Gli armeni dal genocidio alla speranza, di Antonia Arslan

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /04 /2015 - 08:48 am | Permalink
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Riprendiamo dal sito Cooperativa cattolico-democratica di cultura (http://www.ccdc.it/) la trascrizione di un incontro con Antonia Arslan organizzato dalla Cooperativa stessa il 23/2/2010 e condotto da Pietro Gibellini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Chiese ortodosse nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni.

Il Centro culturale Gli scritti (9/4/2015)

Pietro Gibellini (P.G.) Sia ben chiaro, questa sera l'autrice è Antonia Arslan. Io ho semplicemente una graditissima funzione ancillare di stimolo e di avvio a un colloquio che spero poi coinvolgerà qualcuno di voi. Dico "autrice" nel senso in cui Dante usa il termine quando scrive: "Tu sei lo mio maestro e lo mio autore": "auctor" è colui che aumenta, ci arricchisce e, dunque, anche ci insegna.

Ebbene, io credo che il magistero che si ricava dai due libri di Antonia Arslan sia davvero un insegnamento e un arricchimento che vanno al di là del modo abituale in cui si nominano le opere di un autore. Vorrei dunque interrogare, stimolare Antonia Arslan prima sul piano personale, proprio come scrittrice di questi due libri - dico la "Masseria delle allodole" e "La strada di Smirne" (che se non avete letto dovete correre a leggere; e me ne sarete grati!) - per poi passare a un discorso magari di tipo storico, non più soltanto di vicende personali e, se ci rimarrà tempo, anche a qualche riflessione sull'attualità: su che cosa noi sappiamo oggi della situazione armena e di situazioni analoghe e di che cosa forse potremmo fare per aumentare la conoscenza della verità, non solo del passato ma anche per il futuro.

 Vi dico subito che accostare questi libri è accostare una narrazione dolorosa; sono libri pieni di dolore perché testimoniano una verità di orrore e di dolore e, tuttavia, il miracolo, che è proprio il dono di questa autrice, è che questi libri sono anche una iniezione straordinaria di speranza. Come sapete "La masseria delle allodole" racconta lo stermino dei familiari di Antonia - gli Arslanian - i quali stavano preparando il ricongiungimento festoso con un fratello, che era immigrato da tempo in Italia e che voleva tornare a riabbracciare i suoi fratelli nell'imminenza del grande genocidio perpetrato dai "Giovani Turchi"; vengono massacrati, ma non tutti: si salvano delle bambine, un fanciullo vestito da bambina. Poi attraverso quella marcia che finirà ad Aleppo e poi verso il nulla, l’annientamento, l’umiliazione la violenza, la ruberia riusciranno a sopravvivere.

Ma anche coloro che muoiono, attraverso il libro di A. A., danno il senso di non essere morti invano. Può essere la donna che si sacrifica e che dice "Non ci ammazzerete mai tutti!", venendo poi decapitata da un colpo di sciabola per favorire la fuga di una carrozza nel cui sottofondo sono nascoste queste creature verso la salvezza; potrà essere, nella strada di Smirne, il sacrificio di persone non armene come la "lamentatrice" greca Ismene o il prete ortodosso Isacco o un mendicante turco che in qualche modo si sacrificano pur di far sopravvivere i bambini verso la salvezza quindi verso la vita. Perciò non sono morti invano, c’è questa idea che questa morte abbia in qualche modo a fruttificare.

Allora vorrei chiedere ad Antonia come è arrivata a questo appuntamento, perché i due libri hanno due prologhi autobiografici. Noi professori useremmo dei termini molto tecnici, brutti e noiosi (ad es. "metaletterari", "metapoetici"), in realtà sono delle pagine freschissime in cui A.A. rilegge se stessa bambina e sente la nascita di un imperativo etico, di un dovere che ricostruisce con assoluta spontaneità nella memoria di una bambina di cinque anni.

Nel primo caso, dentro la basilica del santo, vediamo il nonno che porta sulle sue spalle l’esperienza di questa famiglia sopravvissuta e che le fa recitare le preghiere per poi accompagnarla dal padre provinciale il quale le dice: "Tu ti chiami Antonia, è un nome importante". La piccola bambina di cinque anni, con tutta la vivacità persino irrispettosa e ribelle tipica della sua età, assimila questa lezione.

Il secondo romanzo: anche qui il prologo torna ancora a riportarci una bambina di cinque anni o poco più che ad un certo punto afferra uno di quei fermacarte di vetro colorato, e contendendoselo con la istitutrice lo fa cadere. Quando poi arriva il nonno severo e terribile la bambina, anziché tacere e far ricadere la colpa sulla tata, confessa la verità e dice "Allora ho capito che bisogna sempre dire la verità". La frase di grande semplicità è affidata ad un simbolo, un fermacarte, che però infrangendosi lascia libere delle carte che l’eterna censura dei disonesti e dell’opportunismo avrebbe potuto lasciare chiuse in un cassetto.

Ecco io vorrei che A.A. ci raccontasse come questo appuntamento che era stato fissato nella coscienza di una bambina di cinque anni abbia poi raccolto i suoi frutti in una età più matura e interessante anche per noi lettori.

Antonia Arslan (A.A.) Grazie di questo avvio che mi piace molto perché mette in luce qualcosa a cui, nei miei due libri, io tengo molto e cioè proprio la funzione dei prologhi. Naturalmente prima di tutto voglio ringraziare, per essere qui, Paola Paganuzzi che mi ha un po’ inseguito e l’amico Piero con cui ci vediamo ogni tanto sempre con grande gioia reciproca. Poi naturalmente ringrazio tutti voi.

Parlare di questi prologhi è una cosa che va nel profondo di quella che è stata la forza profonda che mi ha spinto a scrivere questi due libri. Io dico sempre: "Non sono una storica, sono una cantastorie, una persona che racconta le storie della sua infanzia, le storie che ha sentito da bambina". Sono storie che nel mio caso disegnavano, ricordavano, riprendevano sempre e di nuovo la tragedia di un popolo intero: gli armeni sono oggi un popolo in diaspora, un popolo disperso in tutti gli angoli del mondo, un popolo solo.

Infinite volte ho sentito vecchi armeni che mi raccontavano come una delle cose più tragiche della loro infanzia fosse la solitudine, avere magari dei genitori ma non avere nonni, zii, cugini, parenti. Essere i discendenti di un sopravvissuto che in qualche modo aveva creato una famiglia con un’altra sopravvissuta. Dietro di loro c’era il deserto, un deserto fisicamente vero fra l’altro. Mi riferisco alla sopravvivenza del deserto anatolico nel deserto mesopotamico, la sopravvivenza di pochi che ricorda la fine di molti.

