1/ Profughi che a breve busseranno alle porte dell'Europa, se non saranno aiutati in patria, come preferirebbero. Video dalle comunità cristiane della Siria e dell’Iraq. È ora di aiutarli 2/ Appello a Torino: 5 migranti in ogni comunità 3/ Migranti, per salvarli. E salvarci. Immaginiamoci migranti o loro genitori, di Marina Corradi 4/ In Siria, Iraq e Libia. Is senza pietà: esecuzioni e armi chimiche 0/ Con una breve nota iniziale di Andrea Lonardo, È il momento di aiutare

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 31 /08 /2015 - 13:09 pm | Permalink
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Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

È il momento di aiutare, di Andrea Lonardo

Non è solo il momento di discutere, anche se questo resta importante. È il momento di aiutare. Di mettere mano al portafoglio. Di iniziare un servizio di volontariato. Di consacrarsi missionari. Di inventare iniziative di inter-cultura per integrare nella cultura italiana chi arriva. Di aprire edifici e spazi per l’accoglienza. Di mettere a disposizione le proprie capacità professionali, mediche, giuridiche o di qualsivoglia tipo. Di esercitare pressioni politiche sui governanti dell’Italia e dell’Europa tutta perché elaborino una chiara politica nei confronti della Libia, della Siria, dell’Iraq, dell’Eritrea, del Sudan, dell’Egitto, come degli altri paesi coinvolti, in particolare dei paesi arabi con le loro organizzazioni internazionali, ma anche della Turchia che è un paese chiave perché confinante con le zone da cui provengono molti profughi e la cui poltica è assolutamente non chiara nei confronti dei paesi confinanti, per risolvere alla radice i problemi. Penso solo a come tutto cambierebbe se l'Europa riuscisse a coinvolgere la Lega araba - quanti stati attraversano, ad esempio, i profughi dell'Eritrea per giungere in Libia? - e la Turchia, oltre che ovviamente Obama, in una chiara scelta di campo. 

I video ed i testi che proponiamo vogliono invitare a scegliere ognuno un modo di aiutare le persone in difficoltà nei loro paesi di origine perché non fuggano (tramite i francescani della Custodia di Terra Santa come padre Ibrahim, ad Aleppo, o tramite i sacerdoti caldei in Iraq, a Qaraqoush), oppure ad aiutare in Italia quelli che sono fuggiti (come propone l’arcivescovo di Torino e le tante Caritas diocesane nelle diverse città), nei tanti modi che ognuno conosce. Non importa come, non importa dove, ma tutti all’opera. Anche nei gruppi dell’Iniziazione cristiana è bene iniziare subito ad educare ad allargare lo sguardo, perché i ragazzi possano offrire il loro aiuto nei paesi d’origine dei profughi o in Italia dove stanno giungendo.

1/ Profughi che a breve busseranno alle porte dell'Europa, se non saranno aiutati in patria, come preferirebbero. Video dalle comunità cristiane della Siria e dell’Iraq. È ora di aiutarli

- Siria. Reportage di Tempi da Aleppo. Luglio 2015 (per donare aiuti ci si può rivolgere alla Custodia di Terra Santa)

- Irak. Reportage di di Massimiliano Cochi per TV2000 da Erbil, Alqosh ed altre zone dell’Iraq. Natale 2014 (per donare aiuti ci si può rivolgere alla parrocchia dei Santi Gioacchino ed Anna in Roma che è in costante contatto con i campi porfughi in Iraq)

2/ Appello a Torino: 5 migranti in ogni comunità

Riprendiamo da Avvenire del 29/8/2015 un articolo redazionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (31/8/2015)

Nosiglia in un recente incontro 
con i rifugiati (Pasquale Juzzolino)

«Cari presbiteri, diaconi e religiosi, famiglie e fedeli della Diocesi di Torino e cari cittadini, in questo periodo estivo è emersa in tutta la sua gravità la problematica dell'accoglienza dei rifugiati che giungono numerosi nella nostra patria come in altre nazioni europee per fuggire da situazioni tragiche di guerre, violenze e povertà estreme".

