«Dobbiamo impugnare la spada per estendere il Regno dell’amore», di Fabrice Hadjadj

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 29 /11 /2015 - 23:22 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo tratto dal sito della rivista Famille chrétienne, del 17/11/2015, numero 1975: la nostra traduzione riprende i passaggi tradotti in italiano da Andreas Hofer in un suo commento al testo di Hadjadj e completa le parti mancanti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (29/11/2015)

Hadjadj e Bidar

Avevamo perduto la guerra. Non parlo di un’assenza di successo. Al contrario, avevamo preso l’abitudine di cullarci nel comfort e nei successi, fintanto che una malattia, un incidente, un fatto di cronaca, un male senza lotta né nemico non ci avessero portati via come un computer impallato, in una insignificanza al di qua dell’assurdo.

Ci eravamo rammolliti, avevamo perduto ogni virilità, ridotti allo stato di bambini viziati, di marionette preoccupate del loro cardio-training, di pupazzi consumatori di pornografia. Non volevamo la pace che si fa, ma quella che ci lascia in pace, poco importa al prezzo di chissà quali devastazioni, di chissà quali “danni collaterali”.

Ma "la pace è opera della giustizia", ​​dice Isaia, ed è normale, quando si rifiuta questa lotta per la giustizia,, che la nostra pace apparente ci esploda in faccia. Ed ecco allora che girovagare per la strada non è più qualcosa di scontato, come per i passeggiatori disincantati. La guerra ci ha raggiunti. È già qualcosa, nell’ottica del risveglio. Ma questa guerra la vinceremo? Combatteremo la «buona battaglia», secondo le parole di san Paolo?.

È la figura dell’amore a dominare nella vita cristiana, quella del fratello, del figlio, di colui che dialoga, di colui che ha compassione. Ma non possiamo dimenticare quella del guerriero. Un guerriero dalle armi anzitutto spirituali, ma pur sempre guerriero. Certo, contrariamente a quanto crede un certo darwinismo, la vita è comunione prima di essere battaglia, è dono prima di essere lotta. Ma poiché questa vita è ferita fin dall’origine, incessantemente attaccata dal Maligno, occorre lottare per il dono, combattere per la comunione, impugnare la spada per estendere il Regno dell’amore.

Se non ritroviamo questa virilità guerriera, quella che faceva cantare a san Bernardo «la lode della nuova milizia» noi avremo perso contro l'islamismo sia spiritualmente che materialmente. Molti giovani, infatti, si rivolgono all'Islam perché il cristianesimo che offriamo non contiene più nulla di eroico né di cavalleresco (mentre Tolkien è con noi), ma si riduce a delle garbate considerazioni di civismo e di comunicazione non-violenta.

Qual è il vero terreno di questa guerra? Alcuni vorrebbero farci credere che la forza dei terroristi dello scorso venerdì 13 consista nel fatto di essere stati addestrati, formati nei campi di Daesh, di modo che la battaglia sarebbe ancora quella della potenza tecnocapitalista per fabbricare un armamento più pesante. Ma in che modo un ragazzo bloccato alle uscite di sicurezza, e che si fa saltare in aria con degli esplosivi rudimentali, può essere un soldato navigato? Noi sappiamo – e lo ha provato l’esperienza recente di Israele – che chiunque può improvvisarsi assassino nel momento in cui è posseduto da un’intenzione suicidaria. Ciò che costituisce la sua forza di distruzione, pronta a esplodere in qualunque momento e luogo, non è la sua abilità militare, ma la sua sicurezza morale.

Cosa abbiamo noi da opporre per impedire il contagio? I nostri «valori» possono al massimo mobilitare un esercito di consumatori, non di combattenti. Perciò è qui che si svolge la battaglia fondamentale – al livello di una fede capace di sostenere un vero martirio – contro quella parodia diabolica del martirio che è l’attentato suicida.

Il comunicato di Daesh che rivendica l’«attacco benedetto» parla di Parigi come della capitale «che porta la bandiera della croce in Europa». Quanto vorremmo che dicesse la verità. La guerra è qui: nel coraggio di avere una speranza tanto forte da poter dare le nostre vite e dare la vita.