Claude Lévi-Strauss, l’antropologia culturale ed i problemi dell’inter-cultura, due articoli di Jean-Claude Guillebaud e di Lucetta Scaraffia dopo la morte del grande antropologo

Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /12 /2009 - 00:48 am | Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter
| Permalink

Riprendiamo da Avvenire del 27/11/2009 un articolo di Jean-Claude Guillebaud e da l’Osservatore Romano del 5/11/2009 un articolo di Lucetta Scaraffia, invitando a leggere, per una diversa prospettiva, l’articolo scritto da Armando Massarenti per Il Sole24ore del 7/11/2009 di cui riprendiamo, restando a disposizione per l’immediata rimozione, l’apertura con il link all’articolo completo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (16/12/2009)



1/ Claude Lévi-Strauss: e l ’occidente fu relativista,
di Jean-Claude Guillebaud


Nelle ultime settimane si è reso un giusto omaggio a quel grandissimo pensatore che fu Claude Lévi- Strauss. Alla celebrazione unanime mi piacerebbe aggiungere un’osservazione più distaccata. Un grande intellettuale non è responsabile dell’uso che talvolta si fa del suo pensiero. È un dato di fatto che quello di Lévi- Strauss fu a lungo strumentalizzato e messo al servizio di un relativismo ambiguo. Proviamo a ricordare.

Negli anni Sessanta e Settanta un turbamento mortifero ossessionava il pensiero europeo. Un rifiuto di sé alimentato dal ricordo degli ammazzamenti del 1914-18, dei massacri hitleriani o staliniani, di Hiroshima, del grande peccato coloniale. La sinistra e la gioventù furono depositari di un immenso rimorso.

Fu quel rimorso a far nascere il terzomondismo, l’estrema sinistra sessantottina, la fascinazione per il relativismo culturale e per il rifiuto di sé espressi da testi celebri come la prefazione di Jean-Paul Sartre ai «Dannati della Terra» di Frantz Fanon. Il pensiero occidentale coltivava la vergogna e privilegiava i propri nemici. Lo strutturalismo e le tesi differenzialiste di Claude Lévi-Strauss fornivano a quel relativismo un alibi ideologico.

Il rispetto delle tradizioni del Sud minacciate dall’Occidente, la valorizzazione delle differenze cinesi, amerinde, arabe o bantù esaltate contro l’universalismo occidentale furono parte integrante del catechismo anticolonialista, terzomondista o regionalista.

Preoccupata di espiare, storicamente disillusa, la sinistra occidentale idolatrò la differenza al punto da dimenticare il carattere universale dei diritti dell’uomo. Ci ricordiamo ancora di quegli intellettuali che trovarono scusanti ai pensieri totalitari (maoismo, indigenismo…), con il pretesto che quelle culture non avevano la nostra stessa concezione di libertà.

Il terzomondismo giustificò molte compiacenze, ad esempio nei confronti dei Khmer rossi o del culto dell’«autenticità» messo in campo da Mobutu in Zaire.

Curiosamente, quel relativismo culturale si trovava ad essere sottratto all’ambito d’origine. Poiché, fino ad allora, l’esaltazione di culture lontane, la celebrazione dell’esotismo «minacciato dalla corruzione moderna», le reticenze di fronte al progetto coloniale «assimilazionista» erano state appannaggio della destra e dell’estrema destra.

L’estrema sinistra, strumentalizzando Lévi- Strauss, si riappropriava inconsciamente di un concetto venuto dal campo opposto. E nel peggiore dei modi. Questi sbandamenti coinvolsero un’intera generazione, la mia.

