Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto/Montesole e le altre stragi: dove interi paesi furono sterminati stretti intorno ai loro preti e alle loro chiese. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /08 /2015 - 14:05 pm | Permalink
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Pubblichiamo alcuni brevi testi sulle stragi di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto/Montesole, su quelle comunità cristiane e sui loro preti.

Il Centro Culturale Gli scritti (23/8/2015)

Prologo

Ruderi della chiesa di Caprara dove il parroco don Ubaldio Marchioni 
venne ucciso mentre distribuiva l'ultima Comunione ai suoi fedeli
che sarebbero stati poi uccisi nel vicino cimitero 

«I partigiani convinsero gli uomini, giovani e vecchi, a riparare in alto nella macchia. Poi consigliarono noi donne di riunirci in chiesa, sotto la protezione del parroco. Eravamo circa un centinaio. Si unì a noi incoraggiandoci e sollevandoci un poco don Ubaldo. Era un prete coraggioso e buono.
Quando alle 9 circa arrivarono le SS sfondando la porta, capimmo che poteva accadere il peggio. Lo capimmo anche dalla disperazione del parroco. Ci fecero uscire e formarono una lunga colonna; fummo avviati con le armi puntate ai fianchi verso il cimitero a duecento metri di distanza. Era recintato e la porta di ferro chiusa. La sfondarono coi calci dei fucili e ci fecero entrare tutti nel recinto e noi ci addossammo in mucchio contro la cappella. Poi piazzarono una mitragliatrice all'ingresso e cominciarono a sparare, mirando in basso per colpire i bambini, mentre dall'esterno cominciarono a lanciare su di noi decine di bombe a mano. Durò per tre quarti d'ora circa, e smisero solo quando finì l'ultimo lamento. Ferita restai tra i cadaveri [...]
Con me uscirono vive altre quattro donne. Anche il prete morì. Fu fucilato sull'altare della sua chiesa e dopo averlo ucciso i nazisti spararono sulle immagini sacre e incendiarono la chiesa e le case intorno con lanciafiamme. Tre giorni dopo i tedeschi ordinarono ai civili di seppellire i cadaveri. Fecero una grande buca e li schiacciarono perché si erano irrigiditi»
.

Così racconta Elide Ruggeri, una delle sopravvissute a Casaglia[1], uno dei paesi colpiti dalla furia nazista nella strage di Marzabotto/Montesole.

Lucia Sabbioni, un’altra sopravvissuta racconta:

«La mattina del 29 settembre, abbandonammo la casa e ci rifugiammo nella chiesa di Casaglia che era già piena di sfollati e di contadini. Il parroco don Ubaldo Marchioni stava officiando la Messa, quando poco dopo entrarono i tedeschi dicendoci di uscire sul sagrato»[2].

Commenta lo storico Gherardi: «Sembra doversi escludere che don Ubaldo in circostanze simili potesse celebrare la Messa; tuttavia l'indicazione della Sabbioni, allora quattordicenne, lascia presumere legittimamente che non si limitasse, come dice la Benni, a “consumare” le ostie, ma in cotta e stola celebrasse per l'ultima volta il rito della Comunione eucaristica, che nelle circostanze assunse il valore di un viatico collettivo prima della strage [...] E morì rivestito delle insegne sacerdotali»[3].

La chiesa di Casaglia prima che i nazisti la 
distruggessero dopo aver ucciso don Ubaldo

1/ Sant’Anna di Stazzema

«A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.

La furia omicida dei nazi-fascisti si abbatté, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera. La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.

Ricorda don Giuseppe Evangelisti:
La scena che maggiormente dava sgomento era quella della piazza della chiesa: una massa di cadaveri al centro, con la carne quasi ancora friggente; da una parte il corpo di un bimbo sui tre anni, tutto enfiato e screpolato dal fuoco, con le braccia irrigidite e sollevate come per chiedere aiuto, ed intorno lo scenario delle case che mandavano ancora nell’aria bagliori e scoppiettii, la chiesa con la porta spalancata, lasciava vedere un grande braciere al di dentro, fatto con le panche e i mobili, e nell’aria il solito fetore di carne arrostita che levava quasi il respiro e che si espandeva a tutta la vallata.

