La libertà religiosa tra ascesa e crisi dei diritti umani, di Carlo Cardia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /05 /2016 - 22:07 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito, la relazione tenuta dal prof. Carlo Cardia presso il Senato della Repubblica nella Sala Koch in occasione del Convegno del 5 maggio 2016 “Libertà religiosa, diritti umani e globalizzazione” che ha visto la partecipazione, fra gli altri, del presidente emerito Giorgio Napolitano, del presidente del Senato Pietro Grasso, del prof. Giuliano Amato, del ministro degli esteri Paolo Gentiloni e del Segretario di Stato di papa Francesco cardinale Pietro Parolin. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per uteriori testi dell'autore, cfr. il tag carlo_cardia. Cfr. anche la sotto-sezione La libertà religiosa e le persecuzioni delle minoranze.

Il Centro culturale Gli scritti (15/5/2016)

Un giovane fondamentalista islamista arrestato sul cui cellulare sono 
state trovate foto nelle quali mostra il dito medio dinanzi ad
un poster che ritrae Malala Yousafzai,
da La Repubblica, edizione barese, del 10/5/2016

PREMESSA

Non mi soffermo sulle motivazioni che sono alla base di questo nostro Convegno. Segnalo solo il consenso immediato registrato da Giuliano Amato e da me quando abbiamo interpellato i diversi interlocutori. Un consenso che deriva in primo luogo dalle notizie scioccanti che da tempo ci giungono per la violenza, gli atti di terrorismo, le persecuzioni che si abbattono in diverse aree del mondo, e in Europa, contro persone, gruppi, popolazioni intere, per motivi di religione. E quindi dai cambiamenti epocali cui stiamo assistendo avendone una percezione limitata. Il consenso s’è riversato sull’obiettivo del Convegno, che è di riuscire a gettare uno sguardo lungo su questi eventi, interrogarci sul loro significato: siamo di fronte ad uno dei tanti sussulti storici dei rapporti tra Stato e Chiese, o ad un forte arretramento, un regresso rispetto a una delle conquiste più preziose del cammino dell’umanità, la libertà religiosa, uno tra i traguardi decisivi dell’epoca dei Diritti umani del Novecento.

Voglio, all’inizio, offrire una breve riflessione storica, perché la libertà religiosa  si afferma in Occidente attraverso un lungo cammino di cui conserviamo tracce vistose, anche se a volte non ce ne accorgiamo. Un cammino che raggiunge il punto più alto con le Dichiarazioni dei diritti umani del Secondo Novecento, dopo che l’inferno dei totalitarismi aveva provocato quasi un deserto culturale e spirituale in Europa, e la libertà religiosa diviene diritto universale, valido per tutti gli uomini e i popoli.

IL CAMMINO VERSO LA LAICITA’ DELLO STATO.

L’affermazione della libertà religiosa non è opera esclusiva del legislatore, sia pure illuminato, né riguarda solo i rapporti con le Chiese. È frutto di un complessivo progresso della civiltà, investe le Chiese e la loro evoluzione, nonché l’assetto dello Stato a cominciare dai diritti di libertà e cittadinanza riconosciuti a tutti, il diritto alla conoscenza che eleva la cultura della persona.

L’evoluzione storica inizia con il cristianesimo che crea istituzioni religiose per la prima volta autonome rispetto a quelle civili, quando la cultura giudaico-cristiana proclama che lo Stato non è onnipotente ma deve fermarsi di fronte alla coscienza dei cittadini. Si rovesciano i valori della società antica. La religione si spiritualizza, l’uomo di rivolge a Dio con la mente e la parola, non sacrifica più esseri viventi, sono bandite le attività che uccidono esseri umani, si tutela la vita sin dagli inizi, si radica il matrimonio monogamico. Infine, s’introduce il più grande ideale: il principio di eguaglianza di tutti gli esseri umani fatti a somiglianza di Dio che impegnerà secoli di storia per realizzarsi. Gli apostoli Pietro e Paolo portano a Roma la voce di una Chiesa che si rivolge a tutte le genti, con un messaggio universale che non conosce confini se non quelli dell’umanità. Inizia così la trasformazione del mondo, la religione invoca l’autonomia dell’ordine spirituale da quello temporale, pone le basi per una cultura europea comune. Libertà religiosa e Stato laico Stato non sono solo assenza di costrizioni (con quel che accade oggi, questo dato, introdotto dall’editto di Costanttino, sarebbe una grande conquista per tutti noi), ma frutto di un grumo di valori che ebraismo e cristianesimo introducono nella società antica, sancendone la fine.

Questo cammino conosce evoluzione e regressi, traguardi e insuccessi, fino alle soglie della modernità. Quelle che ho richiamato sono, infatti, le radici più nobili e antiche della libertà di coscienza e della laicità dello Stato, ma altre radici sono più ruvide, drammatiche, risalgono alle guerre di religione che sconvolgono l’Europa nella modernità. Il cristianesimo ha già costruito l’uomo europeo, l’ha reso adulto, ha fatto lievitare i suoi talenti. Gli studi di grandi storici come Christopher Dawson, Paul Veyne, Jacques Le Goff, hanno portato alla luce questa costruzione dell’Europa cristiana in tutte le sue implicazioni etiche, giuridiche, di costume. Ma proprio l’Europa adulta non accetta e non metabolizza in un superiore quadro pluralista le divisioni che scaturiscono dalla Riforma del XVI secolo, le respinge e le esorcizza in un caleidoscopio di guerre e persecuzioni che mettono a ferro e fuoco le terre tedesche, si allargano a quasi tutta l’Europa, si depositano come una delle peggiori eredità della storia del nostro continente.