Vorrei aggiungere che il ricordo di tutte queste storie passa attraverso questa bambina che ero io a cinque anni, a otto anni e a nove anni, e ho avuto la fortuna e il privilegio di avere questo rapporto speciale con questo mio nonno austero, autorevole di cui tutti avevano soggezione e che non parlava con nessuno della tragedia in cui fu travolta tutta la sua famiglia nella terribile estate del 1915 in Anatolia. E il fatto che lui abbia parlato con me è stato un segno, un miracolo, una cosa di cui ad un certo punto della mia vita ho dovuto render conto. In questa memorabile visita alla Basilica del Santo, quando avevo cinque anni, per un momento egli tornò ad essere un vecchio mercante anatolico, che sentiva sulle spalle il peso di una lunga vita ma anche la stanchezza di tutte le voci che lo raggiungevano dal deserto.

E si confidò con me, mi parlò della sua mamma, di Isquì, la principessina dalle gote di pesca che era morta a diciannove anni di parto. Mi parlò di piccoli episodi della sua infanzia e poi tornò su questo qualche tempo dopo, ma non l’ho ancora raccontato.

Penso che sarà nel terzo libro ma ve lo anticipo, è una piccola storia che si può vedere nella dedica de "La strada di Smirne". Questa dedica dice: "A Yervant che mi portò sotto i glicini". I glicini in particolare sono una specie cupola vegetale di un albergo delle Dolomiti bellunesi dove lui mi portò a trascorrere un periodo di convalescenza per una febbre che mi era costata quasi la morte. Così un giorno mio nonno venne da me e mi disse: "Ascolta, ho trovato il tipo di penicillina che ti guarirà però devo farti parecchie punture". Io dissi: "Non le voglio". Lui disse: "Ti pago cinquanta lire a puntura". Io risposi: "Sono troppo poche". Lui disse: "Quante ne vuoi?". E io: "Duecento". Lui disse: "Arriviamo a cento". E fu così che con una trattativa degna di un mercato orientale decidemmo che io mi sarei sottoposta alle trentasei punture (guadagnando le tremilaseicento lire).

Questa fu la partenza di una accordo fra noi: evidentemente trovò in me qualcosa che rispondeva alla sua più profonda natura perché quello che non aveva detto ai suoi figli (mio zio Edoardo e mio padre Michel) lo disse a me, e sotto i glicini mi raccontò la sua storia.

Ecco che i prologhi sono proprio importanti perché non sono romanzi storici ma sono ricordi filtrati attraverso la mia realtà, la mia personalità e la mia sensibilità con quel tanto di infantile che ho conservato e che spero di conservare fino alla morte.

Quando ho finito il secondo libro mi sono detta: "Devo trovare un altro prologo" e allora mi è venuto in mente un racconto che avevo pubblicato qualche anno prima. Si tratta di un racconto in cui si parlava di un presse-papiers, la parola francese che indica il fermacarte, ed era appunto una boccia di vetro. La boccia di vetro che io ruppi quella volta, facendola cadere per terra, e che si crepò sulla superficie (ma non si è mai aperta), ce l’ho ancora e naturalmente mi è carissima. Come tu hai raccontato sono stata tentata di dare la colpa a questa signorina Arpiarian che mi insegnava il francese e che era un’altra profuga armena.

Viveva nella mia città, Padova, e insegnava in una scuola di lingue che allora si chiamava Berlitz School. In questa scuola la signorina Arpiarian mi insegnava il francese perché nelle vecchie famiglie armene la conoscenza di questa lingua era ritenuta fondamentale. Inoltre mi iniziò anche al caffè. Dai cinque anni in poi quando mio padre mi accompagnava da lei, che stava al terzo piano, dopo che mio padre era andato via, lei dal terzo piano mi chiedeva: "Vuoi un caffè?" e io dicevo: Sì, sì, sì" e questo era il nostro inizio francese.

Quella volta io fui davvero tentata di dare a lei la colpa anche perché non si sapeva difendere, era molto piccola di statura, molto magra, e vestita in modo stravagante. Diceva sempre: "Ho un solo parente, un nipote che vive in Francia ed è un alto funzionario del governo francese ma non viene mai a trovarmi". E infatti morì da sola in una stanza di un albergo di Padova.

Dunque, entrare nel secondo libro attraverso la signorina Arpiarian mi pareva una cosa giusta perché portava dai piccoli eventi di una bambina e del suo crescere a questi grandi eventi che nel frattempo le venivano raccontati: il primo genocidio del ventesimo secolo, la tragedia di Smirne. Il primo libro era la storia della fine degli armeni, una specie di traiettoria, dall’inizio alla fine, violenta e determinata, che portava alla strage e poi alla salvezza dei quattro bambini. Ma il secondo libro per me è necessario perché dalla tragedia degli armeni porta a quella che fu la fine di tutte le minoranze cristiane d’Anatolia. I tre grandi popoli che erano autoctoni dell’Anatolia, che erano le tre grandi minoranze dell’Impero ottomano, gli armeni, i greci e gli assiri sono tutti e tre scomparsi.

E il progredire del loro scomparire attraverso la violenza e il sangue compone secondo me uno scenario che segna poi tutto il Novecento. Questo perché è la prima volta che avvengono genocidi, stragi organizzate e spostamenti di popolazioni che abbiamo visto ripetersi fino alla fine del Novecento. Ma il primo grande spostamento di popolazioni è quello che avvenne nel 1922-23 quando più di un milione di greci venne cacciato in pochissimo tempo dalle sue terre avite e spinto dall’altra parte dell’Egeo sulla piccola Grecia.

Ecco quella fu una storia epocale: quattro milioni di greci sulla piccola Grecia su cui si rovesciano più di un milione di profughi, impoveriti, senza niente, a cui bisogna garantire cibo, alloggio e sussistenza. Questa fu la grande sfida che la Grecia affrontò e vinse negli anni 1923-1928 e non lo sa nessuno e nessuno ne parla.

P.G. Mi pare che con queste parole A.A. ci abbia introdotto sul secondo punto che ho programmato in questa conversazione, cioè il giudizio storico. Come ricordato, il primo romanzo documenta gli anni 1915-16, cioè lo sterminio di un milione e mezzo di armeni dell'Anatolia (la Turchia ha persino tolto il nome geografico di Armenia, la chiama, ora, Anatolia orientale). Mi viene in mente che i Curdi, che forse in quell'occasione potevano avere delle colpe, stiano adesso a loro volta sperimentando la crudeltà dell’intolleranza e questo ci aiuta anche a riflettere sul senso di questi incontri. Ma tornando a noi, il libro racconta, partendo dalla strage di questa famiglia nella fattoria, l’odissea rovinosa del popolo armeno verso Aleppo e la fortunosa sopravvivenza di alcuni superstiti.

