La biodiversità e i suoceri, di Fabrice Hadjadj [La “natura” non ci ha aspettato per procedere senza alcuna emozione a estinzioni di massa come quelle del Cretaceo o del Permiano, quando sparì bruscamente il 90% delle specie. Il sistema di sovrapproduzione tecno-industriale è oggi il primo responsabile della devastazione e dell'uniformizzazione delle piante e degli animali, ma anche degli uomini e delle culture. Insieme al grande pinguino d'Islanda, il dodo delle Mauritius e la rana dorata di Panama, si sono estinti i contadini, i conciatori, i carradori, i droghieri, i vecchi che conservavano la memoria delle tradizioni locali]

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /04 /2016 - 21:49 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 20/3/2016 un articolo di Fabrice Hadjadj. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di Fabrice Hadjadj, cliccare sul tag fabrice_hadjadj.

Il Centro culturale Gli scritti (25/4/2016)

Anche se non è concessa a ogni zoologo, l'esperienza di una famiglia acquisita con il matrimonio è probabilmente quella dove si prova di più la biodiversità. Certo, c'è la diversità delle specie. Certo, c'è la diversità delle etnie e delle culture. Ma c'è anche, all'interno di una stessa area culturale, la diversità delle famiglie, con le loro usanze a volte così strane da sorprenderci più di ogni possibile esotismo. D'altronde, è la differenza dei sessi a farci entrare in questa diversità più sottile, e, nonostante l'impressione di mistero che suscitano in me il pesce-angelo dalla faccia gialla e il cianerpe zamperosse dell'Amazzonia, debbo confessare che mia moglie rimane infinitamente più misteriosa e rende del tutto vani i miei sforzi di etologia scientifica. A questo potrei aggiungere la singolarità di ciascuno dei nostri sette figli che ci permette di accostarci – dato che i genitori vedono differenze che gli altri non vedono – alla singolarità di ogni persona umana…

Guardando i viventi negli occhi, Aristotele notava che la specie umana era al suo interno più differenziata di qualsiasi altra specie animale: «Soltanto per l'uomo, o piuttosto soprattutto per l'uomo, il colore degli occhi varia così tanto. Gli altri animali hanno solamente un colore. Talvolta i cavalli hanno uno dei due occhi di colore blu». Plutarco, che si spinge fino a contestare il diritto di mangiare la carne e che dubita, non senza ragioni, della nostra superiorità assoluta sul maiale, osserva «che non si trova così grande distanza tra bestia e bestia, come se ne trova tra uomo e uomo».

Si può mettere dunque seriamente in discussione l'affermazione brutale secondo cui «l'uomo distrugge la biodiversità sulla terra» (affermazione che in se stessa distrugge ogni sfumatura del pensiero). Da una parte, bisogna riconoscere che l'uomo e la donna sono i primi garanti di tale biodiversità, non soltanto in loro stessi, per la differenza che generano, ma anche perché la biodiversità diventa notevole soltanto sotto lo sguardo umano (nessuna altra specie può constatare, pensare, amare la biodiversità in quanto tale, e la “natura” non ci ha aspettato per procedere senza alcuna emozione a estinzioni di massa come quelle del Cretaceo o del Permiano, quando sparì bruscamente il 90% delle specie). D'altra parte, a causa della sua generalità senz'appello, tale affermazione serve comodamente da scusa: accusando l'umanità in quanto tale, essa permette di eludere il fatto che è il sistema di sovrapproduzione tecno-industriale che è oggi il primo responsabile della devastazione e dell'uniformizzazione delle piante e degli animali, ma anche degli uomini e delle culture. Insieme al grande pinguino d'Islanda, il dodo delle Mauritius e la rana dorata di Panama, si sono estinti i contadini, i conciatori, i carradori, i droghieri, i vecchi che conservavano la memoria delle tradizioni locali. Abbiamo riservato agli uni come agli altri un posto d'onore nostalgico sulle nostre enciclopedie online o nei nostri musei.

Del resto, su cosa si fonda il nostro desiderio e il nostro dovere nei confronti di una certa biodiversità? Sulla nostra stessa specificità. Essere umani è essere capaci di preoccuparsi delle altre specie. Tommaso d'Aquino definisce lo spirito non come un potere di manipolazione totale ma come ciò che può «convenire cum omni ente», andare incontro a ogni essere, nella sua differenza, al di là di qualsiasi utilità. Al principio «il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2, 19). Certo, è davanti alla donna che Adamo si meraviglia e canta il suo primo cantico – una donna per la quale il suocero era Dio in persona (e perfino in tre Persone). Ma la nostra missione sta qui: chiamare per nome e coltivare la differenza degli esseri, celebrare la generosità del Creatore attraverso la splendida varietà delle sue opere, cantare con verità il versetto «Su tutta la terra la tua gloria» (Sal 56, 6) di quel salmo intitolato Non distruggere.