La sepoltura di queste salme fu fatta il giorno 14 e vi presero parte una trentina di volontari venuti dalla Culla. Fu un lavoro abbastanza difficile e rischioso, specialmente per i grandi nuvoli di mosche, le cui punture avrebbero potuto causare infezioni mortali. Non avevamo maschere, non avevamo disinfettanti. Avevamo solo una piccola bottiglia di alcool e un po’ di cotone per tamponarci il naso.

Anche qui un episodio che ci commosse tutti: fra quei cadaveri c’era una famiglia numerosa, quella di Antonio Tucci, un ufficiale di marina oriundo di Foligno, ma di stanza a Spezia, che con vari sfollamenti si era ritrovato quassù. La sua famiglia era composta da 8 figli (con età da pochi mesi fino a 15 anni) e la moglie. Mentre si stava apprestando la fossa, ecco arrivare il Tucci correndo e gridando come un forsennato, per buttarsi tra quel groviglio di cadaveri: “Anch’io con loro!” urlava. Bisognò immobilizzarlo finché non si fu calmato. Rimase per qualche giorno come semipazzo.

I cadaveri della piazza della chiesa furono 132, fra cui 32 bambini. Altri 8 cadaveri erano dietro il campanile e pare fossero quelli che i tedeschi avevano prelevato in basso per portare le munizioni”»[4].

Tre sacerdoti del comune di Stazzema ricevettero la Medaglia al Valor Civile per essere stati uccisi nel cercare di difendere al popolazione locale.

Don Fiore Menguzzo (conferimento 15 novembre 1999; ucciso a Mulina di Stazzema, LU, il 12 agosto 1944) perché «durante l'ultimo conflitto mondiale, si prodigava in aiuto di chiunque avesse bisogno, offrendo a tutti assistenza e ricovero e, quale generoso sacerdote consapevole del suo ruolo pastorale, tentava di conciliare le opposte fazioni per preservare la popolazione dai pericoli degli scontri armati. Fedele fino all'ultimo alla sua missione, subì la rappresaglia degli occupanti che lo passarono per le armi dopo averlo costretto ad assistere allo sterminio dei familiari. Splendido esempio di umana solidarietà e alto spirito di abnegazione spinti sino all'estremo sacrificio».

Don Innocenzo Lazzeri (conferimento 9 maggio 1959; ucciso a Stazzema LU, il 12 agosto 1944), perché «appreso che un gruppo di suoi parrocchiani stava per essere fucilato dalle truppe tedesche in ritirata per rappresaglia, coraggiosamente interveniva per tentare di evitare l'eccidio offrendo la sua vita in cambio di quella dei prigionieri. Riuscite vane le sue preghiere, sacrificava nobilmente la vita, accomunando la sua sorte a quella dei suoi fedeli».

Don Libero Raglianti parroco di Valdicastello in Versilia (conferimento 5 ottobre 1964; ucciso a Laiano di Filettole, 29 agosto 1944), perché «esercitò il ministero sacerdotale con rara abnegazione, sempre svolgendo opera generosa ed altruistica per il bene dei suoi parrocchiani. Durante l'occupazione nemica, con umile eroismo, soccorse sfollati, accolse con carità cristiana perseguitati e feriti, si prodigò in innumerevoli iniziative per salvare il suo gregge e alleviarne le sofferenze. Diffidato dall'invasore, volle continuare con sprezzo del pericolo, nella sua opera esemplare, catturato, sopportò, con silenzioso coraggio torture e sevizie, affrontando serenamente la morte. Fulgido esempio di amore sacerdotale, spinto fino al sacrificio cosciente della vita».

