Parole come "aria rubata": la poesia diffusa attraverso il samizdat nell’allora Unione Sovietica. Il valore del singolo, contro l’utopia al potere, di Natal'ja Gorbanevskaja

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /10 /2009 - 22:38 pm | Permalink
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Parole come "aria rubata": la poesia diffusa attraverso il samizdat nell’allora Unione Sovietica. Il valore del singolo, contro l’utopia al potere, di Natal'ja Gorbanevskaja


Riprendiamo da Il Sole-24 Ore un articolo di Natal'ja Gorbanevskaja, apparso il 7/12/2003, con il titolo Parole come “aria rubata”. La Gorbanevskaja, poetessa, giornalista e traduttrice, fu arrestata nel 1969 e reclusa per due anni in un ospedale psichiatrico “speciale” per aver lottato a favore dei diritti umani nell’allora Unione Sovietica. Il testo che ripresentiamo on-line anticipava alcuni brani della relazione tenuta dalla scrittrice nel convegno “I giusti nel gulag: il valore della resistenza morale al totalitarismo sovietico”, tenutosi dal 9 all’11 dicembre 2003 presso il Teatro Franco Parenti di Milano. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli Scritti (10/10/2009)





In una stupenda giornata di dicembre del 1962 fui partecipe di un avvenimento che ritengo straordinariamente importante: mentre ero in visita da Anna Achmatova, in uno degli appartamenti di Mosca dove veniva ospitata, io - come molti altri a quei tempi - ebbi il permesso di trascrivere il suo Requiem.

Quel ciclo di versi (o poema, se vogliamo: sul suo genere letterario esistono opinioni divergenti, ma non è questo il punto) fu scritto negli anni 1935-1940, mentre infuriava il "Grande terrore" staliniano. Per molti anni lo si poté ascoltare solo in una scelta cerchia di amici dell'autrice, che per la maggior parte imparavano a memoria i versi.

Né la stessa Achmatova, né il suo numeroso pubblico affidò mai il Requiem alla carta. Ma dopo che, nel 1962, "Novyj Mir" ebbe pubblicato Una giornata di Ivan Denisovic, l'Achmatova pensò che forse era giunto il momento anche per Requiem.

E in realtà era giunto, ma non nel senso che potesse essere pubblicato in Unione Sovietica, dove dopo il consueto temporaneo disgelo iniziarono presto nuovi geli. Era invece giunto il momento che Requiem uscisse nel samizdat.

Porgendomi una penna a sfera, Anna Andreevna disse: «Prima di lei con questa "matitina" ha copiato il Requiem Solzhenicyn». Ma oltre a me e Solzhenicyn, a casa dell'Achmatova, con quella "matitina" o meno, Requiem era stato copiato da decine di persone. E naturalmente tutti, o quasi tutti, tornando a casa, si erano messi alla macchina da scrivere.

Io stessa l' ho ricopiato, probabilmente, una ventina di volte, ogni volta in quattro copie. Diffondendo il Requiem tra amici e conoscenti, facevo sempre una semplice richiesta: "Ricopiatelo, e poi restituitemene una copia". E così ricominciava il giro. In questo modo, solo dalle mie mani uscirono e si diffusero centinaia di copie di Requiem, ma la sua tiratura complessiva nel samizdat raggiunse almeno qualche migliaio di copie.

Già dopo la morte dell'Achmatova, il giorno del mio arresto, il 24 dicembre 1969, la copia da me trascritta a mano, con il frontespizio scritto di pugno dalla stessa Anna Achmatova, mi fu sequestrata durante la perquisizione. Ma anche se io non fui condannata per il Requiem, alcuni anni dopo in Ucraina la "detenzione e diffusione" di Requiem fu una delle imputazioni che portarono alla condanna di Rejza Palatnik: il ciclo poetico dell'Achmatova fu definito "accuse palesemente false e diffamatorie dell'ordinamento statale e sociale sovietico".

Ma cosa c'era di così temibile in quei versi lirici che raccontavano, in parole povere, del dolore di una madre che si era vista arrestare il figlio? Perché risultavano intollerabili per l'"ordinamento statale e sociale sovietico"?

All'incirca negli stessi anni in cui l'Achmatova compose Requiem, in Italia il comunista jugoslavo Ante Ciliga, miracolosamente tirato fuori dal gulag nel 1936, scrisse un libro sulla sua esperienza in Unione Sovietica, e la definì "il Paese della grande menzogna".

