La conversione di Costantino imperatore e la teologia politica di Eusebio di Cesarea, di Marilena Amerise

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /12 /2009 - 00:32 am | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 1/3/2009 due articoli di Marilena Amerise, con l’introduzione che li accompagnava. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Foto dell'Arco di Costantino al Colosseo con l'iscrizione che contiene la famosa espressione INSTINCTU DIVINITATIS al link Arco di Costantino al Colosseo.
Su Costantino il grande,vedi su questo stesso sito La conversione di Costantino il grande. Fu conversione vera o dettata da opportunismo?, di Marta Sordi (in appendice alcuni passaggi da Costantino e la chiesa, di Manlio Simonetti).

Il Centro culturale Gli scritti (11/12/2009)

L'improvvisa scomparsa - venerdì 27 febbraio a Roma - di Marilena Amerise è una grave perdita per gli studi sul cristianesimo antico, per il Pontificio Consiglio della Cultura, per il nostro giornale, al quale collaborava con fedele e gioiosa generosità. Marilena era nata a Corigliano Calabro solo trentaquattro anni fa. Completati e perfezionati i suoi studi nelle università di Perugia, Bonn e Bamberg, ha studiato soprattutto il primo imperatore cristiano ed Eusebio di Cesarea, pubblicando Il battesimo di Costantino il Grande. Storia di una scomoda eredità, Stuttgart, Franz Steiner Varlag, 2005, pagine 177, euro 37, 40 (Hermes Einzelscriften, 95) e curando la traduzione di due importanti discorsi tenuti dal grande filologo cristiano: Eusebio di Cesarea, Elogio di Costantino. Discorso per il trentennale. Discorso regale, Introduzione, traduzione e note di Marilena Amerise, Milano, Paoline, 2005, pagine 269, euro 24 (Letture cristiane del primo millennio, 38). Pubblichiamo due articoli che ci aveva inviato nelle scorse settimane.

1/ Storie di conversione: Costantino
Una visione e un sogno nel cammino dell'uomo, di Marilena Amerise

Nella ricorrenza della battaglia di Ponte Milvio, con la quale Costantino sconfisse Massenzio, il Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha avviato la preparazione di un convegno in occasione dell'anniversario di tale evento storico e dell'Editto di Costantino (312-2012). Costantino regnò dal 306 al 337, passando alla storia come il primo imperatore cristiano. Ancora oggi, la sua figura è un enigma, una sorta di sfinge della storia. Molto è stato scritto sulla sua conversione e diversi sono i pareri degli storici, alcuni addirittura opposti tra loro.

Secondo la tesi di Jacob Burckhardt (1818-1897), la decisione di Costantino sarebbe stata motivata da opportunismo politico. L'imperatore - scrive lo studioso in Die Zeit Constantins des Grossen (1880) - è un uomo a cui "l'ambizione e la smania di dominio non concedono un momento di requie" e per il quale "non è il caso di parlare di cristianesimo o paganesimo" in quanto un uomo simile "è sostanzialmente areligioso". Burchkardt conia la formula di Christianismus politicus applicandola alla conversione di Costantino. Diversi studiosi hanno seguito questa interpretazione, sostenendo che in sostanza l'imperatore avrebbe operato solo uno "scambio di patronato divino", realizzando in definitiva una Chiesa non solo non cristiana, ma addirittura anticristiana.

Questa valutazione è stata ridimensionata dalla successiva elaborazione storiografica, ma il sospetto di un'ipocrisia religiosa dell'imperatore è rimasto. Di contro, c'è chi ritiene che Costantino fosse nato cristiano e quindi non avesse avuto alcun bisogno di convertirsi. Tra questi Thomas George Elliot, che in diversi studi elaborati tra il 1987 e il 1992 elabora una tesi che però non trova riscontro nelle fonti.

Al di là delle numerose ipotesi, è certo che il nuovo orientamento religioso dell'imperatore, la cosiddetta konstantinische Wende, ha avuto massicce conseguenze storiche: dopo Costantino il cammino della storia del mondo e della Chiesa non è stato più lo stesso.

