Il rito dell’hajj, quinto pilastro dell’islam, di Camille Eid

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /09 /2015 - 21:54 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 25/9/2015 un articolo di Camille Eid. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti vedi la sotto-sezione Islam nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni.

Il Centro culturale Gli scritti (27/9/2015)

La Grande Moschea della Mecca con la 
Ka'aba e la Royal Crown Tower alta 601 metri

La storia del pellegrinaggio (hajj) è stata spesso storia di una sofferenza piamente accettata, di un martirio inconsciamente ricercato. «Vedere La Mecca e morire» è il sogno più segreto di un devoto musulmano. Ma al colera e alla dissenteria che un tempo imperversavano, mietendo centinaia di vittime tra i fedeli, sono oggi subentrate l’insolazione e la calca dei pellegrini, in numero sempre crescente.

Questo quinto pilastro dell’islam è facoltativo: deve essere almeno una volta nella vita solo da chi ne ha la possibilità. Ma in un periodo preciso, tra il nono e il tredicesimo giorno dell’ultimo mese lunare, detto appunto «del pellegrinaggio». Il minuzioso rituale ha tuttavia chiare origini pre-islamiche e coincideva con l’equinoziod’autunno.Non appena entrati in territorio sacro, i pellegrini indossano due panni di stoffa bianca che fanno da perizoma e scialle (ihram) poi compiono attorno alla Ka’ba i sette giri di presentazione, in senso antiorario, come se volessero risalire fino ai tempi di Abramo, considerato il costruttore di questo tempio. Segue poi, ancora per sette volte, la “corsa” tra le colline di Safa e Marwa, per un totale di 2800 metri.

Il giorno 8 di Dhul-hijja (era martedì scorso), detto il Giorno dell’Abbeverata, segna la partenza da La Mecca a Mina. Una folla immensa trascinata dal clamore della Talbiya («Eccomi davanti a Te, Signore! »). Il giorno successivo è determinato dalla sosta di raccoglimento sul monte Arafat, a 25 chilometri da La Mecca. Un rito imperativo senza il quale lo hajj non è valido.

In questo giorno, la stoffa ricamata d’oro della Kaaba (kiswa) viene sostituita con una nuova. Al calar del sole, gli haji si dirigono verso La Mecca fermandosi nella valle di Muzdalifa, dove raccolgono le pietruzze che servono a lapidare le tre stele che simboleggiano Satana. Ieri, il giorno 10 dello stesso mese, rappresentava il momento clou del rituale: oltre al lancio delle pietruzze e la rasatura dei capelli, viene immolato un animale recitando la formula «Accetta da me come hai accettato da Abramo».

Lo Eid al-Adha, la festa del Sacrificio, è la più solenne nell’islam. È, infatti, detta anche Eid al-Kabir (la grande festa) per distinguerla dallo Eid al-Fitr, detto anche «la piccola festa», con cui si celebra la fine del mese di digiuno di Ramadan. La ricorrenza commemora l’obbedienza di Abramo, disposto a sacrificare a Dio suo figlio Ismaele (e non Isacco, come narra la Bibbia).

La solennità della festa ha spesso ispirato iniziative di pace tra i belligeranti musulmani, ma anche scalpore per la sua violazione. Come all’alba di quel 30 dicembre 2006, con l’impiccagione in un carcere di Baghdad di Saddam Hussein, che coincideva con l’inizio delle festività.

Un venditore mostra i suoi animali in vendita perché 
siano sacrificati durante la festa di Eid Al Adha, in un
mercato a Riyadh. Faisal Al Nasser/Reuters