Oggi il pensiero occidentale sembra cadere nell’errore opposto. Torna ad essere trionfalista, sicuro di sé. Fatica sempre a trovare l’equilibrio. Claude Lévi- Strauss, in ogni caso, ci mancherà molto.
(traduzione di Anna Maria Brogi)


2/ Morto Lévi-Strauss, l'antropologo che non si è mai interessato alla tradizione giudaicocristiana,
di Lucetta Scaraffia


Lévi-Strauss è stato uno dei grandi intellettuali del Novecento, uno di quelli che hanno fondato la cultura in cui viviamo. La sua opera più celebre, ma meno scientifica, Tristi tropici, fin dalla sua comparsa fa parte del canone delle opere indispensabili nel curriculum di una persona colta. Si tratta infatti di un'opera che ha cambiato il modo di pensare e di sentire il rapporto con le culture diverse dalla nostra, quelle che abbiamo chiamato - prima di Lévi-Strauss - primitive, e che lui preferisce chiamare selvagge nel senso di non toccate dalla civiltà occidentale. Grazie a questo libro, infatti, il mondo occidentale non è più la norma assoluta, ma solo una maniera fra le altre di percepire il mondo o di entrare in contatto con esso.

Molto più che con il metodo di ricerca che ha inventato - lo strutturalismo - egli ha influenzato la cultura contemporanea con la sua figura, il suo modello, le infinite interviste che ha rilasciato e attraverso le quali ha imposto un nuovo ruolo per l'antropologo: grazie al suo "sguardo da lontano", l'antropologo diventa uno dei più significativi interpreti e critici della civiltà a cui appartiene. Lévi-Strauss ha fatto ancora di più: ha cambiato la definizione di essere umano, ha proposto una giustificazione scientifica per il relativismo, ha inventato l'ecologia.

Con la sua vita avventurosa - gli anni passati in Brasile e nella ricerca sul campo si aggiungono a quelli dell'esilio newyorkese durante la guerra, decisivi per la creazione di legami intellettuali con il mondo statunitense e con gli altri intellettuali esuli, dal surrealista André Breton al linguista Roman Jakobson - ma anche con la pioggia di riconoscimenti arrivati da tutte le università del mondo, con la sua straordinaria capacità di concentrazione e di lavoro, la sua passione per l'arte contemporanea e per la musica - ha scritto presentazioni delle opere di Wagner, di cui ammirava il coraggio nell'affrontare temi mitologici - Claude Lévi-Strauss costituisce il modello più completo di intellettuale del Novecento. La sua modernità è evidente soprattutto nella ricerca di un metodo scientifico per le scienze umane, che permetta finalmente anche a queste di raggiungere risultati certi, risultati confermabili con strumenti logico-matematici: per lui il mondo è come un testo, tutto sta nell'imparare a leggerlo e a comprenderlo correttamente. L'etnologo non può accontentarsi di descrivere le società che studia, e di interpretarne gli elementi manifesti, ma deve cercare dei simboli - come i legami di parentela o i miti - e comprendere in virtù di quali regole inconsce essi si combinino.

Il mito viene considerato dall'antropologo un oggetto autonomo, mosso da una logica propria. Per scoprire questa logica rimane legato alla linguistica, l'unica fra le scienze dell'uomo che può rivendicare lo statuto di scienza esatta, e che gli permette di elaborare il suo metodo, l'analisi strutturale. Questa aspirazione alla certezza scientifica lo ha portato, negli ultimi anni, a dire che la chiave del funzionamento dello spirito umano - quella che cercava di scoprire nell'analisi strutturale dei simboli culturali - oggi l'hanno i neurologi, perché è nel cervello dell'uomo. Questo flirt con le neuroscienze può sembrare contraddittorio in un uomo che ha sempre sostenuto che tutto era cultura, ma corrisponde senza dubbio al suo materialismo di base e alla sua fiducia nell'evidenza scientifica. E del resto non è in contraddizione con la sua concezione di essere umano, lontanissima dall'idea dell'uomo come immagine di Dio, e con il suo rifiuto di ogni umanesimo. Il mondo esisteva prima di noi, egli scrive, ed esisterà anche dopo di noi: "Arrogandosi il diritto di separare radicalmente l'umanità dall'animalità, accordando all'una tutto quello che si toglieva all'altra, (l'uomo occidentale) apre un ciclo maledetto".