Eusebio, vescovo di Cesarea (270 circa - 339 circa), è il primo a sentire l'esigenza di trasmettere alla posterità la storia della conversione dell'imperatore. Nel 337, dopo la sua morte, scrive la Vita Constantini, della cui autenticità a lungo si è dubitato prima che venisse confermata da studi approfonditi.

Lo scenario della conversione dell'imperatore è quello della battaglia di Ponte Milvio. Costantino, nominato Cesare nel 306 in seguito alla morte del padre Costanzo Cloro, è impegnato nel confronto contro l'usurpatore Massenzio, figlio di Massimiano, che tiranneggia Roma. Con il suo esercito Costantino consegue alcune vittorie e si avvicina alla capitale. Prima della battaglia decisiva, la più importante della sua vita, l'imperatore è inquieto e riflette su quale debba essere il suo theòs boethòs, il "dio protettore".

Impegnato in queste riflessioni, Costantino ha una visione: a mezzogiorno nel cielo si forma una croce di stelle accompagnata da una frase: "Con questo segno, vincerai". L'imperatore non comprende a pieno l'avvenimento, ma di notte, in sogno, Cristo gli spiega il significato del segno. Al mattino, convoca i cristiani che militano nelle file del suo esercito e chiede delucidazioni sulla loro fede. Poi fa la sua scelta: il monogramma di Cristo avrebbe protetto il suo esercito e il cristianesimo sarebbe stato la sua religione. Il 29 ottobre 312, Costantino riporta la vittoria definitiva a Ponte Milvio ed entra trionfante a Roma. L'anno successivo, nel 313, assieme a Licinio, promulga un editto nel quale il cristianesimo riceve lo status di religione che si può professare senza timore di essere perseguitati. Questa la versione cristiana della conversione di Costantino.

Anche i pagani elaborarono un tesi per spiegare la decisione dell'imperatore. Giuliano, nipote di Costantino, sostiene che la conversione e il battesimo sono stati cercati per ottenere la purificazione da "crimini inespiabili" nella tradizione pagana. La versione più completa di questa tesi è fornita da Zosimo e risale alla metà del IV secolo. L'ultimo storico pagano sostiene che dopo l'esecuzione del figlio Crispo e l'uccisione della moglie Fausta, sospettati di avere una relazione, l'imperatore avrebbe chiesto la purificazione ai sacerdoti pagani che gliela negarono. In soccorso di Costantino, secondo Zosimo, sarebbe giunto un "egiziano dell'Iberia", identificato con il vescovo Ossio di Cordova, che gli avrebbe garantito l'espiazione dalle colpe attraverso i riti della religione cristiana. Questo avrebbe convinto Costantino a convertirsi.

Due versioni diametralmente opposte: quale è quella autentica? Quella cristiana che pone la svolta al 312 oppure quella pagana che individua il 326 come anno decisivo? In primo luogo sia la versione cristiana sia quella pagana confutano alcune ipotesi moderne secondo cui la conversione non sarebbe rinvenibile nelle fonti; in secondo luogo dimostrano che, in positivo e in negativo, era stato avvertito nella società dell'epoca un cambiamento nell'orientamento religioso dell'imperatore.

In realtà, il processo di conversione inizia nel 312. La visione narrata da Eusebio è l'avvenimento con cui presentare in termini propagandistici, secondo la mentalità dell'epoca, il mutato orientamento dell'imperatore. Bisognava narrare in modo apodittico e impressionante la scelta religiosa del sovrano e far capire che era la decisione giusta, la sola che garantiva stabilità e pace all'impero. Eusebio si fa interprete di queste esigenze e le traduce nel racconto della visione, che diventa il "momento della svolta" in maniera evidente, semplice ed efficace.

Questa svolta tuttavia diventa visibile, storicamente, in diversi momenti. Il mancato sacrificio a Giove Ottimo Massimo potrebbe rappresentare uno di questi momenti, come ha sottolineato Klaus M. Girardet (Die konstantinische Wende, Darmstadt 2006). Dopo una vittoria, infatti, i trionfatori si recavano sul Campidoglio e sacrificavano a questa divinità. Costantino, dopo aver sconfitto Massenzio, entra a Roma, ma non si reca a celebrare il consueto sacrificio.