Il secondo romanzo, invece, tocca un’altra delle pagine ignorate della nostra storia, cioè quella che, dopo la prima guerra mondiale, vede la cacciata dei greci dalla Turchia e l’incendio della città di Smirne, una città che apparteneva al bel cosmopolitismo mediterraneo. C’era infatti un quartiere turco, uno armeno e uno greco. Questa pagina del nazionalismo ottocentesco, che si trasforma poi nelle orrende tirannidi del Novecento, lì comincia prima e purtroppo continua anche oggi, perché quello che ha detto A.A. sulla diaspora di uno dei più antichi popoli autoctoni, quello armeno, trova conferma nella situazione attuale.

Per esempio, le minoranze arabo-cristiane sono ormai avviate anche loro ad una diaspora sempre più forte e lo stesso si dica per i cristiani di rito ortodosso. Ed è curiosa l’ignoranza di chi dice: “ma gli armeni sono cattolici?”. Si tratta di una delle più antiche Chiese cattoliche, la loro è un’identità fortemente radicata al loro credo religioso. Il secondo romanzo racconta anche qui la sopravvivenza, il salvataggio di alcuni bambini, e anche l’eroico sacrificio di altri.

Vorrei chiedere proprio dal punto di vista storico ad A.A. un giudizio sul grado di condivisione di questa verità taciuta, perché è capitato anche qui un fenomeno negazionista. Spiace che uno studioso ebreo-americano, (e lo dico in questa sede dove si è sempre avuto molto riguardo per lo spaventoso sterminio subito dagli ebrei) ponga in dubbio questo genocidio, quasi che si debba sempre fare una graduatoria fra genocidi, ammesso che ciò abbia un senso.

E’ un libro che è stato aspramente criticato e che tuttavia ha trovato un editore prestigioso come Einaudi. Allora viene in mente anche una certa necessità di fare chiarezza nelle verità storiografiche. Fare chiarezza su tanti episodi taciuti come quello dell’Armenia ma non solo. L’attualità ci insegna come molti altri genocidi (pogrom in India, Timor) siano passati sotto silenzio. Ecco, volevo chiedere ad A.A. qual è il suo giudizio sull’attenzione degli storici su questi fatti.

A.A. Grazie e anche questa è un’ottima domanda, perché effettivamente questa malattia orrenda del negazionismo non è solo il negazionismo ufficiale del governo di Turchia che notoriamente nega che sia accaduto checchessia. Solo negli ultimi anni, grazie alla pressione e alla generosa volontà di alcuni storici e di alcuni professori universitari turchi che si sono battuti e hanno fatto un paio di convegni perché si parlasse anche degli armeni, le cose cominciano a cambiare e la realtà comincia a rispuntare da terra come un delicato fiore che però non sappiamo quanto potrà realmente aprirsi.

Ora, questo è un negazionismo di Stato, ufficiale, ma giustamente andiamo a vedere un pochino gli storici. Tu citavi questo libro di uno storico ebreo americano che è stato tradotto purtroppo a spron battuto in Italia e che rende un pessimo servizio, devo dire, anche all’autore perché quando è uscito è stato proprio stroncato. Questo perché oggi, ed è una cosa che proprio dal basso si è raggiunta, passo dopo passo, gli storici di tutto il mondo non hanno alcun dubbio sulla realtà dello sterminio armeno.

E’ un progresso straordinario che è avvenuto proprio negli ultimi dieci anni. E parlo riferendomi ad un altro storico ebreo molto serio che ha coordinato una grande enciclopedia dei genocidi che è uscita in francese e in inglese, e il cui primo capitolo parla proprio della tragedia degli armeni. Secondo lui il novantotto per cento degli storici oggi non ha alcun dubbio, le prove sono schiaccianti, la realtà dei fatti è lì, testimonianze d’epoca continuano a uscire. Perché è un campo di studi in evoluzione e in sviluppo straordinario.

Perché si sono trovati documenti di tutti i tipi: quaderni, memorie, ricordi di missionari, di uomini d’affari, di politici, di gente che a qualsiasi titolo, di qualsiasi nazione, stava in Anatolia nel 1915-16 e ha visto i campi di deportazione, ha visto gli scheletri di persone che, come abbiamo visto nelle fotografie dei lager nazisti, vivevano sotto miserabili tende, esposti a qualsiasi intemperie e morivano di colera uno dopo l’altro. Questo ormai non lo discute più nessuno.

Ma è importante che se ne parli. Non è soltanto a proposito degli armeni che questo silenzio si è diffuso: è una malattia che serpeggia in tutto il Novecento. Di qualcosa si parla, di qualcosa non si parla. Una cosa è all’ordine del giorno, è su tutti i giornali, si ripete, si approfondisce, un’altra cosa a lato è taciuta, per pregiudiziali ideologiche o politiche. E questa è una malattia, e come tale è pericolosa.

E’ pericoloso non parlare dello sterminio degli ucraini per esempio, quello che loro chiamano “l’Holodomor”, cioè questa tragedia che cancella cinque milioni di contadini dell’Ucraina negli anni Trenta per volontà precisa di un dittatore come Stalin e dei suoi collaboratori. Sono contadini che muoiono fuori dai loro campi, guardando la loro fertile terra, la terra nera dell’Ucraina. Ma hanno loro portato via tutte le sementi, non possono seminare e non raccoglieranno niente. Moriranno di fame e si mangeranno fra loro. I racconti di quello che è successo in Ucraina sono terrificanti. Ebbene, in Italia è uscito un solo libro sull’argomento: una traduzione del libro di Robert Conquest che raccontava questa tragedia. Un libro di venti anni fa, la cui traduzione è uscita solo due anni fa.

Dunque io credo che sia importante, proprio in questo senso, questa percezione che attraverso la luce che si è fatta sugli armeni e che si continua a fare illumina un po’ e ci fa approfondire all’interno della nostra coscienza, anche le nostre consapevolezze e le nostre cognizioni per poterle discutere ed ampliare, essendo disposti qualche volta anche a cambiare idea quando qualcosa che non sapevamo ci viene illustrato e spiegato. Gli storici turchi che si stanno occupando del genocidio armeno sono persone che io ammiro profondamente perché non mettono in gioco solo la loro rispettabilità scientifica ma anche la loro vita, la loro carriera e le loro possibilità di successo.