Inizia così la lettera che l'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, ha inviato alla comunità cristiana. Il tema è quello dell'accoglienza e l'obiettivo è duplice. Da una parte si vuole superare il "clima di tensione" che "non giova ad affrontare con equilibrio e generosità questa emergenza: cavalcare le paure e gli allarmismi ingenera atteggiamenti di rifiuto che chiudono il cuore e addormentano la responsabilità di fronte all'obbligo forte consegnatoci dal Signore e che deve risuonare nelle coscienze e nel cuore di credenti e cittadini: ero forestiero e mi avete ospitato".

Il secondo obiettivo è "mettere al centro la persona bisognosa" e interrogarsi "sul senso vero che diamo alle parole solidarietà e giustizia".

Dopo aver ringraziato tutti le realtà diocesane e parrocchiali che già sono impegnate nel fronte dell'accoglienza, monsignor Nosiglia chiede "ad ogni Unità Pastorale della nostra Diocesi di provare a definire un concreto programma di accoglienza straordinaria e di accompagnamento per alcuni fratelli e sorelle vittime della migrazione forzata".

Si tratta, spiega il presule, di affrontare il bisogno urgente dell'alloggio, per poi promuovere un percorso di inclusione sociale. Finora in diverse strutture ecclesiali sono state accolte oltre 500 persone, senza contare i tanti singoli e famiglie ospitate nelle parrocchie.

La proposta è di ospitare 5 persone per ogni Unità pastorale nelle parrocchie, negli istituti religiosi, nelle case di risposo e nelle altre strutture ecclesiali del territorio. Un analogo invito è rivolto alle famiglie torinesi.

"Non si tratta di una accoglienza solo notturna, come per quella offerta ai senza dimora da alcune parrocchie, ma di ospitalità completa per alcuni mesi, in base alle necessità e alle indicazioni che le Istituzioni pubbliche potranno fornirci", specifica l'arcivescovo.

La capillarità di tale operazione, oltre ad aumentare il numero delle persone accolte, "avvia un'azione di responsabilità da parte delle comunità cristiane e civili e di ogni cittadino, che rifiutano quella cultura dello scarto, di cui tanto ci ha parlato Papa Francesco".

Si tratta di estendere il già concreto lavoro delle Caritas e delle altre associazioni caritative a favore delle altre emarginazioni, dai poveri ai disoccupati.

Nosiglia conclude la sua missiva firmandosi semplicemente "Cesare Vescovo, Padre e amico".

3/ Migranti, per salvarli. E salvarci. Immaginiamoci migranti o loro genitori, di Marina Corradi

Riprendiamo da Avvenire del 29/8/2015 un articolo di Marina Corradi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (31/8/2015)

Immaginatevi di lasciare che un vostro figlio ragazzo debba partire per un Paese sconosciuto e lontano, di cui non conosce la lingua, dove arriverà senza un soldo, e dove non lo aspetta nessuno. Immaginatevi di vederlo andar via con uno zaino in spalla, a piedi, o caricato su un bus male in arnese da trafficanti che stipano la gente a bordo come bestiame. Sapete, poi, che il ragazzo dovrà traversare un tratto più o meno ampio di Mediterraneo non su una nave, ma su un gommone gremito tanto che le sponde sfiorano l’acqua. E quanto sarà spaventoso e nero il mare di notte, senza una luce; ricordando poi in quanti, in quante migliaia sono morti, su quella stessa rotta.

Poi, se il figlio riuscirà ad arrivare, avrà una lunga e aspra strada ancora davanti; tanto più lunga e aspra quanto più breve è stato il viaggio per mare. E gliela sbarreranno alle frontiere, oppure dovrà nascondersi nei cassoni dei Tir; dove l’aria bollente passerà a stento, e il respiro si farà sempre più affannato. Finché gli "invisibili" non batteranno, disperati, i pugni contro le pareti di metallo, a chiedere aiuto. Ma, forse, niente: solo il correre del camion sull’asfalto – rallentato, a volte, dalle code di chi torna dalle vacanze.

È solo un esercizio di immaginazione, ma anche sforzarsi di immaginare a volte può essere utile, per cercare di capire cosa sta accadendo tra il Mediterraneo e i Balcani. Perché a fronte di cifre come bollettini di guerra – 71 morti, fra cui donne e bambini, abbandonati dentro a un Tir in Austria, duecento annegati al largo della Libia ieri, cinquanta l’altro giorno – tanti di noi occidentali faticano ancora a comprendere.