Oltre all’interno Comune di Stazzema, anche diversi laici ricevettero la Medaglia d’oro al Valor civile, per la loro abnegazione nel salvare i figli, i bambini, i fratelli e le sorelle, a prezzo della propria vita, come Genny Bibolotti Marsili (conferimento 3 febbraio 2003; uccisa il 12 agosto 1944 a Sant'Anna di Stazzema LU) che «con istintivo ed amoroso slancio, anche se gravemente ferita, per salvare la vita al figlioletto che aveva nascosto, non esitava a richiamare su di sé l'attenzione di un soldato tedesco, scagliando sul medesimo il proprio zoccolo, ottenendo in risposta una raffica di mitraglia che ne stroncava la giovane esistenza. Nobile esempio di amore materno spinto fino all'estremo sacrificio», Milena Bernabò (conferimento 12 ottobre 2004; uccisa il 12 agosto 1944 a Sant'Anna di Stazzema LU), «sedicenne, a seguito di un rastrellamento, veniva condotta insieme ad altri compaesani in una stalla, riuscendo a sfuggire ai colpi di mitragliatrice sparati dai soldati tedeschi protetta dai corpi della sorella e di un'amica. Sebbene gravemente ferita, si apriva un varco attraverso il soffitto della stalla, data alle fiamme dalla furia nazifascista, e portava in salvo, con istintivo e generoso slancio, altri tre bambini destinati a morte sicura. Luminosa testimonianza di coraggio e di elevato spirito di abnegazione», Cesira Pardini (conferimento 17 maggio 2012; uccisa il 12 agosto 1944,  Loc. Coletti di Sant'Anna di Stazzema LU) perché «nel corso di un rastrellamento e del successivo feroce eccidio perpetrato dalle truppe tedesche, insieme alla madre, alle sorelle ed altri vicini, veniva catturata e messa al muro ma, sebbene ferita dai colpi di mitragliatrice, riusciva a spingere le sorelle al riparo in una stalla retrostante. Successivamente, dopo aver tolto dalle braccia della madre uccisa anche la sorella neonata, le conduceva tutte in un luogo più sicuro, nei pressi del quale, pur nuovamente ferita dai militari in ritirata, individuava sotto un cumulo di cadaveri un bambino in tenera età ancora in vita, e lo traeva in salvo. Luminosa testimonianza di coraggio, ferma determinazione ed elevato spirito di solidarietà umana».

2/ I sacerdoti uccisi in Toscana occidentale (la zona di Sant’Anna di Stazzema)

Giuseppe Pesci ricorda che furono 59 i sacerdoti uccisi in Toscana dalla furia nazista nel 1944 insieme alle popolazioni di cui erano pastori.

Per quel che riguarda la Toscana occidentale (la zona di Sant’Anna di Stazzema) scrive[5]:

