Il personalismo di Emmanuel Mounier, le sue radici e la sua attualità, di Vittorio Possenti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /01 /2010 - 23:43 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 27 gennaio 2010 un articolo scritto da Viottorio Possenti ed apparso con il titolo originario “L’anima «densa» di Mounier”. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (30/1/2010)


Quale è stato il codice personalistico di Mounier? Vi è in lui un ’principio persona’ intorno a cui ruoti il suo pensiero, in modo analogo a quanto accade col "principio responsabilità" nell’opera di Hans Jonas? È Mounier stesso a metterci sulla strada giusta in Personalismo e cristianesimo (1939). All’obiezione di tanti secondo cui non vale la pena prendere le mosse troppo da lontano (ossia da una riflessione filosofica sull’uomo) per orientarsi sui problemi della civiltà e della politica, risponde: «La ragione è che le esigenze temporali del personalismo, a dire il vero, sono costringenti a rigore solo se la persona trascende ontologicamente ciò che è biologico e sociale, e che solo una metafisica cristiana assicura questa trascendenza. Occorre dunque addentrarsi maggiormente nel contenuto del personalismo cristiano». Il polo animante del personalismo mounieriano degli anni ’30 o la sua intentio è individuato nel cristianesimo; più che un personalismo primariamente metafisico e/o morale il suo è un personalismo cristiano, che elabora l’impronta specifica che il cristianesimo dà alla filosofia della persona.

Il centro di questo personalismo teologico sta nell’assunto, vero cardine della teologia cristiana contro ogni sapienza pagana d’ora innanzi spossessata, che la persona «è in rapporto immediato con Dio, nulla interposita natura (Sant’Agostino)». Quale distanza dalla vulgata antropologica attuale in cui la persona è un momento transeunte e meramente organico-vitale dell’evoluzione della vita, e non è in rapporto con alcuna trascendenza! Vero è invece che, in virtù della connessione tra Dio e l’uomo, quando declina l’uno declina anche l’altro: "morte di Dio" e morte dell’uomo procedono di conserva. Mounier va ben oltre l’opposizione moderna tra Dio e uomo, per cui quanto viene attribuito al primo è tolto all’altro, secondo la nota posizione di Feuerbach, Marx, Bakunin, Proudhon.

Dedicando attenzione al tema dell’anima, Mounier produce un distacco dall’orizzonte dell’impersonale e una valorizzazione del personale come individuale. Da questo lato egli è condotto ad aprire una polemica antiellenica: l’ellenismo o il pensiero greco viene giudicato incapace di intendere e valorizzare l’individuale, e di tendere invece verso l’eterno ritorno. Egli reagisce contro l’impersonalismo che parassita l’antropologia e che la indirizza verso il terreno neutro della scienza.

Nonostante la brevità del messaggio di Personalismo e cristianesimo sull’anima, vi sono alcuni preziosi ammaestramenti da trarre. In Mounier traspare l’idea che l’enigma della persona e dell’anima sia talmente denso che il pensiero filosofico e scientifico non siano da soli in grado di diradarlo, e che dunque occorra nutrirsi della Rivelazione. Settant’anni dopo la situazione è molto mutata e la questione dell’anima - lungamente accantonata - fatica molto a farsi strada nonostante qualche recente tentativo di ripresa che deve fare i conti col naturalismo, le neuroscienze, il darwinismo. Come mi è capitato di scrivere, oggi noi arriviamo sempre in tempo per la psiche e il cervello, e tardi per l’anima.

Nel 1939 il personalismo di Mounier aveva raggiunto un’elaborazione che si presentava pregna di due cammini che dopo il 1945 si allontaneranno nel senso che ad uno solo dei due verrà dato ampio rilievo: un cammino di riflessione rivolto verso un personalismo a base teologica e "ontologica", e un personalismo più legato ad una descrizione delle categorie dell’azione verso cui Mounier si orientò, facendo ampio ricorso a categorie quali: esistenza incorporata, libertà sotto condizione, vocazione, concentrazione, espansione, presenza a sé e alla storia, engagement, épanouissement, affrontement.

Si tratta di categorie in cui affiora l’appartenenza di Mounier alla grande tradizione morale francese, ma che in taluni casi risentono della congiuntura particolare in cui furono pensate per cui oggi sono divenute alquanto gergali. Penso in specie alla categoria alquanto abusata e polimorfa di engagement che è stata quasi una parola d’ordine per due o tre generazioni, ma che attualmente risulta poco parlante.

Andrebbero perciò rielaborate, forse rinominate e esplorate secondo nuovi contenuti, se vogliamo mantenere loro una promessa di futuro. Nella vita dello spirito e della cultura tutto accade come se le parole che al momento incidono più intensamente siano dotate di minor durata e si consumino più velocemente, a meno che non siano portate da parole più profonde. Ora queste parole più profonde ci sono in Mounier, ma nell’ultimo decennio di vita e nell’urgenza dell’azione sono rimaste inespresse e non ulteriormente elaborate. Forse ciò ha contribuito al minor impatto del personalismo mounieriano nelle ultime decadi.