Eppure sappiamo tutti che il viaggio fino alla Libia è un’odissea di violenze e soprusi e stupri. E che duro, durissimo, è anche quello sino alla Turchia o all’Egitto o al Marocco. Vediamo morire in mare, ogni giorno, profughi e migranti, vediamo che fra loro ci sono donne incinte, e vecchi, e ragazzini imbarcati da soli, come lanciati alla ventura. Sappiamo che lungo i Balcani, alle frontiere d’Europa, quella folla viene respinta, che in Ungheria (e non solo) hanno alzato alte barriere di filo spinato.

Fra il nostro mondo e l’altro, da cui si fugge, c’è in realtà come un immenso spesso muro da traversare – irto di ogni pericolo, e di morte. E non sappiamo, da questa parte del Mediterraneo, capire come si possa intraprendere un simile viaggio; per arrivare poi, da miserabili, in posti dove gli abitanti non ti vogliono, o addirittura ti vorrebbero cacciare. Noi stentiamo a comprendere che per avventarsi contro al "muro" d’Occidente bisogna avere dentro una spinta altrettanto potente e disperata. Un aut aut totale, come quei profughi siriani in marcia verso l’Ungheria che ai giornalisti che chiedono che ne è, di Aleppo, rispondono senza alzare la testa: «Aleppo? Niente... Voi non potete immaginare».

Voi non potete immaginare. Sì, soffriamo di un deficit di immaginazione, noi che comunque mangiamo, abbiamo un tetto, e spesso un sacco di altre cose. Si può capire solo quando lo si prova sulla pelle, che cosa deve significare fare fuggire un figlio verso l’ignoto, nella speranza che, almeno, viva. Cercare di riconoscere il terrore e la miseria che spingono questa migrazione epocale non risolve, certo, i grandi problemi materiali che l’esodo in atto comporta. Però serve, almeno, a restare o a diventare noi più umani, e a non aprire spensieratamente la bocca per dire ciò che si legge sul web, dove nel segreto dell’anonimato qualcuno si compiace che ne muoiano in cento, un altro aggiunge che "questi" credono che l’Europa sia il paese di Bengodi, e tanti gli fanno eco: che "quelli" tornino a casa loro. Cosa quest’ultima che insistono a ripetere, peraltro, anche alcuni politici.

Torniamo a dirci che di fronte alle ecatombi dal Mediterraneo all’Austria, almeno certe parole non si dovrebbero più dire, per umano rispetto di chi muore. E almeno noi che, da casa, stiamo a guardare, esercitiamoci a pensare quanto grande debba essere l’incendio da cui molti fuggono, per non aver paura di finire schiavizzati, di annegare, di soffocare su un Tir. Cercare di capire è già il principio di un immedesimarsi e di un compatire, cioè patire insieme. Qualcosa che non salva vite, ma forse salva noi: dal diventare gretti e meschini guardiani di quel mondo in pace, che abbiamo ereditato. Dono di cui forse non siamo abbastanza consci – e nemmeno abbastanza grati.

4/ In Siria, Iraq e Libia. Is senza pietà: esecuzioni e armi chimiche

Riprendiamo da Avvenire del 29/8/2015 un articolo redazionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (31/8/2015)

Le atrocità perpetrate dai terroristi del Califfato sembrano non avere fine. Sono state 91 le persone giustiziate in Siria dall'Isis solo nell'ultimo mese, secondo un bilancio reso noto oggi dall'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus). Un dato che fa salire a 3.156 i giustiziati (quelli di cui si è avuta notizia) nel Paese a partire dalla proclamazione del Califfato, 14 mesi fa.

L'emiro di Sirte ai cittadini: consegnateci le donne

Intanto in Libia i jihadisti dello stato islamico (Is o Isis) stanno inasprendo la pressione sugli abitanti di Sirte, dove è stato proclamato l'emirato, fedele al Califfato. "Decapiteremo i ribelli dell'opposizione dopo la preghiera del venerdì, gli abitanti di Sirte consegnino le loro figlie ai combattenti che le sposeranno", ha proclamato ieri il leader locale dell'Isis, Hassan al Karami, in un sermone nella moschea al Rabat di Sirte.