«Aprendo le pagine eroiche e dolorose che in quella terra scrissero il clero secolare e regolare, si trova, in ordine cronologico, che di massima sarà rispettato, il nome di don Lino Baldini, parroco di Camporaghena, che viene ucciso il 5 luglio dai tedeschi per non aver voluto dare informazioni sui partigiani.
Un mese dopo, il 4 agosto, a Zeri, nella Lunigiana, mentre inginocchiato nella polvere all'ombra della sua casa si era raccolto in preghiera, veniva massacrato don Eugenio Grigoletti vecchio parroco di Avelana e non lontano da lui subiva la stessa sorte don Eugenio Quiligotti, canonico della cattedrale di Pontremoli, l'amico dei perseguitati. Sempre il 4 agosto viene arrestato a Fiano il parroco don Aldo Mei, poi condannato a morte e fucilato a Lucca dopo che gli era stato imposto di scavarsi la fossa. Prima di cadere crivellato dal piombo, volle, come Cristo, perdonare e benedire i suoi assassini. Questa morte era un preludio oscuro a quella terribile carneficina che, pur investendo un'ampia zona, passa ormai sotto il nome di Massacro di Sant'Anna (12 agosto 1944).
Le vittime di quella zona furono 560. Emerge in quella terribile orgia di sangue la nobile figura di don Innocenzo Lazzeri, parroco di Farnocchia, medaglia d'oro al valore civile. Fu lui che alle belve di Reder offrì in cambio inutilmente la propria vita e, allora, come un supremo monito, mostrò alto ai carnefici il corpo straziato di un bambino, cadendo poi anch'egli colpito sui suoi fedeli uccisi.
Impiccato dalle SS con tutta la sua famiglia muore il parroco di Stazzema, don Fiore Menguzzo, che, come ci assicura Icilio Felici, pochi giorni prima aveva curato cinque tedeschi feriti in un combattimento con i partigiani. Durante la strage viene pure arrestato il parroco di Valdicastello, don Libero Raglianti che, trascinato via dalla sua chiesa e dal suo popolo, sarà poi ucciso il 28 agosto a Laiano di Filettole, con l'unica accusa di avere dato medicinali e viveri a chiunque si presentava alla sua porta. A conclusione di quei terribili giorni le stesse SS massacrarono in Pietrasanta, insieme ad alcuni civili, mons. Giuseppe Simi, canonico della Collegiata. Subito dopo le stragi di Sant'Anna le SS di Reder il 19 agosto, per vendicare 17 loro camerati caduti in uno scontro con i partigiani della brigata Ugo Muccini, bloccano San Terenzo in Lunigiana e subito ne uccidono il parroco don Michele Rabino che spira mormorando "Sia lodato Gesù Cristo" ed è il primo dei 100 massacrati in quella occasione a Valla.
Più tormentata e tragica ancora la morte di don Luigi Janni, parroco di Vinca. Egli, che il 24 agosto si era recato con il padre verso i monti per incontrare alcuni partigiani, dall'alto vede colonne naziste dirigersi verso il suo paese. Cosa fare? È il dramma di un padre. Può egli lasciare soli i figli nell'ora del pericolo? Malgrado che alcuni tedeschi, incontrati nel suo affannato ritorno verso il paese lo consiglino a fuggire dicendogli che il comandante è cattivo, egli va dove l'amore lo trascina. È lo stesso maggiore Reder che lo prende per il petto e lo consegna ad un milite delle brigate nere che lo ucciderà sul ponte di Santa Lucia insieme al padre e a due uomini catturati con loro.
Intanto con l'avanzare lento dei giorni della spaventosa lotta, continuava pure lo stillicidio dei sacerdoti uccisi insieme agli ostaggi o per avere svolto opera di aiuto ai patrioti.
Nei canneti di Filettole viene ucciso, dopo essere stato torturato, don Angelo Uniti, parroco di Lunata (Capannori), arrestato il 16 dello stesso mese insieme al suo vice parroco don Giorgio Bigongiari, che troverà morte il 10 settembre nei pressi di Massa dopo dura prigionia. Con lui verrà pure fucilato lo stesso giorno don Renzo Gori, della provincia di Livorno, ma preso anch'egli nella zona di Capannori.
Viene poi don Giuseppe Berlini, parroco di Molina di Quosa. Arrestato il 31 agosto, messo nelle carceri di Massa, verrà poi ucciso, come vedremo, insieme ad altri il 10 settembre sul Frigido.
Precedentemente un altro sacerdote della diocesi di Pisa, don Angelo Orsini, parroco di Calcinala, era stato ucciso il 22 agosto per i soliti motivi. Con un ritmo pauroso il 29 agosto viene soppresso nei canneti di Filettole don Giuseppe Del Fiorentino, parroco di Bargecchia (Massarosa).
E si arriva così a settembre. Se fino a questo punto si è trattato di parroci che, uno ad uno, muoiono con il loro popolo o per il loro popolo, il 2 di questo mese ci troviamo di fronte ad un vero massacro di sacerdoti e di religiosi.
Chi ricorda l'abbazia di Farneta, sa di citare un nome di sangue e di gloria. Dodici monaci certosini, dopo avere aperto la loro casa di preghiera a tutti i bisognosi, ai profughi, a chiunque avesse un dolore da essere confortato, una sofferenza da essere lenita, accettano in serenità di spirito di pagare con la morte il supremo dovere di amore che Cristo aveva loro chiesto. I discendenti degli antichi Unni circondano l'abbazia, la occupano e tutti i monaci, presi prigionieri vengono percossi, insultati, e trascinati a morte o deportati.
A Montemagno (Camaiore) il 7 settembre, viene fucilato il priore della Certosa padre Martino Binz, svizzero, insieme a lui, nella stessa località, riceve morte monsignor Salvador Montes De Oca, vescovo venezuelano, novizio certosino: e gli altri dieci, portati nelle carceri di Massa, saranno uccisi il dieci dello stesso mese nei dintorni di Massa e, in particolare, nella orrenda carneficina di prigionieri ed ostaggi, circa 170, che va nota sotto il nome del "Frigido". Morirono con i certosini, prigionieri con loro, don Giorgio Bigongiari, vice parroco di Lunata, che già abbiamo ricordato, don Giuseppe Bertini, arrestato il 31 agosto a Molina di Quosa, don Renzo Tognetti, studente di teologia e fra Marcello Verona dei Minori Carmelitani.
Per un dovere di giusto onore alla loro memoria ricorderò anche i nomi degli altri dieci certosini trucidati: padre Gabriele Maria Costa: medaglia d'oro al V. M.; padre Pio Maria Egger, svizzero, maestro dei Novizi; padre Adriano Compagnon, francese; padre Benedetto Lapuente, spagnolo; fra Addano Clerc, svizzero; fra Alberto Rosbach, tedesco; fra Giorgio Maritano, italiano; fra Michele Nota, italiano; fra Bruno D'Amico, italiano; fra Raffaele Cantero, spagnolo.
Dopo questa strage restano da ricordare, quasi ultime faville di un grande incendio, alcuni sacerdoti che consumarono isolati il loro martirio. Prima di tutti tre religiosi: padre Raffaele Mazzucchi, dei Servi di Maria ucciso a Nocchi di Camaiore il 4 agosto 1944; il francescano fra Antonino Bargagli, ucciso il 10 agosto in Viareggio mentre tornava al suo convento e padre Ignazio da Carrara al secolo Luigi Rossi, cappuccino, parroco di Vittoria Apuana, inseguito e colpito a morte nell'orto del suo convento di Forte dei Marmi.
Dopo questi tre religiosi, si fa avanti un giovane di ventisei anni, un sacerdote ardente e attivo collaboratore del Comitato di Liberazione di Fosdinovo: don Florindo Bonomi, più volte arrestato e il 15 settembre ucciso dal Comando locale delle SS […]».

