La responsabilità dei genitori, testimoni della bellezza della vita. Relazione di d. Andrea Lonardo, al Convegno diocesano 2015 (E' STATO INSERITO ANCHE L'AUDIO DELL'INTERVENTO DI D. ANDREA LONARDO CHE E' SCARICABILE ALL'INTERNO DEL FILE)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /06 /2015 - 09:46 am | Permalink
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Mettiamo a disposizione on-line il testo, arricchito con la trascrizione di alcune battute dette a voce rispetto a quello distribuito, della relazione pronunciata da Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico e del Servizio per il catecumenato, nel corso della seconda giornata del Convegno diocesano il 15/6/2105. Per approfondimenti, cfr. la sezione Catechesi, scuola e famiglia. A questo link il discorso integrale di papa Francesco per l'apertura del Convegno e qui le schede di lavoro per i 10 laboratori.

Il Centro culturale Gli scritti (16/6/2105)

Antoon van Dijck, Lasciate che i bambini vengano a me, 
ca. 1618-1620, National Gallery, Ottawa, Canada
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Indice

1/ Chi ama e chi genera la vita è la vera novità del mondo, tutto il resto muore

Parlare di marito e moglie, di genitori, di famiglia e parlarne in relazione all’annunzio della fede potrebbe sembrare a torto una delle cose più antiquate che ci sia. La dott.ssa Manna ci diceva che la gente vuole che i preti si sposino, ma i laici preferiscono convivere! Una battuta interessante che ho sentito in proposito è questa: oggi nessuno vuole più sposarsi, tranne i preti e gli omosessuali! Apparentemente non interessa la famiglia, quanto la convivenza, rapporti leggeri senza impegno.

Anche la questione dei figli sembrerebbe in apparenza vecchia: dalle statistiche risulta che la natalità in Italia e a Roma è bassissima e dell’ “ecologia” umana, della sopravvivenza della popolazione, nessun politico sembra preoccuparsi, dal momento che nessuno interviene con aiuti, sgravi, attenzioni a quelle persone che sono più povere delle altre – ma più felici – perché hanno bambini o ne attendono uno in più. L’ISTAT pubblicava oggi dei dati nei quali si afferma che ci sono -100.000 nati nel 2014 rispetto ai morti, cosa che non avveniva dal 1919, alla fine della I guerra mondiale, dove i nati erano stati pochissimi per i tanti uomini morti al fronte che non avevano generato bambini.

Ed, invece, la dott.ssa Manna ci ha detto che non è così, ci ha detto che i romani sono interessati alla famiglia. E ieri papa Francesco non ha fatto che parlarci della famiglia. Si sentiva dagli applausi: come tutti noi, soprattutto le famiglie, si riconoscevano in quello che il papa diceva. Era come se sentirlo parlare fosse una liberazione, una conferma, un assenso alla nostra vita.   

Non possiamo non domandarci: perché?

Lascio ad altri analisi sociologiche o storiche. A me spetta dare una risposta che è innanzitutto “spirituale”, cioè “ebraico-cristiana”. Le persone sono e saranno sempre interessate alla famiglia, finché durerà il mondo, perché questo lo abbiamo scritto nel cuore, poiché Dio ve lo ha posto, perché Dio ci ha fatto così e non in un altro modo.

Si potrebbe dire innanzitutto che tutti amano la famiglia semplicemente perché sono grati, perché sanno di avere ricevuto la vita da un padre e da una madre, sanno di essere vivi esattamente per questo.

Il papa ci ha ricordato che la differenza tra l’uomo e la donna è la differenza fondamentale, la differenza più grande, che apre all’amore. È straordinario che nei primi capitoli di Genesi per due volte, nel primo e nel secondo capitolo, si parli dell’amore tra l’uomo e la donna – l’uomo e la donna a immagine e somiglianza di Dio e poi Eva tratta dal fianco di Adamo. Straordinario è pure che negli stessi testi si parli per ben due volte della benedizione della fecondità, della benedizione di donare la vita. E per due volte si parla ancora dell’annunzio della fede a quei due esseri così differenti, l’uomo e la donna – infatti, in Genesi si parla subito del dono del sabato che permette all’uomo di ritrovare all’inizio di ogni settimana il suo rapporto con Dio e di Dio che parla con l’uomo, mentre nessun altra creatura è in grado né di bestemmiare né di lodare il Creatore. Tre cose una vicina all’altra: l’amore dell’uomo e della donna, i figli, la fede che deve essere trasmessa con il sabato.

Si potrebbe dire che la famiglia è antica quanto l’uomo: ognuno di noi deve la sua vita ad un’infinità di famiglie che lo hanno preceduto. Sarebbe bastata una coppia che non si fosse amata almeno per un istante e che non avesse avuto un bambino da quando esiste l’uomo ad oggi, ed ecco che noi non ci saremmo. In ogni cellula del nostro corpo c’è un DNA fatto da geni che vengono per metà da un uomo e per metà da una donna e a sua volta il DNA di quell’uomo e di quella donna vengono da un altro uomo e da un'altra donna e così via all’indietro, fino all’inizio della vita umana.

Noi preti confessiamo e siamo amici anche di tante persone omosessuali che ci dicono quello che talvolta non hanno il coraggio di gridare in piazza: “Io chiedo di essere rispettato, ma guai a chi equipara una mia relazione affettiva alla famiglia. Io so che c’è una grandissima differenza. Io so che è una famiglia fatta di un uomo e di una donna che mi ha dato la vita e questo è primario. E io voglio bene ai miei genitori. E so che sono state famiglie dopo famiglie che mi hanno portato ad avere la vita e così sempre sarà e deve essere”.