Poco si conosce della figura di Karami, il cui pseudonimo è Abou Moaweya. Secondo un attivista dei diritti umani di Bengasi, citato dal sito International Business Times, in passato ha militato nella formazione Ansar al-Sharia dopo la caduta di Mummar Gheddafi nel 2011. Karami ha iniziato a farsi un nome in veste di predicatore, prima a Bengasi e poi a Derna, fino a quando non ha assunto un ruolo di primo piano a Sirte, "diventando Mufti di Daesh, grazie alle sue conoscenze". Secondo l'attivista Karami ha frequentato "una Kkwala, scuola privata islamica" e rispetto agli altri jihadisti, "ha una buona cultura alle spalle".

Armi chimiche

Intanto giungono testimonianze dell'uso da parte dei jihadisti di armi chimiche. Lanciate anche contro le popolazioni civili.

Ma "sconfiggere lo stato islamico è possibile"

Sconfiggere lo Stato Islamico "si può, se si vuole". Lo afferma il patriarca della Chiesa siro-cattolica Ignace Youssif III Younan in un'intervista alla Radio Vaticana in occasione della beatificazione, questo pomeriggio ad Harissa, in Libano, del vescovo siro-cattolico Flavien Michel Melki, martirizzato cento anni fa, il 29 agosto 1915, durante le persecuzioni dell'Impero Ottomano.

"In Occidente, purtroppo - sottolinea Younan -, i Paesi non hanno ancora trovato un accordo sulla strategia da seguire e quindi lasciano che le cose vadano avanti in questo modo". "Vediamo anche il problema dei migranti: perché l'Unione Europea - e tutto l'Occidente - non trovano il coraggio di dire chiaramente il motivo per il quale queste migliaia di migranti arrivano con così tanti rischi, perché ci sono tanti morti? Perché non prendono una decisione comune a livello internazionale?", prosegue il patriarca siro-cattolico.

"I Paesi arabi, che sono a maggioranza musulmana, hanno vasti territori e miliardi di dollari - aggiunge. Allora perché non dare a questi poveri una sistemazione in qualche regione mediorientale, sotto l'egida delle Nazioni Unite, e poi aiutarli a ritornare nelle proprie case una volta che la situazione sarà migliorata? E invece nessuno ne parla: questi popoli hanno affinità di lingua, di religione e di cultura. Purtroppo, però, i governanti non sono in grado di far fronte a questo problema".

Per quanto riguarda poi la beatificazione di monsignor Melki, dice Younan, essa "è una consolazione che non si può descrivere, perché in questi tempi così difficili - per le sofferenze che patiamo, per le stragi che hanno luogo in Iraq e in Siria, per le violazioni dei diritti dell'uomo che vengono compiute, di fronte ai tanti cristiani che sono dovuti fuggire o sono stati rapiti - per noi questo è un segno di speranza e una grazia che ci è stata data dal Signore!".

Il patriarca Sako: in Iraq serve un governo di emergenza nazionale

Oggi in Iraq è necessario "un governo di emergenza nazionale", che sia in grado di rappresentare "tutte le componenti" del Paese, siano esse sciite, sunnite o curde, arabe o turcomanne, cristiane o yazide, per garantirne la salvezza e l'unità in un periodo critico. È quanto scrive il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako in una lettera inviata alle massime autorità di Baghdad fra cui il presidente Fuad Masum, il primo pinistro Haider al-Abadi e il presidente del Parlamento Salim Abdullah al-Jabouri. Nel testo della lettera, riportata da AsiaNews, Sako si rivolge ai leader politici e istituzionali come "iracheno che ama il suo Paese" e "rispetta tutti gli iracheni".

Il patriarca caldeo avverte che le riforme vanno discusse "saggiamente" perché godano di "legittimità" agli occhi dei cittadini. Inoltre, la classe politica e dirigente devono essere "equilibrate" e rispettose delle varie "componenti nazionali", scegliendo persone ad "alta integrità e professionalità". Servono riforme urgenti, per far uscire l'Iraq da una situazione di emergenza che ha messo in pericolo l'esistenza stessa dello Stato. Fra le priorità indicate dal capo della Chiesa caldea vi è anche il bisogno di "integrare le milizie" etniche e confessionali all'interno "dell'esercito regolare e della polizia". Queste forze necessarie per garantire sicurezza e unità al Paese, aggiunge, "non possono essere legate a partiti o correnti" come avviene oggi in cui, sul territorio, operano fazioni armate (fatta eccezione per la componente cristiana) che operano a difesa dell'interesse personale e soggettivo. "In questo modo - continua Sako - si aumenta la capacità dei militare e si rafforza l'unità nazionale".

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