinante.
Ecco potrò, se a Dio piace,
immergere il mio sguardo in quello del Padre
per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam
così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo,
frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito,
la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro,
io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera
per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo "grazie" in cui tutto è detto, ormai della mia vita,
includo certamente voi, amici di ieri e di oggi,
e voi, amici di qui,
insieme a mio padre e a mia madre,
alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro,
centuplo regalato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto
che non avrai saputo quel che facevi.
Sì, anche per te voglio questo "grazie", e questo "ad-Dio" nel cui volto ti contemplo.
E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati,
in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.
Amen! Inch’Allah.
Algeri, 1 dicembre 1993
Tibhrine, 1 gennaio 1994

Vulnerabili, quindi cristiani, di Jean-Jacques Pérennès, da Avvenire del 12/2/2015
I drammi che i cristiani d’Iraq vivono oggi non sono nuovi. Più volte nella storia questi cristiani sono stati oggetto di persecuzioni molto violente: accadde per esempio a metà del IV secolo, quando i persiani uccisero in Mesopotamia mezzo milione di cristiani e sgozzarono il Patriarca di Babilonia che, da quel giorno, porta una tonaca rossa come simbolo del martirio. Ma hanno saputo conservare la loro fede, forgiata nell’esperienza della prova. 
Ancora oggi i cristiani d’Iraq rendono una grande testimonianza alla Chiesa universale: nonostante le pressioni degli estremisti che li attaccano e le minacce di morte, nessuno ha abiurato la fede. Hanno pagato cara la loro scelta: abbandono delle case, di tutti i beni ed esilio. Questi cristiani vanno difesi e protetti; i loro diritti vanno fatti valere. Allo stesso tempo la loro fragilità ci dice qualcosa di essenziale del cristianesimo: la vulnerabilità fa parte della nostra vocazione. La potenza, al contrario, rischia spesso di compromettere la nostra testimonianza.
Prima di lasciare l’incarico di Patriarca latino di Gerusalemme, nel marzo 2008, monsignor Michel Sabbah scriveva: «I cristiani sono un piccolo numero in questa Terra Santa e nella Chiesa di Gerusalemme. Non è solo la conseguenza di circostanze storiche o sociali. Questa realtà ha un legame diretto con il mistero di Gesù su questa terra. Duemila anni fa venne Gesù, ma i suoi apostoli, i suoi discepoli e i fedeli che credettero in lui erano solo un piccolo gruppo. Oggi, duemila anni dopo, i cristiani testimoni di Gesù nella sua terra continuano a essere pochi. Essere piccoli in questa terra è semplicemente vivere come visse Gesù. Non significa vivere una vita minore, ai margini, o fatta di timori e perplessità. Noi sappiamo perché siamo piccoli, e sappiamo quale posto dobbiamo occupare nella nostra società e nel mondo».
Una testimonianza simile è stata recentemente offerta alla Chiesa universale dai monaci trappisti di Tibhirine in Algeria. La loro storia è nota: minacciati da militanti islamisti, i monaci rifiutano di andarsene, ritenendo che il loro compito sia testimoniare una vita di preghiera e di amore universale per il prossimo in un’Algeria devastata dalla guerra civile. Un amore universale che per loro ha significato anche accettare di curare i terroristi quando erano feriti. Nessuna ingenuità, ma una coraggiosa scelta evangelica che pagheranno con la propria vita nella primavera del 1996. 
Non rispondere alla violenza con la violenza, accettare di essere vulnerabile per rompere il circolo vizioso della violenza che chiama altra violenza, non significa forse semplicemente seguire le tracce di Gesù, che dovette lui pure fare i conti con la violenza e scelse di rispondervi con un amore che accetta e perdona? Anche lui pagò con la vita. È questo l’atteggiamento che nel corso della storia ha guidato molti cristiani.
