1/ Quei bambini di Tangeri, di Zouhir Louassini 2/ Gli unici interlocutori possibili. Per un dialogo tra cristiani e musulmani, di Zouhir Louassini 3/ Il viaggio del Papa in Terra Santa, di Zouhir Louassini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 14 /05 /2015 - 08:35 am | Permalink
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1/ Quei bambini di Tangeri, di Zouhir Louassini

L’autore, Zouhir Louassini, è nato e cresciuto a Tangeri, in Marocco. È giornalista, autore di libri e “visiting professor” in varie università. Lavora a RAI News e scrive su quotidiani arabi tra cui “al-Hayat”, “Lakome” e “al-Alam”. Non è la prima volta che la sua firma appare sul giornale della Santa Sede. Tre suoi precedenti articoli possono essere letti in “ArabPress“. Per approfondimenti. cfr. la sotto-sezione Islam nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni.

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 15/4/2015 un articolo scritto da di Zouhir Louassini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/5/2015)

Erano gli inizi degli anni Settanta in una Tangeri piena di vita e di speranza. Non avevo compiuto ancora otto anni. I ricordi di quel periodo mi arrivano annebbiati e confusi. Qualcosa, però, è tuttora chiarissima: le mie paure, che erano tante. Mi spaventava il buio, per esempio. Più tardi ho capito che non era certo, quella, una paura originale. E non era niente, se la paragono all’ansia che sentivo, allora, ogni volta che passavo vicino alla cattedrale.

Mi toccava farlo quasi tutti i giorni perché si trovava sulla strada che mi portava a scuola. Lì i maestri di “educazione religiosa” mi insegnavano che i cristiani, in quanto infedeli, erano condannati all’inferno. La loro colpa? Aver “falsificato” le parole di Dio. Ricordo quanto fossi triste per il destino che aspettava i miei amici Jesús e Miguel, amichetti cristiani che vivevano vicino a casa mia, compagni quasi quotidiani dei miei giochi. Certo, mi consolavo con l’illusione che, crescendo, i due fratelli spagnoli sarebbero giunti anche loro – magari col mio aiuto – a conoscere la “verità”.

Tutti questi ricordi si sono ripresentati, vivissimi, davanti a un articolo di Hani Naqshabandi, pubblicato su “Elaph” il 7 aprile scorso. Le sue sono accuse chiarissime nei confronti di chi insegna l’odio nelle scuole usando la religione. Era ora! Quello che abbiamo visto a Garissa, in Kenya, dove centocinquanta ragazzi sono stati uccisi solo perché cristiani, è anche la conseguenza dell’educazione fornita nelle scuole.

Basta leggere i programmi scolastici in quasi tutti i Paesi musulmani per rendersi conto che siamo davanti a un problema serio che bisogna affrontare, subito e con coraggio.

Già da bambini i musulmani conoscono il cristianesimo solo dal punto di vista degli fuqaha, gli interpreti del Corano; e questi, come scrive Naqshabandi, “sanno del cristianesimo e delle altre religioni quello che sanno della teoria della relatività. Ossia nulla”. Ma questo non ha loro impedito “di dirci che i cristiani sono degli infedeli e noi gli abbiamo creduto. Ci hanno detto che i cristiani sono il popolo dell’inferno, che il paradiso è monopolio nostro e noi li abbiamo assecondati. Ci hanno detto che i cristiani sono i nemici di Allah e dell’islam e noi abbiamo detto: Che Dio li maledica”. Più chiaro di così!

È vero anche che qualche Paese arabo musulmano ha avviato alcune riforme. I risultati però ci dimostrano che si è trattato di tentativi del tutto fallimentari. Il coraggio, oggi, sta nell’ammetterlo e nel cercare di affrontare subito le cause di tali fallimenti. Ed è ovvio che bisogna iniziare proprio dalla scuola, cambiando i programmi esistenti con altri che insegnino rispetto e stima verso le altre religioni. Bisogna farlo per il bene d’una grande fede come l’islam, che deve liberarsi dalle vere e proprie catene rappresentate da interpretazioni appartenenti ad altre epoche.