La famiglia poi non è un diritto, è un impegno, anche e soprattutto dal punto di vista civile: la famiglia non è composta solo da due persone - due innamorati non fanno una famiglia - ma da un uomo e da una donna che si impegnano a spendersi per il bene supremo dell'altro coniuge, dei figli e della famiglia stessa. La famiglia implica necessariamente i figli, non li prevede solo come una remota possibilità.

Ed ecco che questa realtà vecchia quanto l’uomo è anche la realtà più nuova: noi siamo nuovi, i genitori dei ragazzi dell’Iniziazione cristiana sono nuovi, i loro figli che fra solo una quindicina di anni nasceranno se Dio vorrà, saranno nuovi, saranno unici al mondo. Mai è esistito uno come me, uno come voi. E mai esisterà un altro come il figlio che nascerà fra una quindicina d’anni da quel ragazzo che quest’anno ha vissuto la tappa dell’Eucarestia o della Confermazione.

Si potrebbe dire che il secondo motivo per cui tutti amano la famiglia è perché vogliono trasmettere ciò che hanno ricevuto, vogliono che la vita non muoia con loro, vogliono che i loro figli diventino a loro volta capaci di dare la vita, di fare nuove famiglie. Si commuovono quando diventano nonni e vedono i figli dei loro figli.

Ecco perché gli uomini d’oggi sono interessati alla famiglia. Ecco perché spesso anche chi dolorosamente divorzia, spesso poi ri-crea una nuova “famiglia”: perché Dio ci ha fatti per l’amore e ci ha fatti per un amore fecondo capace di dare la vita.

Il papa ci ha detto ieri: «Il Signore vi ha scelti per amarvi e trasmettere la vita. Queste due cose sono la vocazione dei genitori».

Se parliamo di famiglia e di genitori, ne parliamo perché sappiamo che questo è ciò che attira l’uomo: è questo il discorso sempre nuovo, anche se forse non è quello più di moda. Perché la novità è ben diversa e più profonda delle news e dell’attualità.

Pensate anche a due episodi recenti: papa Francesco ha fatto qualche settimana fa una catechesi sul fidanzamento ed ha detto: «La Chiesa, nella sua saggezza, custodisce la distinzione tra l’essere fidanzati e l’essere sposi». Questa catechesi è stata ripresa in tantissimi modi da tante persone, perché nonostante tante apparenze, tutti sanno che esiste una differenza fra dire “ti amo”, come fa un fidanzato” e dire “ti amerò”, come fa una persona che si sposa.

Pensate anche alla curiosa notizia che il Comune di Parigi rimuoverà dal Pont des Arts 45 tonnellate di lucchetti, messi da amanti parigini a imitazione dei romani di Ponte Milvio, per dire che l’amore è per sempre ed è per una sola persona, come un lucchetto dice una sicurezza di qualcosa che non sarà violato.

2/ La Chiesa di Roma vuole porsi al servizio di questi uomini e queste donne

Noi cristiani di Roma vogliamo camminare insieme alle persone che si amano e che amano i loro figli.

Noi ci raduniamo in questo Convegno diocesano, come in tutti i nostri consigli pastorali parrocchiali e in tutte le nostre riunioni, perché sappiamo che sono i genitori ad avere bisogno del Vangelo. Ne hanno bisogno esattamente per la loro vita di amore e per il bene dei loro figli.

Noi non siamo come un azienda che si preoccupa di se stessa, dei suoi ricavati, dei suoi utili, delle statistiche che calcolano l’aumento o il decremento dei clienti in percentuale. Noi siamo la Chiesa del Signore che si preoccupa dei ragazzi e dei loro genitori perché sa che senza il Signore tutti loro sarebbero più tristi ed, in fondo, più cattivi.

In maniera non sempre pienamente consapevole - ma lo stesso reale come ci diceva la dott.ssa Manna - i genitori desiderano oggi che i loro figli vengano nelle nostre comunità perché sanno che è un’esperienza che farà loro bene, che li arricchirà, perché sanno che le parole del Signore danno speranza, infondono carità, invitano alla fiducia. Mi diceva per telefono che appare evidente dai dati che la percentuale di chi vive la Prima comunione come un’occasione di fare un regalo o di vestire un abito bianco è in diminuzione. Vogliono, spesso anche gli agnostici, che i figli “facciano la Comunione” perché quel percorso è una “esperienza importante”. Sanno di avere bisogno di quella esperienza, sanno che è educativamente utile.

Quando ascoltiamo i dati di una scarsa partecipazione dei genitori, dobbiamo contestualizzarli. Nessuno oggi partecipa più a niente, questo è il dramma nella sua globalità. Alle ultime elezioni regionali hanno votato meno della metà delle persone. I genitori non partecipano alla vita scolastica, se non ci sono lamentele da fare ai professori. Ed ecco che scegliere di invitare i genitori ad “appartenere” alla Chiesa è, da un lato, annunziare il vangelo, ma è anche mettere un  mattone sulla via del recupero della partecipazione alla vita pubblica e sociale, dove invece tutto è in crisi, partiti, sindacati, associazioni di volontariato, e così via.

