1/ Kamel Daoud. L’intellettuale algerino: «Impossibile scrivere di Islam, mi ritiro», di Stefano Montefiori 2/ Parla di «porno-islamismo», viene messo alla gogna. Ma in Francia non erano tutti Charlie?, di Leone Grotti 3/ «Ho scritto non solo perché volevo avere successo, ma anche perché avevo il terrore di vivere una vita senza senso. Ho scritto spesso, troppo, con furore, collera e divertimento. Ho detto quello che pensavo sulla sorte delle donne nel nostro Paese, sulla libertà, sulla religione e su altre grandi questioni che possono condurci alla consapevolezza o all’abdicazione e all’integralismo». La lettera di Kamel Daoud

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /02 /2016 - 15:39 pm | Permalink
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1/ Kamel Daoud. L’intellettuale algerino: «Impossibile scrivere di Islam, mi ritiro», di Stefano Montefiori

Riprendiamo dal Corriere della sera del 16/2/2016 un articolo scritto da Stefano Montefiori. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (21/2/2016)

Appena pochi giorni fa Kamel Daoud ha ricevuto il premio Jean-Luc Lagardère per il miglior giornalista dell’anno. Ora lo scrittore algerino, sfinito dalle polemiche e in particolare da un attacco collettivo contro di lui firmato su Le Monde da 19 studiosi, annuncia: «Sono stanco, abbandono il giornalismo». «Scriverò ancora qualche articolo fino alla fine del mese, e da marzo chiudo - dice al telefono con il Corriere dall’Algeria. Ho dato molto in questi anni, ho scritto tanto, ho cercato di impegnarmi. Ma le pressioni sono troppo forti: in Algeria gli islamisti mi lanciano la fatwa, e adesso in Occidente c’è chi mi accusa di islamofobia. È un insulto immorale, un’inquisizione. In Francia è diventato troppo difficile esprimere le proprie opinioni». Kamel Daoud è entrato al Quotidien d’Oran oltre vent’anni fa, poi è diventato caporedattore del giornale della seconda città d’Algeria. Nel 2014 il suo romanzo Il caso Meursault (edito in Italia da Bompiani) ispirato allo Straniero di Camus è arrivato in finale al Prix Goncourt diventando un caso letterario: da allora Daoud ha continuato a scrivere per il suo Quotidien d’Oran ma ha cominciato a essere conteso anche dai grandi giornali stranieri tra i quali Le Monde e il New York Times.

La sua voce è unica: esprime critiche feroci e allo stesso tempo amore nei confronti della cultura di appartenenza, del mondo arabo-musulmano. Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre, Daoud ha scritto per il New York Times un memorabile pezzo di denuncia sull’Arabia Saudita, «un Isis che ce l’ha fatta», e sugli stretti legami che la Francia e l’Occidente ancora intrattengono con l’oscurantista regime wahabita. Il 31 gennaio poi lo scrittore algerino ha pubblicato un lungo articolo su Le Monde a proposito dei fatti di Colonia, dove molti immigrati nordafricani e mediorientali hanno molestato decine di donne la sera di Capodanno. Daoud ha osato parlare della miseria sessuale degli uomini e della condizione della donna nel mondo arabo. «L’Occidente dimentica che il rifugiato proviene da una trappola culturale che si riassume soprattutto nel suo rapporto con Dio e la donna. (...) Non basta accoglierlo dandogli dei documenti e un dormitorio. Bisogna offrire asilo al corpo ma anche convincere l’anima che deve cambiare. L’Altro arriva da questo vasto universo doloroso e spaventoso che sono la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano, il rapporto malato con la donna, il corpo e il desiderio. Accogliere l’Altro non significa guarirlo». Daoud ha avuto il coraggio di denunciare una realtà che conosce bene, provenendo lui da quel mondo, e vivendo ancora ad Orano, in Algeria. Pochi giorni dopo su Le Monde un gruppo di 19 tra sociologi, storici e antropologi hanno firmato un testo in cui accusano Daoud di «riciclare i più triti cliché orientalisti», di contrapporre un «mondo della liberazione e dell’educazione» (l’Occidente) a un «mondo della sottomissione e dell’alienazione» (l’Oriente islamico), e di «produrre l’immagine di una fiumana di predatori sessuali potenziali, perché tutti colpiti dagli stessi mali psicologici. Pegida non chiedeva tanto». In conclusione dell’articolo Daoud viene tacciato di islamofobia, la parola definitiva che vale come una scomunica. «Trovo immorale e insopportabile che mi vengano impartite lezioni dai caffé parigini», si sfoga Daoud, che ieri ha scritto una «Lettera a un amico straniero» sul Quotidien d’Oran annunciando l’addio al giornalismo dopo oltre vent’anni. «Viviamo nell’epoca delle ingiunzioni: o stai da una parte o dall’altra. Ogni volta che scrivo qualcosa scateno reazioni eccessive, ricevo tonnellate di insulti e minacce e per fortuna anche manifestazioni di sostegno. Ma non mi trovo a mio agio, perché non sono un provocatore, sono solo un uomo libero che vuole esprimere la sua opinione. Questo non è più possibile». Ha fatto molto male a Daoud il riferimento a Pegida, il movimento xenofobo. «La differenza fondamentale tra me e gli estremisti di destra è che loro criticano l’islamismo per rifiutare l’altro, io per accoglierlo. Il loro scopo è l’esclusione, il mio è la condivisione. Io non sono affatto islamofobo, dico che la religione deve essere una scelta, non un’imposizione. Ma la Francia è un Paese con molti tabù, e io adesso ne faccio le spese».

