L’accoglienza dei profughi nelle parrocchie romane 3/ “Ero forestiero e mi avete ospitato…”: sostenere i profughi scacciati dall’Islamic State perché non fuggano dalla loro terra. Intervista a Don Alberto Contini, Parroco ai Santi Gioacchino e Anna al Tuscolano

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 28 /04 /2016 - 17:08 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito un’intervista a don Alberto Contini, parroco della parrocchia dei Santi Gioacchino e Anna al Tuscolano. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura nella sezione Carità, giustizia e annunzio. Vedi anche gli altri articoli già pubblicati: L’accoglienza dei profughi nelle parrocchie romane 1/ L’avete fatto a me!, di Marco Vitale Di Maio e L’accoglienza dei profughi nelle parrocchie romane 2/Il progetto ”Ero forestiero e mi avete ospitato” nella parrocchia San Giuseppe al Trionfale. Un’intervista a cura dell’Ufficio catechistico ad Angela Melchionda.

Il Centro culturale Gli scritti (28/4/2016)

Come avete conosciuto le comunità cristiane in Iraq?

Ho avuto la fortuna e la grazia di accogliere in parrocchia diversi anni fa - allora ero parroco a N. S. di Bonaria a Ostia - un giovane studente iracheno.

Si trattava di don Ghazwan Baho attuale parroco di Alqosh, che si trova a 40 km a nord di Mosul, si trova pertanto a solo 15 km dal confine con l’Isis.

È nata una profonda amicizia che è poi continuata e cresciuta nel tempo. È infatti rimasto per alcuni anni con me anche nella mia attuale parrocchia dei SS. Gioacchino e Anna a Roma. Tramite lui ho conosciuto e incontrato tanti sacerdoti iracheni. Alcuni di questi hanno vissuto, per brevi periodi, in parrocchia.

Ricordo, ad esempio, con piacere don Amil Nuna, che è poi diventato Vescovo, ed è stato l’ultimo vescovo di Mosul prima dell’arrivo dell’Isis nel 2014.

Ricordo, più recentemente, don Basilio Yaldo che ha concluso i suoi studi per il dottorato a Roma ed ora è vescovo ausiliare di Baghdad. Altri sacerdoti poi sono passati e hanno portato il loro bagaglio di esperienze di fede, di autentica testimonianza e talvolta anche di persecuzione e di tortura.

Qual è la situazione laggiù? Come sta evolvendo?

È una situazione incontrollabile che ha mietuto e continua a mietere migliaia di morti e feriti e lasciato dietro di sé 3 milioni di sfollati, infrastrutture semi-distrutte, disoccupazione, povertà e analfabetismo.

Il terrorismo ha steso la sua ombra sui cristiani e sulle altre minoranze religiose, diventati bersaglio degli estremisti. Sono stati rapiti, uccisi e costretti a emigrare, le loro chiese sono state distrutte: questo è successo ai cristiani di Mosul e della piana di Ninive. Perciò hanno cercato rifugio nei paesi limitrofi, nel Regno giordano, in Libano e in Turchia e, da qui, hanno preso la via dell’Occidente per proteggere la loro vita e il futuro loro e dei loro figli.

Le minoranze in Iraq e nell’area si domandano che cosa ne sarà del loro destino e del loro futuro, delle loro case e delle loro proprietà, delle loro città e dei loro villaggi. Potranno un giorno, loro che sono cittadini autoctoni, fare ritorno alle loro terre storiche? Le loro case e i loro negozi violati dai gruppi organizzati saranno ricostruite? Il governo iracheno e la comunità internazionale faranno qualcosa per proteggerli e garantire loro i diritti?

I cristiani e le altre minoranze sono persone pacifiche, cittadini leali che hanno contribuito in misura notevole a edificare la civiltà e la cultura delle loro patrie, e meritano di essere apprezzate per questo.

Ci auguriamo che questi Paesi non si svuotino dei cristiani e delle altre minoranze autoctone.

Per conoscere qualcosa della situazione attuale del paese vi consiglio di vedere il video nel quale don Ghazwan insieme ad altri testimoni racconta della situazione dei profughi. 

Come è maturato nella comunità la decisione di sostenere la comunità cristiana in Iraq?

La conoscenza dei problemi dell’Iraq e soprattutto l’incontro vivo con le stesse persone che lì operano per sostenere le comunità cristiane ci ha portato naturalmente alla domanda: cosa possiamo fare per loro? Ovviamente conoscendo personalmente il parroco di Alqosh abbiamo cercato di seguire le sue indicazioni per ben finalizzare il nostro aiuto. Ho visto con piacere, poi, come diverse persone - oltre ai nostri parrocchiani- a cui ho presentato Don Ghazwan hanno sentito il bisogno di aiutare e di intervenire con generosità. Davvero il bene è contagioso!

Lo scopo primario è quello evidentemente di aiutare la gente sul posto.

Sono persone forti – raccontano i Vescovi locali - che non hanno abiurato la fede, ma tanti vivono quotidianamente la tentazione di partire, di emigrare all’estero. Quasi tutti hanno parenti in giro per il mondo, che costantemente li invitano a partire e a raggiungerli. Resiste ai richiami chi non ha abbastanza denaro per partire e chi ha paura del viaggio (solo qualche tempo fa due famiglie cristiane hanno avuto 7 vittime in un naufragio nell’Egeo).

Perché è importante il diritto a non emigrare? Qual è la posizione di vescovi in Iraq?

