1/ «L’Eritrea è un inferno, l’Onu è inutile e non ci aiuta. I trafficanti sono la nostra unica possibilità», di Leone Grotti 2/ Miserere, storie di cristiani perseguitati. Basta avere una Bibbia per finire torturati nel lager di Sawa, di Franco Molon

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 14 /06 /2015 - 14:42 pm | Permalink
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1/ «L’Eritrea è un inferno, l’Onu è inutile e non ci aiuta. I trafficanti sono la nostra unica possibilità», di Leone Grotti

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un articolo di Leone Grotti pubblicato il 23/4/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione La libertà religiosa e le persecuzioni delle minoranze, nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

Fino a quando ci saranno persone che condividono la stessa esperienza di Sofia, i migranti non smetteranno mai di accalcarsi sulle coste libiche per tentare la traversata del Mar Mediterraneo verso le coste europee: «Io ho due scelte: una è morire, l’altra vivere. Se muoio in mare, non è un problema: almeno non verrò torturata».

«VOGLIO ESSERE UMANA». Sofia viene dall’Eritrea, ha diritto all’asilo politico ed è una delle poche fortunate ad essere riuscita a fuggire dal regime africano per stabilizzarsi al Cairo, in Egitto. Ma anche se ha evitato un viaggio disperato su un barcone, la sua vita è un inferno: «Qui rischio di essere deportata. Se ti vuoi registrare come rifugiato con l’agenzia dell’Onu (Unhcr), ti danno un appuntamento per il 2017. Ma chi può permettersi di aspettare così tanto?», spiega al Guardian. «Meglio tentare la traversata. Qui non hai un destino: non puoi avere un’educazione (l’accesso alle scuole è vietato, ndr), non puoi avere un lavoro, non puoi aiutare la tua famiglia. Ogni giorno non fai altro che chiedere aiuto. Ma se vai in Europa almeno, a un certo punto nel futuro, avrai una nazionalità e sarai un essere umano».

«SE NESSUNO CI AIUTA». Un altro migrante, Bayin Keflemekal, spiega: «Noi non vogliamo salire sulle barche. Se il governo libico o l’Onu ci aiutassero, tenteremmo qualcos’altro. Ma se il governo non ci aiuta, l’Onu non ci aiuta, se nessuno ci aiuta, i trafficanti sono la nostra unica possibilità. Siamo come sospesi nell’aria».

REGIME ERITREO. Il secondo gruppo più consistente di migranti è rappresentano dagli eritrei. Se solo l’anno scorso quasi in 40 mila hanno chiesto asilo politico, ma quelli scappati dal regime sono molti di più, c’è un motivo. Racconta ancora Sofia: «In Eritrea hai paura anche di parlare con la tua famiglia. La persona di fianco a te al bar potrebbe essere una spia che controlla quello che fai. La gente scompare nel nulla ogni giorno». Come una sua amica, che cominciò a parlare in un bar con un uomo, che poi si rivelò essere un membro dell’ambasciata libica: «Stavano solo chiacchierando del più e del meno. Ma hanno detto che la mia amica era una spia e gli stava passando informazioni. Non sappiamo cosa le sia successo. Oggi è ancora in carcere. Un giorno mi hanno detto che era stata ricoverata in ospedale con la pressione alta ma avevo così paura di essere arrestata, che non sono andata a visitarla».

«TUTTI SCAPPANO VIA». In quanto a repressione, nel mondo solo la Corea del Nord batte l’Eritrea. Lo Stato dell’Africa orientale è guidato dal presidente Isaias Afewerki, che governa da quando Asmara ha ottenuto l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993. La repressione è costante, il regime di polizia onnipervasivo. Spiega Elsa Chyrum, attivista eritrea: «Non c’è libertà di parola, non c’è libertà di espressione, non c’è libertà religiosa. Abbiamo più di 300 carceri nel paese e la gente non ha niente da mangiare». La leva militare può durare per un periodo indefinito e c’è chi ha passato più di 30 anni in caserma. «Ci sono figli che non hanno mai conosciuto i loro padri, rapiti dallo Stato con la coscrizione a vita. Intere famiglie sono spezzate. Persino chiedere la carità è proibito. E allora cosa fanno i bambini, che non vogliono fare una vita da miserabili come i loro padri? Scappano via. Tutti scappano via. Qualcuno si stupisce?».

2/ Miserere, storie di cristiani perseguitati. Basta avere una Bibbia per finire torturati nel lager di Sawa, di Franco Molon

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un articolo di Franco Molon pubblicato il 4/9/2014. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione La libertà religiosa e le persecuzioni delle minoranze, nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

N.B. de Gli scritti. Il racconto di Franco Molon descrive in prima persona fatti reali che non sono stati messi per iscritti direttamente dalle persone perseguitate. La forma narrativa utilizzata aiuta a capire con precisione cosa avviene realmente nei campi militari eritrei.