Taner Akçam, il più noto e il primo di questi, è un piccolo gentiluomo, dall’aria bonaria, affettuoso, gentile, un uomo dall’anima d’acciaio. Ha sopportato la prigione in Turchia, è riuscito a scappare, è andato in Germania, adesso insegna negli Stati Uniti e ha sempre approfondito la sua ricerca sulla tragedia armena, scrivendo dei libri che lo hanno reso bersaglio dell’odio dei suoi connazionali, soprattutto le élite dirigenti turche, così tanto che non ha avuto la possibilità di insegnare a lungo in nessuna università americana, essendo continuamente cacciato dall’una e dall’altra, e solo adesso, dall’anno scorso, ha un posto stabile.

Taner Akçam ha scritto questo libro “Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica”, tradotto anche in Italia, in cui, proprio essendo turco e conoscendo l’ottomano antico, è andato a vedere tutti i documenti in cui negli anni 1910-11-12 gli ideologi dei giovani turchi hanno teorizzato quello che è un genocidio e cioè, al contrario di quello che tanti giornali e tanta pubblicistica divulgano usando con superficialità questo terribile termine, una parola specifica, con un peso terribile, una parola inventata solo nel 1944.

Ricordiamolo: è una parola che prima del 1944 non esiste, ed è una parola nuova per un crimine nuovo. Fu inventata non a caso da un grande personaggio, un giurista ebreo polacco che già nel 1922 aveva capito che contro gli armeni si era esercitata una nuova modalità di sterminio. E’ un grande uomo: Raphael Lemkin. Per vent'anni, dal 1922 al 1940 cerca di diffondere questa idea che ha, anche se non ha ancora inventato la parola “genocidio”, in tutte le élite europee. Parla con gli uomini della Società delle Nazioni, presenzia a convegni, venendo definito matto e fanatico e non essendo ascoltato da nessuno.

Quando una forma analoga di sterminio raggiunge anche il suo popolo e quasi tutta la sua famiglia viene sterminata ad Auschwitz, Raphael Lemkin riesce a fuggire in America, dove lavorò presso l’università di Yale, e là inventò la parola "genocidio" (1944). Definendo anche cos’è un genocidio: uno sterminio di un’intera minoranza su basi etniche, religiose o politiche organizzato dall’alto da un dittatore (o da una cricca di dittatori come nel caso dei giovani turchi che erano in tre), il quale, quindi, non deve rendere conto a nessuno e che utilizza le forme più moderne di comunicazione. Nel caso degli armeni: telefono, telegrafo, treno.

E allora noi vediamo dai documenti che i vagoni piombati non li hanno inventati i nazisti ma i giovani turchi contro gli armeni, e le fotografie ce lo mostrano. E vediamo che la riduzione alla fame assoluta di un’intera popolazione, la morte per fame, i famosi “starving armenians”, come diceva negli Stati Uniti un altro grande ebreo che se ne occupò e di cui vi parlerò fra un momento, erano già una realtà nel 1915.

Quelli che non uccidi fisicamente con un colpo di fucile, o con un colpo di ascia o di qualche altro strumento di offesa, li uccidi attraverso la fame, la fame che poi porta con sé malattia e morte. E fra gli armeni venivano uccisi gli uomini mentre le donne venivano sterminate attraverso la deportazione.

Ecco perché nel mio libro ci sono più personaggi femminili che maschili: perché gli uomini sono stati uccisi prima. Quindi queste donne coraggiose, quasi tutte alfabetizzate (è stato scoperto di recente che le bambine armene venivano tutte alfabetizzate, allo scopo di prepararle alla vita) attraverso scelte dolorose inimmaginabili, come decidere fra tre figli chi lasciare indietro per salvare gli altri due, riuscirono in effetti a portarne in salvo qualcuno.

Ma quante morirono per strada! Questa è una cifra che nessuno saprà mai, sappiamo solo le grandi cifre, i dati più generali, anche se naturalmente ogni destino è diverso e nello stesso tempo simile ad ogni altro. Insieme ad Taner Akçamaltri storici turchi, giornalisti coraggiosi, sono all’opera e in loro risiede la speranza di questo popolo che ha dietro di sé questo buco nero, una tragedia negata e un senso di colpa profondo.

I turchi lo sanno quello che è avvenuto ma non ne parlano, sono obbligati a non parlarne. Nelle scuole si tace, il libro di scuola nei licei di Turchia è il libro di Stato, come era da noi durante il fascismo. Il libro di Stato che viene dato alle scuole all’inizio dell’anno.

E se un professore si distacca dalla linea ufficiale viene senz’altro licenziato. Ma come dice Elif ┼×afaq, una giovane scrittrice turca che ha scoperto la tragedia armena pur essendo figlia di una famiglia appartenente alle alte classi diplomatiche, "noi dobbiamo non leggere libri ma ascoltare le nonne" (citando un suo articolo).

Questo perché dai libri si apprendono le menzogne ufficiali, di Stato, le nonne invece ti raccontano quello che sanno, cioè che nel 1915 e negli anni seguenti questo impero multietnico, ricco di minoranze che convivevano discretamente in pace fra loro, fu purificato e tutte le minoranze vennero cancellate.

L’unica minoranza che in quegli anni non venne cancella, perché era troppo numerosa e anche musulmana è quella dei curdi che poi subirono sulla loro pelle lo stesso destino: la cancellazione della loro identità. Tanto che a tutti i curdi dal 1925 fino a tre anni fa era vietato dire la parola "curdo", dovevano chiamare se stessi "turchi della montagna". La parola "curdo" era proibita.

Una deputata di etnia curda che venne eletta dieci anni fa al parlamento di Ankara e che il primo giorno di apertura del parlamento disse in lingua curda la frase "sono felice di essere qui cari colleghi" venne mandata in prigione per anni. Dicendo la frase in curdo infatti aveva offeso la "turchicità", secondo il famoso articolo del codice penale turco, mutuato dal codice Rocco italiano degli anni Trenta.

P.G. L’ultimo commento prima di lasciare la parola a chi volesse prenderla. Ecco, pensavo a queste frasi di A.A. sulla verità che è trasmessa dalla bocca degli individui, specialmente dalle donne, che non obbediscono alla menzogna dei libri. Pensavo che forse la Provvidenza aveva preparato questa riscoperta di se stessa di A.A. attraverso i suoi studi, per esempio sulla letteratura femminile.

Perché A.A. si era molto occupata di letteratura femminile, letteratura che viene piuttosto trascurata ma che molto spesso ha queste caratteristiche di verità anticonformista. Così come mi ha fatto molto piacere la sua valutazione delle coscienze individuali. Cioè laddove si crei l’idea di una identità programmata a tavolino, questa diventa davvero pericolosa. Quando io sento parlare, per esempio, degli occidentali nel Medio Oriente come crociati, naturalmente mi fa paura anche perché so che l’Occidente che è là non è quello del segno della Croce ma è piuttosto quello del vitello d’oro. Vedete come a volte un’etichetta finisce per deformare poi il contenuto umano delle cose.

