Georges Anawati e il dialogo fra le civiltà. Il farmacista che ha cambiato lo sguardo sull'islam, di Jean-Jacques Pérennès

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /01 /2010 - 22:35 pm | Permalink
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Riprendiamo da l’Osservatore Romano del 4-5 gennaio 2010, un articolo scritto da Jean-Jacques Pérennès, con la breve introduzione che lo precedeva. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (5/1/2010)

"Le fedi alla prova della modernità" è il tema del prossimo numero della rivista plurilingue "Oasis", edita da Marcianum Press e diretta da Roberto Fontolan, in uscita a metà gennaio. Tra i contributi vi è la seconda parte - la prima era apparsa nel numero precedente - di un ampio saggio del segretario generale dell'Institut Dominicain d'Études Orientales del Cairo. L'intero testo è stato sintetizzato dall'autore per il nostro giornale.

Georges Anawati è un personaggio fuori dal comune per almeno tre ragioni: cristiano orientale, ha passato gran parte della sua vita a studiare e far meglio comprendere l'islam nel mondo cristiano. Ha dato anche un grandissimo contributo all'emergere del dibattito sull'islam e sulle religioni non cristiane al Vaticano II. Infine, ha capito molto presto che l'incontro con il mondo dell'islam sarebbe stato facilitato se ci si fosse posti innanzitutto al livello culturale e non sul piano strettamente religioso. Specialista della filosofia araba medievale, si trovava nella posizione giusta per misurare tutto quello che Oriente e Occidente hanno condiviso in passato. La sua onestà intellettuale gli è valsa un immenso riconoscimento da parte dei suoi interlocutori.

Georges Anawati nasce il 6 giugno 1905 ad Alessandria in una famiglia ortodossa emigrata da Homs, in Siria, verso il 1860. La sua è una tipica famiglia levantina tradizionale: il padre, Chehata Bey, ha tutti i modi del patriarca; la mamma si prende cura degli otto figli con una tenerezza tutta orientale, un po' soffocante. Abitano in una casa borghese del quartiere Schutz di Alessandria e il padre è un notabile della comunità. L'educazione impartita ai figli è piuttosto austera: i sei maschi studiano dai Fratelli delle Scuole Cristiane e le figlie dalle Suore della Madre di Dio, dove tutto l'insegnamento si svolge in francese, che all'epoca è la lingua dell'élite culturale, specialmente in questi ambienti levantini.

Alessandria vive allora la sua belle époque, ma nella famiglia Anawati non si respira certo un'aria di svago. Il padre ha previsto una carriera per ognuno dei suoi figli. Georges, sesto di otto, è destinato alla farmacia con il fratello Edouard, fatto che gli vale, ottenuto il diploma di liceo, di andare a compiere gli studi universitari a Beirut e poi a Lione, da dove tornerà nel 1928 con il diploma di farmacista e di ingegnere chimico. All'età di 23 anni, prende in mano la farmacia di famiglia ad Alessandria. La sua strada sembra già segnata.

In realtà, la fermezza delle intenzioni paterne sul figlio non impedisce al giovane Georges di fare progetti. È infatti di temperamento curioso, addirittura inquieto. Impregnato di cristianesimo come si può esserlo in queste vecchie famiglie cristiane d'Oriente, ambisce per la sua vita a qualcosa di grande, che formula all'inizio maldestramente in questi termini: "Essere un grande studioso cristiano". E un grande lettore, che si esercita sin da giovane a dormire il meno possibile per placare la sua sete di conoscenza. Legge Berdjaev, Chesterton e, soprattutto, il filosofo francese Jacques Maritain, al quale lo inizia un professore di filosofia di origine libanese che avrà una grande influenza su di lui: Youssef Karam.

Anni di inquietudine, di capovolgimenti interiori. Convertito al cattolicesimo alla fine dell'adolescenza, ancora allievo dei Frères, si pone il problema di un'eventuale vocazione sacerdotale o religiosa, ma vi resiste, finché la lettura di un classico del domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges (1863-1948), La vie intellectuelle (1921), gli mostra un cammino in cui il suo desiderio di conoscenza e la sua fede possono unirsi e sostenersi a vicenda: fides quaerens intellectum. Georges Anawati entra nell'ordine domenicano dalla porta principale.