Raccontò non solo della sua esperienza nel lager, ma anche della vita nella "libertà" sovietica. Già allora, alla fine degli anni Trenta, a coloro che non temevano di aprire gli occhi appariva chiaro come la menzogna fosse uno dei capisaldi del sistema totalitario. Senza il sostegno della menzogna non potrebbe sopravvivere nessun totalitarismo, di qualsiasi colon sia: rosso, nero o bruno...

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia", ci ha insegnato Cristo. Per noi che siamo vissuti sotto l'oppressione della menzogna sovietica, della propaganda; del linguaggio di regime, la pravda, verità-giustizia di cui si parla qui si è identificata con la verità-realtà.

Ma la parola poetica, e oserei dire, a maggior ragione una poesia come quella dell'Achmatova, non è soltanto semplicemente verità, ma è qualcosa di più: illuminazione, rivelazione.

"Il marito nella tomba, il figlio in prigione. Pregate per me", scrive l'Achmatova in Requiem. Il lettore intende queste parole non come una semplice informazione sul fatto che il suo primo marito, il poeta Nikolaj Gumilev, venne fucilato dai bolscevichi ai tempi di Lenin, e che il suo unico figlio, Lev Gumilev, era stato incarcerato dai bolscevichi sotto Stalin.

Il lettore può anche non conoscere questi dettagli biografici della poetessa, ma il suo cuore si accosta alla tragedia di milioni di donne russe che vissero in silenzio - o come erroneamente si suole dire, nell'anonimato - ma si espressero attraverso la voce della grande poesia.

Nell'introduzione in prosa a Requiem, intitolata "In luogo di prefazione", si dice: «Nei temibili anni della ezhovshchina ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi "riconobbe". Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all'orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): ma lei può descrivere questo? E io dissi: posso».

Per loro che, forse, "mai nella vita" avevano sentito il suo nome, parla Anna Achmatova:

«...Sentiamo solo l'odioso strider delle chiavi
E i passi pesanti dei soldati.
Ci si alzava come a una messa mattutina,
Si andava per la capitale abbandonata,
Là ci s'incontrava, più inanimate dei morti, (..)
Startene, col pacco,
Trecentesima sotto le Croci.
E con le tue lagrime cocenti
Sciogliere dell'anno nuovo il ghiaccio. (...)
Diciassette mesi che grido,
Ti chiamo a casa.
Mi gettavo ai piedi del boia,
Figlio mio e mio terrore (...)
E non per me sola prego,
Ma per tutti coloro che erano con me, laggiù,
Nel freddo spietato, nell'afa di luglio,
Sotto la rossa muraglia abbacinata
».

Ed è qui che lei invita a innalzarle un monumento «se un giorno in questo Paese pensassero di erigerlo»:
«...qui, dove stetti per trecento ore
E dove non mi aprirono il chiavistello
».

Requiem è uno dei vertici della poesia di Antia Achmatova, ma quanto ho detto non va inteso nel senso che tale vetta è stata raggiunta solo a spese di coloro con la cui voce parla qui l'Achmatova, coloro dei quali disse:

«Per loro ho intessuto un'ampia coltre
Di povere parole, che ho inteso da loro
».

Questa è lei, Anna Achmatova, la sua persona, la sua individualità, che non solo ha saputo descrivere le vicende che ha vissuto, ma anche pronunciare "povere parole intese da loro" con la sua "inimitabile voce".

Lei ha usato l'espressione "inimitabile voce" riferendosi a un altro poeta, ma ogni poeta, se è davvero un poeta e non un mentitore mercenario al servizio del regime statale, è una voce inimitabile.

E questa è un'altra ragione per cui per decine di anni ci hanno privato di enormi porzioni della grande poesia russa del XX secolo, il motivo per cui non autorizzavano che si stampasse la giovane poesia che stava nascendo allora. La voce del poeta è una voce isolata: è la voce dell'individualità e non della collettività, anche quando questi, come Anna Achmatova in Requiem, parla a nome di milioni di persone.

Questa voce, sia che parli di prigione o d'amore, si rivolge al lettore come singolo, uno per uno, lo distoglie dai compiti collettivi, dalle ennesime direttive del solito plenum del Comitato centrale del partito. E lo aiuta a sentirsi persona e non una vitina nel perfetto ingranaggio dell' "utopia al potere".

E centinaia, migliaia di questi singoli lettori (non milioni: milioni sono coloro che si sono nutriti della pappa pronta di ciò che si chiamava poesia sovietica), desiderando leggere ciò che volevano, e donare ad altri questa libertà di lettura, crearono un miracolo, a noi noto col nome di samizdat. Su antidiluviane macchine da scrivere si diffusero inizialmente i versi strappati all'oblio o all'oscurità: e questa è la poesia che si può indubbiamente definire, con parole di Mandel'shtam, "aria rubata".