Mi ha molto toccato che questo secondo romanzo sia centrato su tre figure che non appartengono all’identità armena e cattolica: cioè appunto la greca Ismene, il prete ortodosso Isacco e il mendicante turco. Mi sembra una scelta molto felice e che va posta in primo piano perché il libro di A.A. non venga scambiato come un desiderio di verità storica che in qualche modo prepari una rivendicazione che potrebbe diventare vendetta. Non è questo lo spirito. Lo spirito è l’accertamento della verità, perché queste cose non succedano più, perché il contatto tra le persone sia contatto tra individui di verità e in qualche modo di affetto, come era anche accaduto nella storia in quei paesi tormentati.

Non avrei altro da aggiungere e neppure da chiedere se non un invito forse fatto a tutti voi di vigilare davvero contro un’informazione che nel nostro Paese mi pare molto sorda a questi temi, pericolosamente sorda. Quindi sono davvero molto contento che i libri di A.A. abbiano un successo che travalichi i nostri confini perché credo che davvero possano aiutare a ripensare e a costruire un futuro migliore. Altro non avrei da dire né da chiedere. Semmai toccherà a Paola Paganuzzi forse sollecitare qualche osservazione dal pubblico o sollecitare Antonia a qualche chiosa aggiuntiva.

A.A. Grazie Pietro, è bello dialogare perché così si approfondisce un’immagine piuttosto che un’altra e si hanno anche degli spunti nuovi. E mi veniva in mente, da quello che il prof. Gibellini diceva, che effettivamente io sono convinta che, nel riflettere e nell’accogliere queste nuove informazioni, il pubblico italiano è stato quello che ha reagito in un modo straordinariamente ricco di comprensione, partecipazione e anche divulgazione rispetto a questi temi.

"La masseria delle allodole", amici miei, è uscita nel 2004 e dal 2004 non si è mai fermato, e questo non è dovuto alle comunità armene italiane. Perché la comunità armena italiana, fa persino ridere dirlo, consta di poco più di duemila persone: duemila persone sui cinquantasei milioni di abitanti sono niente, anche se ricordo ai miei ascoltatori in Lombardia e in Veneto che queste sono le due regioni che hanno sempre conosciuto gli armeni un po’ di più. Ma quando andai a Pescara e a Chieti, un pomeriggio e una sera, a presentare "La masseria", alla fine della presentazione si alzò un signore di Chieti dicendo: "Io sono l’armeno degli Abruzzi". Perché ce n’era uno in tutti gli Abruzzi. E io ho detto "grazie, grazie", molto contenta.

Poi alla fine, nella sua ansia di sentirsi utile, viene da me e mi dice: "Stasera cosa fa signora?". "Stasera ci sarà un'altra presentazione a Pescara" dico io. "Non si preoccupi - mi dice, nel dubbio che mi sarei sentita sola - vengo anche io". Questo signore si è sposato con un'abruzzese e si è fermato lì dove lavora nel campo del commercio. Ma è l'unico armeno degli Abruzzi, quindi capite che si tratta di una comunità molto esigua. Allora sono gli italiani con il loro passaparola, con la loro istintiva generosità ed intelligenza che hanno fatto di questo libro un fenomeno che continua.

Evidentemente la mia metà italiana è molto contenta di questo perché mi rende più in pace con me stessa. Ed è una cosa importante, perché significa che ognuno di loro ci ha pensato e ne ha parlato, e oggi della tragedia armena molti italiani sanno. Questa, credetemi, è una cosa straordinaria, un cammino che non serve solo agli armeni ma serve a tutte queste tragedie dimenticate, alla nostra percezione, alla nostra consapevolezza, al nostro arricchimento.

Allora, pensate di dare voce a tutte queste creature perse nel deserto. Io li vedevo i cumuli di ossa nel deserto anatolico, vedevo i duduk, una specie di flauto, lo strumento nazionale armeno e sentivo le loro canzoni e vedevo questi cugini, questi parenti persi nel deserto, morti, scomparsi. E mi pareva di dover in qualche modo dare loro una voce. E anche a tutte queste donne coraggiose di cui parlavo prima. Nei giorni scorsi stavo proprio rivedendo la traduzione di un libro che mi permetto, quando fra qualche mese uscirà, di raccomandare a tutti voi perché è un libro che integra perfettamente "La masseria delle allodole" e che è stato stampato in Italia qualche anno fa, ma poi da una mano non bella è stato ritirato dal commercio.

Si intitola "Lontano da casa". L'autore si chiama David Kherdian. E' uno scrittore armeno americano che in questo libro dà voce alla sua mamma. La sua mamma si chiamava Veron e lui dà voce a questa bambina di nove anni che è l'unica superstite della sua intera famiglia. La piccola alla fine ritroverà una zia e approderà negli Stati Uniti a quindici anni, sposandosi per procura. Una storia semplice, essenziale che illustra proprio il coraggio di queste donne che, rimaste sole, tengono stretta la loro forza vitale e riescono un passo alla volta a far fronte e ad arrivare ad una speranza di vita che diventa anche un'affermazione sulla morte.

Per concludere vi leggerei poche righe che sono una ninna nanna delle deportate che ho ritrovato (è un documento storico) e ho inserito ne "La strada di Smirne" perché trovo che sia un testo di straordinario impatto emotivo. E' una canzone che le deportate nel deserto siriano cantavano per tenersi in piedi, con quella forza consolatrice che ha sempre il canto, e che racconta proprio di queste madri che, ad un certo punto, vedevano i loro bambini morire di fame. Le madri d'altra parte non mangiavano che erba.

Nel primo verso sentite parlare del luogo, chiamato Deir ez-Zor. Deir ez-Zor nel deserto siriano è per gli armeni quello che per gli ebrei è Auschwitz, il luogo della fine delle deportazioni, il luogo dove gli ultimi sopravvissuti sono stati seppelliti vivi in enormi buche di tipo carsico, presenti nel terreno, coperti di terra e di foglie e dati alle fiamme. I bambini sono stati uccisi nello stesso modo. Per gli armeni questo era Deir ez-Zor. E allora mi permetto di chiudere leggendovi questa piccola ninna nanna.