Si unisce al noviziato dei domenicani in Francia nel gennaio del 1934 - a 29 anni - non senza aver dovuto affrontare forti resistenze familiari. Ma è determinato. L'arrivo in un noviziato domenicano è duro: i suoi compagni sono più giovani di lui e soprattutto meno travagliati da questioni metafisiche, meno alla ricerca di un grande progetto per la loro vita. A quel tempo le facoltà di Saulchoir, dove studierà a partire dal 1935, sono ancora un notevole crogiolo intellettuale. Vi si elaborano le premesse di quello che Marie-Dominique Chenu presenterà nel 1937 nel suo manifesto: Le Saulchoir. Une école de la théologie.

Chenu accoglie con particolare favore il giovane alessandrino perché egli stesso si pone alcune questioni circa la cultura arabo-islamica e il suo ruolo nell'evoluzione delle idee nel medioevo. Georges Anawati legge in quel momento un libro di Taha Hussein, un grande intellettuale egiziano musulmano, che giocherà un ruolo importante nell'orientarlo: L'avenir de la culture en Egypte (1938). Ammirando "il tono coraggioso, la fiamma che anima questo pensatore vigoroso, cuore nobile, che ama il suo Paese e vuole a ogni costo spingerlo in avanti", conclude con la necessità per lui "di diventare un riferimento dal punto di vista della filosofia islamica" (diario del 10 agosto 1941). Fatto stupefacente per un cristiano orientale.

Bisogna dire che era stato incoraggiato in questo senso dall'incontro, sin dai tempi del suo noviziato, con Louis Massignon, il grande orientalista francese tornato alla fede nel 1908 grazie alla testimonianza credente e all'ospitalità di musulmani iracheni che lo accolsero in un momento di grande disperazione, la famiglia Alussi. Poco a poco l'islam diventa per Anawati una questione centrale, uno dei fili conduttori della sua vita. Così, terminati gli studi di teologia, egli intraprende, su consiglio di padre Chenu, studi approfonditi di lingua e civiltà araba, frequentando dal 1940 al 1944 l'università di Algeri, dal momento che non può restare in Francia, in quel periodo sotto occupazione tedesca.

L'università di Algeri è allora rinomata per la qualità dei suoi docenti e Anawati ne trae pieno beneficio utilizzando le risorse della biblioteca dell'università sin dal primo giorno del suo arrivo. Ciò non toglie che questi professori "fanno arabo come si fa sport", scrive un po' deluso. Il religioso domenicano tenta di compensare questa lacuna incontrando sheikh e ulema algerini, ma la delusione è ancora più grande: si imbatte in un islam sclerotizzato, estraneo alla riflessione intellettuale che si può trovare al Cairo.

Il Maghreb gli permetterà tuttavia di fare incontri decisivi, in particolare quello con Louis Gardet, discepolo di Charles de Foucauld, che incontra nel corso dell'estate del 1942 su consiglio di Massignon a El-Abiodh Sidi Shaykh, in pieno Sahara algerino. Gardet ha la sua stessa età, ma è avanti di qualche lunghezza nella riflessione sull'islam. Anawati è conquistato da quest'uomo, con il quale stringerà una profonda amicizia. Gardet è altrettanto interessato poiché non è un grande arabista e trova in Anawati un uomo in grado di aiutarlo ad accedere ai testi arabi. In aggiunta, anche Gardet è discepolo di Maritain, il quale, tra l'altro, ha giocato un ruolo fondamentale nella sua conversione al cristianesimo. Intellettualmente, sono sulla stessa lunghezza d'onda.

L'islam resta tuttavia una questione aperta per Anawati, come dimostra un testo del giugno del 1942, riassumibile nella domanda: "Perché l'islam nel piano provvidenziale?". Egli non è per nulla aiutato nella sua ricerca dall'ambiente cattolico nel quale è immerso, ambiente missionario che non nutre alcuna simpatia per questa religione mal conosciuta e al tempo stesso temuta. E vero, delle eccezioni ci sono: padre André Demeerseman, dei Padri Bianchi, fondatore a Tunisi dell'Institut des Belles Lettres Arabes (Ibla), nel quale la cultura arabo-islamica ha diritto di cittadinanza, senza pregiudizi e secondi fini di conversione; padre Voillaume, fondatore dei Piccoli fratelli di Gesù e dei Piccoli fratelli del Vangelo, la cui vocazione è quella di una presenza orante immersa nel mondo musulmano, senza proselitismo.

