1/ “Star Wars”: ma il robot non può essere un eroe, di Fabrice Hadjadj 2/ E se la comunicazione ci togliesse la parola?, di Fabrice Hadjadj

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 06 /03 /2016 - 21:38 pm | Permalink
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1/ “Star Wars”: ma il robot non può essere un eroe, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 21/2/2016 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (6/3/2016)

È evidente per chi sa guardare al di là della panoplia carnevalesca: Star Wars non è un film di fantascienza. È una specie di tragedia antica in costume futurista (e neanche tanto! Molti personaggi indossano tonache degne di monasteri antichissimi). Le questioni dell'automatizzazione o dell'intelligenza artificiale non sono mai prese in considerazione. I robot sono rappresentati sempre come una via di mezzo tra un cane fedele e un bravo maggiordomo.

La navicella spaziale è una caravella che viaggia negli spazi intergalattici come fossero mari, circola tra i pianeti come tra isole, e mai ci si interroga sullo stato di quella umanità senza terra né agricoltura, che sopravvive non si sa come nel deserto. La sciabola è laser, probabilmente, ma la si maneggia come una cara vecchia spada della guerra dei cent'anni: e per quanto gli apparecchi possano sembrare sofisticati, sono malgrado tutto degli strumenti che si tengono in mano.

Quanto agli uomini, lungi dall'esser stati fabbricati in incubatrici, provengono ancora da un padre e da una madre, e il loro dramma si iscrive sempre in una filiazione: Luke e Vader, Kylo Ren e Han Solo… cosicché la conclusione rinvia ancora agli ultimi versetti dell'Antico Testamento secondo il canone cattolico: «Egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio» (Ml 3,24).

Perché questa discrepanza? Come mai la più popolare saga del futuro è inchiodata all'immaginario del Medioevo? E perché i Jedi sono ancora «cavalieri» e i Sith dei signori che rinnovano l'arcaico combattimento tra la Luce e le Tenebre?

Il fatto è che l'avventura ha bisogno di eroi e che l'escrescenza tecnologica è contraria all'apparizione dell'eroe (cosa che, d'altra parte, sembra pensare anche Sam Mendes nei due ultimi James Bond). Se tutto si fa con i droni, le armi batteriologiche o gli imparabili nano-robot, se tutto si risolve per via informatica, non resta più nulla del corpo-a-corpo, dell'onore e dello spirito cavalleresco.

Cosa può un paladino di fronte a una bomba nucleare o anche davanti a un semplice AK-47 nelle mani di un adolescente? Il film si sforza di farci credere che egli riuscirà con i suoi muscoli, con la sua astuzia, con il suo valore di guerriero, ad entrare nella stanza dei bottoni e a trattenere il dito che sta per premere il pulsante.

Ma si sa che non è vero. In verità, la fantascienza è schiacciata dall'attuale tecnoscienza. Per restare una fantasia, per conservare una trama, essa è obbligata a diminuire il suo riferimento alla scienza e a guardare indietro, verso Ulisse, verso Enea, verso Orlando furioso o Goffredo di Buglione, nella misura in cui un mondo di controllo e fabbricazione totale impedisce ogni ricerca ed ogni offerta di una vita donata e ricevuta.

Nel suo libro intitolato Il Santo, il genio, l'eroe Max Scheler scrive che «l'eroe si consacra ai valori vitali "puri" e non ai valori vitali tecnici, e la sua virtù fondamentale è una nobiltà naturale del corpo e dello spirito alla quale corrisponde una stessa nobiltà di sentimenti».

L'uomo che si eleva al di sopra della sua condizione ordinaria pur restando naturale è proprio il cavaliere e non il cyborg: il suo corpo monta su un cavallo, il suo spirito è fedele al Salvatore dell'universo, il suo cuore è pieno di misericordia. Egli prende su di sé la pura vitalità della terra e del cielo e mette il suo braccio al servizio dei deboli. Tale è la nobiltà dell'eroe che nessun progresso tecnico potrebbe sostituirla.

Al contrario: le innovazioni tecnologiche tendono a farla regredire. All'eroe sostituiscono l'esperto, poi l'ingegnere, poi il geek e infine il puro algoritmo che macina i big data, il solo capace di gestire dati di complessità tanto più estrema in quanto priva di storia. Ma quale attore potrebbe recitare in modo convincente un algoritmo in Star Wars? E quale spettatore potrebbe esserne conquistato? Ecco perché la fantascienza, per essere ancora avventura, è obbligata a ritornare alla cavalleria e alla paternità.