Voi non sapete cosa è Sawa, voi nemmeno immaginate dove sia. Eppure il mostro che trita la carne e i sogni dei giovani eritrei è lì, in mezzo al deserto, metà campo di addestramento militare e metà lager.

Sono arrivata qui in febbraio, insieme alla mia amica Selam, cristiana battista come me, e avremmo dovuto diplomarci il 13 luglio. Da noi chi vuole iscriversi all’università deve fare quattro mesi di servizio militare obbligatorio e deve farli a Sawa, durante il dodicesimo anno della scuola secondaria. Il diploma si prende al campo, al termine di una cerimonia che è una parata militare.

È sufficiente il primo giorno per capire dove si è capitati. La sveglia è alle quattro e mezza del mattino; l’unico pasto della giornata è a mezzogiorno; il resto del tempo sono marce infinite nel deserto, addestramento, percosse, punizioni. La sera si va a dormire in un container di zinco di due metri e mezzo per dodici. Siamo in venticinque.

Per noi ragazze è ancora più dura. Selam è stata violentata la prima sera, io il giorno dopo. Alcune di noi, dopo qualche settimana di questa vita, impazziscono; se ne vanno in giro camminando all’indietro, con la schiena curva e lo sguardo vuoto; scuotono la testa, tremano e non parlano. Al campo dicono che hanno preso la malattia, la chiamano lewt. Quelle con il lewt diventano carne da divertimento per qualsiasi soldato, le prendono come vogliono, le bastonano per il gusto di farlo, le usano come gioco tra di loro. Chi ha il lewt muore presto.

Noi due non ci siamo ancora ammalate. Ci ha aiutato a resistere la piccola bibbia che Selam si è portata da casa e che leggiamo di nascosto tutte le notti. La scorsa settimana, però, ci hanno scoperte. Nel cuore della notte un sergente è entrato all’improvviso, forse per scegliersi una ragazza, e ci ha sorprese. A Sawa è vietata ogni forma di religiosità pubblica, ogni libro, ogni simbolo. Se fossero capaci di leggere il pensiero ci punirebbero anche per la preghiera mentale.

Il soldato ci ha trascinate fuori dal container, ci ha fatte inginocchiare con le mani sopra la testa e ha chiamato l’ufficiale di guardia. Le luci del campo si sono accese ed è cominciata una perquisizione a tappeto in tutti gli alloggi. All’arrivo del mattino ci siamo trovati in trentanove pronti per ricevere la punizione davanti a tutte le compagnie schierate per l’adunata.

Ci hanno fatto togliere le scarpe e la giacca della divisa e ci hanno lasciati a torso nudo, poi hanno consegnato un mazzo di cavi di flex a un plotone di nostri compagni e hanno ordinato loro di frustarci. Dopo un quarto d’ora di trattamento hanno sciolto l’adunata e ci hanno portato nell’altra parte del campo, quella che è una prigione. Non ci ero mai stata.

Siamo stati scortati fino a una piccola baracca che serve solo a nascondere l’ingresso alle celle sotterranee. Ci hanno spinto dentro a casaccio, una decina per stanza, senza andare troppo per il sottile. Prima di chiudere i cancelli ci hanno dato un’altra razione di flex.

Qui sotto filtra poca aria e poca luce. Facciamo i nostri bisogni in terra e la puzza è terribile. Ogni giorno qualcuno viene preso per qualche ora di gioco dell’otto. Lo chiamano così, in italiano, come hanno imparato dai soldati del generale Baratieri centoventi anni fa. Ti fanno sdraiare sulla pancia e poi ti legano, dietro la schiena, la mano destra con il piede sinistro e la mano sinistra con il piede destro. Quello che succede poi dipende dalla fantasia degli aguzzini: calci, flex, qualsiasi cosa possa procurarti la maggior sofferenza possibile. Quando ti sciolgono non sei più in grado di camminare e vieni riportata in cella trascinata per i piedi.

La cosa peggiore, però, è che il tempo è finito. Fino a quando rimarremo qui? Nessuno può dirlo, non c’è una condanna. Staremo qui fino a quando loro ne avranno voglia. Potrebbe essere per sempre. Io non mi diplomo il 13 luglio.

8 Giugno 2013 – Trentanove studenti cristiani battisti, tra cui undici ragazze, sono stati imprigionati nel centro di Sawa perché scoperti a pregare o a leggere la Bibbia. I ragazzi stavano terminando il periodo obbligatorio di addestramento militare prima del conseguimento del diploma necessario per accedere all’università. Il comando del campo ha dichiarato che «i giovani rimarranno detenuti fino a quando non rinunceranno alla propria fede». In Eritrea non sono consentite manifestazioni di culto pubbliche.