I Domenica di Quaresima anno C di d.Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /02 /2007 - 00:58 am | Permalink
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Il testo seguente è stato scritto da d.Andrea Lonardo per il sito www.omelie.org

La liturgia di oggi, all’inizio della Quaresima, ci obbliga a misurarci con il male. In questo confronto ci mostra ancor più il dono che le Persone della Trinità ci offrono nella presenza del Figlio.

Nel deserto il Maligno appare in scena. Egli è persona – il testo evangelico ce lo mostra immediatamente. Personalmente vuole il male del Cristo. Ma – come ne scrissero con grande sapienza alcuni decenni fa gli allora professori di teologia Ratzinger e Kasper – egli è “la non-persona, la disgregazione, la dissoluzione dell'essere persona e perciò costituisce la sua peculiarità il fatto di presentarsi senza faccia”. Egli è “persona nel modo della non-persona”.

Proprio perché la persona è relazione, è costitutivamente amore, colui che non vuol bene a nessuno, colui che vuole solo il male delle persone con cui si relaziona, manca proprio della qualità che rende una persona tale.

Il vangelo ci indica subito dove mira l’opera del male: “Se sei Figlio di Dio...”. Noi siamo colpiti dal pane e dalle pietre, dal pinnacolo e dagli angeli, dai regni e dalla gloria, ma la domanda è ben più radicale: “Chi ti assicura che sei Figlio? Non sarà che non sei amato, che il Padre non è Padre. Che nessuno ti ha generato? Che a nessuno importa che tu esista, tanto meno a colui che è l’origine della tua vita?”

La domanda mira a distruggere la relazione, la domanda mira a quella relazione che è il legame che sostiene e motiva e fonda tutti gli altri legami, quello con Dio Padre.

“Tu non sei Figlio”: questa è l’accusa! Il Maligno è triste e vuole che la tristezza domini il mondo. Non ama nessuno e non vuole amare; men che meno vuole amare l’Amore stesso, il Cristo. Vuole essere il dubbio mortale sulla vita, sull’amore, sull’amore stesso di Dio. E’ persona, perché è volontà, è libertà, è indirizzarsi a persone, ma per far morire ciò che è la radice, il motivo ed il senso dell’essere personale: la relazione.

Nella seconda risposta che Luca ci ricorda - se la prima è ellittica rispetto ai paralleli sinottici che specificano l’affermazione della paternità di Dio che nutre con le parole che la sua bocca dona – Gesù pone al centro invece proprio la relazione che il Figlio ed il Padre hanno e vivono. Non solo al Signore “ti prostrerai”, ma “Lui solo adorerai”. Il Figlio afferma che Dio non vuole solo la sottomissione dei suoi servi, ma cerca piuttosto i suoi amanti. Il Figlio adora il Padre, lo ama. E’ il mistero di Dio che si schiude.

Ecco la manifestazione che Gesù è veramente “pieno di Spirito Santo” e che da quello Spirito, dallo Spirito del Padre, è condotto.

Le tentazioni vogliono dirci, allora, innanzitutto che il male non ci deve spaventare. Il male non è principio. Il Cristo ci rivela che solo Dio è origine e sorgente. La fede cristiana ha, da subito, rigettato il dualismo, l’idea che il bene ed il male siano principi, siano due principi originari. Impostazioni spirituali come quella del Tao Te Ching - che tanti portano al collo, ignorandone spesso anche il significato – con una proporzionalità simmetrica del bianco e del nero sono rigettati radicalmente dal cristianesimo. Solo il bene ha consistenza, solo Dio genera e crea. Il male non è principio, ma interviene solo successivamente. Il pensiero cristiano, con grande profondità, ha affermato che il male è assenza di bene; il male non ha consistenza in sé, è piuttosto l’assenza di relazione con il Signore. Più profondamente ancora è l’opposizione a questa relazione, è il volgere le spalle a Colui che solo è la Vita, ritrovandosi così senza il Padre, il Creatore, l’Amore stesso.

A questo mirano le singole insinuazioni del male, rivolte al Cristo. Le parole sulle pietre ed il pane vogliono essere il motivo per poter poi affermare: “Vedi, te l’avevo detto, sono rimaste pietre. Hai un Padre che non ha cura della tua fame, del tuo desiderio, del tuo bene – cioè non hai un Padre”. Le parole sui regni vogliono far credere che ci sia un interesse nella gloria conferita dal potere, capace di metter in ombra il potere dell’adorare, il potere dell’amore.

Soprattutto la proposta di chiedere una prova d’amore a Dio, vuole aprire la strada a cedere allo scandalo del male. Ma provare l’amore è ciò che è impossibile per definizione. E’ come se la fiducia non potesse mai essere data, ma dovesse essere continuamente revocata e messa fra parentesi.