3/ La strage di Marzabotto/Monte Sole

«Reparti dell'esercito tedesco e delle SS compiono nei pressi di Marzabotto una grande strage di civili. Dal 12 agosto la 16a Divisione Panzergrenadier Reichsführer SS del generale Max Simon risale la penisola attraverso la Versilia e la Lunigiana, compiendo rappresaglie, rastrellamenti, eccidi. A fine settembre arriva nell'Appennino bolognese, ai piedi del Monte Sole, area strategica di retrovia della linea di difesa tedesca. Qui opera la brigata partigiana Stella Rossa, guidata da Mario Musolesi, detto il Lupo. Per tre giorni, a partire dal 29 settembre, nei comuni di Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, le truppe al comando del maggiore Walter Reder (in particolare il reparto esploratori Panzer Aufklärungs-Abteilung della 16a Divisione SS) compiono una terribile rappresaglia nella quale vengono barbaramente uccise 955 persone in 115 diverse località: tra esse 216 bambini fino a 12 anni, 316 donne, 142 anziani sopra i 60 anni. Vengono trucidati anche 5 sacerdoti. A San Giovanni di Sotto sono massacrate 52 persone in un rifugio. A Caprara 62 tra donne e bambini sono uccisi a colpi di bombe a mano. A Casaglia 92 civili rifugiati nella chiesa sono falciati con la mitraglia nel vicino cimitero, dopo l'esecuzione del loro parroco Ubaldo Marchioni. A San Martino 54 civili sono fucilati in un'aia e bruciati. A Cerpiano 43 persone, in gran parte bambini, sono massacrate a bombe a mano in una cappella. A Cadotto, uno dei pochi luoghi in cui si combatte e in cui muore il comandante Lupo, sono trucidate 44 persone. A Creda 79 tra vecchi, donne e bambini sono uccisi in una rimessa, mentre 45 persone sono fucilate e gettate nella botte di Pioppe di Salvaro, compresi i sacerdoti don Elia Comini e Padre Capelli. Sono questi solo alcuni degli episodi principali. La brigata Stella Rossa viene sgominata, ma una buona parte dei partigiani riescono ad evitare l'accerchiamento e a raggiungere gli alleati o altre formazioni partigiane. L'11 ottobre, un articolo del "Resto del Carlino" definirà "Voci inconsistenti" le allarmanti notizie provenienti da Marzabotto. Le mine disseminate dai tedeschi in ritirata continueranno a uccidere, fino al 1966, altre 55 persone. L'operazione della Wehrmacht e delle Waffen SS contro la Stella Rossa sarà citata dal comando tedesco come modello di guerra anti partigiana. La zona di Monte Sole sarà attaccata dai sudafricani dal 9 dicembre con poco successo. Verrà creata una terra di nessuno tra i due eserciti e i civili saranno evacuati: nella zona occupata dagli alleati oltre 2.000 persone saranno inviate a Roma e internate a Cinecittà, mentre i superstiti del massacro di settembre saranno spinti dai tedeschi verso Bologna. Nel 1951 il paese di Caprara, già sede comunale, sarà dichiarato "nucleo abitato scomparso"»[6].

4/ I sacerdoti martiri di Marzabotto/Monte Sole

​«Una dedizione senza riserve e senza titubanze al gregge che il vescovo aveva loro affidato, anche a costo del sacrificio della vita. È questo il legame che unisce tre sacerdoti bolognesi, uccisi nei tragici eventi dell’autunno 1944 a Monte Sole (nel territorio di Marzabotto): don Giovanni Fornasini, don Ferdinando Casagrande, don Ubaldo Marchioni.