Monsignor Claverie, vescovo di Orano, di fronte al rischio di morte nello stesso contesto algerino, scriveva nel 1995, pochi mesi prima di essere a sua volta assassinato: «In Algeria siamo in un luogo di spaccatura: tra musulmani, tra i musulmani e il resto del mondo, tra il Nord e il Sud, tra i ricchi e i poveri… C’è una spaccatura e un abisso sempre più profondo tra noi e ciò che si trova a un’ora e un quarto di volo da noi. Va urlato ora, è spaventoso! Ma questo è proprio il posto della Chiesa, perché questo è il posto di Gesù. La croce è lo squartamento di colui che non sceglie una parte o l’altra, perché se è entrato nell’umanità, non è per rifiutare una parte dell’umanità. Cerca di tenere insieme i due estremi. La riconciliazione perciò non è semplice, essa non può che avvenire a caro prezzo. Essa può anche provocare, come per Gesù, quello smembramento tra ciò che è inconciliabile. Un islamista e un kâfir (infedele) non sono conciliabili. Allora che cosa scelgo? Gesù non sceglie. Dice: "Io vi amo tutti", e muore».
L’orientalista francese Louis Massignon era convinto che l’islam avesse un ruolo nella storia cristiana della salvezza: esso, diceva, è «una lancia evangelica che da 13 secoli stigmatizza la cristianità» e costringe i «privilegiati di Dio» all’eroismo e alla santità. Dura vocazione in realtà e molto difficile da vivere, come rileva lo studioso libanese Mouchir Aoun, che sottolinea «il preoccupante divario tra la vocazione e la condotta»: «I cristiani d’Oriente fanno della loro singolarità la base della loro vocazione nel mondo arabo. 
A questo proposito essi ritengono che, considerato il loro numero esiguo, la loro lotta ha un senso e un impatto salvifico nel mondo arabo solo se si applicano a valorizzare la particolarità del loro apporto spirituale. Ma è proprio questo il punto debole. Perché la loro condotta sociale e politica contraddice molto spesso la pretesa di una specificità culturale e spirituale. La corruzione della maggior parte della classe politica cristiana, la falsa testimonianza della maggior parte dei membri del clero, il mercantilismo che infetta i rapporti umani, la stravaganza e lo snobismo della classe agiata, l’immoralità degli uomini d’affari e delle famiglie benestanti sono altrettante piaghe che martirizzano le comunità cristiane che vivono nelle società del mondo arabo». La diagnosi potrebbe sembrare severa e riflettere in particolare il contesto libanese nel quale è stata scritta, ma ciò nonostante mette in luce una difficoltà vera: essere all’altezza della testimonianza eroica nel contesto della vita quotidiana.
È legittimo che i cristiani d’Oriente cerchino di difendere i loro diritti ed è dovere della comunità internazionale lottare perché possano ritornare nelle loro case e riavere i loro beni. Ne va della loro sopravvivenza e della possibilità di esistenza di società plurali nel mondo musulmano. Allo stesso tempo però possiamo domandarci se la forza della testimonianza dei cristiani non risieda anzitutto nella loro vulnerabilità. Non scegliere i mezzi della potenza e rispondere all’offesa con amore: sono questi i precetti "sovraumani" che Cristo ha dato ai suoi apostoli e a coloro che vogliono essere suoi discepoli.
È quanto predicava Pierre Claverie prima di essere assassinato: «Che cosa c’è di più folle che andare incontro alla morte munito solamente di un amore disarmato e disarmante che muore perdonando? E che cosa c’è di più insensato che reclutare i propri discepoli tra i peccatori galilei, i pubblicani, le prostitute e la povera gente? Eppure noi apparteniamo a quel tipo di credenti. Non contabili del lecito e del proibito, non guerrieri di una religione conquistatrice […]. Solo Gesù può condurci sulle vie del Dio vivente: da soli non andremmo oltre la "saggezza dei Greci" che Paolo oppone alla "follia della Croce"». In questo tempo di prova dunque la Chiesa universale è invitata a ricevere i frutti della grazia della testimonianza eroica offerta dai cristiani d’Oriente.