Per questa sciagurata eredità tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, gli Stati, le Chiese e i loro esclusivismi, gli egoismi di Dinastie e Regnanti, ma certo sono state guerre di religione, e dimostrano (oltre il proprio orizzonte temporale) che la religione può essere fonte di divisione tra gli uomini, di violenza contro chi la pensa diversamente. Le guerre di religione provocano danni mai del tutto esauriti, perché conficcano nell’animo europeo una logica amico-nemico che supera a un certo momento la dimensione confessionale, s’insinua, si sedimenta e avvelena la modernità in tanti campi dell’agire umano, anche nella lotta politica che diviene sempre più aspra, a tratti apocalittica. E l’avvio della tolleranza, poi della libertà religiosa, è lento, inizia con un balbettio, pieno di limitazioni, passa attraverso la pace di Augusta del 1555 e di Westfalia del 1648.

Rispetto all’età della violenza, Westfalia è una porta che si apre sul futuro, ma reca con sé i veleni del passato: determina la grande spartizione confessionale della società, stabilisce il principio del cuis regio eius et religio che permette a ciascun sovrano, ciascuno Stato, di reprimere ciò che vuole in casa sua, entro i propri confini, pur rispettando i Trattati e le norme internazionali. La violenza si attenua, ma si radica l’idea che la religione è instrumentum regni, sostegno del potere. Per essa e con essa si reggono gli Stati, si fa politica, la persona conta poco, a essa spetta obbedire.

LA RIVOLUZIONE DELLA LAICITA’. I TOTALITARISMI, LA TERRA PROMESSA DEI DIRITTI UMANI

Sempre più anacronistico diviene questo diritto dello Stato di reprimere ciò che vuole, e solo un’autentica rivoluzione può segnare il passaggio dalla tolleranza alla libertà religiosa. La rivoluzione inizia sulle due sponde dell’Atlantico con la formazione delle prime grandi democrazie della modernità, quella americana e quella francese, e con due grandi luci che affermano i principi universali della libertà religiosa e della laicità dello Stato: lo Stato è la casa comune per tutti, e tutti sono liberi di coltivare la religione e le opinioni che preferiscono, anche perché la qualità di fideles non incide più sulla vita pubblica.

Attenzione, non solo l’uomo è libero, ma ha diritti che riguardano la sua crescita nell’istruzione, nella cultura, nel lavoro, nella vita familiare. Quindi, la libertà religiosa non è mai variabile indipendente di un ordinamento che per il resto va per conto suo, è il tassello decisivo di un progetto più ampio costellato dei primi diritti umani. Insomma, è una svolta che dà un’anima alla modernità, perché dove c’è libertà religiosa e laicità cresce la libertà di pensiero, di cultura, cresce la dignità umana, e viceversa.

Il cammino di questo Stato laico non è lineare, segue due strade diverse. La strada più ampia, tracciata dalla cultura anglosassone, e di matrice americana, con il pensiero di Roger Williams e di John Locke, in cui la religione è libera insieme a tante altre cose, anima la società, sostiene l’uomo. E c’è la strada più stretta, quella illuminista ed europea, dove si annidano i germi di una malattia, erede di quella logica amico-nemico che vive, si nasconde, alimenta in Europa la cultura del razzismo e di quella vera e propria malattia dell’animo che è l’antisemitismo, del dominio degli uni sugli altri. Questa logica amico-nemico, di cui non ci siamo mai liberati del tutto, si accumula e produce la catastrofe dei totalitarismi che con il comunismo al potere propone per decenni le peggiori persecuzioni religiose, con il fascismo inaugura un nuovo strumentalismo confessionale soprattutto nei Paesi cattolici.

Torna, nella Russia staliniana l’avversione totale alla religione, alle religioni, che provoca persecuzioni delle Chiese (in specie, quella Ortodossa) fino al loro annientamento. Si realizza nell’orrore del nazismo la shoa che annienta un popolo, quello ebraico, la cui religione e cultura è a fondamento della nostra civiltà e identità spirituale.

Voglio ricordare quasi un apologo di questa logica amico-nemico, che però è un evento realmente accaduto, ma forse conosciuto da pochi. Nella notte del 4 settembre 1943, alcuni metropoliti della Chiesa ortodossa russa furono prelevati dalla polizia segreta e condotti al Cremlino. Essi pensarono, naturalmente, fosse giunta la loro ultima ora, perché fino ad allora la repressione staliniana aveva quasi annientato la Chiesa ortodossa con una persecuzione che dette vita ad un martirologio ortodosso senza fine, aveva eliminato il Patriarcato, chiuso la gran parte delle Chiese, messo a morte una parte consistente del clero. Invece, i metropoliti sono condotti alla presenza di Stalin e di Molotov, sono trattati e intrattenuti a lungo con molto garbo e affabilità, e Stalin si mostra interessato a conoscere le condizioni della Chiesa Ortodossa, incoraggia i metropoliti a ricostituire il Patriarcato, riaprire le Chiese, qualche seminario e andare in mezzo al popolo. Propone, insomma, la ricostituzione della struttura ecclesiastica, e le sue promesse di Stalin sono in parte mantenute. Finiscono le persecuzioni più violente, si riaprono numerose Chiese, si ricostituisce il Patriarcato, si svolge un solenne Concilio nel 1945, e il Patriarca fu insignito di decorazioni sovietiche.

Cosa era successo? Stalin, il grande persecutore, sapeva che l’anima russa era rimasta profondamente cristiana e ortodossa, voleva che la Chiesa svolgesse di nuovo le sue funzioni essenziali per sorreggere, animare, le popolazioni contro l’invasione hitleriana che stava facendo terra bruciata. Il grande persecutore, come spesso avviene nella storia, comprende che non avrebbe vinto contro la religione, cerca di mostrarsi amico dell’ortodossia, riservandole naturalmente una condizione di “ordinario totalitarismo” che dura quanto dura il comunismo. Per sé l’episodio sembra uscito da una pagina di Kafka, se pensiamo all’atmosfera irreale e allucinata dell’incontro al Cremlino, ma anche da una pagine di Dostoevskij se pensiamo al tumulto di pensieri e sentimento dei metropoliti portati alla presenza di Stati. Due esponenti di una Chiesa martire si trovano di fronte al gran persecutore che stende la mano quasi in segno di amicizia. Il senso dell’apologo? Questa è spesso la condizione della Religione, inerme di fronte ai persecutori che portano al martirio, blandita a volte da chi vuole utilizzarla per fini propri. Ma alla fine è più forte di tutti perché la fede è un fiume carsico che non si estingue.  

