Siamo debitori, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /05 /2015 - 09:46 am | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Centro culturale Gli scritti (27/5/2015)

Vézelay, Divisio apostolorum o Missione degli apostoli

Gesù non solo non ha mai scritto niente, ma nemmeno ha chiesto in terra ai suoi di scrivere testi sacri. Piuttosto li ha inviati dicendo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).

Quel definitivo comando di andare, annunciare e battezzare era stato preparato da tanti suoi mandati, poiché Egli voleva che il suo Vangelo fosse annunziato al mondo intero - si pensi solo ad espressioni come «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23), «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8), ma anche a riferimenti personali come quello a Maria di Magdala: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto» (Mc 14,9). O ancora alle parole dette a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19).

Eppure spesso ai cristiani si chiede di non parlare di Gesù, di non predicare, quasi che il comando del Signore potesse essere messo a tacere.

In realtà l’obbligo di predicare si fonda sulla bellezza del Vangelo e sulla misericordia che esso genera. Chi ha visto un film molto bello non riesce a non parlarne agli amici, perché corrano a vederlo. Chi ha gustato la cucina di un ottimo ristorante desidera che le persone cui vuole bene possano assaggiare quei cibi saporiti. Chi ha avuto un figlio desidera che tutti lo vedano e lo abbraccino. Ognuno di noi desidera condividere ciò che conosce, ciò crede e che ama. Anche chi è ateo ama parlare agli altri del proprio ateismo! Solo delle cose brutte e squallide è bene tacere. Così chi ha gustato la bontà del Signore ne parla ed invita altri a conoscerla: il suo annunzio è la cosa più naturale del mondo, come si parla della gioia di una persona incontrata o di un amico ritrovato.

Julien Green ha scritto con parole molto vere: «È sempre bello e legittimo augurare all'altro ciò che è per te un bene o una gioia: se pensi di offrire un vero dono, non frenare la tua mano».

Gesù ha espressamente mostrato che ciò che deve essere assolutamente evitato non è proporre la fede, ma cercare di imporla. Perché se l’uomo non fosse libero, Dio non potrebbe essere amato, ma solo servito da schiavi. Dio ha sete solo di un amore libero, perché sa che non esiste vero amore che non sia libero - si pensi alla domanda di Gesù agli apostoli ed alla sua forza liberante: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67).

Eppure proprio perché sorga tale libertà il Vangelo deve essere predicato. Mai nessuno è stato cristiano prima dell’Incarnazione. Aristotele e Platone erano liberi, eppure mai avrebbero potuto diventare cristiani, perché Gesù non era ancora venuto.

È, infatti, solo l’incontro con la verità che dona a noi la libertà di aderirvi, è l’incontro con una persona che non conoscevamo che ci dona la possibilità di divenirgli amico. Gesù ha insegnato questo con una profondità impensabile prima: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Solo chi conosce il Cristo può finalmente scegliere di avere fede in Lui. Si pensi ai popoli ai quali ancora oggi è proibito di ricevere l’annuncio della misericordia del Vangelo. Essi sono solo apparentemente liberi perché possono scegliere una cosa od un’altra: ma non possono ancora amare il Cristo, perché nessuno ha ancora parlato loro di Lui e della sua misericordia che ignorano.

L’uomo ha sempre paura della verità, perché pensa che parlare di verità voglia dire necessariamente diventare intolleranti: invece Gesù afferma di essere la verità, ma è al contempo, una verità che non si impone, bensì si propone nel Bambino Gesù e nel Crocifisso che stende le mani nell’abbraccio di misericordia. L’annunzio del Vangelo non spaventa. Perché il Bambino Gesù ed il Signore Crocifisso non spaventano, bensì possono solo attirare con il loro amore. L’amore è l’unica forza che hanno.