La sua posizione a favore della natura e dell'ambiente contro ogni intervento umano ne fa un ecologo ante litteram - "l'uomo sta distruggendo il suo ambiente e finirà per distruggere se stesso" scrive - anzi, l'inventore stesso del termine: nella conferenza che tiene nel 1976 negli Stati Uniti, al Barnard College ("Strutturalismo ed ecologia") il titolo segna la prima apparizione ufficiale della parola. Ripensando ai grandi miti prodotti dall'immaginazione umana, egli vi ritrova tracce della rottura culturale dell'uomo con il mondo naturale e del profondo disagio che tale rottura ha lasciato nella nostra anima.

La sua è quindi modernità assoluta rafforzata da un irriducibile ateismo. Per Lévi-Strauss l'unica religione è la scienza, intesa soprattutto come spiegazione scientifica del reale, che sta fino alla fine al cuore del suo lavoro, mentre si rifiuta di estendere la sua ricerca al senso delle cose: "La questione del senso non è niente di più che un artefatto umano". Infatti, Lévi-Strauss si è sempre tenuto lontano dalle domande di senso per eccellenza, quelle sulla vita e la morte, e sul rapporto degli esseri umani con Dio.

Nelle migliaia di interviste che ha concesso negli ultimi decenni, spesso gli è stato chiesto quale fosse il suo rapporto con Dio: egli ha sempre cercato di far comprendere al suo interlocutore che la fede religiosa o l'esistenza di Dio erano per lui questioni prive di senso, che non si è mai posto e che mai si sarebbe posto: "L'arte, la conoscenza, l'amore della natura tengono un posto considerevole nella mia vita", il mondo gli basta. La religione per lui è solo un punto di fuga dalla realtà del mondo, dalla possibilità di conoscerlo scientificamente. La sua ricerca di conoscenza si muove sempre dentro a un perimetro di rigore che vorrebbe riprendere dalle scienze esatte per acquistare maggiore certezza.

Dopo gli anni Settanta del Novecento, tutti i ricercatori in scienze umane si sono confrontati con Lévi-Strauss, con il suo metodo. Lui invece non si è confrontato con nessuno: ha dato sempre le stesse risposte ai suoi critici, in sostanza sostenendo che le domande, in fondo modeste, che lui poneva al materiale di ricerca, erano le uniche legittime, cioè le uniche a garantire scientificità al processo di ricerca. Chi ne poneva delle altre cadeva in un terreno minato, non credibile, non scientifico, e andava emarginato dalla comunità scientifica. L'influenza di questo approccio sull'antropologia, si sa, è stata immensa, ma forse ancora di più è stata quella più obliquamente esercitata nelle altre discipline legate allo studio dell'uomo, per esempio la storia.

Ovviamente, le critiche più forti sono avvenute proprio a proposito della modestia delle sue domande, della rinuncia alla ricerca di un senso profondo. Pierre Burdieu, nel suo Le sens pratique, sostiene come in questo modo gli sfugga "lo spessore della realtà". Se Sartre si limita a rimproverargli il poco posto lasciato al soggetto, più radicale è Emmanuel Lévinas, che pure avrebbe tanto in comune con lui - hanno la stessa età, provengono dallo stesso ambiente, e vivono per decenni a pochi isolati di distanza senza conoscersi mai - che denuncia il suo pensiero anonimo, Lévinas in sostanza sintetizza la sua critica con questa frase severa: "L'ateismo moderno non è la negazione di Dio, ma è l'indifferenza assoluta di Tristi tropici. Io penso che è il libro più ateo che sia stato scritto ai nostri giorni, il libro più disorientato e disorientante".