Noi abbiamo avuto questa storia, siamo figli di questa storica, ed evoluzione, in cui si mischiano e si alternano i principi più nobili della libertà religiosa e della laicità dello Stato, e quelli più aspri della guerra alla religione, della guerra all’altro, della logica amico-nemico portata allo stremo.

Il multiforme inferno dei totalitarismi, nei quali l’uomo riesce a macchiarsi di tutte le colpe immaginabili contro i propri simili, e ne inventa di nuove in termini di ferocia, crudeltà, personale e collettiva, ha un effetto imprevisto: sconvolge l’Occidente, provoca una catarsi delle coscienze, illumina il passato di una nuova luce, spinge tutti i protagonisti a un esame di coscienza radicale, spinge, secondo le parole di Hannah Arendt ad una nuova legge sulla terra, ad un Nuovo Sinai, nel quale i diritti umani dispiegano la propria forza e vengono proclamati come diritti universali. Sembra quasi realizzarsi il sogno Kantiano sulla Pace perpetua, segnato però non dall’assenza di guerra ma dalla crescita di tutti gli uomini. Le Chiese cristiane, quella cattolica in particolare con il Concilio Vaticano II e la grande opera riformatrice di Paolo VI, il più grande papa riformatore della modernità, cancellano antichi errori, si aprono agli altri, diventano protagoniste dei diritti umani, costruiscono con gli altri soggetti sociali e politici l’Europa, unita dopo secoli.

Per decenni, le nuove Costituzioni, le Carte internazionali dei diritti umani, trasformano l’Occidente nelle terre della tolleranza e della libertà religiosa. Al punto che quando nell’’89 cade il Muro di Berlino, e con esso il comunismo, in pochi mesi, quasi d’incanto, si ricostituisce  nell’Est europeo un primo tessuto di norme, istituzioni, strutture, che riattivano le libertà fondamentali e prende slancio l’unità dell’Europa basata sui principi fondativi del secondo dopoguerra e su una identità più antica. Leggiamo bene le Carte dei diritti umani. V’è scritta l’immagine di un’umanità stremata, ma pacificata, di un ordinamento internazionale che s’apre a tutti i popoli, che non concede privilegi ma libertà, eguaglianza dei culti e d’opinioni in ambito religioso, eguaglianza dei cittadini, a cominciare dalla parità tra uomo e donna. Non sono diritti autonomi gli uni dagli altri, costituiscono un insieme nel quale libertà religiosa e laicità dello Stato sono parti non separabili. Sono le carte della speranza, ci dicono che gli eventi della storia precedente non sono inutili, hanno costituito tappe di un cammino che giunge ora, nel secondo Novecento, nella terra Promessa della società dei diritti per tutti gli uomini. Sembra che gli uomini abbiano bisogno, ogni tanto, di credere di aver raggiunto traguardi definitivi

Nascono qui, in questa temperie culturale i rapporti di reciproca fiducia tra Stato italiano e Confessioni religiose, che hanno portato a un nuovo Concordato, a oltre 10 Intese con i culti, a tante relazioni a livello centrale e locale tra istituzioni pubbliche e istituzioni religiose.

LE NUOVE SFIDE. IL SECOLARISMO SENZA ETICA.

Tuttavia, proprio quando con i diritti umani e la caduta del comunismo, Europa e Occidente raggiungono il punto più alto di realizzazione dei valori di laicità e di libertà religiosa, si manifestano i sintomi di nuovi malesseri, nuove sfide, che prendono corpo sul crinale dei due millenni, sono oggi in pieno svolgimento. Da un lato si affaccia la sfida di un secolarismo senza confini che detta una nuova definizione di laicità, estende l’indifferenza dello Stato alla dimensione etica; e dall’altro con la globalizzazione si mischiano per la prima volta sotto i nostri occhi (e nelle nostre terre) le epoche della storia, e insieme popolazioni, tradizioni e religioni che fino ad oggi avevano vissuto lontane le une dalle altre. Sono sfide diverse, asimmetriche, ma entrambe finiscono per mettere in crisi quegli equilibri che avevamo raggiunto dopo un’evoluzione storica così intensa, e mettono a rischio alcuni diritti umani che costituivano il vanto di un Occidente aperto ai valori dell’eguaglianza e dell’universalismo.

La sfida del secolarismo non investe i temi classici delle relazioni ecclesiastiche, è più sottile, meno visibile, coinvolge quell’intreccio tra antropologia, scienza e religione, incide su un tessuto etico di base che alcuni vogliono liquidare. Oggi non esistono più i grandi conflitti religiosi che facevano cadere governi, o rafforzavano regimi con la religione le grandi proprietà ecclesiastiche, la scuola, il matrimonio. Pensiamoci un attimo. Dove troviamo più la grande proprietà ecclesiastica che possedeva il 30-40 per cento del patrimonio immobiliare nazionale? Oggi, gli istituti di vita consacrata hanno il problema opposto, non hanno più religiosi sufficienti per la custodia e la cura di grandi spazi, non hanno risorse per la manutenzione degli immobili, spesso devono alienare quello che resta loro di antiche proprietà. Alcuni enti sono l’ombra del passato, con una patologia che s’è immiserita anch’essa. Oggi alcuni enti accettano eredità che creano problemi, esercitano attività che spesso vanno incontro al fallimento. E qui una riflessione va fatto, perché alcuni religiosi o ecclesiastici si trasformano a volte in manager, ma spesso falliscono, perché il prete-manager non funziona, è un ossimoro.