La Chiesa cattolica si interroga, anche al più alto livello sotto l'impulso del cardinale Eugène Tisserant, all'epoca segretario della Congregazione Orientale. Questo prelato francese di grande cultura, raffinato conoscitore dell'Oriente, riflette sul bilancio di un secolo missionario nei Paesi islamici. I risultati molto mediocri, se giudicati dalle conversioni realizzate, invitano a rivedere l'approccio.

All'epoca al Cairo esiste già un convento domenicano, costruito all'inizio degli anni Trenta per volontà di padre Marie-Joseph Lagrange, fondatore e direttore della Scuola biblica di Gerusalemme. Il convento non ha mai rispettato la sua destinazione primitiva: quella di succursale in Egitto della Scuola biblica. Anawati viene dunque inviato in Egitto, primo di una équipe che si costituisce nell'immediato dopoguerra: rientrato al Cairo nell'agosto del 1944, è raggiunto nel 1945 da Jacques Jomier, che sarà specialista del Corano e delle sue interpretazioni moderne, poi da Serge Beaurecueil, specialista di Ansari e della mistica islamica.

Altri verranno più tardi ad arricchire l'équipe costituendo quello che si chiamerà, a partire dal 1953, l'Institut Dominicain d'Études Orientales. Possiamo riassumere lo spirito di questa équipe con una citazione di Marie-Dominique Chenu risalente all'ottobre 1945: "Certamente non partire alla conquista dell'islam né convertire qui e là qualche individuo, separato per ciò stesso dalla comunità musulmana, ma dedicarsi allo studio approfondito dell'islam, della sua dottrina, della sua civiltà".

Chiarite le basi, questa équipe si mette al lavoro e compie in qualche anno ricerche impressionanti. Proseguendo la collaborazione iniziata nel 1942, Anawati pubblica nel 1948 con Louis Gardet una Introduction à la théologie musulmane che rivela per la prima volta all'Occidente il contenuto del dogma islamico così come esso viene trasmesso e insegnato nelle scuole e nelle università islamiche. Nel 1949, Anawati viene scelto per partecipare a una missione della Lega Araba inviata a Istanbul per stilare l'inventario dei manoscritti di Avicenna, in vista del millenario della sua nascita che sarà celebrato a Baghdad nel 1952. Lavora senza sosta con i suoi collaboratori musulmani come Mahmoud el Khodeiry e pubblica nel 1950 il Essai de bibliographie avicennienne, che ne fa uno dei migliori specialisti della filosofia araba medievale.

Ma Georges Anawati non ha dimenticato le sue radici cristiane orientali. Il suo desiderio di stabilire un ponte con l'islam ingloba la sua stessa comunità cristiana. Due personaggi giocano qui un ruolo chiave: il già menzionato Louis Massignon e Mary Kahil. Louis Massignon ha lavorato all'Institut Français d'archéologie orientale in gioventù e torna regolarmente al Cairo soprattutto da quando è stato nominato da re Fouad membro dell'Accademia della lingua araba al Cairo. Mary Kahil è una signora della comunità greco-cattolica, colta e piuttosto agiata. I due elaborano insieme il progetto di dar vita a una comunità di cristiani arabi sensibili alla realtà spirituale dell'islam. Da buona organizzatrice, Mary Kahil lancia un centro di studi, Dar es-Salam, dove invita rinomati conferenzieri.

Parallelamente a questo sforzo intellettuale, Mary Kahil inaugura con Massignon una fraternità di preghiera, la Badaliya, il cui spirito Massignon definisce in questi termini: "Per realizzare e compiere, in tutta la sua verità provvidenziale, la vocazione dei cristiani in Oriente, di razza o di lingua araba, che la conquista musulmana ha ridotto a essere un così "piccolo gregge", è nata in Egitto, a Damietta, questa unione di preghiera, tra anime deboli e povere che cercano di amare Dio e di far sì che Gli sia sempre più resa gloria nell'islam. Riuniti, raggruppati e diretti verso la stessa meta che ci lega, è attraverso di Lui che offriamo e impegniamo le nostre vite, sin da ora, come ostaggi. Questa meta, che è la manifestazione di Cristo nell'islam ("Benedetto sia Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo nell'islam"), esige una penetrazione in profondità, fatta di comprensione fraterna e di premura attenta, nella vita delle famiglie, delle generazioni musulmane, passate e presenti, che Dio ha messo sulla strada di ciascuno di noi, conducendoci così fino alle vene sotterranee della grazia che lo Spirito Santo vuol far scaturire, e di cui noi cerchiamo di far trovare le sorgenti vive a questo popolo di esclusi, lasciati un tempo al di fuori della promessa del Messia come discendenti di Agar, e che conserva preziosamente, nella sua imperfetta tradizione musulmana, come un'impronta del viso sacro di Cristo".