Il poeta siriano Adonis, all’ultima Fiera del libro al Cairo, nel febbraio scorso, ha detto: “Non c’è un islam vero e un islam falso: ci sono soltanto musulmani moderati e musulmani estremisti, a seconda delle loro letture e interpretazioni del testo sacro. Ma l’islam è uno solo”. Si parva licet componere magnis: anche in nome di quel bambino di Tangeri e dei suoi piccoli amici, tocca a noi, adesso, decidere con chi parlare e con chi costruire il futuro.

2/ Gli unici interlocutori possibili. Per un dialogo tra cristiani e musulmani, di Zouhir Louassini

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 23/8/2014 un articolo scritto da di Zouhir Louassini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/5/2015)

Tanti anni fa in un incontro organizzato dalla moschea di Madrid sul dialogo tra musulmani e cristiani, vissi un’esperienza che mi fece capire quanto sia difficile avviare un vero dialogo tra le religioni. Al convegno era presente un giovane religioso, imam d’una piccola moschea in una località spagnola, che mi raccontò come fosse stato appoggiato dalle suore cattoliche per costruire il suo luogo di culto e anche come la Chiesa avesse dato una mano alla piccola comunità musulmana nella zona. Una terza persona che era lì con noi, un po’ provocatoriamente, disse con un sorriso: «Ma allora non sono degli infedeli!». Il religioso replicò con stizza: «Sono sempre infedeli e la loro unica salvezza è nella conversione all’islam!». E se ne andò verso la sala per partecipare al dibattito programmato sul dialogo religioso.

Con il tempo ho imparato che si dialoga non solo con chi vuole dialogare ma anche con chi, effettivamente, può farlo. Il dialogo tra le religioni non può infatti consistere solo nell’incontrarsi in convegni per parlare del tempo, del cibo; e tanto meno nel limitarsi a esaltare i meriti della propria fede. Il dialogo ha bisogno di sincerità, di stima tra gli interlocutori e, soprattutto, di una vera conoscenza dell’altro.

Nel lontano 1967 lo storico e sociologo Abdallah Laroui pubblicò in Francia uno dei libri più utili per capire la realtà araba e la sua evoluzione: L’idéologie arabe contemporaine: essai critique, con un’introduzione di Maxime Rodinson. In quell’opera individua con perspicacia il denominatore comune che ha giocato un ruolo fondamentale nell’elaborazione e nell’espressione di tutte le ideologie nel mondo arabo: il rapporto con l’occidente. Da un secolo infatti gli arabi non fanno altro che definirsi in relazione al mondo occidentale e ai suoi valori.

Per Laroui questa ricerca di se stessi ha generato tre tipi di ideologie o meglio tre «tipi di arabi». Il primo tipo è il «liberale»: è uomo politico, convinto che l’arretratezza del mondo arabo sia il risultato di tanti secoli di oscurantismo sotto il predominio ottomano. La soluzione, a suo avviso, si trova nella filosofia dei Lumi e nella difesa della democrazia liberale.

Il «tecnofilo» è il secondo tipo: questi crede che né la libertà politica né il parlamento siano il segreto della potenza dell’occidente. Questo risiederebbe invece nella tecnologia e nelle scienze applicate a spiegarne il dominio sul mondo.

Infine c’è il «chierico», l’uomo religioso, che ha mantenuto ben salda l’opposizione tra occidente e oriente nel quadro del rapporto tra cristianesimo e islam; questo terzo tipo di arabo cerca di mostrare che l’islam è stato e rimarrà superiore al cristianesimo.

Tre tipi, dunque. Per i primi due l’occidente può offrire dei modelli da seguire; per il terzo, invece, fuori dal proprio mondo c’è solo una minaccia contro la quale bisogna reagire. Per varie ragioni, difficili da riassumere in un breve articolo, oggi è l’ultimo tipo che predomina culturalmente nel mondo arabo.

Il terzo tipo riassume una realtà molto complessa. In essa, priva di vere istituzioni religiose che ne orientino le scelte, quelli che hanno un minimo d’influenza sono incapaci di uscire da schemi mentali, ideologici, politici appartenenti ad altre epoche. Nel medesimo tempo, quelli che hanno modernizzato il loro approccio al problema rimangono totalmente isolati.