In realtà, i veri enti ecclesiastici sono altri, quelli territoriali che hanno cura d’anime, anche cura d’anime per i nostri militari impegnati nelle missioni di pace nel mondo, sono quelli che assistono moralmente, spesso materialmente, i poveri che aumentano, gli immigrati e gli abbandonati che non hanno nulla, e trovano nelle strutture religiose assistenza, cura, sostegno. Sono gli enti delle Chiese pentecostali che assistono le vittime di Boko Haram, gli enti ebraici che assistono gli anziani e le persone in difficoltà, luterani che assistono i rifugiati e i minori, quelli avventisti che difendono dall’usura, la Caritas che assiste tutti. Questi enti non falliscono mai, sono anzi l’asse portante di uno Stato laico, laico e solidale con i deboli e con le religioni.

I problemi veri della libertà religiosa sono oggi quelli della tenuta etica della società, la formazione delle nuove generazioni, l’attenzione ai più deboli, a cominciare da chi nasce e chiede di avere i propri genitori, l’impegno contro nuove umiliazioni delle donne. Sono quelli di una società che sappia resistere nei confronti di una cultura che diffonde egoismo e individualismo a piene mani, con ripercussioni sulla famiglia, sul rapporto con gli altri, sulla solidarietà necessaria per tenere insieme una società complessa come la nostra. E il secolarismo sta facendo terra bruciata nei confronti di ogni concezione etica, di ogni impegno che renda migliore la persona. Siamo di fronte ad un vortice culturale che inghiotte tutto, che teorizza il politeismo etico come l’altra faccia del politeismo religioso realizzato dall’illuminismo. Il punto filosofico deriva da un vortice di postulati di sapore dogmatico. Per H. Tristan Engelhardt, “il politeismo della post-modernità è il riconoscimento della radicale pluralità delle visioni morali e metafisiche”; analogamente per Maurizio Mori, il pluralismo etico è sinonimo di pluralismo religioso, che s’è “affermato con la Riforma”. Charles E. Larmore compie un passo decisivo quando afferma che l’uomo non deve più realizzare una vita buona, come dice Aristotele, perché una vita vale l’altra, mentre Max Charlesworth individua il valore supremo nella volontà individuale del singolo che agisce come sovrano di sé stesso. L’esito è inevitabile, e Umberto Scalpelli può affermare che l’etica è al di là del bene e del male perché  “nell’etica non c’è verità. I valori di vero e falso convengono alle proposizioni del discorso destrittivo-esplicativo”, non hanno nulla a che vedere con l’etica che di fatto non c’è più.        

E’ l’esatto contrario di ciò che la tradizione filosofica occidentale ha elaborato da Aristotele a Kant, passando per il rigoroso cammino illuminista, il pensiero liberale contemporaneo, le tradizioni religiose.  Ne deriva un laicismo estremo, che priva l’individuo, la società, lo Stato, di quell’afflato proprio della tradizione anglosassone, cancella l’eredità americana, riconduce la religione alla fenomenologia di sottoprodotti delle società arretrate. Infatti, essa può essere espunta dalla società, criticata, beffata, irrisa, fino allo stremo, all’inverosimile: al diritto di libertà religiosa si sostituisce il diritto alla blasfemia. E’ una crisi interna alla nostra cultura occidentale, che provoca i primi segni di regresso rispetto alle Carte internazionali. La libertà religiosa è sempre stata fonte di cultura, dialettica, confronto, e la prima base di ogni autentica democrazia. Dove non c’è libertà religiosa, si appanna la ricerca del vero, del giusto, prevale il pensiero unico. Parafrasando Tocqueville se una vera democrazia ha bisogno della religione, la libertà religiosa non esiste se non c’è vera democrazia. Ma Tocqueville è una delle prime e più illustri vittime del secolarismo a-etico. E quando parlo di etica, parlo di cose attualissime, della corruzione che cresce nel vuoto dei valori, dell’egoismo che rifiuta gli altri, di un degrado di cui abbiamo notizia tutti i giorni.

Non oso pensare, come professore anziano, cosa diverrebbe l’educazione delle nuove generazioni privata d’ogni base morale. Comporterebbe, in primo luogo, la liquidazione dell’intera tradizione pedagogica e umanistica che, in un contesto pluralista, ha animato la classicità, il pensiero cristiano, il liberalismo moderno, una specie di cupio dissolvi rivolto contro uno dei più preziosi patrimoni della cultura europea e occidentale. E poi, per i nostri giovani vorrebbe dire privarli del più grande mezzo di crescita individuale e collettiva a loro disposizione: la ricerca libera e positiva del bene e della vita buona, che ogni persona sviluppa per realizzarsi secondo le proprie inclinazioni e doti naturali. Dire a un giovane che può fare ciò che vuole perché l’etica non esiste, non contiene verità, vuol dire spegnere la luce proprio quando la vita gli si apre davanti. Dirgli che è inutile costruire una vita buona, come diceva Aristotele, significa negargli il futuro mentre questo ha inizio, togliergli la capacità di cercare e di fare il bene, il bello, realizzarli per sé e per gli altri.  

ALTRI SEGNI DI REGRESSO. ANTISEMITISMO, GUERRA AI SIMBOLI RELIGIOSI

Guardiamo da vicino altri tasselli di questo regresso, un declino che si manifesta a tratti, e che spesso non vediamo. E’ riemerso, ma forse non s’era era mai consumato, l’antisemitismo, questa autentica malattia dell’animo umano, che l’uomo però ha inventato e alimentato prima con l’antigiudaismo (di cui molte chiese portano responsabilità), poi con le ideologie razziste che nella modernità hanno portato all’olocausto, a infinite persecuzioni in tante parti d’Europa. Molti della nostra generazione, ritenevamo che l’antisemitismo fosse stato sconfitto dopo aver fatto tutto il male possibile, il male assoluto. L’espiazione di questa colpa sembrava aver purificato l’umanità, fatto evolvere le Chiese, ridando all’ebraismo quel ruolo che gli spetta nella nascita, nella storia, nella identità della nostra civiltà.