Per loro domenica 20 alle 16.45 in Cattedrale il cardinale Carlo Caffarra concluderà la fase diocesana del processo di canonizzazione. Don Fornasini, quando cadde aveva 29 anni: era il 13 ottobre 1944. Il suo corpo con la testa staccata dal busto, rimase insepolto dietro al cimitero di San Martino di Caprara, sopra Marzabotto, fino alla primavera del 1945. Fu ritrovato dal fratello Luigi.

Ora riposa nella sua chiesa di Sperticano. Nella motivazione della medaglia d’oro don Fornasini è così descritto: «Luminoso esempio di cristiana carità. Pastore di vecchi, madri, spose e bambini più volte fece scudo della propria persona contro efferati massacri, molte vite sottraendo all’eccidio... richiamando su di sé la barbarie dell’invasore».

Don Ferdinando Casagrande, parroco di San Nicolò di Gugliara era nato a Castelfranco Emilia nel 1914, quinto di sette fratelli. Nei mesi più difficili tra il maggio e il settembre 1944, restò con i suoi familiari a La Quercia fino all’ultimo con abnegazione eroica: egli andava a visitare i suoi parrocchiani nascosti nei vari rifugi, fornendo aiuto materiale e conforto spirituale.

Nei primi giorni di ottobre, don Ferdinando si diede a seppellire di notte e nascostamente i morti e, sia per la fatica che per la fame, era ormai disfatto. Molto probabilmente egli fu ucciso il 9 ottobre dopo essersi recato al comando tedesco per tentare di avere un permesso di cambiare rifugio per non morire di fame. Solo qualche giorno dopo, la sua salma fu ritrovata poco lontano dalla chiesa di San Martino.

Il mattino del 29 settembre 1944, mentre gli uomini si precipitavano nei boschi nella vana attesa di una difesa partigiana che non sarebbe venuta, una piccola folla di spaurite persone – donne, vecchi e bambini – alle prime avvisaglie della minaccia imminente, si era raccolta all’interno della chiesa di Casaglia. Il giovane parroco di San Martino, don Marchioni, era accorso per recare conforto a quella gente indifesa.

I tedeschi li trovarono riuniti in preghiera, stretti dalla paura e dalla fede: don Marchioni – 26 anni – fu ucciso ai piedi dell’altare; gli altri furono condotti e trucidati nel vicino cimitero. Qualche giorno dopo don Ubaldo fu trovato riverso sulla predella dell’altare, con la veste sacerdotale inzuppata del suo sangue, con un piede bruciato.

La pisside tenuta in mano da don Ubaldo Marchioni 
nel momento in cui fu ucciso a colpi di mitra 

Dopo quasi 35 anni, rimuovendo le macerie della chiesa di Casaglia, fu ritrovata vicino all’altare una preziosa reliquia: una pisside [N.d.R. La pisside era quella con la quale don Ubaldo stava dando la Comunione come viatico ai presenti al momento in cui fu ucciso] che, osserva il postulatore monsignor Alberto Di Chio “ammaccata, contorta, ricoperta da incrostazioni, con la coppa d’argento ancora rilucente nell’interno dorato, dopo essere stata ricomposta e ripulita, conservando però intatti i segni del suo travaglio, rimane un simbolo singolare e colmo di significato per la Chiesa di Bologna”»[7].

Nella strage di Marzabotto vennero uccisi anche don Elia Comini e padre Martino Capelli nella Filanda di Salvaro l’1/10/1944, insieme ad altre vittime che non avevano voluto abbandonare.

Note al testo

[1] In L. Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno. 1898-1944, Il Mulino, Bologna, 1986.

[2] In L. Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno. 1898-1944, Il Mulino, Bologna, 1986.

[3] In L. Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno. 1898-1944, Il Mulino, Bologna, 1986.

[4] Testo tratto dal sito ufficiale http://www.santannadistazzema.org.

[5] Giuseppe Pesci, I sacerdoti toscani vittime dei nazifascisti, in Il clero toscano nella Resistenza. Atti del convegno tenutosi a Lucca 4-6/aprile/75.

[6] Dal sito http://www.bibliotecasalaborsa.it.

[7] Da S. Andrini, Il sangue e l’altare a Monte Sole, in Avvenire  del 12/11/2011