2/ Parla di «porno-islamismo», viene messo alla gogna. Ma in Francia non erano tutti Charlie?, di Leone Grotti

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un articolo scritto da Leone Grotti il 17/2/2016. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (21/2/2016)

«Basta, abbandono il giornalismo. In Francia è diventato troppo difficile esprimere le proprie opinioni». Ha lasciato tutti spiazzati l’annuncio di Kamel Daoud (foto in basso), scrittore algerino e fresco vincitore (11 febbraio) in Francia del premio Jean-Luc Lagardère come miglior giornalista dell’anno. Editorialista di Le Point, cura una rubrica per il secondo quotidiano più importante d’Algeria, Quotidien d’Oran, e collabora con New York TimesLe Monde e La Repubblica.

DOPO COLONIA. Perché uno scrittore all’apice della carriera – nel 2014 è arrivato in finale al Prix Goncourt con il romanzo Il caso Meursault – dovrebbe abbandonare il giornalismo? Intervistato ieri dal Corriere della Sera, Daoud si dice sfinito dalle polemiche suscitate da due suoi articoli, apparsi pochi giorni fa su Le Monde e New York Times, nei quali denuncia «la miseria sessuale nel mondo arabo» a partire dai preoccupanti fatti di Colonia.

ISLAM E DONNA. Negli articoli ha denunciato come le donne, «in molti posti del mondo arabo», siano «velate, lapidate e uccise. Come minimo accusate di seminare discordia in una società ideale» a riprova che «il mondo musulmano più in generale ha una relazione malata con le donne». Queste infatti sono «definite da relazioni di proprietà, come mogli di X o figlie di Y» e il modo in cui vengono occultate nasconde una specie di «isteria», di «inquisizione». Attorno al corpo delle donne, insomma, c’è una vera e propria «ossessione». E questo fa sì che, paradossalmente, «il sesso sia ovunque». Daoud arriva a parlare di «porno-islamismo» e di «fatwa grottesche».

«NON BASTA ACCOGLIERE». E per quanto riguarda la promessa di un Paradiso pieno di vergini per chi si fa saltare in aria in nome di Allah, «i kamikaze si arrendono a una logica surreale e terrificante: la via all’orgasmo passa dalla morte, non dall’amore». Ed ora che, come dimostra la notte di San Silvestro a Colonia, «questa relazione patologica che parte del mondo arabo ha con le donne è esplosa sulla scena europea», noi «non possiamo solo offrire asilo ai corpi [dei migranti] ma dobbiamo anche convincere le anime a cambiare. Non basta accogliere, consegnare documenti o una casa per cavarsela». Questo non significa che «i rifugiati siano tutti dei “selvaggi” (…) riducibili a una minoranza delinquente», questa minoranza però «ci pone il problema dei “valori” da condividere, da imporre, da difendere e da far capire. Questo ci pone il problema della responsabilità che dobbiamo assumerci dopo l’accoglienza».