Non è così. Attraverso dimenticanze interessate, ambigue distinzioni/confusioni politiche tra israeliani ed ebrei, nuovi vessilli antisemiti sbandierati su vaste aree del Medio Oriente, tante, troppe cose, permettono a questa malattia di mettere nuove radici in culture politiche di diversa estrazione della nostra società. Lo denunciano da tempo intellettuali come Alain Finkielkraut, Bernard Kouchner, Georges Bensoussan, Harold James, che richiamano l’attenzione sul perdurare di una radice antisemita che resiste in Europa nonostante i progressi civili, culturali, dei diritti umani. Fa male nel profondo sentir dire che stiamo in un’epoca post-hitleriana, ma “gli ebrei hanno il cuore affaticato, per la prima volta dopo la guerra hanno paura”; stringe il cuore vedere le nuove forme acquisite dall’antisemitismo, in un certo orizzonte multiculturale, e verificare che la perdita della memoria della shoa può diventare un male oscuro per le nuove generazioni. 

Un altro segno di regresso lo ritroviamo nella guerra ai simboli religiosi che da tempo viene fatta in ordinamenti che sentono ancora il fascino di quella corrente illuministica che vede nella religione un versante negativo della storia. Io non voglio parlare molto della guerra ai simboli, la considero una malformazione secondaria della tradizione separatista europea, ma indico due aspetti che fanno riflettere. La strada intrapresa in alcuni Paesi ha portato a risultati paradossali, al limite dell’autolesionismo culturale. In Francia s’è giunti al punto di proibire il velo, il crocifisso, la stessa di David e ogni altro simbolo religioso, a scuola e perfino nelle gite scolastiche, si inibisce a funzionare pubblici di partecipare a riti dai quali possa arguirsi la loro scelta religiosa. L’insegnamento scolastico è stato a tal punto privato di contenuti religiosi, che un Rapporto commissionato dal Governo (1989), e steso da Philippe Joutard, ha denunciato l’ignoranza di ragazzi e ragazzi su aspetti centrali della storia dell’arte, della cultura. Visitando il Louvre, dice Joutard, molti giovani hanno chiesto alle insegnanti chi fossero tutte quelle Babysitter con il bambino in braccio che figurano nelle grandi opere dell’arte figurativa; oppure, vedendo il San Sebastiano del Mantegna nella posa classica del martirio, hanno creduto che le frecce che lo colpiscono provenissero dagli Indiani d’America. Sembra uno scherzo, è una cosa tremendamente seria.

Inoltre, poiché l’Italia ha vinto la sua giusta battaglia per salvare la presenza del Crocifisso nella nostra scuola che è aperta a diverse presenze confessionali e ideali, pensiamo alle conseguenze che avrebbe avuto, o avrebbe, l’oscuramento del simbolo della Croce in Europa. Nel 2010 lo capirono subito molti Stati europei, a cominciare da quelli dei Paesi nordici, che videro messa a rischio la presenza della Croce nelle scuole, nelle bandiere nazionali, in riti e cerimonie pubbliche, e sostennero così (insieme con i Paesi a tradizione ortodossa) le tesi dell’Italia di fronte alla Grande Chambre, ottenendo una sentenza equilibrata e saggia. Ma farei un’altra riflessione: osteggiare il simbolo della Croce in Europa, spegnerlo in ogni spazio pubblico, senza criterio e ragione, ci ricondurrebbe a una dimensione provinciale, ci farebbe perdere quell’ispirazione universalista che ha prodotto storia e cultura per secoli, quella capacità di parlare agli altri, che ci ha reso attivi a livello planetario: pensiamo per un attimo di estendere la guerra ai simboli di altri continenti, abbattiamo in tutta l’Asia le statue di Buddha, o i segni dell’induismo, spegniamo in America Latina i simboli delle sue tradizioni, nel resto d’Occidente i segni ebraico-cristiani, Dieci Comandamenti, Bibbia, Croce. Pensiamoci, compiremmo il più ottuso atto di oscuramento religioso e culturale che si possa immaginare contro le radici e tradizioni cui s’ispira ciascun popolo. Un qualcosa di cui vergognarci davvero.     

Facciamo un’altra riflessione. In Italia non abbiamo mai fatto nessuna guerra al velo, ad alcun simbolo, e non abbiamo avuto alcuna tensione sociale. E d’altra parte, come faremmo noi a fare guerra ai simboli religiosi se nella nostra storia, nell’arte, nelle nostre città e paesi, ne abbiamo conosciuti e conosciamo a decine e centinaia? Se guardo alla mia infanzia vedo un mondo simboli, anche negli spazi pubblici, dai frati con sai d’ogni colore, ai diavoli dei giudizi universali, agli angeli che riempievano un immaginario collettivo, a sculture e opere d’altre d’ogni tipo, alle suore c.d. “cappellone”, sui cui cappelli noi bambini lanciavamo piccoli aeroplani di carta. Se pensiamo alla nostra esperienza possiamo renderci conto che il pluralismo, anche nei simboli religiosi, porta tolleranza, accoglienza, soprattutto libertà.

IL MISCHIARSI DELLA STORIA, IL CONFONDERSI DI RELIGIONI, POPOLI, CULTURE

A questa crisi interna della laicità corrisponde una crisi esterna determinata da quel mischiarsi delle pagine della storia, delle popolazioni, delle religioni e delle culture, che è in pieno svolgimento e segnerà le generazioni future, inciderà più d’ogni altro evento sull’evoluzione delle nostre società. Noi non abbiamo piena consapevolezza di questo processo senza precedenti (salvo esempi storici limitati nel tempo e nello spazio), che ci porta a contatto diretto con costumi, tradizioni, religioni, che conoscevamo solo tramite i libri di storia e geografia, ma che oggi vediamo affermarsi e radicarsi nel nostro habitat, nei nostri ordinamenti, che hanno storia diversa ed hanno raggiunto diversi livelli evolutivi. E’ come se un’epoca storica entrasse improvvisamente in un’altra, o viceversa, e facesse incontrare nella stessa polis popolazioni distanti e lontane nel tempo.