Badaliya viene dalla parola badal, "sostituto". Come ha ben scritto René-Luc Moreau, "sostituirsi al musulmano o alla comunità musulmana non consiste innanzitutto nel compatirli per quello che manca loro, ma raggiungere quello che sono, ciò che sono di autentico, il meglio di loro stessi". E il motore spirituale di un progetto intellettuale ambizioso, voluto da cristiani che dal rinascimento arabo del XIX secolo hanno fatto molto per questa cultura, in particolare in Egitto. L'arrivo del regime di Nasser spezzerà i sogni di un arabismo cristiano: l'élite greco-cattolica sarà uno degli obiettivi di questo regime autoritario e farà le spese dell'ideologia del panarabismo.

Il clima del Cairo si è molto degradato e Georges Anawati pensa per un momento di lasciare l'Egitto per proseguire le sue ricerche altrove, a Beirut o a Roma, dove soffia un'aria di libertà. I suoi amici egiziani lo dissuadono, in particolare Taha Hussein e Ibrahim Madkour. Alla fine è a Roma che padre Anawati riprenderà respiro, in occasione del concilio Vaticano II al quale all'inizio è invitato solo come esperto delle Chiese orientali. Vi arriva nel giugno del 1963, tra il primo e il secondo periodo, in un momento in cui si discute il testo sull'ebraismo al quale il Papa e il suo delegato, il cardinale Bea, tenevano molto. La posta in gioco è alta: porre fine a secoli di antisemitismo cristiano. Dell'islam non si parla, in nessuna delle quindicimila pagine del testo preparatorio al concilio. Diversi vescovi orientali, in particolare il patriarca greco-cattolico Maximos IV, attireranno l'attenzione sul rischio di una dichiarazione sull'ebraismo che passi sotto silenzio la questione dell'islam, lasciando così intendere che in Medio Oriente la Chiesa cattolica abbia fatto la sua scelta di campo optando per Israele.

Questa preoccupazione è subito sostenuta da diversi esperti del concilio: certamente Anawati, ma anche Joseph Cuoq e Jean Lanfry, dei Padri Bianchi provenienti dall'Africa del nord. Molto portato per i contatti, padre Anawati si lancia in una vera azione di lobbying. Il Papa Paolo VI non è insensibile all'argomento, lui che, arcivescovo di Milano, aveva detto: "Verrà un giorno in cui il Papa si rivolgerà nella sue encicliche ai musulmani così come si è rivolto agli ortodossi". E lo stesso Paolo VI a creare, il 19 maggio 1964, un Segretariato per i non cristiani in seno al quale vi è un Comitato per i musulmani, il cui sottosegretario è padre Joseph Cuoq, alleato di Anawati.

I dibattiti preparatori alla Dichiarazione Nostra aetate sono complessi, come ha dimostrato padre Maurice Borrmans. Creare una sensibilità su questo tema non fu la cosa più difficile. Manca, in realtà, una teologia delle religioni. Alcuni esperti, come il prete maronita libanese Youakim Moubarac, si spingono molto lontano nel riconoscimento del carattere rivelato del Corano e dell'autenticità profetica di Muhammad. Moubarac è uno dei più fedeli discepoli di Massignon che, nel suo L'Hégire d'Ismaël, aveva tracciato un abbozzo del posto dell'islam nel piano della salvezza. Per lui l'islam è quasi uno "scisma abramitico", una "risposta misteriosa della grazia alla preghiera di Abramo per Ismaele e gli Arabi", "una religione naturale risvegliata da una rivelazione profetica". Ai suoi occhi la missione particolare della discendenza di Ismaele, esclusa dalla promessa, è quella di ricordare a tutti l'assoluto del giudizio finale. Massignon riconosce dunque non solo che nell'islam c'è una via di salvezza, ma accorda un valore ispirato al Corano, che sarebbe "una versione araba tronca della Bibbia", e vede in Muhammad "un profeta negativo" nel senso che "non ha mai preteso di essere un intercessore né un santo (Corano, 7, 188), ma ha affermato di essere un testimone, la Voce che grida nel deserto la separazione dei buoni dai malvagi, il Testimone della separazione".