Gesù invece è il Figlio; questo è la verità ed è la sua certezza. Egli è dal Padre e sempre il Padre è per lui. Il vangelo, nel corso dell’anno, ci farà incontrare più volte questo Gesù che ci parla del Padre. “Nessuno lo conosce se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” - ed il Figlio lo vuole rivelare! E’ perchè è figlio che il Signore potrà mostrare quale è il cuore del Padre per altri due figli, quello che se andrà, avendo dichiarato morto il padre con il chiedergli l’eredità, e quello che resterà in casa, preferendo parlare con i servi che capirne la gioia. Per entrambi il padre uscirà, perché ritrovino che sono figli e non servi.

Non è semplicemente una forza morale che anima la vita del Signore. Se egli ama il Padre è perché sa cosa è un Figlio per il Padre.

Il Signore ci invita a presentire, ad intuire, a vivere lucidamente la consapevolezza che il Padre è fiero dei suoi figli. Di noi come suoi figli. Della sua relazione con noi. La fierezza del Padre! La fede non è solo il “vanto”, la “fierezza” di avere quel Padre, ma è anche compiacimento del fatto che Lui è fiero di avere noi come figli. “Questi è il mio prediletto!”

E’ il Cristo. Ma il Cristo è giunto perché ogni uomo scopra la predilezione.

Qualcosa ci può aiutare a intravedere questo “vanto” del Padre. Ogni tanto appare alla coscienza la certezza che il proprio padre fisico, terreno, è - sarebbe - fiero di noi. Se sapesse quello che stai facendo, lo approverebbe. Più ancora: non approverebbe ciò che fai, ma direbbe la sua contentezza di te. E’ l’attestato della sua fierezza nei nostri confronti. E’ diverso dalla pacca amichevole sulle spalle, dalla misericordia a basso prezzo che approva ciò che è, invece, male. No. E’ proprio il sì, la contentezza, la partecipazione a ciò che noi siamo, il riconoscersi in ciò che viene fatto di nuovo.

“Ho fatto bene a fare questo figlio proprio così. Mi è venuto bene. Ed è stato bravo lui a metterci del suo” - un bravo discepolo deve essere almeno in qualche cosa migliore del maestro!

E’ allora che la solitudine non è mai tale. Anche se nessuno conosce il bene che fai, la tua fatica è amata. Non sei solo in essa.

Gesù “pieno dello Spirito santo”, Gesù condotto dallo Spirito nel deserto, Gesù solo con il Padre, Gesù mai solo, perché sempre con il Padre: ecco ciò che ci annunzia all’inizio della Quaresima l’episodio delle tentazioni.

La prima lettura, dal libro del Deuteronomio, ci riporta un testo che è stato riconosciuto come una confessione di fede. E’ come un “simbolo di fede” che è semplice non perchè dice cose di poco conto, ma perché riconduce ad unità, perché riporta tutto all’unità di ciò che è essenziale – è risaputo che a livello etimologico i due verbi sym-ballo e dia–ballo con i sostantivi derivati “simbolo” e “diavolo” si oppongono nel loro significato. “Quando farai l’offerta, confessa l’opera compiuta da Dio per i tuoi padri. Come con loro, così con te, poiché Egli è lo stesso”. E’, in germe, la fede personale che riceve la sua forma dalla fede ecclesiale. Nell’esperienza dell’essere figli in terra di padri che hanno fatto memoria del passaggio di Dio nella loro vita ci è data l’occasione di ricevere e rinnovare la fede.

Così la seconda lettura ci richiama alla professione di fede che nasce dal cuore, ma che insieme, è pubblica ed espressa attraverso la bocca: “Gesù è Signore, è Dio, ed il Padre, Dio, lo ha amato, lo ha resuscitato”.

Nella relazione tra il Padre ed il Figlio noi comprendiamo come il cammino della Quaresima sia proposta d’amore. L’amore che la Trinità riversa sul mondo è la fecondità dell’amore che la Trinità ha in sé, nella relazione del Padre, del Figlio e dello Spirito. A questa lettura il Papa Benedetto XVI ci ha richiamato con il suo messaggio per la Quaresima di quest’anno:

“I testi biblici indicano che l’eros fa parte del cuore stesso di Dio: l’Onnipotente attende il sì delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa. Purtroppo fin dalle sue origini l’umanità, sedotta dalle menzogne del Maligno, si è chiusa all’amore di Dio, nell’illusione di una impossibile autosufficienza (cfr Gn 3,1-7). Ripiegandosi su se stesso, Adamo si è allontanato da quella fonte della vita che è Dio stesso... Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente (Ambigua, 91, 1956). Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti - come si esprime lo Pseudo Dionigi - quella forza che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato (De divinis nominibus, IV, 13: PG 3, 712)”... Si potrebbe addirittura dire che la rivelazione dell’eros di Dio verso l’uomo è, in realtà, l’espressione suprema della sua agape. In verità, solo l’amore in cui si uniscono il dono gratuito di sé e il desiderio appassionato di reciprocità infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti. Gesù ha detto: Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12,32).

Per “questo tempo fissato” il diavolo tornerà, per riproporre ancora il suo dubbio sulla relazione con il Padre. Lì il Padre ed il Figlio, invece, attireranno tutti a sé.