Primo incontro? Con i demòni, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /11 /2009 - 16:04 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito l'articolo scritto da Andrea Lonardo il 6/11/2009 per la rubrica In cammino verso Gesù del sito Romasette di Avvenire.

Il Centro culturale Gli scritti (7/11/2009)

«Nel NT non esiste la preoccupazione di fornire un libro – o almeno alcune pagine – sul demonio, né di spiegare con una definizione esaustiva chi egli sia. Ciononostante, tutti gli scritti neotestamentari dicono qualcosa su come, attraverso Gesù Cristo, l’uomo è liberato dal demonio».

Così afferma acutamente mons. Manicardi in una recente pubblicazione sul “mistero del male” e prosegue affermando che ciò che del maligno «si intravede è la sua sconfitta».

Questa è la straordinaria prospettiva evidenziata dai vangeli: Gesù “incontra” il male per uscirne vincitore, per manifestare che esso non ha lo statuto di Dio, bensì che il Signore, per la sua misericordia ed onnipotenza, ne è più forte, non lo teme e lo scaccia via.

È così immediatamente evidente che la proposta evangelica si differenzia da qualsiasi dualismo, da qualsiasi sistema filosofico o religioso – si pensi al manicheismo - che nei secoli ha contrapposto il bene ed il male vedendoli come principi coeterni di pari potenza.

Si percepisce, già solo da questo primo dato, perché sia liberante la proposta cristiana: essa si misura certamente con la realtà del male, ma la affronta nella prospettiva di Dio. L’incontro di Gesù con i demòni non vuole atterrire, bensì far esultare di gioia, perché dove egli giunge, il male batte in ritirata sconfitto.

I vangeli raccontano di sette esorcismi compiuti da Gesù, ma, più profondamente ancora, pongono la sua missione nella prospettiva di uno scontro vittorioso con il male fin dal principio della sua manifestazione pubblica - al momento delle tentazioni nel deserto - e poi, nel suo culmine, quando nell’ultima cena egli offre se stesso anticipando la sua donazione sulla croce.

Lo scontro con il Maligno è testimoniato dal vangelo più antico, quello di Marco, così come dalla fonte Q (con questa lettera gli studiosi si riferiscono ad una raccolta di detti del Signore, designata con il termine moderno di “Quelle”, in tedesco “fonte”, da cui l’abbreviazione Q, che probabilmente Matteo e Luca hanno utilizzato nella redazione dei loro vangeli) dagli altri sinottici, così come da Giovanni.

In particolare Marco individua - immediatamente dopo la chiamata dei primi discepoli - nella liberazione nella sinagoga di Cafarnao di un uomo “posseduto da uno spirito immondo” un primo segno della potenza e missione del Cristo; similmente, anche l’ingresso di Gesù nella Decapoli (la regione confinante con la Galilea che comprendeva dieci città parzialmente abitata da pagani) e la sua entrata nei territori pienamente ellenistici di Tiro e di Sidone sono contrassegnati da esorcismi, a segnalare che il Signore è venuto a scacciare il male in ogni luogo.

L’importanza degli esorcismi passa, però, in secondo piano dinanzi ad un dato evangelico ben più significativo: Gesù scaccia il male radicalmente e definitivamente nell’offerta di sé che egli compie al Padre, nel sacrificio di amore della croce. Come scrive l’evangelista Luca: dopo le tentazioni nel deserto «il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato» (Lc 4,13), quel momento che è esattamente il gran giorno della Pasqua del Signore. Afferma ancora mons. Manicardi: «È nella sua morte che Gesù celebra la vittoria, è qui che satana è sconfitto».

Per meglio comprendere il discorso evangelico sul male che stiamo cercando di presentare, è illuminante richiamare le riflessione degli allora professori W. Kasper e J. Ratzinger. Il primo scrisse: «il diavolo è una non-figura che si dissolve in qualcosa di anonimo e senza volto, un essere che si perverte nel non-essere: è persona nel modo della non-persona». Questo passaggio del teologo tedesco rimanda, a sua volta, ad una riflessione di J. Ratzinger che aveva precedentemente affermato: «quando si chiede se il diavolo sia una persona, si dovrebbe giustamente rispondere che egli è la non-persona, la disgregazione, la dissoluzione dell'essere persona e perciò costituisce la sua peculiarità il fatto di presentarsi senza faccia, il fatto che l'inconoscibilità sia la sua forza vera e propria. In ogni caso rimane vero che questo rapporto è una potenza reale, meglio, una raccolta di potenze e non una pura somma di io umani».

Il Maligno è, cioè, certamente un essere personale, qualcuno che liberamente cerca il male dell’uomo. Ma qual è il suo modo di essere persona? Cosa significa che egli è persona nella “forma della non-persona”? Poiché essere persone vuol dire, precisamente, avere delle relazioni, voler bene, identificarsi come amanti che si donano, il diavolo è proprio colui che a nessuno vuole bene, colui che tutti cerca, senza amare nessuno. È persona che ha rinnegato ciò che costituisce precisamente l’essere persona: l’amore.

Questo è evidente nell’incontro di Gesù con i dèmoni; essi imprigionano l’uomo, essi cercano di impedire di vivere e di amare, essi cercano gli uomini senza mai amarli. Proprio dinanzi a loro risplende la missione di Cristo che libera l’uomo da queste catene, restituendolo a Dio ed ai fratelli.

Così i dèmoni sanno bene che Gesù è il Figlio di Dio (cfr. ad esempio, Mc 1,24), ma non lo amano e non vogliono servirlo, proprio come afferma la lettera di Giacomo: «Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!» (Gc 2,19).

Dante, con un’immagine potentissima, ha descritto la condizione del Maligno attraverso il mare di ghiaccio nel quale egli è avvolto (e non si dimentichi che C. S. Lewis, ne Le cronache di Narnia, ha ripreso la stessa immagine). Più che il fuoco, per Dante è il gelo del freddo a rappresentare un cuore che non ama, che non prova alcun calore, che non cerca il bene e l’affezione. Il sommo poeta, nel XXXIV canto dell’Inferno, ha scolpito l’eterna tristezza del male, rappresentandolo con tre paia d’ali: «e quelle svolazzava, / sì che tre venti si movean da ello: / quindi Cocito tutto s’aggelava» (Inferno, XXXIV, vv. 50-52).

Il Cristo, invece, restituisce all’uomo ogni relazione, lo riporta alla pienezza della sua umanità, aprendolo alla fede ed alla carità che anima ogni relazione veramente “personale”, rivelando all’uomo, cioè, la sua natura di “persona”.

La teologia di Agostino approfondirà il “mistero”, affermando con forza che il “male” non è né originario, né creato da Dio, che tutto ha fatto buono: il male è piuttosto l’assenza del bene, anzi, ancor più profondamente, il rifiuto del bene che volta le spalle al Creatore. La grazia di Cristo è il dono divino che non solo restituisce l’uomo a Dio, ma anzi lo eleva e lo divinizza, facendolo entrare nella comunione della Trinità.