Per comprendere il carattere inedito della sfida del multiculturalismo voglio collegarmi all’analisi svolta da Henri-Benjamin Constant nel celebre saggio del 1819 sulla libertà degli antichi e la libertà dei moderni. Noi stiamo forse agli inizi di un confronto tra la libertà religiosa tipica degli antichi perché legata all’identità del gruppo, alla sua tutela ed espansione, che limita i confini della cittadinanza e non riconosce la libertà della persona che è parte del gruppo, e la libertà religiosa dei moderni che è apertura, dialogo, movimento, universalismo, dilata il concetto di cittadinanza peri ricomprendervi i diritti umani, l’eguaglianza tra le persone, tra uomo e donna dentro e fuori la famiglia.

Il riferimento alla lettura profetica di Benjamin Constant dei fatti del suo tempo, ci aiuta a non perderci in polemiche spicciole o micro-conflittualità quotidiane, a guardare invece ai macrofenomeni che ci coinvolgono direttamente. Ci aiuta anzitutto a dare risposta ragionevole a chi prevede, e non riesce a parlar d’altro, uno scontro tra civiltà, evocando conflitti del passato, senza valutare che una cosa del genere oggi porterebbe a un unico risultato, far scoppiare il pianeta senza che prevalga una civiltà ma s’abbia solo un declino senza fine.

Guardiamo alle contraddizioni vere, che possiamo individuare, tra libertà degli antichi e libertà dei moderni, e facciamolo in spirito di verità, senza pregiudizi. Il concetto stesso di libertà religiosa che la nostra tradizione liberale (di matrice illuminista, anglosassone, o d’altro genere) riconosce la dignità della persona, il diritto della coscienza di conoscere, cercare, farsi un’opinione, scegliere e mutare, appartenenza e religione. I nostri Maestri, storici e giuristi, Francesco Ruffini, Carlo Arturo Jemolo, Pietro Agostino d’Avack, hanno radicato nella cultura italiana questa concezione della libertà religiosa che viene dalle grandi correnti del pensiero moderno. La libertà degli antichi non ha questo spessore, è riduttiva, prevede una scelta che si cristallizza, un’appartenenza che limita la cittadinanza, non permette il mutamento, o lo consente a prezzo di isolamento, anatemi, o qualcosa di peggio. Torneremmo a qualcosa di molto brutto che abbiamo conosciuto in passato, daremmo un colpo mortale al principio stesso di libertà religiosa come definita nelle Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Il passaggio successivo può essere esiziale. Perché con il prevalere della libertà religiosa degli antichi, l’appartenenza confessionale tornerebbe a limitare gli spazi della cittadinanza, oggi aperti ed eguali per tutti, e potrebbe finire per colpire quell’unicità di giurisdizione, unicità di principi in materia di famiglia e di rapporti uomo-donna, che costituiscono il substrato più prezioso della nostra laicità. Pensiamo alla tolleranza in alcuni Paesi occidentali per i tribunali islamici che, sotto la forma sommamente ipocrita dell’arbitrato, non fanno altro che introdurre pezzi di sharia nei nostri ordinamenti. Oggi sono pezzi piccoli, domani non lo sappiamo. Potremmo tornare al sistema dei millet (o Statuti personali), che aveva un senso nei grandi imperi multireligiosi, ma che oggi costituirebbe un regresso epocale rispetto alla modernità. O a una Westfalia planetaria, in cui ciascun gruppo può esercitare il dominio sui propri membri. Se abbiamo conquistato l’eguaglianza tra le persone, non si può tornare a essere sottomessi o inferiori per contratto, o per arbitrato. Toccheremmo il cuore della libertà religiosa, che non è solo libertà di credere o non credere, ma è anche libertà di fruire dei diritti pieni della cittadinanza, senza tornare indietro ad antiche diseguaglianze, soggezioni, asservimenti.

Qui troviamo un singolare punto di congiunzione tra il secolarismo relativista di cui parlavo prima e la libertà degli antichi, perché il relativismo, avendo abolito l’etica, il fondamento dei principi morali, non poteva non investire, per negarla, l’universalità stessa dei diritti. Per alcuni Autori, ad esempio Danilo Zolo,  “la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico del giusnaturalismo e razionalismo etico che manca di conferma sul piano teorico”, e anche il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo “non giustifica alcuna pretesa universalistica e intrusività missionaria”. Non sono mancati intellettuali che di fronte all’esigenza di tutelare i diritti delle donne del mondo dall’immigrazione da soggezioni che noi conosciamo bene, hanno sostenuto che un tale compito di emancipazione spetta a loro, solo a loro, non può essere supplito da altri. Uno splendido esempio di solidarietà con i più deboli. Che s’è meritata la risposta tagliente, insuperabile, di Luigi Ferrajoli, per il quale “sarebbe un segno di eurocentrismo” negare i diritti umani “in danno di quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro percorso storico (…); sicché frattanto le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro “rivoluzione francese””, magari, aggiungo, con l’inevitabile periodo del terrore, quando si tagliavano teste senza alcuna ragione se non per il gusto di tagliarle.