Massignon non è inconsapevole della portata di un tale discorso, al punto da diffondere solo in un numero molto limitato di esemplari le sue Les trois prières d'Abraham. Ma - come fa notare Caspar - "v'è sempre un pericolo di distorsione quando l'opera di un orientalista, che non è necessariamente un teologo, è ripresa e utilizzata da un teologo che non è un orientalista".

Anawati resterà su posizioni più prudenti e sfumate. In un articolo sulla "Revue Thomiste" nel 1964 prende le distanze rispetto alle ipotesi "teologiche" di Massignon e dei suoi discepoli. Condotto a precisare le proprie posizioni, mostra quanto sia evoluto nella sua visione dell'islam. Si è lontani dalle esitazioni giovanili sulla possibilità di una vera santità nell'islam.

Nella critica afferma chiaramente la propria posizione sulla questione della salvezza dei musulmani: "Ciò che un tempo ha reso molto difficili i rapporti tra teologi cristiani e musulmani è l'intolleranza e l'incomprensione di cui hanno dato prova gli uni e gli altri, collocando d'ufficio i loro avversari in un inferno eterno per il semplice fatto delle loro credenze religiose. Da questo punto di vista la situazione è chiara dal punto di vista cattolico: da tempo è stato riconosciuto che in islam sussistono le due esigenze di fede richieste da san Paolo (...) Ciò significa che, volendo intavolare un dialogo con un musulmano, non comincio mettendolo automaticamente all'inferno per il solo fatto che è musulmano. Al contrario posso assicurargli che, a certe condizioni che sono lungi dall'essere irrealizzabili, egli può, pur restando musulmano convinto, conseguire la salvezza".

Ciò non toglie che lo statuto di Muhammad resterà un punto di separazione tra i teologi cattolici e su questo argomento Anawati non si pronuncia quasi, attenendosi a una teologia classica delle "pietre preparatorie" per la quale l'islam contiene germi di verità, il che salvaguarda l'unicità della salvezza in Gesù Cristo. Uno dei testi redatti da Anawati e Cuoq per i padri conciliari dice così: "Spinti da questo amore verso i nostri fratelli, noi consideriamo con un grande rispetto le opinioni e dottrine che, pur differendo dalle nostre in parecchi punti di vista, riflettono spesso un raggio di quella Verità che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. In ciò noi comprendiamo anche, prima di tutto, i musulmani, che adorano il Dio unico, personale e remuneratore, e che ci sono più vicini per il senso religioso e i numerosi scambi della cultura umana". Sono quasi parola per parola le formulazioni di Lumen gentium (n. 16) e Nostra aetate (n. 3), dichiarazione votata alla fine del concilio, nell'ottobre 1965. Tutte le parole sono state scelte con cura, in particolare il riferimento al Dio unico, vivente e sussistente, due dei nomi divini conosciuti dall'islam, che si trovano sia nel Corano che presso i filosofi musulmani. Georges Anawati era passato di lì.

Il progresso molto sensibile nelle relazioni islamo-cristiane è quasi ufficializzato al Cairo dalla conferenza che l'arcivescovo di Vienna, il cardinale Franz König, tiene all'università di al-Azhar il 31 marzo 1965, davanti a una platea di ulema e a un migliaio di studenti. "Cerimonia indimenticabile", commenta Georges Anawati, che vi vede un inizio di coronamento dei suoi sforzi. Si adopera in prima persona per diffondere questo nuovo spirito attraverso le Giornate romane, di cui era stato uno dei creatori nel 1956, e che riuniscono ogni due anni a Roma i religiosi e le religiose che vivono nei Paesi musulmani; sensibilizza anche i suoi confratelli orientalisti attraverso un'inchiesta che invia loro il 28 ottobre 1966; accetta infine un insegnamento annuale sull'islam nelle università romane dell'Angelicum e dell'Urbaniana. Lo fa tanto più volentieri in quanto ha la sensazione di essere tenuto un po' in disparte rispetto alle commissioni romane che sono incaricate di proseguire il lavoro. Annota nel suo diario del 20 aprile 1965: "Le cose adesso sono in movimento (...) Lasciare che la Provvidenza realizzi i suoi disegni (...) Non voler "imporre" i miei piani. Ciò che il Signore mi domanda ora è proseguire nella linea del dialogo scientifico, filosofico-storico e culturale".