Icona di Tony Rizq
Icona di Victor Fakhoury 

Beati voi, piccoli agnelli razionali (sui martiri copti in Libia) (da http://www.natidallospirito.com/2015/03/10/beati-voi-piccoli-agnelli-razionali/ ), un testo  del vescovo copto ortodosso di Milano, anba Kyrollos
Martiri grandiosi, che cosa vede il mondo in voi? Eroi, che cosa significa quello che si sente dire di voi? Che cos’è questa fede di cui parlano piccoli e grandi, vicini e lontani? Sono immagini meravigliose. Tutti ci chiediamo: come può un agnellino, caduto nelle grinfie di un lupo, comportarsi da leone? È davvero straordinario. Come mai il lupo minaccioso si copre la faccia davanti all’agnello razionale [1]?  Perché è così debole davanti a voi?
Cari agnelli, ieri il lupo vi ha filmato mentre vi sgozzava credendo di spaventare e far paura agli altri agnelli. Oggi, invece, si pente amaramente per le immagini che ha registrato. Quelle immagini e quel video, girati dalla mano del lupo, oggi vengono usati per annunciare al mondo intero la dolcezza della vita vissuta insieme a Cristo. In questo video si vedono agnellini razionali condotti al macello, i quali non hanno aperto bocca se non per pregare (Is 53,7). Erano agnelli razionali che camminavano sulle orme di Cristo mostrando con la loro debolezza ciò che è più grande della forza (cf. 1Cor 1,25). Cari agnelli martiri, da dove avete preso quel coraggio? Quando eravate nelle grinfie del lupo, forse che vi siete ricordati delle storie dei martiri che la Chiesa vostra madre vi ha raccontato sin da quando eravate piccoli? Vi siete forse ricordati delle recite che avete visto sui martiri? È così che vi siete sentiti pieni di forza? Chissà, forse da bambini avete voi stesso partecipato a una recita sui martiri. Eppure, stavolta voi non avete girato un film, non siete degli attori. Sono il mondo e la storia ad aver filmato la potenza della vostra fede, la grandezza della vostra speranza, la perfezione del vostro amore per Dio (cf. 1Cor 13,13). Non avete recitato in un film di orrore che spaventa la gente. Voi siete stati ambasciatori della patria celeste: con i piedi eravate sulla terra ma con il cuore vi libravate già nel cielo dei cieli.
I lupi minacciosi che vi hanno rapiti e sgozzati non conoscevano la verità della vostra fede né la storia dei vostri padri spirituali. Non conoscevano la dolcezza e la saldezza della vostra fede, né ciò che è inciso nei vostri cuori fin dall’infanzia. Non conoscevano lo spirito che vi alimentava nel profondo insegnandovi che la sofferenza del tempo presente non è paragonabile alla gloria futura che dovrà essere rivelata in voi (Rm 8,18). Non sapevano neanche che lo spirito mite e pacifico è prezioso davanti a Dio (1Pt 3,4).  Non sapevano e non credevano che quelle tremende sofferenze che vi infliggevano e le tecniche più moderne di tortura che usavano contro di voi non erano altro per voi che un ponte dorato che vi avrebbe portato alla vita eterna. Voi siete l’orgoglio della Chiesa, vostra madre, la madre dei martiri. Voi siete martiri figli di martiri. Voi siete il nostro vanto.
Santi martiri, ieri eravate come il martire Stefano che fu lapidato non per aver commesso un crimine ma perché era seguace di Cristo che passava beneficando (Atti 10,38). Ieri coloro che vi stavano attorno erano simili a quelli che stavano intorno a Stefano: quelli attendevano la sua morte per lapidazione, questi la vostra morte a fil di coltello. I vostri boia e quelli del martire Stefano non riuscivano a vedere oltre le pietre e le spade. Voi, invece, vedevate il cielo aperto sopra di voi e per voi, e Cristo seduto sul trono della sua gloria (Atti 7,56) che già asciugava ogni lacrima dai vostri occhi (Ap 21,4). La vostra morte e il modo in cui vi hanno uccisi ci fanno male. Tuttavia, sapere come il cielo vi ha accolto spazza via ogni dolore.
Ieri faticavate nel cercare un lavoro con cui portare a casa il pane e dividerlo con le vostre famiglie. Oggi, vi riposate nelle braccia del vostro Creatore il quale si prenderà egli stesso offrirà da mangiare e da bere ai vostri fratelli dalle sue mani. Ieri camminavate con addosso la tenuta dei condannati a morte. Oggi, avete vinto e camminate con Cristo indossando vesti bianche, secondo la sua promessa indefettibile fatta a tutti i vincitori (Ap 3,5).
Ieri, mentre venivate portati al patibolo, vedevate intorno a voi la solita terra e il solito cielo. Oggi, voi vivete in un nuovo cielo e in una nuova terra (Ap 21,1). Dio che scruta le profondità conosceva i vostri cuori. Per questo vi ha trasformati da semplici operai a suoi testimoni. Ieri chiedevate a chi vi stava intorno di pregare per voi e per la vostra ricerca di un lavoro in una terra lontana. Da oggi, invece, avrete un lavoro glorioso: sarete intercessori dei poveri, vivendo nel seno del Padre Onnipotente che si prende cura di coloro che si rifugiano in lui (Sal 2,12).
Ieri mi dicevate: “Padre, ricordami”. Oggi sono io a dirvi: “Santi martiri ricordatevi di me nelle vostre preghiere”. Ieri ci chiedevate di pregare per te. Oggi siamo noi tutti a supplicarvi di ricordarvi di noi davanti a Colui che è assiso sul trono (Ap 21,5).
[1] In arabo nāṭiq, lett. “dotato di parola, parlante”. È la traduzione dell’aggettivo greco, utilizzato anche in copto, λογικός, che ritroviamo nel Nuovo Testamento, nei Padri e nell’eucologia, e che significa “secondo il Logos, assimilato al Logos, unito al Logos” . Spesso viene tradotto come “razionale” o “spirituale” ma si tratta di una traduzione imperfetta che non rende la ricchezza del termine Logos.  L’Agnello razionale per eccellenza è il Cristo, il Logos che, presa una carne, si è sacrificato sulla Croce per la salvezza dell’uomo. Nell’anafora di san Cirillo, usata nella Chiesa copta ortodossa, si legge: “Attraverso il quale [il Figlio Unigenito, Gesù Cristo] offriamo a te e allo Spirito Santo – Trinità santa, coessenziale e indivisa – questo sacrificio razionale [paishushoushi enlogikon] e questo servizio incruento”. Qui l’autore parla di “agnelli razionali”, di cristiani, quindi, uniti nel sommo sacrificio dell’Agnello, loro buon Pastore, N.d.T.
anba Kyrollos, vescovo copto ortodosso di Milano, esarca patriarcale per l’Europa