«ISLAMOFOBO». Per questo articolo lo scrittore algerino è stato accusato sul Le Monde da 19 intellettuali di «riciclare i cliché orientalisti più usurati» per fare «banali discorsi razzisti». A Daoud è stato fatto innanzitutto notare, e non a torto, che anche l’Occidente ha i suoi bei problemi con il corpo della donna, sempre più svilito, commercializzato e ridotto a oggetto. Poi però è stato accusato di «sposare l’islamofobia divenuta ormai maggioritaria nel contesto europeo». Dopo questa invettiva, il miglior giornalista dell’anno in Francia ha deciso di ritirarsi dalla professione.

«ISLAMISTI MI LANCIANO FATWA». Prima di andarsene, però, ha sottolineato le preoccupanti similitudini tra Algeria e Francia: «Ho dato molto in questi anni, ho scritto tanto, ho cercato di impegnarmi. Ma le pressioni sono troppo forti: in Algeria gli islamisti mi lanciano la fatwa, e adesso in Occidente c’è chi mi accusa di islamofobia. È un insulto immorale, un’inquisizione. In Francia è diventato troppo difficile esprimere le proprie opinioni».

«IMPOSSIBILE ESPRIMERE UN’OPINIONE». Nella terra che si vanta di essere Charlie, basta fare una minima critica all’islam per essere demonizzati e attaccati. «Ogni volta che scrivo qualcosa scateno reazioni eccessive, ricevo tonnellate di insulti e minacce e per fortuna anche manifestazioni di sostegno. Ma non mi trovo a mio agio, perché non sono un provocatore, sono solo un uomo libero che vuole esprimere la sua opinione. Questo non è più possibile». E a chi lo definisce xenofobo risponde: «La differenza fondamentale tra me e gli estremisti di destra è che loro criticano l’islamismo per rifiutare l’altro, io per accoglierlo. Il loro scopo è l’esclusione, il mio è la condivisione. Io non sono affatto islamofobo, dico che la religione deve essere una scelta, non un’imposizione. Ma la Francia è un Paese con molti tabù, e io adesso ne faccio le spese». Speriamo solo che Daoud ci ripensi e ricominci a scrivere, per non doverci privare di un autore che ha avuto l’acutezza di dare questa definizione dell’Arabia Saudita: «Un Isis che ce l’ha fatta».

3/ «Ho scritto non solo perché volevo avere successo, ma anche perché avevo il terrore di vivere una vita senza senso. Ho scritto spesso, troppo, con furore, collera e divertimento. Ho detto quello che pensavo sulla sorte delle donne nel nostro Paese, sulla libertà, sulla religione e su altre grandi questioni che possono condurci alla consapevolezza o all’abdicazione e all’integralismo». La lettera di Kamel Daoud

Riprendiamo da La Repubblica del 16/2/2016 una lettera dello scrittore algerino Kamel Daoud. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (21/2/2016)

CARO AMICO, ho letto con attenzione la tua lettera. Sono rimasto colpito dalla sua generosità e lucidità. Curiosamente, è venuta a confortare una decisione che avevo già preso in questi giorni, e con gli stessi argomenti.

Tuttavia, vorrei rispondere ancora. Scrivo da tempo con lo stesso spirito, che non si cura delle opinioni altrui quando sono predominanti. Mi ha regalato una libertà di tono, uno stile, forse, ma anche una libertà che era insolenza e irresponsabilità o audacia. O anche ingenuità. Ad alcuni piaceva, altri non riuscivano ad accettarla. Ho stuzzicato le radicalità e ho cercato di difendere la mia libertà di fronte a cliché che mi facevano orrore. Ho cercato anche di pensare. Attraverso l’articolo di giornale o la letteratura. Non solo perché volevo avere successo, ma anche perché avevo il terrore di vivere una vita senza senso. Il giornalismo in Algeria, durante gli anni duri, mi aveva garantito di vivere la metafora dello scritto, il mito dell’esperienza. E dunque ho scritto spesso, troppo, con furore, collera e divertimento. Ho detto quello che pensavo sulla sorte delle donne nel nostro Paese, sulla libertà, sulla religione e su altre grandi questioni che possono condurci alla consapevolezza o all’abdicazione e all’integralismo. A seconda dei nostri scopi nella vita.