3/ Siamo debitori del Vangelo alle famiglie: hanno bisogno del Dio di misericordia per camminare nell’amore

Dobbiamo crescere nella consapevolezza che le famiglie hanno bisogno di Dio. Forse uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo è la confusione, il non sapere bene dove andare, cosa è veramente bello, buono, vero. Se i genitori non hanno chiaro qual è la bellezza della vita, non possono trasmetterla ai loro figli. Dobbiamo commuoverci come Gesù si commosse quando vide tanta gente che gli sembrò “come pecore senza pastore”. La verità è che il nostro tempo è “disorientato”. Pensate che la parola “orientarsi”, che tante volte usiamo in relazione alle scelte scolastiche o universitarie dei nostri figli, vuol dire proprio “sapere dov’è l’oriente”, “dove è la luce”.

Spesso l’educazione diventa allora una cosa di modestissime prospettive, mentre si tace se sia bene che un bambino diventi poi padre, se è bene che si sposi, se è meglio essere atei o credenti, cristiani o di un'altra religione. Il politicamente corretto ha come emarginato tutte le cose belle e grandi dalla vita: non se ne parla più o si dice: “Deciderà lui”. Ai figli si dice sempre: “Boh, non lo so. Devi decidere tu”.

Papa Francesco in Evangelii Gaudium dice: «A volte perdiamo l’entusiasmo per la missione dimenticando che il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno. Non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni» (EG 265-266).

Ecco perché vogliamo annunziare Gesù ai genitori e non solo ai ragazzi: perché anche i grandi debbono poter trovare la felicità, la luce, l’orientamento. Innanzitutto per loro stessi, per essere felici, per vivere bene, per non pentirsi un giorno delle scelte fatte o del tempo sprecato.

Ma c’è un secondo motivo per il quale sentono di avere bisogno di Dio e della sua luce sulla vita. Perché sanno di essere guide, per guidare i loro figli. Non ci guida tanto la consapevolezza - pur vera - che senza il coinvolgimento dei genitori, il lavoro con i ragazzi diventa molto più difficile. Quello che ci spinge è proprio un amore ai genitori stessi, l’avvertire che la loro vita è preziosa e che essi, avendo donato la vita ai loro bambini, si sono comunque già incamminati su di una via di bene.

È molto significativo che i documenti recenti della Chiesa italiana utilizzano meno che in passato il termine “adulti”, mentre parlano sempre più di “genitori”, di “famiglie”, di “persone che hanno delle responsabilità pubbliche”. Il passaggio è molto bello. Perché si è adulti proprio perché non si è più preoccupati di se stessi, ma innanzitutto degli altri, della moglie, del marito, dei figli della famiglia, della società.

Chi non si spende per gli altri, in fondo, è ancora un bambino, un narcisista, un “adolescente prolungato”. Per un genitore è più importante il futuro che il presente. Dice: “posso anche affrontare oggi la fatica, la crisi, i rischi, purché nel futuro si giunga alla pace, purché il mondo in cui mio figlio diventerà grande sia migliore”. Chi invece vive per se stesso pensa: “Dopo la mia pensione o la mia morte tutto può pure crollare, basta che adesso non succeda niente di male”.

E chi è genitore deve sapere che ogni suo gesto educa, nel bene come nel male, anche se non lo volesse. Questo ci ha detto il papa con quell’espressione così semplice e vera che potremmo scegliere come una sintesi del suo discorso – lui stesso ce l’ha ripetuta alla fine: «Ricordatevi di quello che ha detto quel bambino: “Oggi ho visto papà e mamma baciarsi!”. Che bello!».

In fondo dividere adulti e ragazzi come se fossero due categorie e domandarsi da quale delle due partire è astratto e non ci aiuta. Gli adulti si sentono amati proprio quando si sentono aiutati a trasmettere la bellezza della vita l’un l’altro ed ai loro figli. I figli, dal canto loro, sentono che è importante il cammino della fede proposto dalla Chiesa quando avvertono che il Vangelo è così bello che i genitori lo vivono e lo annunziano.

4/ La silenziosa richiesta di una guida, di un cammino, che però non ci renda infantili

A questo proposito voglio sottolineare - è la quarta cosa su cui voglio soffermarmi - che gli adulti di oggi chiedono una guida, chiedono di essere accompagnati sostenuti, chiedono di essere incoraggiati e talvolta anche consolati nella fatica del cammino.

Questo lo dice – ci diceva la dott.ssa Manna – innanzitutto l’amore che il popolo di Dio porta a Papa Francesco e che abbiamo sperimentato anche ieri. Tanti stanno riscoprendo grazie alla sua autorevolezza che la fede non è qualcosa di disincarnato, ma diventa vera proprio quando Dio prende carne, donandoci qualcuno che ci aiuti a camminare, a pensare, a pregare, ad amarci, a servire i poveri.

Ma lo dicono anche i rilievi della dott.ssa Manna sul desiderio espresso dagli intervistati che le comunità cristiane nel territorio diventino punti di riferimenti, che aiutino a pensare, a proporre una visione culturale del mondo.

Non possiamo esser sordi a questa richiesta. Le famiglie non ci dicono: “lasciateci fare come vogliamo”, ma ci dicono piuttosto: “Aiutateci, aiutateci a capire, perché siamo in difficoltà”.