2/ E se la comunicazione ci togliesse la parola?, di Fabrice Hadjadj

Riprendiamo da Avvenire del 28/2/2016 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (6/3/2016)

Sono anni che il correttore automatico di Word sottolinea in rosso i miei sforzi per scrivere nella mia lingua mantenendo gli accenti circonflessi mentre accetta senza riserve parole come ognons che per errore avrei potuto scrivere invece di oignons.

Questo può farci pensare che l'attuale riforma francese dell'ortografia, che suscita tanto dibattito, ma che si accontenta di semplificazioni già da molto tempo acquisite dal mio software, sia in realtà ancora profondamente reazionaria. Ciò che andrebbe veramente nel senso del progresso e che ci procurerebbe parecchi secoli di anticipo, sarebbe invece una riforma mondiale degli smiley o emoticon, una riforma che ne razionalizzasse la tavolozza universalizzandola affinché gli uomini possano esprimersi per immagini senza più essere infastiditi dalla barriera delle lingue vernacolari.

Abbiamo fatto tutti un'esperienza come questa: in un Paese di cui non parliamo la lingua, è più difficile entrare in empatia con una straniera che col suo cane, che comprende subito il linguaggio della carezza o del beef-stick. Ma, con gli emoticon internazionali, al cane non resta che mettersi a cuccia.

Con ogni evidenza, l'uso della parola articolata è un arcaismo. Chi comprende oggigiorno la forza di un enunciato come «Il Verbo si è fatto carne»? Né il Verbo né la carne ci interessano più (è rimarchevole il fatto che il nostro interesse per l'uno diminuisca simultaneamente con quello per l'altra). Ci sentiamo più coinvolti da una frase come «l'algoritmo si è fatto totale» o «la soluzione si è fatta clic».

Nei Viaggi di Gulliver, alcuni scienziati dell'accademia di Lagado cercano di inventare un linguaggio diretto e senza equivoci. Muniti di enormi zaini, estraggono uno dopo l'altro gli oggetti della loro conversazione. Certamente il tutto è abbastanza ingombrante: se il tema conversazione tratta dell'elefante, bisogna mettere un elefante nello zaino. La parola “elefante” è in fin dei conti molto più pratica.

Tale è lo scopo della parola: svuotare la nostra borsa, alleggerirci del peso delle cose, anche se sarebbe meglio, ma molto scomodo per noi, poter presentare direttamente la cosa stessa.

Ora, è precisamente questa scomodità che l'apparecchio digitale ormai risolve: spingo un bottone, ed ecco sul mio tablet, in 3D, la cosa a cui sto pensando, quello che sento e che voi potete vedere anche se siete a molte miglia di distanza.

Kevin Warwick, il grande pioniere delle interfacce cervello-computer-cervello, vuole spingersi ancora più lontano. Lo dichiara in un'intervista: «Perché la parola, che è imperfetta, dovrebbe esistere ancora nel futuro, quando avremo la possibilità di comunicare, direttamente coi pensieri, i colori, i concetti?».

L'avverbio che adopera è significativo dell'illusione informatica: «Direttamente». Come può questo scienziato della nuova Lagado essere così cieco da figurarsi che il passaggio attraverso la formattazione e la digitalizzazione di enormi macchine equivalga a una comunicazione immediata?

E poi, la parola è soltanto un mezzo di comunicazione? Non è piuttosto il luogo della nostra umanità, ciò che ci permette di articolare le impressioni altrimenti lasciate allo stato di zuppa indistinta e che, con le sue eccezioni alla regola, con i suoi accenti circonflessi, ci inserisce in una storia e ci apre a una poesia?

Una delle prime esperienze di Warwick fu quella di impiantare un sensore nell'avambraccio di sua moglie e, tramite un computer e un ricevitore impiantato nel proprio braccio, sperimentare lui nella sua carne tutti i movimenti che lei faceva con la sua mano.

Certo, avrebbe potuto toccarla, ma il progresso consiste nel sentire nell'assenza. E anche nell'evitare di dover discutere con sua moglie. La sofisticazione tecnologica, in fondo, vuole farci avvicinare alla perfezione della comunicazione animale, dove un segnale produce un comportamento senza equivoco né discussione.

Allora potremo avvicinare la straniera facilmente quanto il suo cane… Ma è proprio questo ciò che lei vorrebbe? Le giravolte della parola, le sue approssimazioni, le sue goffaggini, non sono forse più in grado di fare con cura posto alla sua presenza?