Franco Nembrini parla del manifesto realizzato da Gabriele Dall’Otto per l’edizione 2014 di Lucca Comics & Games

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /07 /2015 - 22:23 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un brano di un’intervista a Franco Nembrini di Alex Pac-Man pubblicata sul sito Cattonerd il 17/11/2014. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri testi e file audio di Franco Nembrini, vedi la sotto-sezione Educazione nella sezione Catechesi, scuola e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (19/7/2015)

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[…]

Questa per me è la fotografia di che cos’è l’educazione. Perché c’è tutto, tutto quel che serve per poter dire che cos’è l’educazione.

Questo bambino si ritrova davanti al mondo che gli toccherà vivere, che è il suo, perché se vi ricordate della foto intera ha quella specie di labirinto che, vedete, è racchiuso dal disegno precisissimo della cinta muraria di Lucca. Cioè, stiamo parlando di una città molto precisa. E ciascuno si immagini la sua: io Bergamo e voi la vostra.

Questo bambino di Lucca guarda la sua città, ma la sua città ha queste due caratteristiche: è un labirinto incomprensibile, dove tutto sembra essere morto: non c’è luce, non c’è vita. Perfino la tradizione cristiana, che da duemila anni ha fatto la nostra storia, rappresentata dall’arcangelo (di pietra ndr.) a destra, protettore della città, Michele, è spento, è morto esattamente come tutto il resto. Nemmeno la tradizione cristiana è in grado di dire qualcosa di nuovo, di grande, ai nostri figli.

In questa situazione, che sembrerebbe disperata, Gabriele che cosa ti disegna? Ti disegna un bambino il cui viso è illuminato da una luce che entra dal buco della serratura. Voi dovete sapere che uno dei miei cavalli di battaglia è una poesia che si chiama “I due orfani”, di Giovanni Pascoli. Una poesia che a me è sempre sembrata la fotografia della condizione dei nostri figli oggi, che sono orfani. Ma non orfani perché non hanno il papà o non hanno la mamma, o alcune volte sì. Sono orfani di speranza. Orfani di una certezza buona sulla vita. Allora questo bambino che da sé sarebbe spaventato e impossibilitato ad entrare dentro la realtà, invece è tutto illuminato dalla luce che viene dalla serratura. In quella poesia, nei due versi finali Pascoli dice che questi due orfani, questi due fratelli che si parlano nella notte, a cui è morta la mamma, quindi son soli; e c’è questa immagine strepitosa in cui uno dei due dice:

«…Ricordi, quando per la serratura veniva lume?» «Ed ora il lume è spento.» «Anche a que’ tempi noi s’avea paura: si, ma non tanta.» «Or nulla ci conforta, e siamo soli nella notte oscura». 

Cioè, per quei due orfani la notte che pure faceva paura, era però vinta dalla certezza della presenza buona. Era la mamma, che pure non vedevano ma la cui presenza era testimoniata da quel filo di luce che veniva dal buco della serratura. E a me quella poesia che parla di questa serratura, col filo di luce che viene e illumina la faccia del bambino, mi ha proprio fatto dire: Gabriele, ma questa è l’educazione!

Perché quel bambino, se di là della serratura c’è luce, ha bisogno solo di una cosa: ha tutta la speranza necessaria di andar dall’altra parte e trovare la vita come una cosa meravigliosa. Devi avere la chiave per entrare. E infatti ha in mano una chiave: una chiave molto semplice, molto rozza, ma che è quella giusta. Non è la chiave che si trova per terra, molto più ricca, con un diamante, molto più elaborata che è invece spezzata. È per terra spezzata, non serve a niente. Il successo, il denaro, il potere non sono utili al raggiungimento della felicità. Serve una chiave molto semplice.

E l’altra figata pazzesca, è che l’educatore non c’è! C’è lo scopo dell’educazione, una luce che renda positiva la realtà, la vita. Ci deve essere qualcuno che gli da una chiave, cioè un maestro, ma ad un certo punto, quando l’educazione riesce, il maestro scompare. E il maestro, evidentemente, è quello che lui (il bambino ndr.) sta guardando. Il bambino è come se si girasse e (dica):

“Io vado, adesso la rischio. Ho tutte le condizioni per fare la mia strada, il mio percorso.”

È come se si girasse e dicesse al padre, alla madre, all’insegnante, al maestro, “grazie! Mi avete dato lo strumento per affrontare la vita. Adesso posso andare da solo.” Fiducioso, con un sorriso bellissimo, e pieno di sfida e di coraggio.

Quando poi Gabriele mi ha spiegato che quello è davvero suo figlio, mi sono sciolto in lacrime. Perché se quello lì è suo figlio, quella chiave è la testimonianza che lui e sua moglie gli hanno dato.”