Certo non chiedono di esser “imboccate” come dei bambini. Anzi tutto ciò che è infantilismo nella catechesi non va bene. Non va bene per i ragazzi che a volte sono trattati come se fossero degli stupidi che non capiscono niente, che non sanno niente di scienza, di evoluzione di Darwin, di problemi esistenziali e sociali, ecc. ecc. Ma non va nemmeno bene per i genitori che capiscono subito quando una comunità è un punto di riferimento serio perché conserva la chiarezza sulle questioni decisive della vita e della fede ed aiuta tutti a confrontarsi con esse.

Una proposta “molle” di catechesi sarebbe assolutamente inutile e non sarebbe apprezzata.

I genitori emergono, si coinvolgono, si avvicinano alla fede, quando avvertono la serietà di un cammino pure gioioso, quando comprendono che nella Chiesa ci sono le risposte a quelle domande che li attanagliano, quando capiscono che lì c’è qualcosa che vale.

Spesso la catechesi si è ridotta ad attività, come colorare, recitare, fare collage, imparare metodi, invece le domande di grandi e bambini sono su grandi temi della fede: solo quelli conquistano i cuori. Gesù non metteva gli apostoli a colorare, piuttosto insegnava le beatitudini, la preghiera, la sequela, la carità, il giudizio, l’eucarestia, parlava di ciò che conduce alla vita e di ciò che fa morire, parlava sempre del rischio che si possa diventare infelici senza il Padre e della via della felicità: “beati, beati, beati voi se…”

Nel dialogo con i genitori e nella catechesi con i figli si tratta di alzare l’asticella, non di abbassarla ulteriormente!

Importante è anche rendersi conto sulla stessa linea come l’analisi del CENSIS ci mostri che ormai le persone ignorano quasi totalmente i principali contenuti della fede, tanto l’annunzio che hanno ricevuto negli ultimi decenni è stato frammentario, forse anche a seguito di teorie pedagogiche che hanno guidato l’insegnamento in Europa negli ultimi decenni e che ora sono, finalmente, in fase di revisione.

Anche la nostra catechesi, talvolta, ha talmente dimenticato di soffermarsi sui contenuti principali della fede che non appena qualcuno torna a parlare di creazione, di peccato, di vizi e virtù, di Dio e della di grandezza dell’uomo ad immagine di Dio, di comandamenti fatti per la felicità dell’uomo, subito la gente accorre ad ascoltare. Così come è evidente che non appena una liturgia è ben celebrata tanti si riavvicinano alla fede e ringraziano Dio di quel dono.

È come se tanti ci chiedessero di ritrovare il coraggio – e le giuste modalità – per parlare delle grandi realtà della fede e delle scelte morali, mostrando quanto esse siano belle e attraenti. Non è più vero che oggi la catechesi è troppo dottrinale: è vero piuttosto che nessuno presenta più i grandi temi della fede in maniera da farne cogliere la bellezza, la vitalità, in maniera da trafiggere i cuori su di essi. I “contenuti” sono scomparsi dalla catechesi e dal rapporto con i genitori: invece debbono rientrare, ma in maniera viva e vitale, con un linguaggio che ne mostri l’aspetto esistenziale.

5/ Le spine, oltre che le rose, e le conversioni pastorali che ci attendono

Insomma è come, al di là delle apparenze, questo fosse un tempo molto bello, molto favorevole, dove si attende la proposta nostra, dove la proposta della Chiesa è attesa.

Ma ecco che dinanzi a questo compito così esaltante e necessario che ci attende dobbiamo riconoscere che non tutto va bene. Con le rose, ecco che dobbiamo parlare anche delle spine.

Per questo Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha più volte utilizzato l’espressione “conversione pastorale”– si veda, ad esempio, EG 25 che si intitola “pastorale in conversione”, ma tutto il documento e tutto il magistero del papa sono un invito a convertire la nostra pastorale, uscendo incontro a chi ha bisogno di Dio - ad indicare che siamo noi i primi a doverci sempre di nuovo convertire, ad indicare che è la Chiesa tutta ad essere sempre in conversione per poter testimoniare al mondo con il suo cambiamento di vita la presenza del Signore e della sua gioia in mezzo a noi.

Voglio indicare qui alcune ipotesi di lavoro, che richiedono una conversione ed un impegno nuovi. Le proposte cui accennerò nascono non solo dall’esperienza di parroco e da tanti incontri con voi nelle diverse parrocchie, ma soprattutto dagli scambi di idee vissuti nella preparazione al Convegno, con il Cardinale, con il Consiglio dei Prefetti, con tanti amici preti, suore e laici. Non sono assolutamente esaustive, vogliono essere solo un contributo concreto per mostrare che esistono vie possibili. Le cose che dirò saranno già pane quotidiano per molti, ma condividerle insieme è molto importante. Pensate cosa vorrebbe dire se una famiglia comprendesse che quello che le viene donato nella sua parrocchia, viene donato in maniera altrettanto generosa in ogni comunità della nostra stessa diocesi!

Sono comunque un contributo insieme ai tantissimi contributi che voi stessi offrirete domani nei Laboratori.

A/ Un rapporto personale con tutti che renda possibile nel tempo l’“amicizia”

Noi siamo felici quando siamo trattati non come numeri, ma come persone conosciute con il nostro nome, con la nostra storia, con la nostra vita. Uno dei drammi di una grande città come Roma è proprio quella della burocratizzazione di ogni rapporto, in particolare per le questioni amministrative, per cui fatichiamo a venir considerati come persone. Anche Internet tende a farci vivere rapporti virtuali, per i quali possiamo pensare che aver mandato ad uno un “mi piace” su FB o avergli inviato una mail, ce lo rende più vicino.