L’annunzio che Gesù ha affidato agli uomini non consiste poi solo nella parola della predicazione e nella testimonianza della carità che ne nasce, ma anche nella potenza dei Sacramenti che ci comunicano il suo stesso Spirito. Gesù volle che la sua Chiesa donasse agli uomini il Battesimo, perché è solo attraverso di esso che la sua stessa vita ci viene comunicata. Nel Battesimo si diventa figli, nel Battesimo la Parola di Dio ci immerge nella stessa vita divina e ci riempie di grazia.

Ed è lo stesso Spirito che spinse la Chiesa a scrivere per noi il Nuovo Testamento, come ulteriore dono della Chiesa agli uomini, perché ogni generazione potesse ritrovare in quelle parole ispirate la “vivacità” del suo Signore.

Di modo che l’annunzio della fede è sempre Parola viva della Chiesa, unita alla Parola scritta, fecondata dalla Parola sacramentale. Come scrisse Umberto Betti, uno dei teologi della Dei Verbum: «A differenza della Scrittura, la predicazione viva traduce in pratica quanto annunzia e ne attualizza, per quanto possibile, la realtà intera. Una cosa, per esempio, è raccontare l’istituzione e la celebrazione dell’eucarestia; altra cosa è celebrarla e parteciparne. Il racconto rimane sul piano storico e nozionale; la celebrazione ne dà esperienza spirituale e conferisce la grazia che salva. La trasmissione della predicazione apostolica al di fuori della Scrittura, come pure tutto ciò che ne è oggetto, si chiama Tradizione. Ai fini della trasmissione e della conoscenza di tutta la Rivelazione, la Tradizione e la Scrittura, sono tutt’e due necessarie, e quindi né l’una né l’altra è sufficiente da sola». 

Dinanzi all’annunzio del Vangelo l’uomo può finalmente capire se stesso. In maniera mirabile i Padri del Concilio hanno scritto: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo» (Gaudium et spes 22).

L’uomo è veramente un “mistero”, incomprensibile a se stesso. Perché il desiderio di amare? Perché niente ci basta? Perché la sofferenza e la morte, perché la bellezza e la vita? Ebbene dinanzi alla predicazione del “mistero” del Verbo Incarnato l’uomo comprende di essere stato plasmato ad immagine del Signore Gesù, nato per avere il suo amore, bisognoso di una speranza che non delude, creato per lodare Dio nella fede.

Un sacerdote italiano, Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, ha scritto: «Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove».

Chi crede, crede perché scopre che quel Cristo che non conosceva prima che qualcuno glielo annunziasse, corrisponde al nostro cuore più di tutto ciò che noi siamo capaci da noi stessi di pensare.

Ci deve essere annunziato, perché mai avremmo saputo inventarlo da soli, altrimenti la fede sarebbe una scoperta tutta umana e non un dono di grazia. Ma quando ci è annunziato, scopriamo che in Lui tutto diviene chiaro e che niente di ciò che è veramente umano viene perduto.

G.K. Chesterton ha utilizzato l’immagine delle chiavi date a Pietro per esprimere la stessa potente realtà: «Nella chiave c’erano senza dubbio molte cose che parevano complicate: c’era soltanto una cosa che era semplice. Apriva la porta. Questa è la verità che è duro spiegare perché è un fatto, ma è un fatto di cui noi siamo testimoni. Siamo cristiani e cattolici non perché adoriamo una chiave, ma perché abbiamo varcato una porta; e abbiamo sentito lo squillo di tromba della libertà passare sopra la terra dei viventi».

Anni fa Hans Urs von Balthasar scrisse un volumetto con un famosissimo titolo: Solo l’amore è credibile. Il grande teologo svizzero intendeva porre al centro dell’annunzio della fede la misericordia di Dio apparsa nel mondo in Gesù Cristo: essa è convincente di per se stessa e non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

E noi, che ne siamo debitori, non possiamo non annunciare ciò che abbiamo ricevuto in dono, «perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena» (1 Gv 1,3-4).