Dal termine del concilio fino alla morte Anawati vivrà ancora trent'anni attivissimi, anche quando l'età e la malattia cominceranno a pesare su di lui. S'interroga fin da giovane sul modo migliore per entrare in contatto con il mondo musulmano. Erudito, ha preso la misura delle polemiche del passato, sulle quali scrive dotti articoli. Ma è anche capace di mostrare quanto cristiani e musulmani abbiano lavorato insieme nel passato per il bene della cultura universale. Un'opera di Maritain scritta nel 1930, Religion et culture, l'aveva segnato in gioventù e ben presto Anawati ebbe l'intuizione originale che il terreno della cultura sarebbe stato uno dei luoghi da privilegiare per l'incontro con il mondo dell'islam.

Da questo derivano i suoi sforzi per far conoscere ovunque lo si inviti l'epoca d'oro di Baghdad nel IX e X secolo, quando la cultura era un luogo d'incontro e di scambio. Non contento di partecipare a tutti i grandi congressi degli orientalisti, Anawati accetta nel 1967 un insegnamento all'università di Los Angeles, invitato dal vecchio amico Gustav von Grunebaum, fine conoscitore della civiltà musulmana dell'epoca classica.

Georges Anawati non ha mai dimenticato di essere stato in gioventù farmacista. Del resto ha sempre conservato un piccolo laboratorio personale di chimica in cui amava rilassarsi ripetendo gli esperimenti descritti da Avicenna e dagli antichi. Così quando nel 1953 Mohamed Motawi, preside della facoltà di farmacia di Alessandria, gli proporrà di tenere all'università di Alessandria una serie di corsi sulla storia della farmacia, accetterà immediatamente e con entusiasmo. Questo insegnamento fornirà lo spunto di un'opera, Drogues et médicaments dans l'Antiquité et le Moyen-Age.

Nel 1956 compila la lista dei manoscritti dell'Escorial, dove esiste un fondo particolarmente ricco di manoscritti medici provenienti dall'antica Andalusia; trent'anni più tardi pubblicherà in collaborazione con Paul Ghaliounghi e Saïd Zayed un'edizione critica con traduzione dei trattati medicinali di Averroè.

La maggior parte degli specialisti di storia delle scienze gli riconoscono il merito di aver aperto una via e aver valorizzato l'eredità culturale araba, prestigiosa ma poco conosciuta. Soprattutto - si sottolinea - egli ha saputo farlo da filosofo, ricollocando così quelle scienze particolari in uno sforzo generale d'intelligibilità del mondo. Fiero della sua cultura, Georges Anawati amava ritornare sul significato di quell'eredità scientifica, cosciente che un dialogo sereno con il mondo musulmano sarebbe stato possibile solo quando quest'ultimo avesse superato l'umiliazione che provava da secoli.

Nel 1989 accetta malgrado l'età avanzata d'intervenire al convegno di storia delle scienze arabe, in particolare matematiche. È in quell'occasione che viene creata l'Associazione internazionale di storia delle scienze e della filosofia araba e islamica. Il contributo di Anawati in quest'ambito è dunque lontano dall'essere marginale.

Il domenicano egiziano non trascura peraltro il terreno della filosofia e nel 1978 edita una bibliografia di Averroè in occasione di un grande congresso internazionale ad Algeri. Moltiplica anche le pubblicazioni sull'islam, il dialogo e l'incontro di culture, tema che diventerà più tardi "di moda" e che egli aveva compreso con ampio anticipo sui tempi.