"Stiamo marciando verso Deir ez-Zor piangendo, nel mezzo del fuoco, nel dolore. Non c'è speranza, non una luce. Canto una ninna nanna al mio bambino. Io la canto e lui dorme. Dormi dormi dormi, non pensare che la strada è lunga e il tuo cuore innocente non sarà turbato. Noi siamo esiliate, non abbiamo una casa, siamo deportate, non abbiamo un luogo, non abbiamo nemmeno Dio a giudicare. La nostra pena è senza fine. Hai pianto e sei sfinito. Goccia a goccia ti sei disseccato succhiando il mio seno asciutto. La tua anima giusta era turbata, eri stanco, stanco di piangere. Goccia a goccia te ne sei andato. Non ho più latte da darti, solo sangue esce dai miei occhi".

Grazie.

Domanda dal pubblico: Ci può raccontare qualcosa di quel grande personaggio che fu Armin Wegner.

A.A. E' un personaggio straordinario e ti rispondo in una parola. Wegner è "un giusto" e con questo abbiamo detto tutto. Ma il caso vuole che sia giusto per gli ebrei come per gli armeni perché lui nel 1915 era ufficiale in Anatolia. In Anatolia, mentre tutti gli altri tedeschi che collaboravano con l'esercito turco durante la guerra si voltavano dall'altra parte quando non collaboravano attivamente (e ci sono anche sospetti in questo senso, ma non è il caso di parlarne adesso), lui si rende conto che l'unica cosa che può fare per questi poveracci che vede deportati, maltrattati e uccisi è testimoniare. Per cui fa un ciclo di fotografie che riesce a portare fuori dalla Turchia e che sono il più grande documento esistente fotografico della tragedia degli armeni. C'è una mostra fotografica che gira da dieci anni per tutta l'Italia, e penso che sarà venuta anche a Brescia prima o poi in qualche occasione, e che propone novanta fotografie sulle circa centodieci che lui riuscì a portare fuori. Scrisse poi un libro nel 1919 intitolato "La strada senza ritorno" (traduzione dal tedesco) in cui racconta, anche se in modo un po' episodico, le vicende di cui era stato testimone. Successivamente Wegner, che aveva sposato una donna ebrea, passa qualche anno in Germania e quando va al potere Hitler lui scrive una celebre lettera al cancelliere del Reich in cui gli dice che le persecuzioni contro gli ebrei sono una vergogna e una macchia per la Germania. Lui molto semplicemente spedì questa lettera. Non ricevette ovviamente risposta ma venne raggiunto e picchiato dalle SS per poi essere cacciato dal Paese. Venne in Italia dove si sposò una seconda volta nuovamente con una donna ebrea e morì presso l'isola di Stromboli. Così mentre gli ebrei lo hanno proclamato "giusto" fra le nazioni a Gerusalemme, lo stesso Wegner è ricordato nel mausoleo del genocidio degli armeni che si trova presso la capitale Yerevan, sulla collina delle rondini (un mausoleo fra l'altro architettonicamente stupendo).

Domanda dal pubblico: Che cosa ne pensa dell'ingresso della Turchia in Europa?

A.A.: Grazie della domanda: una domanda classica ma anche molto importante. Aspetto sempre che mi venga rivolta perché io non faccio un discorso politico, però questo diventa un discorso politico perché noi siamo tutti coinvolti in questa richiesta di ingresso della Turchia nell'UE, in ballo da alcuni anni. Io rispondo di solito in un modo molto semplice. Io credo che prima ancora di considerare l'ostinato negazionismo sul problema armeno, che è comunque una cosa su cui il Parlamento europeo già quattro volte ha parlato ponendo come condizione di ingresso nell' UE che la Turchia riconosca che il suo governo di allora ha compiuto quegli atti criminosi, consideriamo innanzitutto che la Turchia è un grande Paese con una tradizione culturale e diplomatica eccezionale (formatasi in secoli di incontro scontro con la Repubblica di Venezia). Hanno una diplomazia di primo ordine e sono settantatré milioni di abitanti. Allora che cosa succederebbe dopo l'ingresso in Europa? Intanto il Paese più importante d'Europa diventerebbe la Turchia: il numero conta, il numero è anche potenza. Inoltre ha il più forte esercito d'Europa, determinato, con una vocazione al combattimento e dotato delle armi più sofisticate e moderne. Pensiamo anche al dato religioso, settantatré milioni di musulmani che arriverebbero all'improvviso in Europa. L'impressione che si ha è che i dirigenti dell'UE non abbiano ben calcolato queste cose. Non si tratta di far entrare una piccola nazione, come la Slovacchia o una nazione di uno o due milioni di abitanti. Si tratta di stravolgere completamente l'assetto istituzionale dell'Europa. Siamo preparati a questo? Questo è il punto di base: il numero, la loro forza e anche il fatto che, avendo una vecchia alleanza con la Germania, verrebbe facilmente fuori un' Europa a due velocità. Turchia e Germania sarebbero i leader, perché sono anche le due nazioni più numerose, non dimentichiamolo. Il Parlamento europeo, nel momento in cui entra una nuova nazione, riduce i membri, riduce i deputati delle altre nazioni, quindi la Turchia avrebbe il numero maggiore di deputati. Se fa alleanza con la Germania avrebbe addirittura la maggioranza senza tanti problemi. Allora rispetto a questo, cosa fa una nazione o un insieme di nazioni che ha la testa sulle spalle? Manda a discutere di tutto il contenzioso (Cipro, gli armeni, i diritti civili interni tutt'altro che rispettati, la questione di questo articolo 301 che vi citavo prima, che riguarda, appunto, l'offesa alla turchicità, la situazione delle donne e non solo Istanbul) un gruppo di diplomatici esperti che si siedano attorno ad un tavolo di trattative e con la controparte turca discutano aspramente e senza sensi di inferiorità. Allora forse potrebbe venirne fuori qualche cosa. Solo attraverso un dibattito a tutto tondo che costringa i Turchi per esempio a ritirarsi da Cipro, che è una cosa fondamentale. Cipro fa parte dell'UE e tuttavia la sua parte settentrionale è interamente occupata. Inoltre non so se voi sapete che in Cipro nord stanno facendo delle immigrazioni massicce di contadini dall'Anatolia e che gli abitanti originari di Cipro nord greci sono scappati via. Ciò che preme ai turchi, come è successo con la civiltà armena, è snaturalizzare quello che c'è. Perciò tutte le Chiese di Cipro nord sono state spogliate dei loro affreschi bizantini. E dove sono finiti gli affreschi bizantini che accuratamente sono stati staccati dalle pareti delle Chiese rupestri della Cipro nord? Dove sono finiti? Sul mercato occidentale. Riccastri vari, europei e americani si sono comprati gli affreschi bizantini. E com'è che sappiamo di tutta questa ruberia? Lo sappiamo perché un greco americano, che è un collezionista ma che non ha perso il contatto con le sue radici, ha comprato una serie di questi affreschi e li ha restituiti al governo di Cipro. E' successo l'anno scorso. Ne ha parlato qualche giornale? No. Ne ha parlato esclusivamente un giornalista (lo so anche perché si tratta di un mio amico, un giornalista di Roma) che però lo ha pubblicato su una piccola rivista. Ha pubblicato un reportage di fotografie delle Chiese di Cipro nord come erano prima dell'invasione e come sono adesso. L'idea è che la Chiesa intesa come testimonianza di un gruppo etnico che non c'è più vada a sua volta eliminata. Perciò le Chiese di Cipro nord sono diventate, come le Chiese armene in Anatolia in questi novanta anni, stalle, depositi di legname, oppure sono state rase al suolo. Due anni fa, durante una presentazione che ho fatto presso un Rotary, ho fatto questo stesso discorso come risposta ad una domanda. Allora si è alzato un signore il quale mi ha detto: "Io sono un alto funzionario dell'UE e sono appena andato in pensione". Naturalmente ho pensato "Adesso questo signore mi rimprovererà". E lui mi ha detto queste testuali parole: "Sa cosa le dico signora? Lei ha perfettamente ragione. Ho lavorato all'UE per trent'anni. Ogni volta che ci siamo trovati con diplomatici turchi di fronte a noi, loro arrivavano con dossier grandi così, si trattasse del regime delle acque, del commercio, della conservazione dei beni culturali, di qualsiasi cosa prevedesse un confronto, e vincevano. Perché erano più preparati di noi". Quindi, anche per non offendere una nazione importante come la Turchia per cui io nutro rispetto, è il caso di avviare una trattativa seria da parte di diplomatici seri. Pensate che la deputata olandese che due anni fa è stata mandata dall'UE per controllare i progressi della Turchia era estremamente ignorante. Io l'ho conosciuta a Bruxelles quando abbiamo presentato il film dei fratelli Taviani tratto da "La masseria delle allodole". Ha visitato diversi grandi alberghi, ad Ankara e Istanbul ed è tornata dicendo "è un paese splendido, si sta benissimo".