Ebbene nel rapporto con i genitori niente vale quanto l’affetto personale. Uso apposta questa parola del gergo “affettivo”. Se il Vangelo è misericordia, si tratta di voler bene, di affezionarsi, di diventare intimi, di “addomesticarsi” l’un l’altro – direbbe il Piccolo principe.

Papa Francesco pochi giorni fa, parlando di San Filippo Neri nel cinquecentenario della nascita, citava le fonti antiche su di lui: «San Filippo Neri si accostava alla spicciolata ora a questo, ora a quello e tutti divenivano presto suoi amici». Tutti riconosciamo in questo tratto anche la testimonianza di tanti parroci romani che sono stati nostri maestri – ripenso a don Tonino, il mio parroco di quand’ero ragazzo, ma lo stesso posso dire dei vice-parroci che mi formarono allora. Ogni viso era conosciuto, ogni incontro era un’occasione, ogni gioia o lutto un momento di famiglia.

Come un catechista che non conoscesse i nomi dei suoi ragazzi sarebbe un disastro, oggi dobbiamo dire lo stesso di un catechista che non conoscesse i “nomi” dei genitori di quel ragazzo: questa è la conversione che ci attende.

I nostri “santi”, sugli altari o meno, ci ricordano innanzitutto che noi siamo manchevoli se non viviamo questo rapporto personale e non ci spendiamo totalmente per i genitori dei nostri ragazzi. Si tratta di “esserci” semplicemente: non è una tattica, è la verità dell’affetto che passa da cuore a cuore e che nessun incontro comunitario potrà mai sostituire. Nessuno riesce ad ingannarci: noi capiamo subito se l’amore proclamato di qualcuno per noi è autentico o se per quella persona siamo solo uno dei tanti.

Pensate anche, in questa prospettiva, all’importanza di esperienze come una due giorni fuori con i genitori, ad un pellegrinaggio a piedi, ad un campo estivo. L’anno scorso dicevamo che una due giorni fuori Roma con i bambini vale quanto un anno di catechesi, oggi lo stesso diciamo del rapporto con i genitori. Non dovrebbe passare anno senza che abbiano una possibilità di stare con noi non solo a parlare, ma anche a camminare, giocare, mangiare insieme, diventare “più vicini”.

Come possiamo crescere allora in questo? Come i catechisti stessi possono avvicinarsi ai genitori dei ragazzi approfondendo l’affetto, la conoscenza, il dialogo?

B/ La domenica, giorno del riposo che ricrea e della famiglia

Un secondo punto che vorrei sottolineare è il grande dono della Domenica che Dio ha fatto al mondo. Il cuore di questo incontro con i genitori è la domenica: lì sta o cade tutto.

Quando ero parroco mi rendevo conto che le due obiezioni che i genitori avevano nel coinvolgersi nel Giorno del Signore erano: “Don Andrea, la settimana mi distrugge con i suoi ritmi, mi lasci almeno in pace la domenica e mi lasci riposare” e ancora “Don Andrea, durante la settimana non sto mai con la mia famiglia, non ho tempo per parlare con mia moglie e con i miei figli, mi lasci almeno la domenica per farlo”. Io rispondevo loro: “ Ti capisco benissimo ed hai ragione. Io aggiungo però che se tu non verrai a Messa con loro, tu non ti riposerai e non starai in famiglia! La Domenica serve esattamente per ciò di cui tu hai bisogno!”.

Vedete, noi dobbiamo recuperare il valore della domenica. Le famiglie vivono domenica molto stressanti, andando ai centri commerciali o perdendo tempo ognuno individualmente con i suoi smartphone. Dobbiamo mostrare loro che a messa si entra stanchi e si esce ristorati, ricreati, dobbiamo mostrare che la messa aiuta a parlarsi fra marito e mogie, aiuta a fare la pace, aiuta a testimoniare la fede ed ogni cosa buona ai figli, aiuta a stare insieme.

Eppure, a volte, la Messa viene proposta come un obbligo oltre alla riunione, obbligo che termina con il mese di maggio. Cosa possiamo fare perché l’anno liturgico sia la colonna portante di una proposta ai genitori che li ricrea e li aiuta a stare insieme?

Questo è il punto determinante di un rinnovamento della catechesi in stile catecumenale. I catecumeni vivevano l’esperienza della liturgia ogni domenica. Certo non partecipavano ancora alla preghiera eucaristica, ma erano lì con gli altri. Pensiamo anche alla testimonianza del cammino neo-catecumenale: non c’è cammino senza eucarestia domenicale, anche per chi è peccatore! Senza la centralità della domenica, di ogni domenica, non si da alcuno stile catecumenale.

Senza la domenica insieme, mai una proposta ai genitori diverrà una vera esperienza ed una esperienza ecclesiale. La messa, invece, se celebrata come il Signore vuole, li attira, piace loro, li aiuta, li rasserena, li nutre, li converte.

Solo per fare qualche esempio, dato che siamo a giugno: non sarebbe possibile spostare la messa animata dalle famiglie dell’Iniziazione cristiana d’estate alle 19.00 la sera, in maniera da continuare ad incontrarsi anche d’estate? Non potrebbe essere la messa domenicale della sera parte costitutiva del GREST e degli oratori estivi? La prof.ssa Manna ci diceva che i cammini di catechesi finiscono a maggio ed, infatti, noi facciamo la festa di fine anno catechistico: ma l’estate non fa parte dell’anno catechistico?