Anche se il ventaglio dei suoi interessi è stato molto ampio, dalle americhe all'estremo oriente - per anni ha coltivato un forte interesse per la cultura giapponese - dalle scienze umane all'arte, Lévi-Strauss non si è mai interessato alla tradizione giudaico-cristiana, limitandosi a qualche giudizio velenoso sulla nefasta influenza dei missionari sulle culture primitive (cosa che non gli ha impedito, però, di utilizzare spesso materiale etnografico raccolto proprio dai missionari). Se fosse stato costretto a interessarsi a una religione, aveva detto, l'unica possibile sarebbe stata il buddismo.

In questo rifiuto ad affrontare le radici della cultura occidentale, cioè della sua cultura, sta in sostanza la profonda differenza che lo divide dall'altro grande antropologo francese, Renée Girard. Girard si domanda il senso profondo di ogni testo, di ogni tradizione, e soprattutto affronta il nodo centrale della differenza fra la tradizione giudaico-cristiana e le altre religioni, arrivando a comprendere, così, il ruolo risolutivo e innovativo della figura di Gesù. Un'aperta scelta cristiana che lo mette in netta contraddizione con l'atteggiamento relativista tenuto da Lévi-Strauss nei confronti delle religioni primitive. Lévi-Strauss non ha mai risposto alle pungenti critiche di Girard, probabilmente perché non considerava scientifici i suoi libri, ma solo letteratura.

Per un curioso contrappasso della storia, dopo che negli ultimi anni è passato di moda il suo metodo di ricerca, lo strutturalismo, di Lévi-Strauss è rimasta soprattutto la sua straordinaria abilità di scrittore che è stata confermata, l'anno scorso, dalla pubblicazione di tutte le sue opere nella Pléiade. Forse un po' poco per un intellettuale che voleva far diventare scientifiche le scienze umane.

(©L'Osservatore Romano - 5 novembre 2009)


3/ Un antropologo contro il razzismo,
di Armando Massarenti


Claude Lévi-Strauss, come ogni intellettuale che si rispetti, sapeva essere irritante. Nel 1971, sorprese l'uditorio con una tesi inaspettata per un antropologo. L'etnocentrismo, disse, non è una cattiva cosa, ed è stupido attaccarlo. È naturale porre il proprio modo di vivere e pensare al di sopra di un'altra cultura o civiltà che si discosta troppo dai valori e dalle usanze cui siamo abituati. Una certa impermeabilità è inevitabile. E persino auspicabile, perché solo chiudendosi agli altri si possono preservare sistemi di valori come entità distinte, capaci di rinnovarsi all'interno.

Semmai dovremmo preoccuparci della graduale scomparsa dell'etnocentrismo - e non solo, e non tanto, di quello di noi occidentali. Le culture, anche le più lontane e "primitive", sono destinate a comunicare sempre di più tra loro, spingendosi troppo in là nel riconoscimento delle diversità rispetto ai tempi in cui, all'opposto, ognuna di esse considerava se stessa l'«unica vera», l'«unica umana», e guardava agli abitanti appena di là dal fiume come a «scimmie di terra» o «uova di pidocchio».

Niente male per un discorso tenuto all'Unesco. E per un intellettuale famoso per l'avversione a ogni forma di razzismo, con il quale, a suo avviso, l'etnocentrismo non va confuso. Nessuno è autorizzato a opprimere o respingere valori degli altri. Del resto - come aveva osservato nel 1952 - la regolarità con cui le grandi religioni da sempre insistono sul tema della comune appartenenza a una stessa umanità, e le ricorrenti dichiarazioni dei diritti, denunciano l'insuperabile difficoltà dell'uomo ad avvicinare il diverso, a identificarsi con l'umanità in generale.

Questo, con sue specificità, è il tema che Lévi-Strauss, morto a Parigi nella notte tra sabato e domenica, ha declinato in mille modi. [...]

Per la lettura integrale dell'articolo, vai al sito de Il Sole24ore, al link Un antropologo contro il razzismo, di Armando Massarenti

© Il Sole24ore RIPRODUZIONE RISERVATA