Domanda dal pubblico: Volevo chiedere ad A.A. di dire qualcosa del monte Ararat. Per me è stata la prima tappa di un lungo viaggio che mi ha portato lungo le montagne sacre del Caucaso e del Medio Oriente. Per scelta, non avendo il tempo di andare sia in Turchia sia in Armenia, ho scelto di cercare l'Ararat in Armenia, essendo alla ricerca di una dimensione più simbolica che fisica. Visto che lei ama le storie mi chiedo che cosa le suscita, a livello di immagini e ricordi, la parola Ararat

A.A.: Gli Armeni chiamano questo monte Masis e posso rispondere cominciando con una piccola battuta. Un disegnatore francese ha fatto uno di quei bellissimi disegni satirici in cui si vede un aereo che sta arrivando ad Yerevan (la capitale armena: la parte di Armenia che stava sotto i russi e che, quindi, non ha subito il genocidio e adesso è una repubblica indipendente). Si vede quindi questo aereo che vola, con tutti i passeggeri armeni seduti dentro che fumano, e ad un certo punto la voce della hostess dice: "Signori, stiamo arrivando, spegnete le sigarette e tirate fuori i fazzoletti". Questo perché gli armeni di fronte all'Ararat piangono. E' una cosa straordinaria vedere questa enorme montagna a due punte, questo vulcano spento che domina la fantasia e la realtà della nazione armena da millenni. E' situato al centro di quello che è l'antico Regno d'Armenia. Immaginatevi questa montagna millenaria, altissima, eternamente coperta di neve, con le sue due cime, il piccolo Ararat e il grande Ararat, con le sue pendici piene di pecore, una razza particolare di pecore (adesso allevate dai pastori curdi). Questa montagna, che è il simbolo dell'Armenia, è circondata dai grandi laghi, i grandi occhi di Dio, che sono i tre grandi laghi di montagna (lago di Van, il lago Sevan e il lago di Urmia). Ognuno di questi grandi laghi di montagna ha delle caratteristiche proprie. Il lago di Van ha questa alta salinità che lo rende utile anche per purificare la lana delle pecore e ha una sua isola dove sorge una delle più belle Chiese del mondo, la basilica di Akdamar. Il lago Sevan è l'unico rimasto nell'attuale Armenia, mentre il lago di Van è in Turchia insieme al monte Ararat. Il lago di Urmia, invece, è in Iran. Dunque, quando un armeno pensa alla sua nazione, la deve immaginare come una piccola parte, un settimo o un ottavo di quello che era il regno d'Armenia. Ma il monte, che è il simbolo della sua identità nazionale, quello che viene messo sui francobolli e sulle monete, è visto dalla capitale. Allora quando l'aereo atterra all'aeroporto di Zvartnots, in Armenia, alle prime luci dell'alba, si vede sullo sfondo l'Ararat. Cartoline e immagini ritraggono questo monte che si vede da ogni punto della capitale, ma nessun armeno può raggiungerlo. Se hai un cognome armeno, non ti permettono di andare sul monte anche se sei il migliore degli arrampicatori. Al di là c'è il lago di Van, lago mitico intorno al quale c'erano anche le prime capitali del regno d'Armenia. Dunque, per gli armeni l'Ararat è una presenza e un'assenza, è un'angoscia ed è una nostalgia, è un ricordo ma è anche un continuo "memento". Solo il poterci andare rappresenterebbe già per molti armeni una grande consolazione. La persona di cui vi parlo adesso è un alpinista italiano che va regolarmente sull'Ararat ed è un appassionato di questa montagna. Per il governo turco l'interesse per l'Ararat non è un interesse sano, perché sanno benissimo che chi ci va sa che era un monte armeno. Così lui per poterci tornare si è improvvisato pastore e insieme ad un amico curdo ha comprato centocinquanta pecore (di questa razza pregiata) e così ha diritto di andarci due volte l'anno, per vedere come stanno le sue pecore.

Domanda dal pubblico: Gad Lerner ha tenuto una conferenza a Brescia nella quale ha descritto Istanbul all'inizio del Novecento come la più grande città armena, curda, una città cosmopolita, e ha attribuito al nazionalismo la necessità di separare i popoli. Vorrei sapere se era inevitabile questo processo, o se poteva essere in qualche modo evitato.