Ma, per guardare indietro e sempre a mo’ di esempio, non potrebbe un’attenzione maggiore all’anno liturgico far sì che la catechesi diventi un’esperienza proprio per genitori? Penso, solo per fare due esempi, al Giovedì Santo nella notte ed al Mercoledì delle Ceneri: ritrovarsi tutti insieme nella notte il Giovedì Santo, genitori e figli, anche solo per 10 minuti, o vivere in famiglia tutti il digiuno, impegnandosi alla carità, all’inizio della Quaresima non aiuterebbe ogni genitore a vivere più profondamente il tempo con lo sguardo di Dio?

L’anno liturgico è maestro di vita: lì troviamo il silenzio e la carità, il canto e la festa, Maria e i santi, e tutti i “misteri” del Signore!

E le riunioni con i genitori non potrebbero essere sempre di domenica mattina, al termine della messa, in maniera da venire incontro alle loro esigenze, come suggeriva il Convegno dell’anno scorso?

C/ La proposta di un itinerario per i genitori

Se vogliamo crescere nell’attenzione ai genitori, nel desiderio di coinvolgerli, sarà bella e necessaria un’altra scelta. Affiancare al cammino dei bambini anche la proposta di un itinerario per genitori. Nei Laboratori si potrà discutere delle tante tipologie possibili – un cammino parallelo a quello dei figli, una scuola per genitori, un percorso di annunzio della fede – ma certo un itinerario con poro e per loro è una via maestra. Non si tratta tanto di un obbligo da imporre, quanto di una proposta in cui credere con tanta passione da parte della comunità, investendovi forze e creatività. I genitori sono spesso disponibili ad incontrarsi dopo la messa domenicale, con un calendario pre-fissato e con temi già stabiliti, ad inizio anno, mentre i figli possono fare altre attività in oratorio con i catechisti.

Spesso sono loro a dirci: nella società non c’è una scuola per noi genitori, dopo i primi mesi del pediatra e nessuno ci aiuta ad esserlo, ci fa riflettere, ci dona contributi.

Non si tratterebbe tanto di riunioni nelle quali spiegare loro le modalità del cammino dei figli, ma piuttosto di momenti formativi e di fraternità che li aiutino a crescere insieme proprio sui temi importanti per loro: l’essere genitori, il rapporto fra regole e libertà in famiglia, l’educazione agli affetti, il cristianesimo e il dialogo con le altre religioni. Io credo che i genitori percepiscano subito quando abbiamo qualcosa di bello e di importante da dire loro sulla vita. Lo ripeto: non si tratta di imporre qualcosa a tutti, ma di proporre qualcosa di molto bello in un orario che sia confacente alle loro necessità, come la domenica mattina.

[Lo vediamo bene: i genitori ci chiedono questo! Non appena si offre loro un’occasione di riflettere sulle regole in famiglia, sull’educazione all’uso di Internet perché i ragazzi non vivano in un mondo virtuale – aumentano i segnali di allarme di esperti sul rischio che la virtualità alieni da zone sempre più ampie del reale - e perché si accorgano che Internet non è democratico, non appena li si aiuta ad accompagnare i ragazzi quando entrano nella fase turbolenta dell’adolescenza o quando le questioni della sessualità divengono esplosive, si vede che i genitori attendono un aiuto]

L’anno scorso il Cardinale Vicario ci aveva detto: «Qualsiasi attività offerta alle famiglie non deve essere misurata sui tempi dell’Iniziazione dei figli, ma piuttosto nella visione di una semina, che sfugge ad ogni determinazione temporale e la cui efficacia dipenderà dalla capacità di farla percepire come un piacere da concedersi, e poi fiducia nell’opera dello Spirito Santo. Il Vangelo entra nei cuori per attrazione, non per dovere e secondo le scadenze di un calendario. Mi domando: non è forse il caso di mettere a tema una seria pastorale degli adulti?». Con i lavori di questo Convegno e con le proposte che nasceranno vogliamo rispondere a questo suo invito.

L’anno scorso si sono aperti 16 itinerari di formazione dei catechisti nelle diverse prefetture. Sarebbe opportuno che nel II anno di queste scuole e nelle scuole che apriranno nelle prefetture che ancora non sono partite uno specifico stage di formazione riguardi proprio i catechisti e gli itinerari per i genitori dell’Iniziazione cristiana.

Potrebbe essere utile anche preparare dei video per i genitori o far girare dei video già esistenti, come quelli che abbiamo già preparato sul sito www.catechistiroma.it e che sono disponibili sul Canale Youtube Catechistiroma con anche alcune playlist per temi di video presi in giro dal web?

D/ La proposta gioiosa della fede, della sua necessità, della sua bellezza

I genitori amano certamente che li si aiuti ad essere genitori, ad orientarsi nel mondo in cui viviamo, ma a loro noi siamo debitori soprattutto della stessa fede. Guai a noi se non annunziamo loro la fede! Non possiamo lasciare niente di intentato in questo.

Faccio anche qui un esempio della mia esperienza. Quando incontravo i genitori per la prima volta, avevo imparato che era bene da un lato spiazzarli, non dire loro quello che si aspettavano. E che, d’altro lato era bene dire loro subito ciò che era essenziale, ciò che era più bello, ciò che forniva il perché delle cose.

