Lo “scandalo” delle beatitudini, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /01 /2010 - 15:03 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito l'articolo scritto da Andrea Lonardo il 22/1/2010 per la rubrica In cammino verso Gesù del sito Romasette di Avvenire. Per altri articoli sulla Sacra Scrittura, vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura.

Il Centro culturale Gli scritti (23/1/2010)

«“Non il dolore, ma la gioia degli uomini ha commosso Cristo, alla gioia degli uomini volle cooperare... Chi ama gli uomini, ama anche la loro gioia” così ripeteva il mio staretz ad ogni occasione».

Con queste parole ne I fratelli Karamazov F. M. Dostoevskij riflette sulla beatitudine e Mitja, nello stesso romanzo esclama: «Giacché è Dio che dà la gioia, è questo il privilegio Suo, sublime... Signore, si sciolga il gelo dell’uomo nella preghiera... E sempre viva Dio e la Sua gioia! Io sento amore per Lui».

Il grande romanziere russo riecheggia l’annunzio di gioia proprio del vangelo, dove la consapevolezza della realtà del dolore e della sofferenza non diviene mai supina accettazione di essi, ma fiducia nella capacità divina di trasformare il lutto in danza.

Per ben 55 volte nel vangelo risuona l’annuncio “beati”, “felici”. Non solo nel discorso della montagna – così come è stato soprannominato l’annunzio di Gesù in Matteo ed il suo parallelo in Luca – ma in tanti altri passi dei vangeli.

«Beato colui che non si scandalizza di me» (Mt 11,6), «beati i vostri occhi perché vedono ed i vostri orecchi perché sentono» (Mt 13, 16), «beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato» (Mt 16, 17), «beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11, 28) «quando dai un banchetto, invita poveri, zoppi, ciechi, storpi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti» (Lc 14,13), «sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,17), «beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverò ancora svegli» (Lc 12, 37) e così via.

Non una prospettiva di mestizia, non una proposta incentrata su doveri, ma l’annuncio della via della gioia contraddistingue il vangelo del Cristo.

Ad esso il Signore contrappone la via della morte, della tristezza, con l’annunzio del «guai» che viene più volte ripetuto (Mt 11, 21; Lc 10, 13; Lc 6, 24; Mt 23; Lc 11, 52; Mc 14, 21; Lc 22, 22).

Nella lettura che J. Ratzinger – Benedetto XVI propone delle beatitudini, nel suo Gesù di Nazaret, gli annunzi di gioia del Cristo non sono un’affermazione teorica, ma «descrivono per così dire lo stato effettivo dei discepoli di Gesù: sono poveri, affamati, piangenti, odiati e perseguitati (cfr. Lc 6, 20 ss.). Sono da intendere come qualificazioni pratiche, ma anche teologiche, dei discepoli – di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati la sua famiglia».

In effetti, le beatitudini comprendono l’accoglienza di Gesù e della sua parola, il suo riconoscimento come Cristo e Figlio di Dio, l’appartenere alla nuova comunità che nasce dall’ascolto della sua parola, il vivere nella sobrietà e, talvolta, nell’indigenza che ne consegue, la condivisione dei beni e del vangelo con coloro che ne sono privi.

Il papa prosegue mostrando come «i paradossi presentati da Gesù nelle Beatitudini esprimono la vera situazione del credente nel mondo, quale è stata ripetutamente descritta da Paolo alla luce della sua esperienza di vita e di sofferenza da apostolo: “Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!” (2 Cor 6,8-10). “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi…” (2 Cor 4,8-10). Quello che nelle Beatitudini del Vangelo di Luca è parola di conforto e promessa, in Paolo è l’esperienza vissuta dall’apostolo».

In questa prospettiva possono trovare composizione le opposte letture che sono state proposte delle beatitudini, tendenti a privilegiarne il loro carattere escatologico di promessa di bene che viene rinviata al momento dell’eternità o, invece, la loro valenza immanente, come di indicazione che riguarda solo la storia ed il suo presente.

Nelle beatitudini la tensione verso l’attesa del ritorno di Cristo è decisiva, perché solo il suo giudizio permetterà la definitiva sconfitta del male ed il premio dei giusti. D’altro lato questa speranza certa non spegne, anzi conferisce significato al concreto impegno per il bene degli uomini e per l’annunzio del vangelo che ogni giorno deve nuovamente essere compiuto.

Nella lettura che J. Ratzinger – Benedetto XVI propone delle beatitudini emerge, ad un certo punto, un importantissimo spunto, quando il volume ricorda che lo stesso Francesco d’Assisi non volle che tutti coloro che lo seguivano seguissero letteralmente la sua “regola”, ma istituì il Terz’ordine francescano perché i laici, coloro che erano stati chiamati alla vita familiare ed alla vita professionale, conservassero, pur nella sobrietà, il possesso dei beni e degli affetti, senza perdere per questo lo spirito delle beatitudini.

Il grande scrittore G. K. Chesterton aveva già affrontato la questione da un altro punto di vista convergente, nel suo volumetto sul santo di Assisi, domandandosi se la costituzione dell’ordine francescano nel seno della chiesa fosse stato un evento veramente evangelico o non piuttosto un ripiego per conservare, in fondo, lo statu quo. Chesterton si interroga: «San Francesco era un uomo così grande e originale che aveva in sé qualche cosa della sostanza che forma il Fondatore di una religione. Parecchi dei suoi seguaci erano più o meno pronti, nei loro animi, a trattarlo come tale... Francesco, quel fuoco che correva attraverso le contrade d'Italia, doveva essere l'iniziatore di una conflagrazione nella quale si sarebbe consumata l'antica civiltà cristiana. Questo era l'argomento che il papa doveva chiarire: o il cristianesimo assorbiva l'opera di Francesco o questa assorbiva il cristianesimo».

A questo dilemma Chesterton risponde: fu evidente a tutti, nel corso del XIII secolo, che era Gesù ad essere unico modello e Signore, mentre Francesco era solo una modalità, anche se straordinaria, di esprimere la santità cristiana. Gli uomini non erano chiamati tutti a diventare francescani – ad esempio fu una grazia di Dio che Dante continuasse a leggere ed a studiare – perché «nella Chiesa del Signore ci sono diverse magioni. Ogni eresia è stato uno sforzo per rimpicciolire la Chiesa. Se il movimento francescano si fosse risolto in una nuova religione, questa sarebbe stata, dopo tutto, una religione meschina».

Le beatitudini riportano così allo scandalo dell’essere cristiani, alla gioia che nasce dall’avere un Padre nei cieli e dal perdere la propria vita nel servizio della fraternità degli uomini, nelle diverse vocazioni che dal Signore nascono.