Questa è la situazione oggi nel mondo arabo. Realtà estremiste come l’Is, un gruppo che non supera le ventimila persone, non sono altro che la punta dell’iceberg. Se si vuole cominciare a sciogliere questo enorme blocco di ghiaccio, sarebbe giusto e opportuno partire dal fatto che i musulmani moderati, benché ammutoliti, sono la stragrande maggioranza. Sono loro gli unici interlocutori possibili per un dialogo basato sulla conoscenza, sul rispetto e sulla stima reciproca.

3/ Il viaggio del Papa in Terra Santa, di Zouhir Louassini

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 16/5/2014 un articolo scritto da di Zouhir Louassini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (10/5/2015)

«Il mio cuore — scriveva il poeta e mistico arabo Ibn Arabi (1165-1240) — è divenuto capace di accogliere ogni forma: è un pascolo per le gazzelle, un convento per i monaci cristiani, è un tempio per gli idoli, è la Ka’ba del pellegrino, è le tavole della Torah, è il libro del sacro Corano. Io seguo la religione dell’amore, quale mai sia la strada che prende la sua carovana: questo è mio credo e mia fede».

Il sultano marocchino Moulay Ismael (1645-1727) esagerò, sicuramente, quando chiese ai governatori del suo regno di tagliare la testa a chiunque offendesse o maltrattasse un francescano. Ben custodito nella biblioteca della cattedrale di Tangeri, il manoscritto che riporta quell’ordine impartito ai rappresentanti del re dimostra che l’islam, quello vero, non è solo dialogante ma che, alcune volte, riesce anche a sviluppare dei meccanismi per fermare i fanatici. Non sempre condivisibili, come in questo caso; ma ci riesce.

Mi sono ricordato di questo curioso episodio storico, mentre leggevo sul sito arabo Elaph le dichiarazioni di Hassan Bin Talal, zio del re Abdallah II di Giordania, sulla situazione della minoranza cristiana: «Il cristianesimo in Medio oriente è una delle basi dell’identità arabo-islamica». Non avrebbe potuto esprimersi con più chiarezza. Nessun musulmano può capire la storia della propria religione senza approfondire la conoscenza del cristianesimo. L’islam ha bisogno di dichiarazioni del genere.

La rappresentazione che se ne può trarre, attraverso l’immagine diffusa dai media, spesso non va oltre i discorsi fanatici, che esistono, e con forza, nella realtà arabo-musulmana; ma sono veramente espressione di una minoranza. Gridano molto, alzano troppo la voce, ma sono pochi. Alzano così tanto la voce per incutere timore e per non ascoltare le ragioni di chi cerca di spiegare che Maometto non ha mai incitato all’odio, come invece loro fanno quotidianamente. Non solo: il messaggio islamico acquista il suo senso più profondo solo quando si ragiona in termini di tolleranza e di rispetto per gli altri.

In questo senso le dichiarazioni di Bin Talal rappresentano un grido d’allarme che tutti i musulmani devono ascoltare e comprendere. Chi crede nel dialogo e nella convivenza tra gli esseri umani deve insistere sulla situazione attuale delle minoranze cristiane. La loro vita oggi, in Medio Oriente, è molto difficile, per non dire addirittura insopportabile. Molti di loro stanno lasciando le loro patrie in cerca di orizzonti migliori e più sicuri. E i primi che devono scandalizzarsi per questo sono proprio i musulmani. Il discorso di Bin Talal ha indicato la strada giusta da seguire: il musulmano è fedele alla sua religione solo quando difende il diritto dei suoi compatrioti cristiani a vivere la loro fede in pace e con serenità. Solamente così possiamo dar prova della nostra capacità di dialogo e, soprattutto, possiamo dimostrare la nostra volontà di rispettare gli altri, tutti gli altri.

Papa Francesco, conversando con un gruppo di giovani belgi, ha avuto il coraggio di accennare alle crociate dicendo che non bisogna usare la «fede come una bandiera». Tocca a noi musulmani rispondere a questo messaggio di pace facendo anche noi autocritica e aprendo le porte a un dialogo che parta dalla preoccupazione per la condizione ingiusta imposta ai cristiani nelle nostre patrie.