Nel panegirico pagano del 313, l'autore imbarazzato parla di inconsueta "fretta" dell'imperatore, adombrando così la mancata ascesa al Campidoglio. L'orientamento religioso di Costantino si palesa ancora di più nella prima lettera scritta sulla questione donatista, come ha sostenuto Hartwin Brandt (Konstantin der Grosse. Der erste christliche Kaiser, München 2006). La legislazione raccolta nel XVI libro del Codice teodosiano, particolarmente intensa tra il 319 e il 321, rappresenta un altro momento dal quale si evince questa svolta.

Dalle fonti emerge dunque che il cambiamento in Costantino non si evidenzia in un momento preciso, ma si configura come un processo continuo culminato con il battesimo alla fine della vita; una conversione graduale, come del resto aveva già fatto intendere Eusebio di Cesarea. A ben leggere la Vita Constantini, infatti, il processo di conversione dell'imperatore ha un inizio e una fine: l'inizio coincide con la visione celeste del 312 ed è ancorato a una rivelazione divina considerata fondamento della vittoria. La conclusione del processo è sancita dal battesimo, ricevuto sul letto di morte il 22 maggio del 337, con il quale Costantino entra di fatto nella comunità cristiana.

La conversione di Costantino è strettamente legata a quella dell'Europa. Ancora oggi risuona attuale la domanda con la quale lo storico Arnold Hugh Martin Jones, chiude il suo libro del 1948 Constantine and the Conversion of Europe: "Se Costantino non si fosse convertito, l'Europa sarebbe stata cristiana?". A questa domanda si può rispondere che, probabilmente il cristianesimo avrebbe proseguito a diffondersi nell'impero romano, ma la "svolta" costantiniana ebbe sicuramente una portata epocale.

2/ La teologia politica di Eusebio di Cesarea
Esercizio del potere e pratica della virtù, di Marilena Amerise

Dedicando nel 2007 una catechesi a Eusebio di Cesarea, Benedetto XVI ha reso finalmente giustizia a un vescovo oggetto di molti pregiudizi. Su di lui gravano le accuse di essere stato un ariano, un cortigiano, un uomo dal debole carattere, un imbonitore. Il Papa ha invece spostato l'attenzione sullo studioso infaticabile, che con la sua opera storica, la prima del cristianesimo, ha salvato dall'oblio molti avvenimenti della Chiesa antica; sul filologo che ha curato la preziosa biblioteca di Cesarea; sul protagonista del concilio di Nicea, di cui "sottoscrisse il Credo e l'affermazione della piena divinità del Figlio di Dio"; sul sincero ammiratore di Costantino, che aveva dato la pace alla Chiesa.

Il Pontefice ha messo in evidenza la prospettiva fondamentale della storiografia eusebiana, una «storia ‘cristocentrica’, nella quale si svela progressivamente il mistero dell'amore di Dio per gli uomini (...). L'analisi storica non è mai fine a se stessa; non è fatta solo per conoscere il passato; piuttosto, essa punta decisamente alla conversione e a una autentica testimonianza di vita cristiana da parte dei fedeli».

Benedetto XVI ha restituito la figura del vescovo di Cesarea alla verità della storia. Una visione ben lontana dalle tesi sulla presunta accondiscendenza nei confronti di Costantino, derivata da una erronea interpretazione della cosiddetta teologia politica dello studioso presentata nel 336 nel Discorso per il trentennale. In questo testo - che celebra i trenta anni di regno dell'imperatore - Eusebio presenta Costantino come immagine di Dio e mimesi del Lògos. Questa formula, secondo alcuni, sarebbe alla base non solo del cesaropapismo bizantino, ma anche di ogni forma di assolutismo teocratico. Ma in che misura Eusebio ideò una concezione politica che asservì la Chiesa al potere temporale?