Parlavo loro al primo incontro del bisogno di Dio. Gli dicevo: “Non voglio oggi parlarvi del fatto che dovrete portare i vostri bambini a Messa tutte le domeniche, perché se siete intelligenti – e lo siete – lo sapete già: che senso avrebbe prepararsi alla Comunione, senza andare a Messa? Quello che voglio dirvi è un’altra cosa: voi avete portato qui i vostri figli, perché sapete, anche se talvolta non chiaramente, che senza Dio si diventa più tristi e più cattivi. Noi abbiamo bisogno di una speranza, di una misericordia, più grandi. Perché i vostri figli pregano per voi? Perché sanno che c’è un Padre più grande dei loro genitori e che i padri in terra non basterebbero per essere felici! E perché non basta studiare la scienza, ma servono la morale e la fede? Perché la scienza non ci dice come diventare felici, qual è la nostra vocazione, se la vita ha un senso”.

Ecco, come e quando, annunziare ogni volta di nuovo la fede nell’itinerario dei genitori a fianco dei figli?

Possiamo proporre loro itinerari per la riscoperta della fede, come il Cammino neocatecumenale, i Dieci Comandamenti, gli itinerari dell’Azione Cattolica o delle Équipes Notre Dame, ma anche cammini pensati in parrocchia o nei palazzi, adatti alle esigenze di quel quartiere e di quelle persone.

Dobbiamo forse proporre itinerari di grande impegno, ma anche itinerari semplici, adatti a tutti, con quello stile popolare a cui ci invita Papa Francesco. Itinerari cadenzati una volta al mese o nei grandi tempi liturgici.

E/ Guardare il mondo con gli occhi dei piccoli

Un altro ambito di proposte importantissimo viene dalle esigenze della carità. Educare alla fede è anche educare alla carità. Quindi, si tratta di coinvolgere i genitori a scoprire la carità, a scoprire che nei poveri si nasconde Gesù.

Mentre educhiamo i ragazzi - alla sobrietà, a non essere viziati, a donarsi per il compagno in difficoltà, a rinunciare ai propri desideri per mettere da parte doni per i più poveri, a scoprire la bontà delle missioni cristiana nel mondo che vincono la povertà convertendo a Cristo e rendendo così le persone più capaci di costruire in maniera diversa il mondo, ad accogliere gli immigrati anche grazie alle cappellanie dei migrati ed alla collaborazione con loro - non possiamo trascurare i genitori.

Anche per loro la scoperta dei “piccoli”, dei poveri, è la scoperta di un modo diverso di vivere la vita, di dare diverso peso alle cose, di concentrarsi cu ciò che vale, di imparare che non c’è gioia senza condivisione, di riscoprire che la coscienza obbliga alla carità, di riscoprire che la carità è annunzio del Vangelo.

Vorrei solo riprendere un’esperienza vissuta da alcune parrocchie nell’anno pastorale passato, per domandare se iniziative come questa possano divenire impegno di tutti nell’anno prossimo. Su richiesta della Caritas si è pensato di proporre in Quaresima alle famiglie di recarsi dinanzi ai supermercati del quartiere per la raccolta alimentare a favore delle Caritas. A volte queste iniziative sono proposte solo a chi è già operatore della Caritas, invece la Caritas ha il compito di animare la comunità perché tutti crescano nella carità. Alcune parrocchie hanno raccontato che tutti, genitori, nonni e bambini ed anche ragazzi adolescenti della Cresima, sono andati a chiedere dinanzi ai supermercati il cibo perché fosse poi distribuito dalla Caritas. Ed alla fine è stata un’esperienza molto arricchente.

Sarebbe possibile che iniziative come questa potessero coinvolgere le famiglie di tutta la diocesi? E quali iniziative di carità e di educazione al servizio possono essere proposte alle famiglie dell’Iniziazione cristiana e non solo agli operatori che già da molti anni vivono questa dimensione?

Fra l’altro, diverse sono le sensibilità delle persone e tanti i linguaggi della fede. Proprio l’esperienza ci dimostra che mentre per alcuni genitori un riavvicinamento alla Chiesa inizierà da una riunione o da un approfondimento biblico, altri si avvicineranno invece perché coinvolti in un’attività di servizio, in un lavoro fatto con le proprie mani a servizio degli altri o dell’oratorio.

Sento forte il desiderio di condividere qui con voi anche il grido silenzioso delle famiglie con bambini disabili. Con d. Luigi D’Errico che è referente per il tema della catechesi con persone disabili, ci confrontiamo spesso sul fatto che nelle nostre comunità non ci sono tanti ragazzi disabili che ricevono la Comunione e la Cresima. Se partecipiamo ad una messa delle 10.00 domenicale, dove sono? Si vedono, ci sono, sono presenti? Perché spesso non sono con noi, per la loro gioia e per la nostra? Che belle quelle comunità dove genitori con figli disabili sono una ricchezza per tutti e l’incontro si cementa nella comune partecipazione alla domenica ed è assolutamente ordinario essere a messa tutti insieme.

Pensiamo anche a quanto l’incontro di genitori di recente immigrazione con genitori che sono da sempre in Italia all’interno dello stesso cammino di Iniziazione cristiana possa aiutare a superare tanti pregiudizi ed essere fecondo per una piena integrazione. Non abbiamo bisogno di nuovi ghetti, ma di spazi di scambio vero in cui si comunichino liberamente le tradizioni di diversi paesi. Mi hanno raccontato di parrocchie dove il chiamare a testimoniare genitori filippini, sudamericani cinesi, o di altre nazionalità, o cristiani di Baghdad o della Siria, ha aiutato tantissimo i genitori dell’Iniziazione cristiana che ascoltavano la loro testimonianza.