Jacques Jomier, collaboratore di padre Anawati per parecchi anni, ripeteva volentieri che egli fu "un uomo eccezionale per un periodo eccezionale". L'osservazione è molto giusta. Georges Anawati è riuscito in un affondo nel mondo musulmano grazie al suo lavoro, alle sue qualità umane eccezionali, ma anche perché ha potuto beneficiare di un clima intellettuale scomparso con il nasserismo e poi con l'emergere dell'islam politico. I suoi interlocutori degli anni 1950-1960, uomini come Ibrahim Madhkour, Mahmoud el Khodeiry e Fouad Sayyed, erano formati nella doppia cultura arabo-musulmana e occidentale.

Con queste personalità illuminate il dibattito era possibile. L'Egitto conosceva allora una vita intellettuale e culturale di cui il nasserismo avrà ragione in pochi anni. Poi venne l'islam politico, che in Egitto covava dalla nascita del movimento dei Fratelli musulmani e che assunse visibilità pubblica con la rivoluzione iraniana. Anawati, che era poco sensibile alle questioni politiche, ne prende brutalmente coscienza quando la sua conferenza è rifiutata dal grande imam di al-Azhar in occasione del primo vertice al-Azhar - Vaticano che ha luogo al Cairo nell'aprile 1978.

L'ideologia islamista, propagata da intellettuali come il pakistano Mawdudi (1903-1979), è ormai all'opera in Egitto, efficacemente sostenuta dai fondi dell'Arabia Saudita. Nel 1980 il presidente Sadat suggellerà un'alleanza con gli islamisti dichiarando la sharî'a come la fonte principale del diritto nella Costituzione egiziana, in cui l'islam è ormai "la religione di Stato" (articolo 2).

Anawati, addolorato, auspica allora un "aggiornamento" dell'islam in un dibattito a più voci riportato dal quotidiano francese "Le Monde" il 5 gennaio 1982 e in diversi articoli sul tema "l'islam al bivio". Ottimista di natura e per scelta, appoggia come meglio può i pochi riformatori che lavorano per un rinnovamento dell'islam che lo renda capace di affrontare le sfide della modernità.

Ma la lettura del suo diario rivela una delusione reale. Con il suo senso dell'umorismo egiziano ripete allora ai suoi interlocutori che in materia di dialogo con l'islam occorre armarsi di una "pazienza geologica". Resterà comunque fedele alla sua scelta di vita, rimettendo a Dio il giorno della mietitura. Muore al Cairo, nel suo convento, il 28 gennaio 1994, giorno della festa di san Tommaso d'Aquino, suo maestro di pensiero. L'Egitto non lo ha dimenticato e fino a oggi rimane un punto di riferimento per molti.

Innegabilmente Georges Anawati è stato un pioniere. Prima di lui pochi nel mondo cattolico erano penetrati così in profondità nel mondo intellettuale musulmano. Questo affondo è dovuto alla qualità dei suoi lavori sulla filosofia araba medievale, sulla storia delle scienze arabe, ma soprattutto alla correttezza di un'intuizione: il miglior ambito per l'incontro è per il momento quello della cultura. In questo senso Georges Anawati è un pioniere di ciò che oggi si chiama dialogo delle civiltà. Il terreno religioso è più minato che mai; al contrario c'è molto da fare per riavvicinare gli uomini nel campo culturale.

L'angolo morto della sua riflessione è stata probabilmente la teologia delle religioni. Anawati aveva una teologia tomista molto classica che gli permetteva di pensare la salvezza degli infedeli, ma non il pluralismo delle religioni. Come conciliare l'unicità salvifica di Gesù Cristo e la presa in conto dell'autenticità del cammino credente dei non cristiani? La questione resta sempre presente e dovrebbe essere uno dei cantieri prioritari per l'avvenire.

Anawati lascia infine una lezione applicabile da parte di tutti: l'amicizia è un fattore decisivo nell'incontro dell'altro. Di amicizia Anawati s'intendeva, mettendo a frutto una bontà innata e il suo umorismo egiziano. Quando si è amici il disaccordo non è drammatico: si trasforma in dibattito. Come ben diceva Pierre Claverie, il vescovo di Orano assassinato nel 1996, "nessuno possiede la verità e io ho bisogno della verità degli altri". Ad Anawati sono forse mancati gli strumenti teologici per pensare quest'atteggiamento, ma egli l'ha vissuto in modo meraviglioso e ha aperto una via sulla quale altri potranno continuare a camminare.

(©L'Osservatore Romano - 4-5 gennaio 2010)