A.A.: Quando noi parliamo di ciò che è già stato facciamo sempre ciò che gli anglosassoni chiamano una "storia del desiderio e della fantasia". Certo, in teoria avrebbe potuto essere evitato se le nazioni occidentali non avessero continuato a togliere pezzi all'impero ottomano, come avvenne anche con la guerra balcanica del 1912 che diede un fortissimo colpo all'orgoglio nazionale del Paese. Se voi ricordate, nella guerra balcanica del 1912, persino l'Italia ottenne dei territori: la Libia e le isole del Dodecaneso. Man mano che l'Impero turco si riduceva alla sua parte centrale, cioè alla penisola dell'Anatolia, cresceva la tentazione di ricorrere a un nazionalismo spinto come quello che poi si è affermato. E si è affermato effettivamente fra gli anni fra il 1908 e il 1912. Ma il 1912, che segna la sconfitta nella guerra balcanica dell'esercito turco, segna anche il momento di maggiore addensamento delle teorie nazionalistiche che un impero multietnico come quello ottomano non aveva mai preso in considerazione. Anzi, era diviso in nazioni che si chiamano in turco antico "Millet". Il "Millet" aveva una sua autonomia all'interno e anche la possibilità di esercitare la giustizia fino ad un certo livello, sempre all'interno. In genere il patriarca di ogni Millet era il capo della responsabilità sia civile che penale. Il patriarca degli armeni, quindi, per la minoranza armena, quello dei greci per la minoranza greca e quello dei latini (genovesi o veneziani che stavano a Costantinopoli) per i latini. La minoranza armena era chiamata in questo sistema, che vale finché dura l'Impero ottomano, "La nazione fedele", proprio perché gli armeni non avevano alcun interesse ad essere indipendenti ma desideravano solo non avere un peso di tasse doppio rispetto ai concittadini turchi e avere un minimo di autonomia nelle regioni in cui erano la maggioranza, cioè quelle delle dell'estremo est anatolico. Naturalmente questo minimo di autonomia gli doveva essere concessa. Le nazioni europee avevano fatto fuoco e fiamme per difendere gli armeni, ma purtroppo altro è parlare altro è agire. Ricordiamo sempre anche questo: è inutile parlare se non si riesce a fare. Nel 1878, con il Trattato di Berlino, l'Impero ottomano si impegna a garantire i diritti delle minoranze, soprattutto della minoranza armena che veniva taglieggiata dalle tasse e attraverso rapimenti di giovani donne, l'esercito dello “ius primae noctis”, etc. Ebbene, il Trattato di Berlino è siglato nel 1878. Dal 1878 al 1894 le potenze europee parlano ma non si muovono mai, non impongono mai la necessità di garantire questi diritti alle minoranze. Nel 1894 il sultano Abdul Hamid II, chiamato "il sultano rosso" decide un pogrom, non per ucciderli tutti, ma per dare una lezione agli armeni e mostrare alle potenze occidentali che non gli importava niente delle loro vane parole. Duecentomila armeni vengono uccisi fra il 1894 e il 1896: è una cifra spaventosa se pensate che l'intera popolazione armena era di due milioni. Vuol dire una decimazione. Uno su dieci viene ucciso. Nel 1896 il sultano smette di accoppare armeni perché ormai li ha ridotti ad una tremebonda minoranza. Qualche anno di riposo e poi nel 1908 la rivoluzione dei giovani turchi toglie un po' di potere al sultano e dà qualche speranza alle minoranze armene e greche. Ci sono fotografie che ti lasciano un senso di tristezza incredibile, fotografie del 1908 in cui per le strade della bella Smirne, la grande città, la città farfalla, la città cosmopolita, a maggioranza greca, dove tutte le nazioni erano rappresentate, si possono vedere turchi, greci e armeni a braccetto che inneggiano alla libertà e alla costituzione che il sultano era stato costretto a concedere. Questo dura dal 1908 al 1909. Nel 1909 coi massacri di Adana altri trentamila armeni vengono uccisi. E' uscito un libro sotto forma di romanzo l'anno scorso anche in Italia che parla proprio di questo. Nel 1912 viene dato un altro colpo all'impero e la deriva nazionalistica si afferma del tutto. Quindi il governo dei giovani turchi pensa che salvare l'etnia dominante, cioè l'etnia turcomanna, sia l'unica via per salvare anche l'Impero.

Domanda dal pubblico: Che cosa ha provato quando ha visto rappresentare sul grande schermo la tragedia della sua famiglia e in generale la tragedia armena? I registi, i fratelli Taviani, sono due italiani, a conferma della solidarietà mostrata sempre dagli italiani a questa causa. Le è mai capitato di riscontrare casi di negazionismo anche in Italia?

A.A.: Pochi, a dire il vero. Casi di negazionismo in Italia devo dire di no. Una volta ho avuto uno strano colloquio. Quando Taner Akçamha pubblicato il suo libro, (pubblicato da Guerini di Milano, casa editrice che ha una collana dedicata ad argomenti armeni) abbiamo fatto un giro di presentazioni, fra cui una a Milano con due giornalisti del "Corriere della Sera" e uno del "Sole 24 ore" e una a Roma, dove l'atmosfera è diversa perché c'è l'Ambasciata turca. Guarda caso in fondo all'aula c'erano una decina di signori dall'aria un po' ambigua e un signore seduto accanto a me me li indicò come "quelli pagati dall'ambasciata turca". Questi signori erano pronti a menar le mani, se fosse stato necessario. Non è stato necessario, ma appena Taner ha finito di parlare hanno cominciato a dargli del traditore e a dirgli delle cose di una sgradevolezza incredibile, finché una giornalista, corrispondente a Roma di uno dei più grandi giornali turchi, è arrivata davanti a lui con il libro, ha sputato sul libro e scrivendo per traverso "traditore" glielo ha sbattuto in faccia. Lui ha semplicemente preso il libro con due dita e lo ha buttato nel cestino. Questo è stato l'unico episodio che posso riportare, ma appunto non si trattava di italiani. Quanto all'altra domanda, devo dire che il film mi ha molto emozionata: è girato bene, è onesto. I registi hanno dato un'interpretazione della storia che vedo funziona molto bene anche nelle scuole. Hanno aggiunto qualcosa, come è d'altra parte necessario trattandosi di un linguaggio diverso, e hanno cambiato i nomi. Una cosa che è riuscita molto bene è la colonna sonora, dove canta una giovane donna armena-georgiana che ha una voce stupenda. Di mestiere fa l'assistente all'ambasciatore armeno a Roma. Mi sono commossa perché lei cantava la canzone che mia zia Enrica cantava quando io ero bambina e quindi sentirla dal grande schermo con una bella scenografia e una bella recitazione mi ha decisamente commossa.

*Testo non rivisto dall'Autrice