Non fosse che oggi, con il successo mediatico, ho finito per capire due o tre cose. Innanzitutto che viviamo ormai in un’epoca in cui se non sei da un lato, sei dall’altro: del testo su Colonia, una parte, quella sulla donna, l’avevo scritta anni fa. All’epoca non suscitò quasi nessuna reazione. Oggi l’epoca è cambiata: l’irritazione spinge a interpretare, e l’interpretazione spinge al processo. Avevo scritto questo articolo e quello del New York Times a inizio gennaio: la loro successione nel tempo dunque è un caso, non un accanimento da parte mia. Avevo scritto, spinto dalla vergogna e dalla collera contro la mia gente, e perché vivo in questo Paese, in questa terra. Avevo esposto il mio pensiero e la mia analisi su un aspetto che non può essere occultato sotto il pretesto della “carità culturale”. Sono scrittore e non scrivo saggi universitari. È anche un’emozione. Che degli universitari oggi lancino una petizione contro di me per quel testo lo trovo immorale, perché non vivono nella mia carne o nella mia terra, e trovo illegittimo, se non scandaloso, che certi mi comminino una sentenza di islamofobia dalla sicurezza e dalle comodità delle capitali d’Occidente e dei suoi caffè. Il tutto servito sotto forma di processo staliniano e con il pregiudizio dell’esperto: faccio la paternale a un indigeno perché parlo meglio degli interessi degli altri indigeni e post- decolonizzati. E in nome di entrambi, ma con il mio nome. Per me è un atteggiamento intollerabile. Continuo a pensare che sia immorale offrirmi in pasto all’odio locale con il verdetto di islamofobia, che oggi serve anche da inquisizione. Penso che sia vergognoso accusarmi di questo tenendosi bene a distanza dal quotidiano mio e della mia gente.

L’islam è una bella religione a seconda dell’uomo che la indossa, ma a me piace che le religioni siano un cammino verso un dio, che risuonino dei passi di un uomo in marcia. Gli imboscati che hanno promosso la petizione contro di me non misurano la conseguenza delle loro azioni e del tribunale sulla vita altrui.

Caro amico, ho capito anche che l’epoca è dura. Come un tempo lo scrittore che veniva dal freddo, così oggi lo scrittore che viene dal mondo cosiddetto arabo è preso in trappola, intimidito, spinto via, cacciato. La minaccia della sovrainterpretazione incombe su di lui e i media lo tormentano per confermare chi una visione, chi un rifiuto e una negazione. La sorte della donna è legata al mio futuro, al futuro della mia gente. Il desiderio è malato, nelle nostre terre, e il corpo è accerchiato. Non possiamo negarlo e lo devo dire e denunciare. Ma improvvisamente mi ritrovo responsabile di cosa leggeranno a seconda delle varie terre e arie. Denunciare la teocrazia diffusa da noi altrove diventa una tesi da islamofobi. È colpa mia? In parte sì. Ma è anche colpa della nostra epoca, il suo mal du siècle. È quanto è successo con l’editoriale su Colonia. Me ne faccio carico, ma mi sento sconsolato per l’uso che se ne può fare come negazione e rifiuto di umanità dell’Altro. Lo scrittore venuto dalle terre di Allah si trova oggi al centro di sollecitazioni mediatiche intollerabili. Non posso farci niente, ma posso sottrarmici: con la prudenza, come credevo prima, ma anche con il silenzio, come scelgo di fare oggi.

E allora mi occuperò di letteratura. Fra non molto abbandonerò il giornalismo. Mi dedicherò ad ascoltare gli alberi o i cuori. A leggere. A ricreare dentro di me la fiducia e la tranquillità. A esplorare. Non ad abdicare, ma ad andare oltre il gioco delle mode e dei media. Mi riprometto di scavare e non declamare.

(traduzione di Fabio Galimberti)

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