Per rispondere a questa domanda, occorre prima chiarire due punti: cosa intende Eusebio quando parla del sovrano come immagine-imitazione di Dio e come è stata recepita nella storia la sua formulazione. Per il vescovo di Cesarea l'imperatore rappresenta l'immagine-imitazione della divinità non per partecipazione ontologica, come volevano i trattati ellenistici, ma grazie alle sue virtù: imitando il Lògos l'imperatore può riprodurre l'immagine del regno del Padre. L'imperatore rappresenta Dio solo se imita il Lògos, perfetta immagine del Padre, e solo in questa imitazione egli può diventare immagine di Dio.

Solo colui che riesce a riprodurre in sé l'immagine del Padre attraverso l'imitazione del Lògos, può essere definito veramente imperatore. Il fatto che il soggetto dell'imitazione sia il Lògos, che media il rapporto tra Dio e l'imperatore, e rende possibile che quest'ultimo possa essere immagine di Dio attraverso la sua imitazione, è l'elemento di novità apportato da Eusebio. L'imitazione di Dio acquisisce una nuova sfumatura rispetto alla tradizione che muoveva dal Timeo platonico, presente anche nel pensiero stoico, neopitagorico, medio e neoplatonico.

Per Eusebio l'esercizio del potere è quindi strettamente collegato con la pratica delle virtù e il modello per eccellenza per chi esercita il potere è Cristo: ciò garantisce l'assenza di abusi e illeciti. Il vescovo di Cesarea elabora accuratamente la sua dottrina teologico-politica in quanto, dopo la "svolta costantiniana", aveva la necessità di presentare il nuovo impero cristiano come una realtà concreta e presente.

Sostenendo la necessità di una teologia non strumentalizzabile politicamente, nel suo Il monoteismo come problema politico (1935) il teologo Erik Peterson indica in Eusebio colui che ha dato dimensione teologica alla monarchia divina, creando un nesso tra monoteismo religioso e monarchia universale romana. Pur rimanendo imprescindibile la riflessione di Peterson sui rischi di una identificazione tra religione e politica, che porterebbe a pericolosi fondamentalismi, bisogna ricordare che nel rapporto tra monoteismo e monarchia - o analoghe forme politiche - il concetto di monoteismo non esprime più una fede religiosa, ma un costrutto politico.

Nel lessico di Eusebio di Cesarea, uomo del IV secolo, i termini monoteismo e monarchia non hanno gli stessi significati che acquisiranno nel corso dei secoli. Per Eusebio, la Chiesa non è "una comunità sacramentale separata, ed eventualmente contrapposta, alla comunità politica, giacché nell'una e nell'altra opera la stessa ragione divina, e perciò entrambe devono essere la stessa società, la società dei cristiani, uniti dall'imperatore e in cammino verso il Padre sotto la guida del Verbo", come ha ben evidenziato Merio Scattola, in Teologia politica (Bologna, Il Mulino, 2007).

Il cesaropapismo bizantino o l'assolutismo di Giacomo IV di Scozia (1587-1625) recepiscono e portano alle estreme conseguenze la teoria eusebiana, snaturandone il genuino significato. Dal xv secolo in poi, l'"imitazione di Dio" è richiamata nel titolo ottomano del sultano "ombra di Dio sulla terra", che esprime in tal modo l'idea della maestà di origine divina. In realtà Eusebio non auspica una identificazione tra i vertici del regno e della Chiesa, non teorizza una religio regis tipica delle monarchie assolute, né afferma che il sovrano esercita un potere divino, ma desidera un monarca che governi avendo come modello non solo il Padre, ma anche Cristo. Alla luce di questa prospettiva cristocentrica, implicita nel concetto eusebiano del sovrano come immagine-imitazione, sembra difficile fare di Eusebio un teorico dell'assolutismo o un vescovo prezzolato al servizio del potere, senza per questo disconoscere le derive sorte dalla sua formulazione, che resta la prima teologia politica della storia cristiana.

(©L'Osservatore Romano - 1 marzo 2009)