Note al testo

[1] La raccolta delle parole, dei gesti e degli atteggiamenti di Maometto (hadíth) costituisce la sunna,la tradizione che egli ha lasciato alle generazioni future. Così gli atti dal Profeta dell'islàm, compiuti nelle circostanze più diverse, sono diventati nel corso del tempo una sorta di «banca dati» considerevole, dalla quale attinsero, sotto forma di precedenti normativi, coloro che erano incaricati di spiegare l'islàm.

[2] Nel sunnismo, ci sono quattro scuole di diritto: la scuola hanafita (maggioritaria in Turchia e nel Pakistan); la malikita (Siria); la shafi'ita (Malesia, Indonesia); e la hanbalita (Arabia Saudita). Esse si differenziano per l'importanza data alla sunna,al consenso degli ulema o al diritto consuetudinario. Al di là delle loro critiche alle scuole giuridiche, i salafiti attaccano tutti i libri che esprimono «i punti di vista e le opinioni» dei loro autori, invece di attenersi esclusivamente al Corano e alla sunna.

[3] Ibn Hanbal, «l'imam di Baghdad», famoso teologo e giurista, fondatore dell'ultima delle quattro scuole dell'islàm sunnita (il hanbalismo) è noto nella storia dell'islàm soprattutto per aver rifiutato di ammettere, nonostante le pressioni politico-religiose, che il Corano è creato, e che quindi può essere spiegato dalla ragione umana.

[4] Ibn Taymiyya è certamente l'autore oggi più popolare tra i salafiti, grazie alle sue fatwa raccolte in 37 volumi e continuamente ripubblicate. Egli è conosciuto soprattutto per le sue polemiche contro le altre scuole musulmane, la teologia speculativa, la filosofia aristotelica, le credenze e pratiche degli sciiti e il sufismo di Ibn 'Arabi. Condanna il culto dei santi in islàm e la visita delle tombe, compresa quella di Maometto a Medina. Ibn Taymiyya ha parole molto dure nei confronti degli ebrei e dei cristiani; in particolare, si deve a lui un libro di ben 1.400pagine, intitolato La risposta valida a coloro che hanno alterato la religione del Messia,che è la sua più famosa opera di polemica anticristiana, uno dei primi libri stampati al Cairo nel 1905. Le sue opere, quasi tutte non tradotte, circolano liberamente su internet.

[5] L'alleanza Wahhab - Saud si verificò concretamente nel 1806, nel momento della distruzione di siti «profani», quando Ibn Saud, a Medina, demolì il cimitero che conteneva i resti dei compagni del Profeta dell'islàm; anche la tomba di Maometto fu sul punto di essere demolita. Oggi, si pensa che il 95% degli edifici di più di 1.000 anni siano stati abbattuti nel regno saudita.

[6] Il metodo degli attentati-suicidi promossi dai jihadisti è condannato dai grandi sceicchi salafiti sauditi, a partire dal 1999, in nome del divieto di togliersi la vita.