Papa Francesco ci ricordava nell’Evangelii Gaudium (EG 200) che le famiglie povere che bussano alle porte dell’occidente hanno bisogno di Dio, hanno bisogno dell’annuncio del Vangelo. Da arcivescovo di Buenos Aires aveva detto più volte che le famiglie povere sono un antidoto potente alla secolarizzazione!

F/ I genitori protagonisti insieme ai ragazzi in oratorio

Un altro ambito di proposte è quello dell’oratorio. Talvolta la mancanza di persone disponibili o scelte pregresse, hanno fatto sì purtroppo che gli spazi parrocchiali vengano appaltati a gruppi esterni, siano essi sportivi o teatrali, così come palestre e così via.

Il coinvolgimento progressivo dei genitori, a partire dalle famiglie con bambini piccoli che hanno bisogno di spazi di verde, mostra invece possibilità diverse. Dove l’oratorio è saldamente in mano alla parrocchia, ecco che esso diventa un luogo di educazione, dove genitori e ragazzi possono crescere insieme. Straordinaria è l’esperienza dei GREST, degli ORES, ecc., di tante parrocchie: in queste esperienze estive crescono insieme i ragazzi che sono già Confermati e che scoprono il servizio, i bambini dell’Iniziazione cristiana e tanti nonni e genitori che si mettono a disposizione. Come far sì che queste esperienze coinvolgano sempre più i genitori ed i nonni? Come far sì che divengano sempre più esperienze di fede, mettendo al centro l’Eucarestia domenicale, come si diceva in precedenza?

Un parroco mi raccontava che quando si è accorto che i papà partecipavano meno delle mamme – come diceva anche la prof.ssa Manna – ha chiesto ai papà di diventare Orsi di San Corb iniano (un orso aiutò San Corbiniano a giungere in pellegrinaggio a Roma). Spesso i papà si avvicinano prima con un lavoro concreto, con la costruzione di qualcosa in oratorio, e solo poi giungono ad una lectio divina o ad una riunione sul magistero della Chiesa, a differenza delle donne!

G/ Aiutare i genitori a scoprire che la fede si fa cultura e che la cultura è aperta alla fede

Vorrei infine sottolineare un settimo ambito di proposte di cui i genitori hanno sicuramente bisogno, quello della riscoperta del loro ruolo culturale e laicale. La cultura moderna talvolta spinge i genitori a ritenere che la fede sia da deprezzare, perché non ha dignità culturale. Papa Francesco, invece, in Evangelii Gaudium, ricorda che la bellezza delle fede si manifesta proprio nella sua capacità di promuovere una diversa visione della vita: l’annunzio si impoverirebbe se non si parlasse delle dimensioni pubbliche e sociali che esso comporta.

Il Papa stesso ha detto recentemente che dobbiamo riscoprire i Promessi sposi perché spiegano ai nostri ragazzi che cosa è il fidanzamento. Alcune esperienze romane recenti, come i Cinque Passi della Chiesa Nuova o come gli incontri con il prof. Nembrini su Dante e sull’educazione che hanno visto la partecipazione di tante persone e di tanti orientamenti diversi, così come tante esperienze di tante parrocchie, ci indicano che possiamo crescere nel proporre ai genitori anche una maturazione culturale, perché possano, fra l’altro, accompagnare meglio i figli nel percorso scolastico.

Pensiamo anche ai Dialoghi in cattedrale o alle Letture teologiche organizzate da mons. Leuzzi e dalla pastorale universitaria. Queste iniziative sono diventate dei veri e propri percorsi di annunzio e di approfondimento della fede – si pensi alla Divina Commedia come itinerario di riscoperta del dramma della vita e della presenza di Dio che salva. Si pensi anche ad itinerari di pellegrinaggio ed arte e fede che diverse parrocchie propongono a tanti e che potrebbero essere rivolti specificamente ai genitori dell’Iniziazione cristiana.

La dott.ssa Manna ci ricordava che c’è desiderio ed, anzi, richiesta esplicita di questo. Ed il Cardinale ci diceva proprio qualche minuto fa che quando pensiamo agi genitori, agli adulti, dobbiamo domandarci se li stiamo aiutando ed educando a vivere la loro responsabilità laicale, ad andare a Dio con il mondo in cui vivono.

Quali proposte è possibile ipotizzare di modo che, almeno in ogni prefettura, ci sia qualcosa che stimola i genitori alla riscoperta del loro ruolo culturale e li coinvolga in questa direzione?

Conclusione

Voglio concludere con una parola sulla gioia. G.K. Chesterton scrive di un suo personaggio, in cui non è difficile intravedere sua moglie: «Il suo silenzio era un applauso ininterrotto».

Un applauso ininterrotto alla meraviglia della vita, perché tutto riceviamo senza merito, dalla vita alla Nutella, dal Battesimo all’estate che si avvicina. Voler camminare insieme alle famiglie, voler condividere con loro il Vangelo, ha senso perché abbiamo capito la bellezza della vita. I nostri silenzi e le nostre parole sono un applauso ininterrotto, nascono dalla gioia di chi dice: vieni anche tu, ne vale la pena, ti trasmettiamo la fede, perché l’abbiamo ricevuta e non abbiamo parole per dire perché proprio a noi sia capitata una cosa così grande. E la gioia di vivere e di essere cristiani dei genitori sarà quell’appaluso che conquista i loro figli.