XXXIII del Paradiso di Dante: il Creatore e la sua creazione, l’amore della Trinità e l’assunzione dell’uomo in Dio, di Vittorio Sermonti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /12 /2009 - 23:05 pm | Permalink
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Riprendiamo da Vittorio Sermonti, Il Paradiso di Dante, Rizzoli, Milano, 2004, il commento del letterato alle tre immagini poetiche create da Dante per descrivere la visione di Dio.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di questi brani sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Su Dante, vedi su questo stesso sito:
-Dante a settecento anni dal viaggio della “Commedia”, del Card. Carlo Maria Martini,
-Inferno e Paradiso. Roberto Benigni recita Dante,
-Roberto Benigni. L'ultimo del Paradiso,
-Paolo VI, “Il signore dell'altissimo canto”: Dante Alighieri,
-Il cristianesimo di Dante, di Guido Sacchi,
-Dante, o della memoria appassionata, della prof.ssa Lina Bolzoni.
Il Centro culturale Gli scritti (16/12/2009)



(pp. 612-614)
San Dante poeta dice e ridice a futura memoria: ‘ho visto della luce di Dio quel poco che m’era dato vedere; di quel poco ricordo il pochissimo che riesco a ricordare; di quel pochissimo non posso dirvi che il nonnulla che sono capace di dirvi, unicamente per grazia di Dio’.

Il nonnulla consta di tre visioni eterne, istantanee, simultanee e successive... com’esser possa, ignoriamo e ignora Dante:
a) visione della molteplicità del creato nell’unità del creatore;
b) visione del dinamismo trinitario della creazione perpetua nell’immutabilità del creatore;
c) visione dell’incarnazione del creatore.

Due millenni di poesia cristiana non hanno mai prodotto tanto scandalo di grandezza. Non c’è che prendersi il coraggio di leggere insieme quel che un uomo dal grande naso ha avuto sette secoli fa l’eroica spudoratezza di scrivere...

«Nel suo profondo vidi che s’interna (nell’abisso del Dio-luce vidi annidarsi), /legato con amore in un volume (compattato, rilegato dall’amore divino in un unico libro), /ciò che per l’universo si squaderna (quel che appare insomma nel disordine di fascicoli scollati: ‘squinternati’, diremmo noi)».

Cioè? Cioè, «sustanze e accidenti e lor costume» (nel dizionario filosofico della Sorbonne: «formae substantiales», «formae accidentales» e «habitus», cioè ‘modi delle loro congiunzioni’) quasi compressi e amalgamati insieme (conflati), per tal modo, che dir così non fornisce che un pallido barlume del vero. Il principio primo di questo amalgama (di questo modo) credo ch’i’ vidi (sono certo di aver visto), perché nel dirlo sento la mia felicità dilatarsi. [...]

E insiste che, a contemplare quella luce, si diventa altri: «cotal si diventa, che diventa impossibile consentirsi di stornare lo sguardo da lei per altro aspetto (per guardare altro); dacché il bene, che è obietto (più che ‘oggetto’, ‘obiettivo’) della volontà, tutto in lei si compendia e raccoglie, e fuor di quella/è defettivo ciò ch’è lì perfetto». E la prima visione è consumata.

(pp. 614-615)
Consumata la prima visione (molteplicità del creato nell’unità del creatore), al resoconto della seconda siamo introdotti da un avviso domestico e scoraggiante: «D’ora in poi il mio linguaggio, non dico rispetto a quel che ho visto, ma anche solo rispetto al poco che ricordo, sarà più inetto e smozzicato di quello d’un bambino che bagni ancor la lingua a la mammella».

Il progresso delle stupefazioni celesti, a fronte delle quali abbiam visto il pellegrino della beatitudine farsi sempre più piccolo, sempre più prossimo alla nascita, qui tocca l’apice. [...] Non si può dire di averlo visto [Dio], se non nella lallazione di un neonato.

«Non perché la luce viva ch’io contemplavo – emette il neonato mistico – si diversificasse, essendo, anzi, immutabilmente identica a sé, ma perché, nel contemplare, la mia vista s’avvalorava (cresceva d’ardire e potenza), quell’unica luce, mutandom’io, a me si travagliava (si alterava, sembrava turbarsi ai miei occhi). Così, ne la profonda e chiara sussistenza/de l’alto lume parvermi tre giri/di tre colori e d’una contenenza... (tre sfere o dischi, insomma, di colori diversi e della medesima dimensione, che noi dobbiamo immaginare perfettamente sovrapposti, sebbene questo – anzi, proprio perché questo – ci impedirà di immaginarli)... e una sfera pareva riflessa da un’altra come arcobaleno da arcobaleno (iri da iri), e la terza parea foco/che quinci e quindi igualmente si spiri (emesso ed alimentato tanto dalla prima quanto dalla seconda)».

Come sappiamo bene, la «spiratio» del Padre e del Figlio è lo Spirito Santo (o ‘Santo Spiro’, ‘respirazione di Dio’); e l’immagine fiammante dei tre dischi distinti e indistinguibili illustra il dinamismo amoroso delle tre persone nell’immutabilità del Dio uno, secondo i dettami della mistica vittorina e della speculazione universitaria, balbettandone – sia consentito anche a me il sollievo della ripetizione – l’inimmaginabilità.

Ma il poeta non si dà pace: «Oh quanto è corto il dire e come fioco/ al mio concetto! E questo, a quel ch’i’ vidi,/ è tanto, che non basta a dicer ‘poco’». Insomma, di quel che ha visto non ha capito quasi nulla, e di quel quasi nulla è riuscito a dire una fievole inezia. E lo ripete, e lo ripete, e non si dà pace. Finché non s’immola all’estrema invocazione: «O luce etterna che sola in te sidi (che nella tua unicità risiedi, consisti, sei), /sola t’intendi, e da te intelletta/e intendente te ami e arridi!».

(pp. 615-616)
Oltre la rosa-rosa... non c’è un significato ulteriore: c’è lui, l’«ego sum qui sum» dell’Esodo, che significandosi significa l’universo, così come amandosi lo imbeve d’amore: Creante non-creato, Significante non-significato.

Qui la seconda impossibile visione ne gemma una terza, invisibile.
«Quella circulazion che si concetta/pareva in te come lume reflesso (quella sfera che in te, luce di Dio, appariva concepita – insieme, inclusa e generata – come riverbero luminoso: cioè, la seconda sfera-persona della Trinità), alla protratta investigazione dei miei occhi, dentro da sé, del suo colore stesso/mi parve pinta de la nostra effige (mi si manifestò dipinta al suo interno della figura umana)».

Invisibilmente campito nel Figlio di Dio, col suo stesso colore di fondo, si ostende all’uomo Dante il Figlio dell’Uomo: suo fratello, suo identico, lui.

E lui, l’uomo Dante, totalmente assorto e assunto in quella effigie, ancora si accanisce a decifrarla, concettualizzarla, misurarla, come lo studioso di matematiche (geomètra) che disperatamente si concentra a misurar lo cerchio (a calcolare la quadratura del cerchio) e, per quanto s’arrovelli, non trova il principio, l’algoritmo di cui ha bisogno. Così era lui, l’uomo, che in quella visione mai vista voleva vedere come si convenne/ l’imago al cerchio, e come vi s’indova: come, insomma, l’immagine dell’uomo – sì, la quadratezza della sua carne – si adattasse alla circolarità di Dio, insediandovisi.