Mi soffermo su questo punto per ribadire ciò che considero decisivo, e percorre un po’ tutta la mia Relazione, e cioè che laicità dello Stato e libertà religiosa non sono variabili indipendenti del complessivo assetto della società. Al contrario, sono stati, e lo sono ancora di più oggi di fronte al mischiarsi della storia e delle popolazioni, la misura di un progresso (o regresso) complessivo dei diritti e della libertà personale a cominciare dall’eguaglianza tra uomo e donna. Per questo ho dato centralità alla riflessione di Benjamin Constant. Non siamo di fronte ad un passaggio difficile della storia della laicità dello Stato, ma a una sfida inedita che mette a rischio il carattere universale della libertà religiosa, postula un regresso storico sui diritti della persona appena conquistati, inerenti l’eguaglianza tra uomo e donna, la struttura familiare, l’educazione delle nuove generazioni. Perché su un punto ci deve essere chiarezza. Non esiste libertà religiosa se per motivi di religione la donna è soggetta all’uomo. E’ un traguardo dell’evoluzione umana dal quale non possiamo tornare indietro.

Sta qui, la forza e la preziosità delle Carte dei diritti e dei principi della nostra Costituzione. Essi chiedono di dare a chiunque si trova sul nostro territorio tutto ciò di cui fruiamo noi stessi, praticando un’accoglienza materiale, ma ricca dei diritti che spettano alla persona, dando loro quanto di più prezioso abbiamo costruito nella nostra storia, una pienezza di dignità umana che diviene allora un valore davvero universale, senza confini. All’opposto, noi non praticheremmo l’accoglienza, ma solo un’ipocrita ospitalità che nasconde antiche sottomissioni.

E qui devo toccare un punto delicato ma importante per il nostro Paese. Noi stavamo nel 2008, dopo l’approvazione della Carta dei Valori della cittadinanza e dell’immigrazione, per raggiungere un traguardo storico: la formazione di una Confessione islamica che riconoscesse pienamente i principi costituzionali, e le Carte dei diritti umani, in primo luogo la piena libertà religiosa e l’eguaglianza tra uomo e donna. Si trattava di un traguardo unico nel suo genere in Europa, sottoscritto pubblicamente dai principali esponenti dell’Islam italiano, e lo Stato era pronto a sostenere, giuridicamente ed economicamente, come fa con tutte le confessioni, anche questa nuova organizzazione. Poi tutto s’è fermato. Lo Stato s’è ritratto, le comunità islamiche non si sono più aggregate. Oggi, c’è come una terra di nessuno verso la quale nessuno fa il primo passo. Ma allora, prendiamo coraggio, vorrei dire in questo nostro incontro, facciamolo questo primo passo, lo faccia lo Stato invitando i musulmani a compiere quel cammino chiarificatore. E lo facciano i musulmani completando loro quella organizzazione e chiedendo allo Stato di essere riconosciuti. Non è difficile, non è impossibile, abbiamo la migliore Costituzione del mondo, rendiamola operativa anche in questo campo.

LA BESTEMMIA DELLA VIOLENZA RELIGIOSA

Ho lasciato per ultimo il grande e terribile tema della violenza religiosa, che periodicamente sta squassando le nostre società, insanguina le strade del mondo, come mai avvenuto prima. Altri Relatori ne parleranno, io voglio solo evocare le più aspre contraddizioni che viviamo oggi tra le solenni proclamazioni delle Carte dei diritti umani e la realtà che in alcuni Paesi riduce la libertà religiosa ai margini del diritto, e colpisce la dignità della persona, per usare le parole di Papa Francesco, con la bestemmia della violenza praticata in nome di Dio.

Al massimo d’espansione del processo di globalizzazione che stiamo vivendo corrisponde l’impazzimento dei signori della guerra, dei seminatori d’odio. Ormai lo sanno tutti: è tornata l’era dei martiri. Ma registriamo anche che al massimo d’esplosione della violenza corrisponde il minimo di reazione a livello internazionale, quasi una dolorosa indifferenza anch’essa più volte denunciata da Papa Francesco. Posso ricordare solo alcune delle tragedie degli ultimi mesi e anni. Dalle stragi in Iraq e in Siria alle follie in Nigeria di Boko Haram, agli attacchi terroristici di Parigi, Bruxelles, Pakistan, e tanti, tanti, nomi di luoghi e Paesi, dove le comunità cristiane, di ebrei, credenti in altri culti, sono attaccate, e alcune a rischio di estinzione. Rischio però di non ricordare tante vittime uccise con decapitazione, nel rogo, con la crocifissione, o vendute e comprate nei nuovi mercati di schiavi, con immagini che credevamo consegnate nei libri della storia antica a monito della modernità. Credevamo, ma non è così, la storia può tornare indietro, e ci poniamo domande drammatiche.

Pongo quindi delle domande in conclusione di Relazione. E’ possibile che non si dia una strategia internazionale d’intervento rapido contro organizzazioni che seminano attentati, fanno terra bruciata uccidendo, violentando e schiavizzando donne e ragazzi come nei secoli passati? E’ possibile che sullo snodo cruciale dell’odio religioso si debba andare a ritroso nella storia senza fruire di alcune difesa, personale e collettiva? Più volte, esponenti religiosi e comunità intere, dopo i più gravi eccidi, hanno dichiarato di aver perso speranza, di sentirsi abbandonati anche a livello internazionale dall’ONU, dalle istituzioni di tutela, dagli Stati che pure potrebbero intervenire? Si sentono abbandonati di tutti! Da anni il Patriarca dei Caldei Louis Sako lo grida al mondo.

Infine, la domanda decisiva, che vuole essere anche una proposta: si può dichiarare la libertà religiosa un’“emergenza internazionale”, e predisporre  meccanismi d’intervento non appena si vedono i segnali delle prime violenze, ovunque si manifestano? Facciamo uno sforzo eccezionale per promuovere il diritto di libertà religiosa dentro i confini di ogni Stato, ricorrendo a tutti i mezzi possibili. Riprendiamo l’idea di una Convenzione internazionale che impegni gli Stati a rispettare l’incolumità, la vita, e la libertà religiosa, dei propri cittadini e di chiunque si trovi nel proprio territorio. Avviamo una nuova riflessione sul concetto di reciprocità; che certo non vuol dire immaginare alcun limite sulla libertà religiosa degli stranieri che vivono da noi, perché nessuno è straniero da noi nel godimento delle libertà, ma significa – come più volte ribadito dal Parlamento europeo - inserire nei Trattati internazionali, compresi quelli commerciali, clausole di rispetto per la libertà religiosa (e dei diritti umani) all’interno degli Stati contraenti, con meccanismi veri di controllo. Riflettiamo su queste, e altre misure che possono essere adottate, e che possono determinare un circuito virtuoso di cambiamenti per gli Stati in tutto il mondo.