Rispondo con le parole di Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, Patriarca dei Caldei: «Da troppi anni in Iraq non facciamo altro che contare i morti. Il protrarsi del conflitto potrà produrre lo smembramento del Paese. È un esodo triste e terribile. Dove vanno tutti questi iracheni, che futuro avranno? Questo è un dramma per il mondo intero. Chi parte non ritorna, è finita. Non c’è speranza, coloro che partono non ritornano. Chi parte cerca la sicurezza, un rifugio. Ma come saranno integrati nella nuova società? Un’altra cultura, un’altra mentalità, un’altra religione, altre tradizioni. Non basta dare loro da mangiare».

Questo lo vediamo anche qui da noi. Per chi arriva serve una vera integrazione. Un’integrazione che deve passare attraverso la cultura e in particolare la scuola, come peraltro i cristiani fanno in tante parti del mondo.

A tale proposito racconta Mons. Sako: Un anziano musulmano è venuto in chiesa a donare cinquemila dollari per i profughi. Ha detto che faceva quella donazione perché doveva ringraziare una scuola cristiana per la sua istruzione.

«Invece di assumersi il carico dello svuotamento della popolazione di questi paesi - aggiunge in un intervento il Patriarca-  c’è il dovere del consesso internazionale di costruire la pace in questa regione. E trovare la soluzione adatta perché la gente rimanga lì. I risultati degli interventi, delle guerre in Medio Oriente, sono ben evidenti. Dov’è la tutela dei diritti? Abbiamo il diritto di essere difesi e protetti. La solidarietà è un’esigenza, tuttavia qui ci vuole una soluzione duratura».

I Vescovi Caldei lo dicono con chiarezza: “sarebbe meglio aiutarci tutti a rimanere qui: se si fanno le riforme politiche, se si fa giustizia, le persone non hanno bisogno di fuggire. Noi pastori delle Chiese d’Oriente siamo fermamente convinti che i cristiani hanno una missione qui in Oriente, devono rendere testimonianza qui, devono restare ed essere un segno per tutti gli altri. Anche la Chiesa caldea ora è Chiesa in diaspora, con centinaia di migliaia di fedeli sparsi nel mondo. Ma fra 100 anni la Chiesa della diaspora sarà scomparsa, sarà stata assimilata: già le seconde generazioni non parlano più aramaico ma solo inglese. Se ce ne andiamo da qui, per noi è finita”.

Come sono stati coinvolti i bambini delle comunioni e i ragazzi delle cresime e le giovani famiglie nel sostenere i profughi che sono in Iraq?

Il nostro aiuto è stato principalmente di tipo economico, e per raccogliere offerte i gruppi parrocchiali si sono organizzati in vari modi. I giovani, ad esempio, hanno realizzato uno spettacolo teatrale con lo scopo di raccogliere fondi, lo stesso ha fatto un gruppo di adulti. Altri parrocchiani si sono impegnati nel realizzare banchi di beneficenza.

Abbiamo anche voluto lanciare una proposta di aiuto all’Iraq durante il nostro pellegrinaggio annuale a Lourdes, affinché il pellegrinaggio fosse un vero cammino che porti a vivere le opere di carità, così come ci ha anche suggerito recentemente Papa Francesco.

Altre persone sono state coinvolte con incontri organizzati per spiegare la reale situazione della Chiesa Caldea in Iraq, incontri che hanno sempre suscitato un vivo interesse, proprio perché la gente ha conosciuto e talvolta vissuto insieme con i sacerdoti iracheni. Non sono mancati, poi, momenti di preghiera e momenti di festa, soprattutto quando don Ghazwan è riuscito a tornare in Italia e per qualche periodo si è fermato nella nostra parrocchia.

Ricordo con piacere che alcuni anni prima i nostri ragazzi scout si erano impegnati per aiutare i giovani di Alqosh per aprire il primo gruppo scout iracheno, cosa che è avvenuta. Don Ghazwan organizzò in quel periodo anche un collegamento Skype tra i due gruppi che si parlarono a distanza, fu molto bello! Avevo anche iniziato le pratiche di invito in Italia per alcuni giovani iracheni per formarli a diventare capi scout, poi però la guerra…

Più recentemente alcune famiglie della nostra Associazione Amici di Lourdes hanno accolto nelle loro case i coniugi Mubarak e Aneesa Hano, una coppia di anziani rifugiati provenienti direttamente dalla città cristiana di Qaraqosh, vicino a Mosul, sposati da 51 anni con 10 figli e 12 nipoti.

Erano stati invitati dal Papa a San Pietro, a portare la loro testimonianza e la coppia si è fatta portavoce delle indicibili sofferenze delle famiglie cristiane delle loro terre da dove tutti sono dovuti fuggire.

L’accogliere questa coppia e alcuni loro parenti è stato un altro bel segno di vera fratellanza che ha lasciato un vivo ricordo soprattutto in chi ha aperto la porta della propria casa.

Qual è la cosa più bella ed interessante che volete raccontare del vostro servizio e della vostra amicizia con i profughi che sono in Iraq?.

Attraverso questa esperienza ho avuto la possibilità di conoscere e di apprezzare più profondamente la cultura del popolo iracheno, il rito caldeo e soprattutto la fede, pronta fino al martirio, di tanti loro cristiani.

Ho visto poi che tutto ciò è stato davvero una benedizione per tutta la parrocchia in cui mi trovavo a svolgere il mio ministero. Entrambe le mie parrocchie, infatti, sono state coinvolte in modo naturale ai problemi di un popolo che fino allora nemmeno conoscevano.

Oltretutto vivendo insieme in parrocchia, numerosi fedeli hanno stretto vincoli di amicizia con i sacerdoti iracheni, vincoli che ancora permangono. So, ad esempio, di molti che scrivono ancora a don Ghazwan e che hanno contatti con lui con i vari social media.  

Posso dire, in conclusione, che il vivere accanto a queste persone, raccogliere le loro parole e testimonianze aiuta il nostro cuore e il cuore di ogni fedele ad aprirsi a realtà più grandi.