Di qui la prima considerazione conclusiva. La libertà religiosa ha ormai una dimensione interstatuale e internazionale che esige l’impegno e l’intervento di tutti i soggetti interessati. Non possiamo non chiedere a tutti di farsi carico della libertà di chiunque, a cominciare dalle proprie minoranze confessionali, della loro tutela. Esistono cristiani, ebrei, che non sono più cittadini del proprio Stato. Ci sono Paesi in cui gruppi fondamentalisti, fiancheggiatori di terroristi, sono attivi, organizzati, agiscono per bande, fino a provocare assassini individuali, o attentati che colpiscono 10, 20, 40, 100 persone determinando una situazione di ordinario terrore da cui non si riesce ad uscire.

Quando dico “chiedere a tutti” mi riferisco anche alle Chiese, alle Religioni. Ho ricordato prima che il momento più alto dell’espansione della libertà religiosa l’abbiamo avuto, in Europa e in Occidente quando le Chiese hanno abbandonato antiche posizioni esclusiviste, e sono diventate sostenitrici e promotrici dei diritti umani. E’ iniziato da lì quel dialogo interreligioso nel quale sono riposte tante speranze. Ma occorre porre il problema anche all’Islam, secondo le parole di Abdennour Bidar, perché anche nell’Islam, altre religioni, emerga e prevalga quella “libertà spirituale” che trasfigura ogni fede, e sostituisca la “sottomissione agli uomini” che spinge indietro, guasta tutto; ed occorre che emergano i tesori contenuti nella fede di ciascuno. Poiché è un tesoro quel “non c’è costrizione nella religione”, esaltiamolo, facciano valere per tutti gli uomini.    

Il dialogo interreligioso è oggi all’altezza delle esigenze dei tempi della violenza e dell’odio confessionale? E’ una domanda lecita, perché senza il contributo di tutte le religioni non ci sarà quell’evoluzione verso il rispetto dell’altro, non ci sarà la fine di quel concetto di “infedele” che è l’anticamera dell’odio religioso, non ci sarà la fine dell’odio religioso, che è l’anticamera della violenza e della barbarie. Si considera quasi normale – e infatti non ne parliamo quasi più - che persone, intellettuali, giornalisti, siano nascosti e protetti per anni per sfuggire a fatwa di minacce per la loro vita, ma non è normale. Queste fatwa altro non sono altro che forme quotidiane di inquisizione, che però incutono timore a tutti. Non dobbiamo cedere ai signori delle fatwa, perché qui la religione non c’entra nulla, essi vogliono dominare con la paura sugli altri e sulla coscienza degli altri, e la libertà dalla paura è la prima libertà che va garantita.   

Ecco dunque, la seconda considerazione conclusiva sul concetto di evoluzione, con cui ho iniziato. Le nostre generazioni si considerano fortunate perché hanno vissuto la caduta dei totalitarismi, hanno assaporato la prima grande stagione dei diritti umani. Per molti di noi, la vita personale, accademica, scientifica, istituzionale, s’è svolta all’insegna della tutela e dell’affermazione della libertà religiosa, dell’affinamento della laicità dello Stato, con una fiducia nel futuro che era grande, senza confini. Oggi, i fatti che ho appena citato provocano quasi una stretta al cuore, e se sbagliassimo? Abbiamo come la sensazione che la freccia dell’evoluzione potrebbe fermarsi, deviare; temiamo si possa tornare indietro di secoli, alla violenza cieca, a guerre di religione.

L’ho accennato prima, neanche uso il concetto di “scontro di civiltà”, che farebbe scoppiare il pianeta, preferisco affermare che dobbiamo invertire la tendenza dei tempi segnati dalla violenza, e ridare alla libertà religiosa il posto che le compete nell’evoluzione dell’uomo, e della società. Libertà religiosa è rispetto e amicizia per l’altro, per tutti gli altri; al tempo stesso, la religione si evolve con l’evolversi e il crescere dell’uomo e della società che vogliamo costruire. Dobbiamo credere in questa evoluzione, favorirla, spingerla in avanti. E nessuno Stato, nessuna istituzione internazionale, nessuna Religione e nessuna Chiesa può tirarsi fuori da questo impegno: far sì che ogni cultura religiosa coltivi e diffonda il rispetto degli altri, respinga i violenti e gli intolleranti, coltivi i semi dei diritti umani dovunque, dovunque, respinga chi vuole assoggettare gli altri, chi vuole discriminare le donne, o imporre il proprio credo. Occorre prendere un solenne impegno in questo senso.

La libertà religiosa cresce e si radica solo se crescono e si radicano nelle leggi e nei costumi i diritti umani fondamentali, che testimoniano e tutelano ovunque la dignità della persona. Noi supereremo le sfide di cui ho parlato, se concepiremo la libertà religiosa come la sintesi dei diritti fondamentali, dei valori che integrano la dignità della persona, se faremo in modo che questa concezione ispiri le leggi degli Stati e nel suo insieme il diritto internazionale, quello jus gentium che non esclude nessuna persona dai suoi benefici, dai progressi delle leggi e dei costumi. Ma dobbiamo farlo, se posso dirlo, con quella passione della libertà, di cui parlano con singolare assonanza Georges Bernanos e Charles Peguy, che in certo modo assomiglia alla fede, perché sposta le montagne: noi per primi sappiamo che quando si fruisce dei diritti che ci spettano non si vuole tornare più indietro, e questo capita a tutti, a qualunque religione appartengano.